Chiara si illanguidì in un dolcissimo sessantanove in cui teneva lei il ritmo alternando le fellazioni con i cunnilinguo per non accavallare i due momenti e ridurne il piacere; si leccarono, si succhiarono, si mordicchiarono libidinosamente i sessi per un tempo infinito; poi lui la fece stendere supina, le salì seduto sullo stomaco, appoggiò la mazza tra le mammelle e portò le mani di lei a stringere i globi mentre lui praticava il coito tra i seni; poiché l’asta arrivava al mento, lei ci aggiunse un fellazione finale.
Lei aveva avvertito il fidanzato che si tratteneva fuori per la notte; non si preoccuparono quindi di limitare le copule e andarono avanti fino al giorno possedendosi in tutti i modi possibili e immaginabili; a notte fonda, lui esplose una seconda volta con una cavalcata epica nell’intestino ed una eiaculazione nel retto; Chiara godeva molto più del piacere che lui manifestava che dei suoi orgasmi, di cui perse il conto.
Alle prime luci dell’alba, decisero di porre fine alla kermesse; poiché lei doveva aprire la libreria ed aveva dormicchiato solo poche ore; decise di lavarsi alla meno peggio e di tornare a casa per mettersi in ordine; prima che andasse in bagno, per desiderio evidente di ambedue, lui la volle possedere un’ultima volta, a missionaria; lei si stese supina, sollevò e divaricò le ginocchia; lui si adagiò su di lei, accostò il fallo e spinse; Chiara gli girò le gambe intorno alla vita e spinse coi piedi sulle natiche.
Non durò molto a lungo, la monta, anche perché lui era al limite ultimo di resistenza; dopo una ventina di colpi possenti contro l’inguine, le sparò nell’utero un’eiaculazione possente e ricca; lei si perse nell’orgasmo più bello che avesse mai realizzato, uno di quelli che i francesi definiscono ‘piccola morte’; quando si risvegliò dal languore dell’orgasmo, però, le apparve nuda la verità che lui aveva goduto nell’utero, nonostante l’avesse avvertito che era pericoloso.
Lo aggredì con improperi, parolacce e volgarità; era letteralmente disperata perché dai suoi calcoli era al massimo della fertilità; lui si difese affermando che non copulava né con l’amore né col buonsenso, ma col fallo; questi aveva ricevuto delle stimolazioni ed aveva eiaculato senza problemi; comunque, visto che parlava di matrimonio, non le restava che fare l’amore col fidanzato e fare in modo che fosse lui a concludere in vagina; bastava usare un preservativo bucato.
Non le riusciva nemmeno di incavolarsi; aveva sfidato lei il buonsenso, andando a letto con un caprone che conosceva bene; anche se le ripugnava ricorrere a un espediente tanto squallido, non poteva mettere a rischio il matrimonio e il lavoro che stavano svolgendo in due per un errore di valutazione; tanto valeva cogliere il suggerimento; la paternità del nascituro, Mario se la sarebbe conquistata con la cura e l’affetto di cui era certamente capace.
Per tamponare la possibile conseguenza, avrebbe voluto fare immediatamente sesso col fidanzato, ma lui era già in frenesia perché doveva partire per una gita con la scuola e sarebbe stato via una settimana; rimediò come aveva suggerito Antonio e il ritardo del ciclo le impose di affrettare i tempi del matrimonio, perché nascesse coi crismi della legittimità il frutto di una follia d’amore; Mario attribuì alle scadenze amministrative la pressione ed accettò di sposarla nel giro di qualche settimana.
I sospetti che si addensavano nella testa del marito non turbavano l’incosciente serenità di Chiara che gli si concedeva con la disinvoltura che avevano da tempo sperimentato; riuscì a rappresentare benissimo il ruolo della moglie innamorata e fedele; ogni tanto, saltuariamente, incontrava il suo amante e passava con lui ore meravigliose di sesso violento; la molla che la spingeva sotto lo stallone che la montava era un rancore sordo che stava maturando contro suo marito, da cui dipendeva per progettare.
