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La gomitata al braccio mi fa scivolare il dito e manco lo zombie, che si scaglia contro di me. «Porca puttana,» sibilo.
«Ma alla fine, secondo te, chi ci hanno appioppato al posto della vecchia strega?»
Sospiro dal naso, sollevando lo sguardo dallo schermo dello smartphone dove stavo battendo il mio record e lo sposto su Nando, accanto a me. «Ma che vuoi che me ne freghi? Tanto, un professore di matematica vale l’altro, sempre gente che crede che imparare qualcosa che va oltre la divisione serva a qualcosa nella vita».
«Ma non sei curioso di sapere chi c’è di nuovo?»
La mia curiosità a riguardo era durata solo la prima settimana dopo la scoperta che la Mancuso sarebbe finita in ospedale a farsi operare, poi era scomparsa. Non avevo dato molto peso alla cosa, più che altro stupito da quanto, invece, lo fossero i miei compagni: avevano indagato se potesse essere un professore della scuola il sostituto, ma quando erano giunti alla conclusione che non fosse qualcuno che conoscevamo era iniziata una lotteria su come potesse essere chi sarebbe giunto dall’esterno. Ben presto, la possibilità che fosse una donna bella venne scartata, in nome di una forza cosmica che poteva vagamente essere paragonata alla sfiga (oltre al fatto che nessuna donna avvenente avrebbe voluto finire in una classe di due dozzine di maschi diciottenni che erano più interessati al seno posto su un busto a quello che si accoppiava con il coseno e che il termine “novanta gradi” faceva venire alla mente più facilmente la posizione della pecorina piuttosto che l’angolo retto), sostituita da qualche tizio poco simpatico, che ben presto assunse l’aspetto di un grigio impiegato con gli occhiali spessi, un vestito grigio slavato e pochi capelli con un riporto (“tipico dei matematici, avere il riporto”, aveva sostenuto il buffone della classe, quando l’aveva proposto, e, per quanto fosse una scemenza, era diventato la capigliatura ufficiale del mio modello mentale del futuro supplente).
Il suono del campanello interrompe i miei pensieri, «A momenti lo sappiamo».
Nando stringe le braccia al petto, mettendosi a sedere più comodo sul banco. «Voglio essere fiducioso che sarà qualcuno di simpatico».
Rido. «Un professore di matematica simpatico? Bella, questa».
Qualcuno compare sulla porta dell’aula, è quel bastardo di un preside che ci scopre in giro per l’aula a lezione iniziata. Picchia il pugno sul piano della cattedra, vociando: «Insomma, dove credete di essere? In una bettola? Seduti!»
La facilità con cui appioppa sospensioni e convoca le famiglie è uno stimolo più che sufficiente a farci eseguire il suo ordine. Ognuno corre al suo posto e l’unico rumore è lo strisciare dei gommini consunti sotto i piedi degli sgabelli quando ci sediamo zitti. Lo sguardo assassino dell’uomo passa al setaccio la classe e, soddisfatto, si schiarisce la voce: «Non facciamo brutte figure con l’insegnante di matematica che sostituirà Lina Mancuso, ci siamo intesi?».
Il mutismo che usiamo come risposta è ben accetto dal preside più di qualsiasi scusa. Senza togliere completamente quell’espressione di disgusto dalla faccia, riprende a parlare in direzione della porta: «Prego, professoressa Nobili, si presenti alla classe».
Sembra che a nessuno dei presenti sia sfuggito quel “professoressa” a giudicare dal mormorio che si solleva nell’aula, ma termina subito, quando restiamo evidentemente tutti a bocca aperta nel momento in cui la nuova insegnante fa un elegante ingresso nella classe e una devastante entrata nelle nostre fantasie erotiche a lunghe falcate con le sue chilometriche gambe appena coperte da un tubino grigio tanto corto da lasciar quasi vedere le ginocchia.
«Cazzo, che pezzo di figa…» sussurra incredulo Nando. «Adesso sì che la matematica diventa la mia materia preferita…»
Forse diventare la mia, di materia preferita, no, ma adesso le lezioni di matematica assumono un aspetto molto migliore, passando dal muso pieno di nei pelosi della Mancuso a quel corpo magro e pieno di curve, un viso ben curato e… cazzo, quelle due tette gonfie, calamitano la mia attenzione come solo quelle della Tadini, nel suo calendario, sono in grado.
«Buongiorno, ragazzi,» saluta la donna, sorridendo, «mi chiamo Sandra Nobili e sarò la vostra insegnante di matematica per le prossime settimane, mentre la professoressa Mancuso resterà fuori. Spero che potremo andare d’accordo e usare proficuamente il tempo che passeremo insieme».
