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Isabella ❤💦
Ciao Gabri… mi spiace per ieri pomeriggio, credo di essermi comportata male, con te. Ma devi capirmi: mi sento messa da parte, umiliata per come guardate tutti la nuova prof… Ti va se, dopo, all’intervallo, ci vediamo? 😉😘
Leggo per una seconda volta il messaggio su WhatsApp. Un’ombra di collera nei confronti di Isabella per la scopata mancata, ma soprattutto per la scenata insensata che mi ha fatto mezza giornata fa, ancora grava sul mio petto, e mi sono trovato a rimuginare su questo tutta la mattina. Inizio a credere sia pazza, o qualcosa del genere. Ho evitato di vederla mentre raggiungevo la N. Sandrini per non parlarle, e non sono sicuro di volerle rispondere. Anzi, no: sono sicuro di non volerle rispondere. Sono quasi dispiaciuto di aver letto il suo messaggio, con le due spunte blu che l’assicurano che ho controllato cosa mi ha mandato.
Il trillo del distributore automatico mi richiama alla realtà. Spengo lo schermo del telefonino, lo rimetto in tasca, alzo lo sportello della macchinetta e ne cavo il bicchierino di plastica caldo e fumante di caffè.
Dovrei davvero sputarci dentro… quella troia non si meriterebbe nient’altro. E Isabella è convinta di avere problemi con la Nobili perché è troppo figa, quando io sono trattato come una merda davanti a tutta la classe…
Questa mattina, quella stronza non ha nemmeno provato ad interrogarmi. Anzi, ha passato a spiegare il codice binario, un metodo di conteggio privo di senso se non si è un computer. Io, come un cretino, mi sono tranquillizzato, illudendomi che non sarei nemmeno finito sotto lo sguardo della stronza, mentre le sue tette erano state l’unico mio interesse, immaginandomi la sensazione di stringerle, di succhiarle, il mio cazzo irrigidirsi mentre la Sandra della mia fantasia si concedeva e io la scopavo, punendola per come mi aveva insultato durante tutte quelle lezioni. E, invece, a dieci minuti dal termine dell’ora di matematica, gli occhi della troia si sono posati su di me, e con un ghigno, mi ha chiamato.
E io, da bravo pervertito, ho sollevato i miei dalle sue bocce un istante troppo tardi.
«Pierobon, che ne dici di ripagarmi per quanto hai ammirato fino ad ora andandomi a prendere il caffè?»
Un mormorio divertito si è alzato alle mie spalle.
Mi sono chiesto quanto sarebbe proseguito quello scherzo mentre mi avvicinavo alla cattedra e Sandra mi dava la solita moneta. Per lo meno, non devo offrire io.
Attraverso il corridoio deserto dell’istituto, come al solito vuoto, senza un professore, un bidello, uno studente in giro. In effetti, potrei starmene qui per mezz’ora senza il rischio che mi becchi qualcuno, se non sentire l’ennesima romanzina dalla troia perché ho impiegato troppo a prendere il suo caffè del cazzo...
Imbocco le scale per raggiungere il terzo piano, e per qualche motivo mi risuonano nelle orecchie le parole di mio fratello. Per fare tua una donna, falle bere la tua sborra…
Isabella me la succhiava letteralmente fuori dal cazzo, la mia sborra, perché - in condizioni normali - era innamorata pazza di me. Sandra, invece? Daniele sostiene che mi odia perché lui non se l’era mai scopata, preferendo sua sorella Anna, e si vendica su di me… e se invece fosse pazza di me, e non di lui? Se, in quanto studente, non può avere rapporti che non siano da insegnante con me, e mi denigra perché cerca di nasconderlo, sia a me che, soprattutto, a sé stessa?
Sorrido a quell’evidente cazzata che, però, non mi dispiace. Sandra inginocchiata davanti a me, nuda, il mio cazzo nella sua bocca, la saliva che scivola fuori dalle sue labbra e cola sulle sue tettone, avida di seme… il mio cazzo in tiro è sballottato a sinistra e a destra nei miei jeans mentre cammino, una sensazione piacevole e divertente.
Metto la mano sulla maniglia della porta dell’aula. Sorrido al pensiero dell’inondazione di bega calda e collosa che avrei pisciato nella gola di quel pezzo di figa, fino a soffocarla.
Il mio sorriso si dissolve quando entro e quel pezzo di figa me lo trovo davanti per davvero, ma vestita, seduta alla cattedra, che mi fissa con astio.
«Alla buon’ora, eh. Stavo per chiamare la squadra cinofila perché pensavo ti fossi perso», esclama, facendo ridere qualche bastardo. Un paio di risate le riconosco.
Le consegno il bicchiere senza dire una parola, trattenendo a stento la rabbia, ma non del tutto il mio sguardo dallo scollo della sua maglia.
Sandra se ne accorge, gli angoli della sua bocca che si alzano in un sorriso che non saprei definire se provocatorio o di scherno. Abbassa appena la voce, come se non voglia farsi sentire dal resto della classe. «O hai fatto una fermata ai gabinetti per queste?» domanda, guardandosi i seni. «Dopotutto, devi avere il sangue di quel puttaniere di tuo fratello Daniele, o sbaglio?»
