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Erotika
La supplente di matematica · Cap. 3
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Capitolo 3 di 10 13 min di lettura

Le fighe vengono dal paradiso, le professoresse dall'inferno

"Sbatto le palpebre un paio di volte nel tentativo di togliere dai miei occhi Sandra appoggiata con le mani alla lavagna, che ansima il mio nome mentre le stringo da dietro le grosse poppe e scopo quel culo formato da due sfere perfette."

William Kasanova
1 anno fa · 511 letture · 0

Riprende l’appello, ma ho l’impressione che, prima di controllare chi abbia risposto e alzato la mano, mi fissi per un lungo istante, con gli angoli della bocca che si sollevano di una virgola e gli occhi che si chiudono appena.

Quando anche l’ultimo nome sul risvolto del registro viene letto dall’insegnante e qualcuno risponde di essere presente, Sandra chiude il libro e si appoggia più comodamente sulla sua sedia. Ruota le gambe verso l’esterno della cattedra, accavallandole: io, dalla mia posizione discostata, quasi addosso al muro dell’aula, non posso impedirmi di lasciar cadere l’occhio sulle cosce che si muovono nel tubino che si resta sollevato un po’. Il battito del mio cuore diventa un martello nelle mie orecchie quando mi scopro a fissare nell’ombra, in mezzo alle gambe, cercando di scorgere il colore delle mutandine che indossa la professoressa. Respiro a tratti, mentre quelle gambe lunghe e toniche si aprono troppo poco per mostrare qualcosa, e la gonna è d’impaccio per la mia curiosità.

Sollevo lo sguardo, sicuro di incrociare quello di Sandra, ma la donna sta controllando qualcosa nel libro di matematica, incurante di quanto ho appena commesso. Gira un paio di pagine, assorta nella lettura, quindi lo chiude. «Visto che mancano un paio di mesi agli esami, e sono sicura che la matematica sarà il vostro cruccio, penso sia meglio un po’ di ripasso… Potrei chiamare alla lavagna…» Lascia vagare lo sguardo nell’aula, poco convinta, finché non passa tutti gli alunni tranne me, dove si ferma. Deglutisco. Fa un sorriso, ma non uno di quelli che ti spingono a farne uno a tua volta.

«Pierobon… Gabriele, giusto?»

Annuisco appena. L’eccitazione che aveva infuocato il sangue defluisce nelle mie viscere, diventando malessere.

Sandra si appoggia allo schienale della sedia di pessima fattura. «Molto bene. Abbi la cortesia di alzare il culo e venire qui».

Un sottofondo di risatine e commenti invidiosi si sparge per l’aula. Ho l’impressione di non essere io quello che si stava alzando, quanto piuttosto il resto del mondo ad abbassarsi, così da giustificare la modifica della visuale sul pavimento e il banco che si dirigono verso il basso.

“Ha scoperto che ho cercato di guardarle la fica…”, penso. Una voce nella parte più profonda della mia mente suggerisce, maliziosa, che lo fa sempre: Sandra accavalla le gambe a favore di qualche studente perché cada in tentazione, poi lei lo castiga umiliandolo, perché sa che siamo tutti dei pervertiti che si sparano le seghe pensando a lei quando torneremo a casa.

Sandra sorride. Continua a sorridere con la bocca, ma gli occhi sembrano lanciare guardi di derisione. Mi fermo accanto alla cattedra, le gambe accavallate ancora puntate verso di me, come il bulbo luminoso di quel pesce degli abissi che lo usa per attrarre le prede, facendosele finire in bocca.

Cerco di distogliere la mia attenzione dal bulbo luminoso. Respirare diventa faticoso, come se la forza di volontà sia quella fisica e il mio sguardo pesi quintali.

Sandra mi studia, picchietta con il retro della penna sul piano della cattedra un paio di volte. «Va bene… Sembri un ragazzo intelligente, Pierobon, vediamo se ho indovinato. Prendi il gesso e scrivi…»

La mia mano si trova a tracciare sulla lavagna dei numeri che mi paiono cose aliene, con Sandra che sembra non volersi più fermare dal dettare. Quando finisce, mi trovo a contemplare l’equivalente di un geroglifico egizio, la bocca secca perché la saliva è diventata il sudore che sta prudendo sulla mia fronte.

Perché cazzo ci sono delle lettere in mezzo ai numeri?

«Allora, Pierobon, spiega al resto della classe cos’hai scritto,» ordina Sandra.

Fisso di nuovo ogni lettera bianca sullo sfondo nero, cercando di capire cosa cazzo abbia scritto. É una formula scientifica? Fisica? Quella cosa che serve per calcolare il… no, è…

«È un numero esadecimale» sussurra qualcuno alle mie spalle.

