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Isabella, sulla porta d’ingresso dell’appartamento dei miei genitori, mi guarda preoccupata. «Cos’hai, Gabri? Mi sembri molto giù di morale».
Mi sposto per lasciarla entrare. Non so se piangere prima o vomitare. Di sicuro non si possono fare contemporaneamente. «Non è nulla, cucciola…».
La ragazza fa un paio di passi, quanto basta per permettermi di chiudere la porta. La sua voce pigola quando mi chiede, prendendomi le mani tra le sue: «Non sei felice di vedermi?»
Non avevo intenzione di vedere nessuno dopo l’ennesima palata di merda che Sandra mi ha gettato addosso durante la lezione di matematica, il risentimento che cova dentro di me è troppo, e Isabella è la prima persona che eviterei di incontrare in quel momento perché lei mi dona sensazioni troppo piacevoli e non voglio siano corrotte dall’ombra che grava sul mio petto. Ma, nell’istante in cui il calore delle sue mani tocca il mio cuore, sento che una briciola di desiderio di abbracciarla nasce in me.
Mi esibisco in un sorriso malinconico. «Certo che sono felice di vederti. Accomodati».
Lei esita un istante, poi mi dà un bacio sulle labbra e mi accarezza la guancia. Sento un brivido caldo scuotere via un po’ di dolore.
«Dimmi cos’hai,» sussurra. Mette una mano nella tasca della giacca ed estrae una lattina azzurra. «A proposito, guarda cosa ti ho portato: è il mio gusto preferito, ti avevo promesso che te l’avrei fatto provare»,
Ha in mano una lattina di Monster al mango. Da come me ne ha parlato in più occasioni, dev’essere la bevanda più buona al mondo. L’appoggia sul tavolo insieme ad un'altra. «Assaggiala!»
Le restituisco il bacio sulle labbra. «Grazie, piccola». Strappo la linguetta e mi siedo davanti a lei, al tavolo del salotto. «Facciamo a metà».
Lei alza una mano, sorridendo. «Ne ho già bevuta una prima di arrivare: se esagero, poi questa notte non dormo». Le sue labbra perdono quella gioia che adoro vederle in viso. «Ma tornando a noi, cos’hai, Gabri?»
Bevo un sorso. Mi fa prudere il naso e, ha ragione lei, il sapore è fantastico: diventerà la mia bevanda preferita. «Non ho niente, te l’ho detto».
«Non mentire. Hai qualcosa che non va», dice, ancora preoccupata. «Lo sento».
Mi sfugge un sorriso di scherno. «E come? Mi leggi la mente?»
Isabella mi guarda come se avessi appena detto una stupidaggine colossale mentre si sfila la giacchetta e la appende allo schienale della sedia. «Dal tuo odore, è ovvio».
«Cosa? Che… che centra il mio odore?» Mi sono lavato, questa mattina, e non ho fatto attività fisica a scuola.
L’espressione di Isabella passa da “davvero devo spiegartelo?” a “ma hai vissuto su Marte fino ad ora?” «Trascorro tanto di quel tempo con la faccia in mezzo alle tue gambe a succhiarti il salsicciotto, Gabri, che respiro boccate di odore dei tuoi genitali quando sei eccitato: ormai riconosco a naso, e letteralmente, intendo, quando hai voglia di fare l’amore, e lo sei sempre quando mi vedi. E in questo momento non ne hai voglia».
Contemplo per l’ennesima volta il suo viso, i suoi occhi azzurri e i suoi lunghi capelli rossi. Fulvi, sono fulvi… Non ho difficoltà a immaginarla nuda, considerando il numero di volte che ho stretto il suo corpo al mio mentre la scopavo. Con un moto di sorpresa e di paura, mi accorgo che non ho ancora avuto un’erezione, da quando è entrata, cosa che mi succede sempre e che spesso lei afferra appena supera la porta, proponendomi di fare l’amore ancora prima di chiedermi come sto.
«Quindi, cosa c’è? E quella che risponde “nulla” sono io, quindi racconta».
Chiudo gli occhi, lasciando defluire il fiato dal naso. Non mi va di confessare cosa mi è successo, ma forse… «Sto avendo problemi con la nuova supplente di matematica». No, continuo a sentirmi una merda sotto una scarpa.
Quando riapro gli occhi, Isabella si è appoggiata allo schienale della sedia, le braccia incrociate sulle sue morbide tette. «Chi, la Nobili? I miei compagni di classe si dimostrano molto entusiasti nei suoi confronti. Hai problemi perché vorresti fartela, Gabriele, ma non te la dà?» Un sorriso di scherno e uno sguardo di dolore accompagnano quelle parole.
L’immagine della Sandra onirica sdraiata sulla cattedra mentre la scopo appare nella mia mente con l’intensità di un faro nella notte, e solo con uno sforzo riesco a dissolverla, aiutato dal timore che i miei coglioni, a quel pensiero, inizino a odorare di sesso, svelando alla mia ragazza che non ha l’esclusiva delle mie seghe. «No,» mi affretto a rispondere, «mi… tratta male».
Lo sprezzo scompare dal viso di Isabella. «Gabri, sappiamo entrambi che la matematica non è il tuo punto forte…»
Sospiro. «Sì, ma mi tratta come una merda ogni volta… mi manda pure a prenderle il caffè, nemmeno sia l’unica cosa che posso fare nella vita».
«Beh, sì, te lo concedo: questo è molto cattivo». La ragazza solleva le spalle. «La prossima volta, sputale nel caffè».
Le lancio uno sguardo severo. Già devo stare calmo in classe e comportarmi bene per non lasciar credere che sono come mio fratello, manca solo che mi metta a scatarrare nel caffè della supplente bella ma stronza… «Non sei di grande aiuto…»
Lei sorride. Porca puttana, quant’è bella… «Oh, sciocco, stavo scherzando. Ho io un’idea che ti migliorerà l’umore». Si alza in piedi, si prende con entrambe le mani il fondo della maglia e se la solleva.
Sorrido a mia volta. Cosa può scacciare il malumore che mi ha provocato Sandra se non scopandomi Isabella? Il cazzo è già in tiro: dubito che la ragazza possa comprendere, anche attraverso il suo infallibile olfatto, che si era messo in posa per l’insegnante e non per la mia fidanzata, e non farebbe comunque storie per funzionare per la ragazza e non per la donna.
Isabella è già nuda dalla cintola in su: non indossava il reggiseno e le sue belle tette sono davanti a me, i capezzoli ancora privi della rigidità dell’eccitazione, ma mi considero pronto a risolvere quel problema. Sposto indietro la sedia e Isabella si siede sulle mie gambe, abbracciando la mia testa mentre io inizio a succhiare i suoi capezzoli.
«Mmh…» fa, mentre li sento diventare più turgidi sotto l’azione della mia lingua. Afferro la tetta con entrambe le mani, morbida e calda, massaggiandola come farebbe un gatto mentre impasta. Ha sbattuto contro qualcosa: ha un livido bluastro. Deve far male sbattere una tetta…
Il lungo gemito di Isabella mi riporta alla realtà.
La ragazza mi bacia sulla testa. «Gabri… leccami la micia… sono tutta bagnata».
Il profumo di sesso che sale dal suo inguine mi sta facendo arrapare sempre più, rendendomi impaziente di scopare ogni buco del suo splendido corpo, riempirla di sborra al punto da farla colare.
