Quel tardo pomeriggio non fu Chiara l’ultima a collegarsi alla chat, precedendo Helga che sostenne, come scusa, di aver incontrato un altro giamaicano il quale, rimasto colpito dalla sua bellezza, ci aveva provato con lei. «Ovviamente non potevo lasciarmi scappare un’altra nerchia di quelle dimensioni,» ammise, con un sorriso sornione.
Beatrice annuì con sufficiente vigore da lasciar comprendere che non ci credeva affatto, dimostrando di essere della stessa opinione di Chiara.
«Comunque, voi cosa avete fatto di bello?» domandò la rossa, palesemente desiderosa di costringere le altre ad ammettere di avere una vita noiosa rispetto alla sua.
Nonostante non fosse stata sbattuta in spiaggia da un fantomatico cazzo di trenta centimetri, Cecilia apparve felicissima quando annunciò: «Siamo arrivati a Ollomont due ore fa! Finalmente posso vedere i miei nonni!» Alle sue spalle, si accorse Chiara, non c’era più la sua camera da letto ma svettavano montagne e delle case in pietra formavano una contrada di alta quota. La qualità dello streaming era crollata rispetto al giorno prima, e di tanto in tanto l’immagine si gelava, ma Chiara avrebbe accettato una trasmissione anche peggiore per poter essere anche lei al mare, o in montagna, o in qualsiasi altro posto che non fosse casa loro.
«Beata te,» ribatté Beatrice, sincera.
«Qui però internet fa schifo...» ammise Cecilia.
«Allora ci vengo subito!» esclamò l’altra. «Almeno mio fratello smette di smanettarsi guardando Cinzia che si fa pagare da dei morti di figa per farsi sbattere da un altro».
Un brusio di consenso si levò da un paio di ragazze, interrotto dopo qualche istante da Anna, impaziente: «Oggi è il mio turno di narrare il racconto, vorrei ricordarvi».
Beatrice si mise più comoda sulla sua sedia e da sotto la scrivania prese un pacchetto di fazzoletti ed un dispenser di un qualche liquido trasparente. Avvicinandosi allo schermo per leggere meglio la scritta sull’etichetta, Chiara si lasciò sfuggire un sorriso nello scoprire che era un lubrificante a base d’acqua. «Eravamo qui solo per questo, ma ricorda che sono molto esigente e mi sgrilletto solo con le storie più porche».
Arianna e Cecilia scoppiarono in una risata. Chiara si chiese se avesse visto di nuovo la sua amica godere in diretta. Il suo sguardo cadde sul pulsante della tastiera che permetteva di catturare uno screenshot: avrebbe potuto immortalare Beatrice nel bel mezzo di un orgasmo e… beh, pensò, qualche uso piacevole avrebbe potuto trovarlo facilmente. Anche come modello per il viso di un possibile disegno con due ragazze, curiosamente somiglianti a lei e alla sua amica, intente a fare sesso lesbico, per esempio.
«Va bene,» la riportò alla realtà Anna, zittendo anche le altre ragazze. «allora io inizio, ma vi chiedo di non interrompermi e farmi perdere il filo del discorso».
Qualcuna lo promise, Beatrice finse di chiudersi le labbra voluttuose con una cerniera immaginaria, Cecilia prese un paio di auricolari, se li posizionò nelle orecchie e poi si sporse verso la webcam del suo tablet, infilando il jack, probabilmente per non far sentire ad altre persone nei pressi cosa si apprestasse a raccontare Anna.
La ragazza si schiarì la voce rumorosamente, sistemandosi quindi meglio sulla sedia. «Come sapete, quest’estate la sto trascorrendo a Bologna per preparare l’appartamento dove vivrò durante gli anni durante i quali frequenterò la facoltà di letteratura. Ciò mi ha dato la possibilità di conoscere i miei due coinquilini: una è Michela, una ragazza anche lei veneta, molto simpatica, ma che sembra avere un maggiore interesse per le serate alcoliche con alcune sue amiche ed il suo ragazzo sudamericano rispetto allo studio, e Simone, un ventenne di Ferrara.
“La prima volta che ho visto Simone è stato quando sono arrivata all’appartamento dalla stazione dei treni e lui stesso mi ha aperto la porta. Avevo parlato con lui al telefono poco prima, essendo qui già dall’anno scorso ed avendo postato lui, su Internet, l’annuncio che cercava due coinquilini: la sua voce era profonda, conturbante quando usciva dall’altoparlante del mio smartphone, ma me l’ero, per qualche motivo che non sarei in grado di stabilire coscientemente, raffigurato come uno di quei barboni con la pancia devastata dall’alcool, con ridicoli tatuaggi in elfico perché hanno visto la saga de ‘il Signore degli Anelli’ in DVD un paio di volte senza aver mai nemmeno sospettato dell’esistenza dell’opera letteraria, ed una canna puzzolente sempre in bocca.
