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Erotika
Sei amiche in videochat · Cap. 8
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Capitolo 8 di 9 20 min di lettura

Chiara mette in discussione il suo stesso disegno erotico

Chiara mette in discussione il suo stesso disegno erotico

William Kasanova
1 anno fa · 271 letture · 1

La stampante posta in un angolo della scrivania non era una delle più moderne e veloci. Chiara ne avrebbe voluta una di quelle adatte alle stampe di livello fotografico, ma aveva dovuto accontentarsi di una di quelle sufficienti alla pubblicazione di testi su carta di bassa qualità, oltre a condividerla in rete con Marco, sebbene il fratello la usasse ben poco. In realtà, dopo la conclusione della scuola un paio di mesi prima, era la prima volta che ne facesse uso anche lei, e il ritorno in servizio dell’apparecchio fu in occasione della pubblicazione del racconto di Chiara in previsione della videochat in cui avrebbe dovuto raccontare la storia della sua migliore scopata.

La stampante non impiegò molto a completare il suo lavoro. Anzi, fu maggiore il tempo che passò a scaldare l’inchiostro e a preparare le testine rispetto a quello in cui il foglio di carta venne inghiottito e poi vomitato, riportando tutto il racconto vergato dalla ragazza durante la mattina. Con un angolo della bocca inclinato dal disgusto, Chiara prese la pagina e la guardò con desolazione: se sullo schermo del computer sembrava ben poca cosa, nel passaggio dal mondo digitale alla realtà il suo racconto appariva ancora più insulso e inconsistente.

E come avrebbe potuto essere differente? In quella trentina di righe doveva essere scritta la migliore esperienza sessuale della sua breve vita, palesemente vera ma completamente inventata come lo era stato per Anna, Helga e Arianna. Ma quelle tre avevano escogitato delle storie che, per quanto evidentemente false, apparivano non solo credibili ma anche molto erotiche: Anna era brava a scrivere e, con un piccolo aiuto tratto da un manuale di educazione sessuale, aveva ideato una scopata invidiabile; Helga, invece, aveva forse calcato un po’ troppo la mano nel descrivere l’apprezzamento del ragazzo jamaicano nei suoi confronti, ma era comunque, anche questo, un racconto molto eccitante; la storia di Arianna era una cazzata totale, ma l’idea di quella stronza di Cinzia costretta da un bruto a leccarla era, si disse Chiara, un sogno erotico certamente condiviso da tutte loro.

Lei, invece, che cosa portava? La più squallida e abusata delle idee: una ragazza in casa che apre la porta e si trova davanti il tipo del corriere espresso che si presenta con un paio di giorni di anticipo sulla data promessa e che, non avendo a disposizione del denaro, è costretta a usare il proprio corpo per pagarlo.

«Che cagata…» sussurrò Chiara, guardando il foglio di carta con la stessa espressione che avrebbe assunto se, al posto di un racconto erotico privo di qualsiasi grazia, vi fosse stato stampato l’esito di un disastroso esame del sangue. «I trigliceridi alti sarebbero più porno di questa merda…»

Con disgusto provò a rileggerlo, ma giunta al punto in cui “dovetti inginocchiarmi davanti a lui mentre con una mano mi spingeva in basso e con l’altra tirava fuori il cazzo dai pantaloni. Era lungo almeno venticinque centimetri e la cappella era grossa e rossa. Mi disse apri la bocca e mettitelo dentro che voglio” allontanò con un fruscio di carta quell’orrore.

Il foglio si stropicciò come se fosse stato colpito da un crampo mentre Chiara lo appoggiava in un angolo della scrivania, quasi stesse cercando di scacciare quello sfacelo di parole. Forse, pensò la ragazza, augurandosi accadesse davvero, avrebbe preso fuoco per autocombustione a causa della vergogna e, quel pomeriggio, avrebbe mandato alle sue amiche la foto della carta annerita e contorta, sostenendo che era stato un atto divino a favore dell’umanità intera.

Ma il rettangolo di carta nell’angolo sembrò improvvisamente destinato a mantenersi perfettamente integro per il resto della durata dell’universo, ed essere la causa della vergogna di Chiara di quella sera.

No, si disse, scuotendo lentamente la testa: la scrittura non era il suo campo artistico.

Alzando lo sguardo davanti a sé, sembrò che il tablet volesse ricordarle in cosa fosse davvero brava: il pennino, per qualche motivo, non era nella sua solita posizione, ma giaceva languido davanti al monitor, come a tentarla di prenderlo e usarlo. Chiara lo osservò per qualche istante, poi allungò la mano e lo strinse tra le dita.

