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Erotika
Sei amiche in videochat · Cap. 4
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Capitolo 4 di 9 29 min di lettura

Chiara sperimenta la sindrome del foglio bianco

Chiara sperimenta la sindrome del foglio bianco

William Kasanova
1 anno fa · 306 letture · 0

I raggi del sole pomeridiano che filtravano attraverso le tende leggere e ricamate della finestra della camera di Chiara accarezzavano la ragazza seduta alla scrivania. La testa era inclinata a destra, appoggiata su una mano; la ragazza sembrava intenta a trovare l’illuminazione nello schermo del tablet, sul quale compariva ormai da dieci minuti buoni Wordpad nel quale, però, era aperto un file completamente vuoto e solo la barretta lampeggiante disturbava la totale fissità dell’immagine.

La ragazza immaginò fosse quella che la sua insegnante di italiano chiamava “sindrome da foglio bianco”: l’aveva provata un paio di volte o tre in passato, in occasioni di compiti in classe, ma riusciva comunque, in pochi minuti, a trovare qualcosa da scrivere seguendo il tema richiesto. Ma “scrivi un racconto erotico”, come se Beatrice fosse stata una sua professoressa che le aveva proposto una sfida da completare entro qualche giorno? No: quello era troppo… fumoso. Era un argomento che abbracciava troppe possibilità, talmente tante che nella sua mente si comportavano come una folla impazzita i cui componenti sembrava volessero raggiungere per primi la pagina virtuale sullo schermo, come se ne andasse della loro salvezza.

Ma come erano troppe le idee, al tempo stesso, a Chiara sembravano di una banalità imbarazzante, due protagonisti privi di qualsiasi personalità che scopavano per motivi fin troppo banali, un uccello in una passera, un po’ di spinte, qualche cucchiaiata di fluidi corporei che colava, concludendosi in un paio di sciapi orgasmi, il tutto supportato da una trama piatta e insulsa.

La ragazza si appoggiò allo schienale della sedia, stringendosi le braccia al piccolo seno, sbuffando. Più che un racconto erotico, anche senza vederlo scritto, sapeva che sarebbe sembrato un esercizio di battitura con qualche volgarità ed una descrizione pietosa di due che si fottono. Al confronto del suo, il ridicolo racconto di Helga sarebbe sembrato “Twilight”, per non parlare di quello di Anna…

«Che palle…» mormorò. «Odio scrivere. Sono una disegnatrice, non una scrittrice».

Fissò di nuovo lo schermo del tablet su cui il programma di videoscrittura sembrava annoiarsi in attesa che il file aperto perdesse la propria verginità anche per mezzo di qualche pessimo periodo scritto a più riprese, una descrizione degna da scuole elementari, letargica azione raccontata con verbi coniugati con fantasia, dialoghi che non portavano a nessun avanzamento nella trama. La barretta sembrava lampeggiare con la cadenza di una risata derisoria indirizzata all’incapacità di Chiara di buttare giù la storia di una scopata di venti righe. Quel rettangolo bianco e vuoto in mezzo allo schermo azzurro stava iniziando a farle insorgere un attacco di agorafobia…

La ragazza perse la pazienza. Prese la tastiera wireless compatta e la spostò da una parte, si allungò verso lo schermo e premette la crocetta in alto a destra e chiuse Wordpad, trovandovi al suo posto il desktop rallegrato da un suo vecchio disegno con lei, Marco e i suoi genitori che le sorridevano felici.

Chiara si rabbuiò, innervosita. Come avrebbe potuto scrivere un racconto avvincente, bello, erotico al punto tale da vedere Beatrice che si sgrillettava eccitata per la scopata che stava narrando? Beatrice che godeva per il suo racconto sarebbe stata una gran soddisfazione, riconobbe.

Certo, se solo avesse potuto disegnarlo… Con la sua bravura le sarebbe stato facile esprimere ciò che con le parole scritte sembrava oltre le sue capacità: ovvio che una buona immagine realizzata al computer avrebbe richiesto molto più tempo che battere l’equivalente con una tastiera, ma che importava?

La risma di fogli bianchi per la stampante sulla scrivania sembrava attirare la sua attenzione come una calamita e l’astuccio con gli strumenti per il disegno a mano libera accanto pareva fosse stato collocato lì apposta per quel momento, come a tirarle gola, l’equivalente di un dolce in un momento di fame.

Il foglio frusciò mentre abbandonava la compagnia dei suoi fratelli e la zip dell’astuccio si aprì senza opporre la minima resistenza. In pochi istanti, nonostante Chiara avesse promesso a sé stessa che avrebbe dedicato quel pomeriggio alla stesura di un racconto erotico, si trovò, quasi contro la propria volontà, una matita dalla mina blu in mano e, come guidata da una forza esterna, cominciò a tratteggiare cerchi e linee, cancellare quello che le sembrava sbagliato e ridisegnando particolari.