“La mia sorpresa fu totale quando me lo trovai davanti la prima volta.
“’Simone, piacere’, si presentò, o almeno credo abbia pronunciato quelle parole, perché il suo sorriso e quegli occhi castani, quei suoi capelli ordinati e tagliati corti della stessa tonalità delle iridi riempirono in qualche modo inspiegabile la mia anima come mai prima di allora, un profondo senso di benessere invase ogni mio senso, la sensazione di inquietudine che aveva gravato sul mio petto fino a quel momento ormai da giorni era svanita come farebbe la bruma della notte all’affacciarsi del sole oltre le cime delle montagne.
“Solo quando lo ripeté per la seconda volta mi resi conto che mi aveva chiesto se andasse tutto bene, turbato dallo sconcerto che doveva essere trasparito dai miei lineamenti.
“’Sì, io… sì’ balbettai, cercando di riprendere controllo dei miei sentimenti. ‘Sì. Il piacere è tutto mio’, gli risposi, sfoderando senza fatica il miglior sorriso della mia vita.
“Inutile dire che Simone mi aveva affascinata, colpita, stregata… Io avevo preso posto nel suo appartamento, ma lui aveva preso possesso di ogni mio pensiero e, penso, anche del mio cuore: ogni mia attività, ogni mio compito sembrava difficoltoso come mai prima di allora perché Simone era sempre davanti ai miei occhi anche quando era a cento chilometri da me.
“Ogni minima, sciocca motivazione era una scusa più che accettabile per passare del tempo nell’appartamento in sua compagnia, possibilmente senza Michela nei pressi. In breve, sembrava che anche Simone iniziasse ad apprezzare la mia presenza accanto a lui e dopo qualche settimana che ci eravamo incontrati per la prima volta sull’uscio della nostra casa in affitto avevamo cominciato a esplorare anche le sfere più intime delle nostre anime.
“Lui frequentava la seconda classe della facoltà di medicina, e già questo lo rendeva un uomo interessante ai miei occhi. Come disse qualcuno, nulla eleva l’uomo al livello degli dèi quanto il curare i propri simili e, ogni volta che la sua voce indugiava nella spiegazione di qualche processo biologico che si svolge nei nostri corpi e sostiene la nostra esistenza, sentivo nascere nel mio petto un incendio che solo il contatto fisico con lui avrebbe potuto estinguere.
“Un pomeriggio di una settimana fa, dopo aver pulito il frigorifero, mentre eravamo seduti sul divano ascoltando della musica classica dalle casse acustiche collegate al suo cellulare, iniziammo a parlare di quali sogni ci portavano a intraprendere un percorso impegnativo come poteva esserlo quello universitario. Io gli confessai che già alle medie avevo cominciato ad essere affascinata dalla letteratura, ed una delle mie passioni era stata l’immortale opera di Dante, arrivando a rileggerla e studiarla di conto mio con tale impegno da poter dire di saperla recitare tutta a memoria. Lui ammise di essere davvero colpito da una simile determinazione, e aggiunse, ridendo, che lui non aveva imparato a memoria nulla che non fosse il San Martino di Carducci, ma solo perché anni fa Fiorello ne aveva tratto una canzone.
“’E tu, come mai hai scelto medicina?’ gli domandai, accoccolandomi a lui e stringendo tra le mie braccia il suo destro. ‘Vuoi diventare un chirurgo?’
“Lui mi guardò, e il sorriso di derisione che incurvò le labbra della sua bocca che avrei voluto baciare mi sciolse il cuore e, devo ammetterlo, un senso di calore si diffuse nel mio inguine, causandomi nel sesso quello che, un metro più in alto, avrei definito ‘un languorino’. Non potei trattenermi dal domandarglielo: ‘Perché quel sorriso?’ mentre uno simile si disegnava sul mio viso.
“’Non è il chirurgo che voglio fare, ma il ginecologo’, confessò quasi sul punto di scoppiare in una risata. Mi fissò, forse per scoprire quale reazione avrei avuto davanti ad una simile notizia, ma, se pensava di scoprire l’imbarazzo imporporare le mie gote, rimase deluso. Anzi, fu il più vivo interesse a far luccicare i miei occhi.