Come aveva riflettuto lei stessa in passato, la ragazza sembrava non essere dotata di forza di volontà di fronte alle tentazioni e, per quanto non ricordasse se il serpente avesse dovuto persuadere Eva per mangiare la mela, se ci fosse stata lei nel Giardino, la biscia avrebbe fatto meglio a scappare dal tronco o dopo il frutto offerto avrebbe mangiato anche tutto il resto che pendeva dall’Albero. O, in quel caso specifico, avviato il programma di disegno e aperto il file con l’immagine che aveva creato qualche giorno prima.

Ci aveva lavorato diverse ore durante gli ultimi giorni, prendendo in prestito anche il tempo durante il quale avrebbe dovuto impegnarsi per il disegno “meno compromettente” e che Marco aveva elogiato quasi una settimana prima. I profili dei due protagonisti erano stati completati, e una prima stesura del colore digitale, tutto uguale, era già stata apposta su quella che doveva essere la loro pelle nuda. In seguito, avrebbe aggiunto le ombre e i riflessi delle luci, più sudore e altri liquidi corporei tipici dei rapporti sessuali, oltre i capelli e le iridi.

Chiara lo guardò inclinando leggermente la testa a destra, come sempre, inconsciamente, si comportava quando osservava una sua opera. Non poteva certo dire fosse un capolavoro, qualcosa di cui andare fiera, ma era pur sempre il risultato dello schizzo tracciato mentre era in preda all’eccitazione. E, nonostante l’avesse creata lei stessa, ci avesse lavorato, conoscesse letteralmente ogni singolo tratto, ogni volta che la guardava la trovava eccitante fino alla pazzia. Ogni pennellata digitale le lasciava un brivido di piacere, come fossero state le dita di suo fratello ad accarezzare la sua pelle, ogni riga tracciata sembrava un bacio sulla sua femminilità, come le avevano raccontato le sue amiche… Quando poi aveva dovuto disegnare il sesso della protagonista del disegno, si era chiusa in bagno, aveva abbassato le mutandine e si era fotografata la propria figa, aveva scaricato lo scatto sul tablet, rielaborato nel programma di disegno, tagliato, rimpicciolito e aggiunto in un layer del disegno posizionandolo sull’inguine della ragazza, poi l’aveva letteralmente ricalcato. Quella era lei, e avrebbe avuto la sua stessa figa, si era detta. E aveva fatto lo stesso con i suoi capezzoli.

Era stato eccitante, ma mai quanto il momento in cui aveva deciso di aggiungere i genitali di lui. Non se n’era resa conto, ma per tutto il tempo durante il quale aveva disegnato il tratto di asta che partiva dall’inguine del ragazzo e scompariva tra la figa, aveva morso il labbro inferiore e bagnato la stoffa delle mutandine, un vago capogiro che la faceva sentire come leggermente ubriaca. Finito, aggiunta anche la peluria, si era sentita spossata, come se al posto di un pennino su una lastra di plastica trasparente avesse trascinato un’incudine lungo una rampa di un centinaio di metri. E, nonostante questo, aveva dovuto infilare la mano nei pantaloncini, umidi di desiderio, e simulato quel grosso fallo formato da due brevi righe su uno schermo con un paio di dita. Aveva sussurrato il nome del fratello più volte, immaginandosi lì, sopra il suo bacino, con le mani di lui che la tenevano per i fianchi, tirandola verso il basso perché la penetrasse in profondità, perché tutto il suo cazzo sprofondasse completamente nel corpo della sorella.

Adesso, giorni dopo quel fantastico ditalino, Chiara fissava la scena sullo schermo, sospirando all’idea che solo la sua fica fosse la copia di quella vera, mentre per il cazzo di Marco… La ragazza scosse la testa, delusa. Quello era solo un’ipotesi, una teoria basata su quanto aveva sentito dire dalle sue amiche durante i due giorni passati.

“Amiche”. Chiara pensò disgustata al termine che le era passato per la testa più per l’abitudine di usare quella parola con Cecilia e Beatrice che per quello che si erano rivelate essere davvero: traditrici. Stronze. Troie.

Ecco: Cecilia e Beatrice erano due troie che avevano insidiato il suo amato fratello e l’avevano spinto a fotterle. E, con la passera ancora bagnata dalla crema calda di Marco, erano tornate a comportarsi come se nulla fosse accaduto, continuando a fingere con lei di essere delle vere amiche.

La ragazza fece una smorfia a quel pensiero. Erano due stronze, nient’altro, si disse.

Poi il suo sguardo si posò sul disegno, sulla ragazza che cavalcava suo fratello, e quella ragazza era lei, aveva deciso durante la preparazione dell’immagine. Aveva le sue fattezze, era impossibile non riconoscerla. La rabbia che aveva pervaso l’anima di Chiara, a quel punto, però, si sciolse nel suo cuore e nei suoi occhi in angoscia. Quella ragazza non poteva assomigliare a lei. Semmai, avrebbe dovuto avere i capelli castani con riflessi ramati, ondulati, o un seno ben più abbondante e un’espressione del volto ben più strafottente.

Prima di andare avanti…

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