Sobbalzo quando il suono di una manata esplode sul piano della cattedra. Quella del preside, al confronto, pare la carezza di un ebanista sul proprio capolavoro. Anche la voce sembra quella di un cucciolo se rapportata al ruggito della donna: «Il prossimo che parla lo mando fuori a pedate nel culo!»

Mi ritrovo incapace di muovermi, come se potessi sparire dalla vista di un predatore in mezzo all’aula. Ma il predatore è a meno di un metro di distanza da me, mi fissa, e quando sposto il mio sguardo dalla lavagna alla donna che avevo fantasticato di possedere da dietro, la stessa fa di nuovo quel movimento con le gambe, invertendo la loro posizione. Da lì, poi, ho una visione perfetta del décolleté, due grosse bocce che si stringono una contro l’altra in un vestito volutamente un paio di taglie troppo piccolo proprio lì, creando un solco ancora più invitante di quanto possa esserlo quello di una figa o di due chiappe sode… Le mie narici fremono mentre mi trattengo qualche secondo di troppo, fissandolo, incapace di non pensare di infilare qualche parte del mio corpo in quella fessura: una mano, la mia lingua… il mio cazzo eretto e reso scivoloso dalla saliva della bocca di Sandra, la cappella che si fa strada tra quelle masse di pura beatitudine, la pelle che scivolava lungo l’asta… fottere fino a sborrare su quelle grosse tette… L’eccitazione riempie le mie mutande, gonfia la tuta che, questa mattina, ho avuto la pessima idea di indossare in vista dell’ultima ora di ginnastica.

Passano secoli prima che mi renda conto che Sandra mi fissa in volto, l’espressione del suo che diventa sempre più duro mentre comprende qual è il soggetto dei miei pensieri. Poi, con la velocità di una scudisciata, i suoi occhi si abbassano sulla mia erezione.

Le sue labbra si dischiudono appena, tornando a puntare il suo sguardo contro il mio con l’intensità del puntatore laser di un’arma da fuoco. Il mio cazzo perde ogni velleità di durezza, e anzi si ammoscia al punto tale che sono certo si sia ritirato dentro di me.

Il volto di Sandra è una maschera di rabbia. «Allora, Pierobon! Riesci a rispondere o me­no?»

Ho del cotone al posto del cervello, qualcosa di simile a degli spaghetti stracotti hanno preso il posto delle mie viscere, e sembrano indecisi quale delle due uscite prendere.

La dea non alza la voce quando urla: «Vattene al tuo posto».

Le gambe tremano e un bisogno di vomitare si fa sempre più impellente mentre appoggio il pezzo di gesso sulla scrivania. Fisso le consunte piastrelle del pavimento, desideroso di non scoprire le espressioni di derisione sul volto dei miei compagni, e, a meno che il mio cuore stia battendo tanto forte da coprire ogni brusio, nessuno di loro sta comunque parlando.

Sto trascinando il secondo passo quando Sandra mi richiama. Mi volto, pronto a ricevere una ramanzina, e, invece, la scopro a cercare qualcosa nella sua borsa, prendere il portafogli e prelevarne una moneta da cinquanta centesimi. Me la allunga.

Per quanto ancora l’immagine di lei, nuda, sudata, ansimante, la mia mano che blocca la sua testa contro la lavagna sia ancora vivida nella mia mente come se l’avessi davanti nella realtà in quell’istante, istintivamente evito di toccare la punta delle sue dita. Guardo la moneta, chiedendomi cosa farne. Che sia qualche tipo di insulto?

Sandra rimette il portafogli nella borsa. «Vammi a prendere un caffè. Questa mattina non ho fatto colazione, e se sono tutti al tuo livello avrò un disperato bisogno di energia». Mi guarda come se fossi un deficiente. «Vuoi muoverti?» Non lo aggiunge, ma dal tono di voce potrei giurare che un “pezzo di merda” si sia fermato a metà strada tra noi due.

Esco dall’aula senza che una parola riesca ad uscire dalla mia bocca. Nel corridoio devo appoggiarmi con la mano libera al muro, sicuro che sto per vomitare, trattenendo a stento le lacrime.

«Stronza…» sibilo, un groppo che mi stringe la gola. «Puttana lurida…»

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Un giorno sarò un grande scrittore, ma al momento sono solo un erotomane con una tastiera, molta fantasia, qualche libro di narratologia letto di troppo e un eccesso di autostima. Scene di sesso molto esplicite prossime alla pornografia, politically correct non rilevato.

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