«Mi raccomando…» tuona il preside, passando lo sguardo su ciascuno di noi al pari del fascio di luce di un proiettore di un carcere che controlli che nessuno stia compiendo un crimine. Ma, per quanto aumenti il cipiglio o l’asprezza della voce, nulla impedisce alla nuova insegnante di essere in quel momento nuda e posseduta più o meno volontariamente all’interno della mente di ventiquattro studenti arrapati davanti a quel capolavoro coi capelli castani lunghi fino alla schiena.
Sbatto le palpebre un paio di volte nel tentativo di togliere dai miei occhi Sandra appoggiata con le mani alla lavagna, che ansima il mio nome mentre le stringo da dietro le grosse poppe e scopo quel culo formato da due sfere perfette. È una delusione vederla tornare coperta da abiti mentre si accomoda alla cattedra.
Dopo un ultimo sguardo assassino, il preside saluta l’insegnante e, finalmente, ci libera della sua presenza. Sandra prende il registro cartaceo, lo apre e afferra una penna.
«La Sandrini è ancora rimasta al tempo che la frequentavo io…» confessa, mentre toglie il tappo della penna. Ci guarda, sorridendo: «Lina Mancuso è ancora così terribile come quando era la mia prof di matematica?»
Nel vocio che ne segue, nessuno la smentisce, sia perché è una verità inoppugnabile, sia perché nessuno sarebbe tanto pazzo da dare torto ad una figa simile.
«Va bene, cominciamo con l’appello, almeno associo i vostri nomi ai vostri volti sbarbatelli. Michele Balestri”.
Dal fondo dell’aula proviene un ‘presente’. Sandra solleva lo sguardo e studia per qualche istante l’alunno, come a memorizzare il suo aspetto o per lo meno la sua posizione nel locale. Annuisce e torna a leggere la lista.
«Giovanni Del Dario».
La mia attenzione scivola dalla litania mattutina dell’appello all’aspetto delicato e dolce della donna, alle sue labbra scure quasi quanto le sue pupille, al suo mento appuntito e… le sue tette, cazzo… inspiro mentre contemplo quelle tette. Di nuovo mi scopro ad immaginare le mie dita che le afferrano e sprofondano nelle morbide poppe. Una profonda eccitazione scalda il mio basso ventre e colma la mia mente ma soprattutto le mie mutande. Spingerla contro un muro, baciare quelle labbra gonfie e sentire il mio cazzo che scivola nella sua fica bagnata e…
Nando mi assesta una gomitata, strappandomi dal mio sogno ad occhi aperti. Lo fisso senza nascondere la mia collera ma lui, ignaro di quanto ha appena interrotto, con un cenno della testa, mi indica la versione reale della protagonista della mia fantasia erotica. Sta pronunciando per la seconda volta il mio nome.
Come risposta inconscia, mi alzo in piedi. «Presente!» E, temendo che possa essere visibile attraverso i pantaloni la mia erezione, sposto le mani sul banco, bloccando la visuale sul mio pacco dalla cattedra. Il dubbio che abbia pronunciato quella parola con una voce che possa essere facilmente associata a pensieri poco adatti se rivolti ad un’insegnante mi contorce le budella.
Sandra, però, pare non farci caso, o forse è abituata a diciottenni che, quando la guardano, la vedono principalmente nuda e cosparsa di sborra. «Bene, Gabriele Pierobon, sono felice che anche tu sia dei…» Si blocca, fissandomi come se stesse riconoscendo una persona che non vedeva da anni. «…nostri. Perdonami la curiosità… non considerarti obbligato a rispondere… ma sei forse parente di Daniele. Daniele Pierobon?»
Un mormorio divertito si solleva attorno a me. Nonostante siano passati anni, Daniele è ancora un personaggio famoso, e non solo a scuola. Non ho la necessità di rispondere perché diverse voci lo fanno al posto mio, e in molte di queste è facile riconoscere una forte dose di ironia. Bastardi, siete solo dei poveri stronzi invidiosi di mio fratello…
Sandra alza la voce per riportare la quiete in aula. «Va bene, va bene! Adesso terminiamo l’appello, poi spero vi vada di imparare quanto è meraviglioso il mondo della radice cubica”.
Il mormorio divertito si trasforma in blanda protesta.
«Ah, non me ne frega niente: quand’ero io al vostro posto subivo, e adesso che sono qui mi vendico su di voi. Se mai voleste diventare insegnanti, e pregate di non avere mai un pensiero tanto stupido, potrete imporre a dei ragazzini indifesi qualsiasi argomento vi aggradi maggiormente. E adesso silenzio o passo a trigonometria. Dov’eravamo? Diego Rizzo».
