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Erotika
Sei amiche in videochat · Cap. 1
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Capitolo 1 di 9 22 min di lettura

Chiara dimostra di conoscere la capitale della Jamaica

Chiara dimostra di conoscere la capitale della Jamaica

William Kasanova
1 anno fa · 584 letture · 1

«Allora. Stavo camminando sulla spiaggia ascoltando il suono delle onde nella baia accanto a me, quando ho visto un ragazzo che stava portando a riva una barca piena di reti. Era alto e magro, la pelle nera con dei muscoli da fatica che mi sembravano davvero sensuali. Indossava solo un paio di pantaloncini blu e grigi rovinati ed un paio di ciabatte di plastica. Mi ha visto e mi ha sorriso. Io gli ho risposto allo stesso modo.

“Allora mi sono avvicinata e ho iniziato a parlargli. Aveva una voce bassa, sensuale, melodiosa. Sembrava triste per la pessima pesca e… allora… ho pensato che magari lo potevo tirare su un po’ di morale. Ho pensato che potevo offrirgli qualcosa al bar, ma poi mi sono guardata attorno: non si sentiva voce umana oltre alla nostra, e gli unici rumori erano i pappagalli e il mare.

“Allora mi sono detta che avremmo potuto divertirci entrambi e, senza dire nulla, ho messo le mani dietro al collo e ho slacciato il top del costume. Il ragazzo è rimasto ammutolito nel vedere le mie tette».

Chiara trattenne una risata nell’immaginare il giamaicano che abbassava lo sguardo a terra, ma non per educazione o vergogna quanto piuttosto per vedere dove fossero rotolate le bocce che Helga non aveva mai potuto vantare.

«Lui ha sgranato gli occhi e… e ha detto che sono una ragazza bellissima e che il mio ragazzo era davvero fortunato. Io gli ho detto che il mio ragazzo non era qui e che avevo voglia di scoprire se è vero quanto dicono sui giamaicani.

“Allora lui mi ha sorriso e si è abbassato i pantaloncini. Beh, ascoltate quello che vi dico: le voci a riguardo la lunghezza del pendolo che hanno tra le gambe da queste parti non rendono idea della realtà. Io ero senza parole, e ne ho visti di superdotati».

Chiara non poté fare a meno di sorridere quando vide, nel suo rettangolo, Beatrice allontanare sempre più le mani come un pescatore intento a illustrare a gesti la dimensione del leggendario luccio che aveva preso all’amo ma che, curiosamente, non c’era stato nessuno a vederlo e la fotocamera del telefonino era andata in ferie, annuendo soddisfatta ma lasciando intendere che stava prendendo in giro la loro conoscente. Anche Cecilia la vide, ponendo una mano davanti alle labbra per occultare una risatina.

Ignorando quanto stavano pensando le sue uditrici, Helga continuava con la sua storia. «Mi sono inginocchiata davanti a lui e sembrava che le onde stavano implorandomi di succhiarlo e gli uccelli cantare ad un volume ancora maggiore, come eccitati all’idea di cosa stavo per fare. Non me lo sono fatta dire due volte: non era ancora in erezione e pendeva molle tra le gambe, ma l’ho preso con una mano e l’ho sollevato davanti alla mia bocca. Era nero e grosso, le vene che passavano sulla pelle sembravano larghe come un mio mignolo; la cappella, scura e bagnata, fuoriusciva per qualche centimetro dalla pelle: l’ho spinta indietro e tutta la punta è comparsa. Mi sono sentita tutta bagnata davanti a quello spettacolo, con il tessuto delle mutandine che si stavano attaccando alla mia pussy.

“Mi sentivo stordita come se avessi avuto un’orchestra nella testa che stava accordando gli strumenti prima del concerto, un giramento mi aveva presa, mi sentivo svenire. Ma non potevo lasciarmi scappare una nerchia così armoniosa. Non ho parole per poter dire com’è stato mettermela in bocca, sentire il sapore salato della cappella: dovevo aprire le labbra completamente per riuscire a succhiarla tutta. La stavo stringendo a due mani, leccandola e contemporaneamente stavo facendo un lavoro di polso.

“Il giamaicano stava ridacchiando, contento del mio splendido operato. Purtroppo, durò poco perché l’avevo eccitato talmente tanto perché… beh…» Helga indugiò improvvisamente, come colta dalla vergogna.

