«Oh, ci sei anche tu…» commentò Helga senza mettere troppo sforzo nel nascondere una smorfia. Era in costume da bagno, seduta in quello che sembrava un bar in spiaggia: aveva ripetuto da febbraio che lei sarebbe andata in vacanza con la famiglia in Jamaica con quel suo pesante accento teutonico che le era rimasto nonostante si fosse trasferita dalla Danimarca in Italia a cinque anni, quando la madre aveva deciso di trasferirsi nel paese del marito. Chiara non poté fare a meno di guardare con una certa inquietudine la magrezza della ragazza, compensata in parte dai lunghi capelli rossi mossi, forse l’unico aspetto piacevole di Helga.
Il saluto di Anna fu più colloquiale, ma era evidente che la ragazza avrebbe preferito che Chiara non si fosse fatta vedere in chat: non aveva mai nascosto il suo disprezzo verso di lei e soprattutto nei confronti di Marco. Lui lo sapeva, e, tutte le volte che Chiara la nominava, il fratello non dimenticava di chiederle in quale latta di pittura, quel giorno, avesse infilato la testa la futura scrittrice. E quel giorno, se lo schermo non la ingannava, Chiara riconobbe un magenta per la chioma ed un giallo paglierino per le punte dei capelli. In più di un’occasione, Chiara aveva accarezzato la certezza che Anna non facesse apposta a scegliere quei colori così disarmonici tra di loro ma fosse proprio daltonica e cercasse di tenerlo nascosto.
«Come mai non c’è Cinzia?» domandò Helga, palesemente felice che non fosse presente in chat. Era stata Cinzia a farle conoscere tutte, ma ben poche di loro l’avevano davvero apprezzata, come amica o come mentore.
Cinzia era coetanea di Marco, con cui aveva frequentato le scuole elementari, bellissima, con un corpo da sogno e dei lunghi capelli neri. Ma quello che le aveva spinte a diventare le sue “adepte” era la sua strafottenza e l’indifferenza a ciò che pensavano gli altri. Aveva uomini di qualunque età che le sbavavano dietro, pronti a gettarsi nel fuoco anche solo per la promessa di una strizzata alle sue grosse bocce, che le pagavano cene con in mente solo quando il loro uccello sarebbe sprofondato nella sua passera o in uno degli altri due orifizi di cui disponeva e che lei non si faceva problemi ad usare ogni qual volta le fosse d’aiuto. E non che la suddetta passera fosse necessario immaginarla, poiché, grazie ad una pagina su “Onlyfans”, Cinzia pubblicava sue foto di nudo molto esplicito vendute a prezzi piuttosto cari; il suo profilo Instagram, chiuso dall’azienda per aver infranto le regole relative a immagini a sfondo sessuale e riaperto in continuazione dalla ragazza, mostrava il suo corpo pressoché nudo, sebbene pixellato nei punti più interessanti, invitando lo spettatore a comprare la foto priva del fastidio provocata dalla spiacevole censura.
Ciò che le aveva spinte a seguirla era il desiderio di rubare i suoi segreti per conquistare gli uomini e perdere la timidezza che aveva condizionato l’infanzia di molte di loro, ma Cinzia si dimostrava tutto fuorché una vera insegnante quanto piuttosto una perfida aguzzina, che le ridicolizzava continuamente, arrivando addirittura a sostenere che l’unico modo per diventare spigliate quanto lei fosse fare un soffocotto al proprio fratello…
A quella proposta, Beatrice si era sbellicata, sostenendo che suo fratello Nicola non si meritava un suo lavoro di bocca, mentre le altre, almeno quelle che avevano un fratello, erano inorridite. Chiara era convinta che il suo disgusto fosse stato convincente.
«Nicola la sta guardando adesso in camera sua sul computer,» spiegò Beatrice, «Si starà facendo di nuovo sbattere a pagamento su quel sito da camgirl. Spero ci resti per tutto il tempo della nostra chiacchierata».
Non si alzarono voci contrarie alle parole di Beatrice, sono un mormorio di chi era felice che la ragazza le lasciasse un po’ in pace.