Agli altri, appariva grande protagonista degli eventi; e lo era, perché titolare della libreria; ma sapeva perfettamente che era lui a tessere le trame, a tenere le fila, a suggerire e ad intervenire per correggere gli errori che lei inevitabilmente commetteva; non aveva dubbi sul suo amore sconfinato per l’uomo che aveva indirizzato la sua vita; ma non riusciva ad accettare fino in fondo le debolezze che rivelava solo a lui; si sentiva ancella del suo potere soprattutto culturale e lo colpiva dove poteva.
Sapeva che tutti i giovani che frequentavano i locali e le manifestazioni della libreria erano in qualche modo legati al ‘prof’ e al carisma di cui era vittima lei stessa; lo adorava perché ne ammirava la grandezza nell’ideare, nel proporre, nell’affabulare, nel trascinare; ma avrebbe voluto essere sola a decidere; ogni volta che commetteva un errore, sapeva che lui non la giudicava ma si sentiva incapace, si odiava e scaricava su di lui l’odio, trasformandolo in adulterio offensivo.
Gli anni scivolarono pigri, tra una serata di gala e un pomeriggio di corna, tra un amore conclamato e il rancore sotterraneo; era nata Laura, in largo anticipo sulle previsioni, quasi un mese; Mario per un attimo era stato attraversato dal sospetto di non essere stato lui a fecondare sua moglie perché proprio non ricordava di avere fatto sesso non protetto prima della cerimonia di nozze; ma la sicumera di lei lo inchiodava e, soprattutto, amava quella figlia come nient’altro al mondo.
Si occupò della bambina sin dal primo vagito; la presenza in libreria teneva sua moglie lontana da casa per l’intera giornata; lui, con l’orario scolastico, aveva i pomeriggi da dedicare allo studio, alle correzioni, ai colloqui con gli studenti; ma preferiva cambiare pannolini e preparare pappe, sorvegliare il sonno e giocare con la sua bambina; era felice che Chiara potesse dedicarsi al lavoro, in cui sapeva che c’ era anche tanto di suo; non si curava dei pomeriggi che sua moglie trascorreva fuori casa, senza motivo.
La ragazza aveva compiuto sedici anni e studiava nel liceo dove suo padre insegnava; anche lei era stata rapita dal fascino del ‘prof’ che faceva amare immensamente la poesia; partecipava agli incontri che suo padre ed un’altra professoressa tenevano con i ragazzi; ammirava quelli che, usciti dal liceo, avevano mantenuto vivi i rapporti ed erano dei cantautori che, come insegnava Mario, applicavano al meglio il concetto di ‘carme’ come musica, come facevano i latini fino a Dante e oltre.
La notizia scoppiò come un’atomica nel centro della cittadina; un sito di gossip pubblicò le ‘avventure in rosa’ di una scuola, segnalando tutti i casi di rapporti tra professori, studenti e personale nel liceo dove Mario insegnava, con nomi, date e documenti; tra le altre, era segnalata un’occasione in cui tra lui e Sabrina, la collega che con lui lavorava con gli studenti, era scattata una scintilla, dopo una splendida performance poetica; avevano fatto l’amore in macchina, sulla via di casa.
Non si poteva negare quello che era vero e documentato; Sabrina affrontò la questione con suo marito, apertamente, lealmente e con chiarezza; lui, dopo un primo attimo di sbandamento, si rese conto di mettere in gioco, su un episodio in fondo marginale, una vita di armonia familiare con due figli bellissimi e coinvolti nello stesso entusiasmo per la poesia che aveva condizionato la madre; decisero che l’episodio si poteva dimenticare, con la promessa di una lealtà convinta, in futuro.
Chiara non fu dello stesso avviso; il giorno che la notizia esplose, al marito che era passato con Laura dal negozio per pranzare insieme, impose categoricamente e autorevolmente di non mettere mai più piede nella sua casa; si sentiva umiliata e non voleva più saperne di un individuo falso e spergiuro; la figlia cercò di intervenire a placare le ire materne; con il peggiore malgarbo e qualche frase volgare la mise a tacere e la pregò, se proprio voleva, di frequentare il padre solo a scuola.
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