«Dai, non fermarti!» la incitò Anna, che non aveva perso una sola sillaba durante la narrazione. Anzi, aveva chiuso gli occhi per poter assaporare meglio ogni parola, in un paio di occasioni mostrando con smorfie di piacere l’apprezzamento del racconto.

«Forza, adesso che stava arrivando la parte interessante!» replicò Beatrice.

Helga inspirò una volta, forse chiedendosi se proseguire. O più probabilmente, si convinse Chiara, godendosi la popolarità, sempre stata bassa nel gruppo, a cui l’aveva sbalzata la descrizione del suo incontro con il giamaicano.

Dopo qualche istante, la rossa riprese per la soddisfazione del suo pubblico. «Allora, come stavo dicendo… Il tipo superdotato, che aveva apprezzato la mia bellezza e la mia capacità nel succhiare, mi aveva messo una mano sulla testa, bloccandomi. Nella bocca avevo sentito la cappella del suo pendolo vibrare come una corda di violino tesa, poi era venuto: una quantità di latte caldo si era riversata tra le mie labbra, sulla mia lingua, giù per la mia gola. Mi era venuto un attacco di tosse e avevo iniziato a rigurgitare sborra sul mio mento, che colava sulle mie tette e sulla mia pancia.

“Non trovo le parole per descrivere la soddisfazione di aver avuto quella nerchia in bocca, ma non volevo certo che me la mettesse solo lì. Ho abbassato le mutandine e gli ho chiesto di scoparmi. Lui all’inizio non voleva, diceva che non aveva diritto di fare l’amore con una ragazza come me, con la mia classe e la mia bellezza e…»

Beatrice balzò in piedi in preda all’agitazione. «I gerani, me li stavo dimenticando!» gridò.

Chiara e Arianna scoppiarono a ridere, mentre Anna, che stava ancora assaporando a occhi chiusi quello che doveva essere il sapore dello scarico di seme del giamaicano, mostrò sul volto tutto il disappunto per il trambusto che l’aveva strappata dal sogno; si rivolse a Helga celando appena nella voce il fastidio che stava provando: «Per favore, non…» cominciò, per poi trattenersi dopo aver stretto i pugni.

La rossa rifece la smorfia di prima, mostrando nuovamente le narici, ma dopo un attimo riprese a raccontare. «Allora… Io non potevo lasciar andare quel grosso pendolo nero bagnato della mia saliva e di latte maschile ancora un po’ in erezione senza avere la soddisfazione di averlo dentro di me. Ne ho visti molti di grossi ma… beh, quello era dannatamente enorme. Allora mi ero seduta sulla spiaggia completamente nuda, la sabbia che scricchiolava sotto il mio didietro e avevo aperto le gambe, poi gli avevo detto di avvicinarsi. Il giamaicano allora aveva accettato la mia offerta: si era tolto completamente i pantaloncini e gli infradito e si era inginocchiato davanti a me, aveva preso in mano la sua nerchia e, dopo essersi messo meglio, me l’aveva messa dentro».

L’interesse nel pubblico, notò Chiara, crebbe quasi più che in occasione della descrizione del soffocotto: nessuna pronunciò una parola ma sembrarono tutte ipnotizzate dalla fastidiosa voce di Helga, la quale continuò con dovizia di particolari.

«La mia bocca si stava aprendo nell’ondata di piacere allo stesso modo in cui si spalancava la mia pussy sotto la spinta della nerchia nera. Ero bagnatissima, e il mio inguine si stava inondando per la bava che strabordava dalle labbra mentre venivo riempita, ma la cappella era troppo grossa e la mia fica sembrava incapace di contenerla. Mi era sfuggito un grido di piacere mentre mi inarcavo all’indietro quando lui era entrato completamente; poi si era sporto in avanti e mi aveva afferrato le tette e aveva iniziato a uscire e a spingere, a uscire e a spingere, un’armonia che non credevo di poter mai vivere. Io stavo gemendo di piacere sentendo quel grosso pendente riempirmi, lui continuava a ripetere che ero bellissima, che lo stavo eccitando tantissimo, che era fortunato a poter amare una creatura splendida come me, il tutto accompagnato dal suono liquido dei nostri sessi che sfregavano uno dentro all’altro.

Prima di andare avanti…

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