La voce non è abbastanza bassa da non farsi sentire nelle prime file di banchi, a giudicare dai nuovi sghignazzi soffocati e dai commenti sussurrati che giungono alle mie spalle. Mi trattengo appena dallo strapparle di mano il bicchiere, scatarrarci dentro e farglielo bere con la forza. Lurida troia…
La campanella suona: è una fortuna, perché se dovessi vedere per un altro istante questa carogna mi metterei ad urlarle contro tutta la rabbia che mi ha causato da quando ho avuto la disgrazia di conoscerla.
Nando, nel banco accanto al mio, ha la cortesia di non commentare, ma prende dal tascone dello zaino il cellulare, immergendosi nelle foto di modelle in Instagram.
Prendo anch’io il telefono, richiamo il messaggio di Isabella e digito a mia volta.
Gabriele
Ci vediamo davanti all’infermeria.
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Come mi aspettavo, non c’è nessuno nell’infermeria della scuola, ma la porta è aperta, nel caso qualcuno ne abbia bisogno e non si vuole perdere tempo a trovare la chiave. Mi fermo a pochi metri di distanza, prendo il telefono e fingo di controllarlo: i professori e i bidelli sanno che alcuni studenti ne usano il gabinetto perché non è lercio come quelli dei bagni comuni, e cercano di impedirlo. Se ad entrare, poi, sono in due insieme, peggio ancora, ma è proprio quanto ho intenzione di fare con Isabella.
La ragazza supera un capannello di studenti della terza e della quarta, fermi lungo il corridoio. Il suo viso si illumina di un sorriso che, per qualche motivo, mi pare meno sincero del solito. Non provo nemmeno a rispondere, i muscoli della mia faccia contratti da una rabbia che stringe il mio petto a tal punto che il tentativo si concluderebbe in una smorfia di disgusto.
Isabella riconosce il mio stato emotivo. Assume un’espressione da cucciolo sgridato. «Sei così arrabbiato con me, Gabri?»
Devo trattenermi dalla tentazione di risponderle di sì, che è colpa sua e della scopata che ha mandato all’aria ieri pomeriggio. Forse sarebbe meglio, e invece svuoto il sacco. «Quella troia di una Nobili…» Alle mie stesse orecchie, la mia voce pare il ringhio di un animale chiuso in un angolo. «Mi ha fatto fare una figura di merda davanti a tutta la classe».
Isabella annuisce. «La odio anch’io… Mi…» fa ma si blocca, sposta un attimo lo sguardo da una parte, lontano dal mio. Quando torna a guardarmi, mi accarezza il viso. «È una donna pessima, non darle ascolto, qualsiasi cosa ti dica».
Più facile a dirsi che a farsi. «D’accordo».
La ragazza lancia un’occhiata verso le due estremità del corridoio. I ragazzi se ne sono andati, probabilmente ai distributori automatici, e non c’è nessun altro in vista. Mi si avvicina, appoggia una mano sul mio pacco e lo stringe con delicatezza, come quando arriva a casa mia; un’ondata di calore si irradia dal mio inguine infiammando ulteriormente le emozioni che stanno bruciando dentro di me, mentre il mio cazzo inizia a prepararsi ad entrare in azione.
«Sono certa che non hai scelto di vedermi davanti alla porta del pronto soccorso per caso, vero, Lele?» La sua voce è diventata più bassa, suadente.
Avvicino la mia bocca al suo orecchio. «Ti voglio».
Prende una mia mano. «Suppongo di dovermi scusare per ieri sera». Dà una nuova controllata veloce al corridoio e apre la porta. La seguo all’interno.
L’infermeria è un locale di ridotte dimensioni con un lettino da ambulatorio con sopra quelle ridicole coperture di carta che si strappano quando ti ci sdrai sopra, un armadio chiuso a chiave per custodire qualche medicinale e una cattedra con i bordi scheggiati usata come tavolo, con un pacchetto di cerotti aperto e la confezione di un termometro a infrarossi abbandonata accanto; la luce entra dai finestroni dai quali pendono avvolgibili storti e che non devono essere stati mossi da prima della mia nascita; qualche filo di ragnatela impolverato brilla al sole. L’ingresso del bagno è socchiuso, e spero che nessuno l’abbia usato negli ultimi giorni, o tanto varrebbe farlo nei gabinetti comuni, con puzza di piscio e cannabis inclusi.
Isabella accende la luce del bagno, qualcosa che si potrebbe definire di lusso rispetto a quelli che siamo autorizzati ad usare: un pacchetto formato famiglia di carta igienica del discount, un annaffiatoio, uno specchio e, oltre al water, anche un bidet e un box doccia con una macchia gialla dovuta all’acqua che gocciola dal soffione posto ad un paio di metri. La ragazza chiude la porta dietro di noi.
Inspiro a fondo, il cuore che mi martella nelle orecchie. Non so se è eccitazione o rabbia, ma ho una voglia irrefrenabile di sbatterla contro uno dei muri piastrellati, bloccarla con il mio corpo e palpeggiarle le tette e la figa mentre le fotto la bocca con la mia lingua. Già l’aria sembra satura dell’afrore del mio cazzo che riempie le mutande al punto tale da darmi fastidio, e non vedo l’ora di sentire anche l’olezzo della fregna di Isabella.