No, lo sapeva bene: quella che ne sarebbe risultata non sarebbe stata una di quelle immagini erotiche che sembravano uscite da un porno, con lui che la possedeva in posizioni del Kamasutra che solo un insegnante di yoga avrebbe potuto eseguire, lei con le gambe aperte che strillava il suo piacere come se stesse soffrendo.

Mentre la punta della matita correva sulla superficie rugosa della carta con una sicurezza che anni di pratica avevano infuso nel braccio della ragazza quando si doveva tratteggiare, Chiara vedeva il disegno prendere forma. Sì, sarebbe stato banale come un qualsiasi racconto che le vagava per la mente: un uomo sdraiato sulla schiena che tiene per i fianchi una donna che lo sta cavalcando. Lui alto e muscoloso, lei con i capelli lunghi ed un seno non troppo sviluppato… una seconda.

Sapeva che non era su un disegno che avrebbe dovuto passare il pomeriggio ma non riusciva a smettere. Le piaceva disegnare, era la sua droga. Si sentiva realizzata solo quando su un foglio di carta o schermo di un computer vedeva comparire ciò che fino ad un istante prima esisteva solo nella sua mente. E quella tensione sessuale che le gravava sull’anima da quella mattina, quando aveva leccato il gelato fingendo fosse ciò che si trovava tra le gambe di suo fratello, aveva bisogno di essere scaricata in qualche modo.

Soddisfatta dallo schizzo iniziale, la matita dalla mina blu ruotò diverse volte tra le sue dita come la moneta di un prestigiatore e tornò nell’astuccio. Quando Chiara vi tolse la mano, stringeva tra i polpastrelli una matita portamine B2: anche questa iniziò a scorrere sulla carta, ripassando le linee lasciate un attimo prima. Fu come se ciò portasse allo stato materiale delle idee che fino a quel momento erano state solo fantasmi.

La matita accarezzava il corpo della ragazza, il suo seno, il suo addome e i suoi fianchi. Si staccò un attimo per tornare sulle poppe e donarvi i capezzoli e le aureole, delle stesse dimensioni di quelle che Chiara celava sotto la maglietta che indossava. Le gambe vennero lunghe e affusolate, quelle di una diciottenne che correva spesso. Il collo sembrava allungarsi verso il cielo e la testa era leggermente inclinata all’indietro; gli occhi erano socchiusi e la bocca aperta ma non spalancata, come a lasciar sfuggire un gemito di piacere dalle labbra.

Sull’inguine, il sesso era dilatato dal pene introdotto al suo interno e, unica licenza artistica che la ragazza si concesse, aggiunse un triangolino di pelo all’altezza del monte di Venere in quanto era completamente glabra grazie alla ceretta.

Per suo fratello si prese qualche libertà nel tratteggiare i muscoli, forse un po’ troppo grossi rispetto alla realtà, e così il suo uccello, davvero enorme, per quanto non lo avesse mai visto. Non ebbe problemi a disegnare il volto di Marco senza errori: non era la prima volta che lo faceva, e lo contemplava così spesso che avrebbe potuto fargli un ritratto anche ad occhi chiusi. Nel disegno, suo fratello non stava godendo fisicamente come lei, ma sul suo viso impresse la soddisfazione di donarle un orgasmo.

Chiara appoggiò la matita sulla scrivania, il lieve rintocco della plastica sul legno che inconsciamente riconosceva ormai come una sorte di colpo di campanello che attestava il termine del lavoro a mano. Contemplò l’immagine ancora a livello embrionale, e nonostante fosse solo una serie di righe grigie su altre blu, già vi poteva scorgere tonalità, sfumature, chiaroscuri e riflessi una volta colorata al computer. Non sarebbe stato il suo capolavoro, ma già sentiva dentro di sé che sarebbe stato il disegno che avrebbe più amato nella sua vita.

E più guardava quelle evoluzioni di grafite sulla carta, più sentiva una pesante eccitazione crescere dentro di sé, il desiderio di quella mattina passare da piacevole prurito nell’inguine a soffocante oppressione nel petto. Chiara si strinse le labbra, intenzionata nel trattenersi, serrandosi le gambe come se questo potesse scoraggiarla, ma il bisogno di soddisfare il desiderio divenne fisico come poteva esserlo la fame, la sete o il sonno. L’aria divenne pesante nel sentore fruttato del suo sesso che si stava bagnando.

Prima di andare avanti…

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