«Dove siete andate in vacanza?» domandò Anna, visibilmente delusa. «Eh, io quest’anno niente svaghi: devo passare l’estate a sistemare l’appartamento che ho preso in affitto con altri due ragazzi qui a Verona, dove frequenterò la facoltà di lettere moderne. Pulizie tutto il giorno, olio di gomito, polvere, detergenti e sudore».
Chiara notò per puro caso Beatrice che muoveva le labbra silenziosamente con una smorfia dicendo qualcosa come “Povera sguattera…”. La ragazza trattenne a malapena un sorriso.
«Io, invece,» annunciò Helga, prendendo la parola «sono in Jamaica».
Anna si lasciò sfuggire un sospiro di tedio. «Sì, ormai l’abbiamo capito, stai tranquilla…»
«Qui è pieno di nerchie nere che non potete nemmeno immaginare,» aggiunse la rossa, cercando di catturare la curiosità dei presenti.
Chiara scoprì di avere improvvisamente trovato interesse nella vacanza di quell’antipatica. Non seppe dire se l’immagine di quella rossa rachitica che veniva devastata da un giamaicano fino a tramortirla che le passò per la mente fosse più erotica o soddisfacente.
Ci fu un brusio di fondo di approvazione e invidia finché Beatrice, spinta dalla sua curiosità e aiutata dalla sua apparente mancanza di imbarazzo, non si autonominò portavoce di tutte quante e incitò Helga a un’approfondita descrizione della situazione.
La ragazza tergiversò con un paio di smorfie. «Non lo so, non vorrei che ci restiate male…»
«Dai, racconta,» la implorò Chiara. Non riusciva a togliersi dalla mente la snob che veniva scopata con violenza in un vicolo malfamato di Kingston, una mano sulla bocca per impedirle di implorare aiuto, la schiena spinta contro un muro scrostato, la solita maglietta costosa strappata per far vedere uno dei suoi seni appena abbozzati, trenta centimetri di cazzo piantati nella sua figa tanto in fondo che la costringevano a stare sulla punta dei piedi per non farsi sfondare. La ragazza si ritrovò a mordersi il labbro inferiore in un attacco di eccitazione: quell’immagine di Helga sarebbe stato il soggetto perfetto di un disegno da colorare e contemplare quando quella snob avesse fatto di nuovo la stronza con lei.
Chiara sogghignò. In realtà, il racconto della rossa aveva smesso improvvisamente di interessarla.
Nonostante ciò, Helga sentì ugualmente la necessità di rendere partecipi le presenti alla videochat di quanto le era accaduto. «Un paio di giorni fa,» iniziò a raccontare, accomodandosi meglio sulla sedia in vimini del bar sulla spiaggia in cui si trovava, i raggi del sole della mattina che sfavillavano sul mare alle spalle, «stavo camminando dove finiscono le onde, provando il mio nuovo costume da bagno a due pezzi rosso della Agua de Coco che ho comprato questa primavera a Milano, in un negozio di Via Monte Napoleone molto esclusivo che…»
Beatrice si alzò e disse: «Vado a bagnare i gerani in terrazza. Chiamatemi quando ha finito di tirarsela e inizia a parlare di cazzi».
Le cuffie di Chiara risuonarono delle risate di tre ragazze e delle sue mentre lo schermo mostrava lo sguardo assassino di Helga.
«Se non siete interessate…» sbottò la rossa, risentita, alzando la testa come suo solito, al punto tale da mostrare le narici al posto degli occhi.
«Ma no,» l’assicurò Anna, cercando di far dileguare dal suo volto l’ilarità che la battuta di Beatrice le aveva provocato, «siamo interessate».
«Solo, evita la pubblicità,» consigliò Arianna, anche lei che cercava di nascondere con una smorfia la risata che le era rimasta impressa nei lineamenti.
Helga rimase qualche istante ancora stizzita, ma poi il bisogno di vantarsi di essere stata montata da un superdotato ebbe il sopravvento. Si sistemò meglio sulla sedia, bevve un sorso di una bevanda gialla con un ombrellino e dei pezzi di frutta conficcati nel bordo di vetro, poi, mentre un paio di turisti passavano alle sue spalle, ricominciò a raccontare.
