Il tessuto era diventato improvvisamente troppo stretto. Quell'interazione così ravvicinata, il profumo di lei e la provocazione sottile delle sue parole avevano scatenato una reazione fisica violenta. Avevo un'eccitazione pulsante e prepotente nei pantaloni che faticavo a nascondere, e mentre camminavo verso la macchina, l'unica cosa a cui riuscivo a pensare era che avevo il suo numero di telefono. E che tra qualche ora l'avrei rivista.
Ero tornato a casa con la testa completamente altrove. La pagina del manuale era aperta sullo stesso capitolo da un’ora, ma le parole sembravano geroglifici. Continuavo a tamburellare la penna sulla scrivania, l'odore fresco e agrumato del profumo di Sara ancora impigliato da qualche parte nei miei recettori sensoriali. L'eccitazione fisica che mi aveva sorpreso uscendo dalla festa si era trasformata in un'energia nervosa che non sapevo come scaricare.
Mancavano venti minuti alle sei. Stavo per alzarmi, prendere le chiavi della macchina e tornare a immergermi in quel caos di bambini solo per rivederla, quando il telefono vibrò illuminando la stanza. Giulio.
«Mike, falso allarme,» esordì mio cognato, con il vivavoce acceso e il rumore del traffico in sottofondo.
«Mi sono liberato prima, sono già qui fuori a recuperare la peste.»
Mi passai una mano sul viso, frustrato.
«Sicuro? Guarda che stavo uscendo, non mi costa nulla.»
«Tranquillo, ormai sono parcheggiato. Anzi, menomale che ce l'ho fatta. Così evito a Sara di dovermi aspettare per l'ennesima volta. Povera donna, da quando ha divorziato, quattro anni fa, fa i salti mortali per incastrare i turni dell'ex marito con la gestione dei due figli. Mi dispiaceva farle fare tardi.»
Il mio cervello si fermò. Si congelò letteralmente su una sola parola.
Divorziata.
«Mà? Ci sei?»
«Sì, ci sono. Hai fatto bene,» risposi in automatico, la voce che mi usciva più bassa del normale.
«Ci sentiamo dopo, Giulio. Ricorda che mi devi due Negroni»
Chiusi la chiamata e fissai il muro davanti a me. Fino a quel momento, nella mia testa, Sara era una donna matura, bellissima, ma in un certo senso blindata. Una madre sposata. Un territorio off-limits in cui mi stavo avventurando solo con la fantasia. Ma adesso... adesso le regole del gioco erano state polverizzate. Era single. Libera. Quel rossetto rosso, quel top verde salvia teso sul seno, quegli sguardi complici al bancone del bar non erano l'evasione innocente di una donna annoiata. Erano il segnale di una donna padrona della propria vita. E improvvisamente, la prospettiva di averla divenne una possibilità concreta.
Alle 19:30 esatte, non resistetti più. Presi il telefono, aprii WhatsApp e cercai la foto profilo che avevo spiato almeno venti volte nell'ultima ora: lei, in bianco e nero, di tre quarti, con un sorriso accennato e i capelli mossi dal vento. Nessun bambino nella foto, nessun ex marito. Solo lei.
Digitai velocemente, cercando di mantenere un tono disinvolto.
«Alla fine l'eroe della giornata è stato Giulio. Volevo ringraziarti per il caffè, mi ha salvato la vita con lo studio»
Bloccai lo schermo e lo lanciai sul letto. Mi alzai per andare in cucina a bere un bicchiere d'acqua, il cuore che batteva a un ritmo insensato per un banale messaggio. Quando tornai in camera, lo schermo era illuminato.
Sara: Eh già, peccato... Spero che lo studio abbia dato i suoi frutti.
Sorrisi. Era online. Stava scrivendo con me.
«Diciamo di sì. Anche se ammetto che la pausa è stata la parte migliore del pomeriggio. Sicuramente più interessante della gestione del ciclo economico.
Visualizzato all'istante. Digita...
Sara: Ruffiano. Concentrati sui libri, che gli esami non si passano con i caffè al bar.
C'era confidenza. C'era quel tono da "donna matura che sgrida il ragazzino", ma sapevo benissimo che stava giocando. Sentivo l'adrenalina pulsarmi nelle vene. Era il momento di affondare il colpo.
«Sono concentratissimo. Ma visto che il caffè l'hai offerto tu, mi tocca pareggiare i conti. Ti va un aperitivo in settimana per staccare dalla routine?»
Invio.
Ore 19:42.
Le due spunte grigie diventarono azzurre nel giro di dieci secondi. L'aveva letto.
Aspettai. Fissavo la scritta "Online" sotto il suo nome. Poi, la scritta "Online" scomparve. Niente "Sta scrivendo...". Niente. Solo l'ultimo accesso alle 19:43.
Mi buttai sulla sedia della scrivania, dicendomi che probabilmente la stavano chiamando i figli, o che stava cucinando. Aveva una casa da mandare avanti, non era una ventenne incollata a TikTok. Ma quando scoccarono le 20:30 e la chat rimase un cimitero silenzioso, l'ansia iniziò a salirmi lungo la gola.
Alle 21:15 stavo camminando avanti e indietro per la stanza.
Ho fatto una cazzata monumentale, pensai, passandomi le mani tra i capelli.
Sono un idiota. Avevo scambiato due sorrisi educati per un invito.
L'avevo messa in imbarazzo. Ero solo un ragazzo con la la metà dei suoi anni. Che diavolo mi era saltato in mente? A 48 anni, con due figli e un divorzio alle spalle, figurati se aveva tempo o voglia di uscire con uno studente di ventiquattro anni che si atteggiava a seduttore.
Alle 22:30 avevo perso ogni speranza. Mi sentivo svuotato, umiliato dalla mia stessa spavalderia. Lei aveva visualizzato e aveva deciso che il mio invito non meritava nemmeno un "no, grazie" di cortesia. Era il modo peggiore per essere rimessi al proprio posto: l'indifferenza.
A mezzanotte meno un quarto, spensi la luce della camera. Mi infilai sotto le coperte, voltando la faccia verso il muro, ripromettendomi di cancellare il suo numero il mattino seguente per non dover rileggere la mia figuraccia.
Poi, nel buio della stanza, una singola vibrazione.
Il display del telefono si illuminò sul comodino.
Mi voltai di scatto. Presi il telefono con una mano che tremava leggermente e strizzai gli occhi contro la luce azzurra dello schermo. C'era un messaggio su WhatsApp.
Il mio respiro si fermò a metà petto. Fissai lo schermo. Stava digitando ancora. Pochi secondi dopo, arrivò il resto.
Sara: Un aperitivo? Pensavo che i ragazzi della tua età preferissero le birre in piazza. Comunque l'invito è gentile, e un buon calice di vino non lo rifiuto mai. Giovedì dalle 19:00 Sono libera. Fammi sapere dove devo farmi trovare.
Chiusi gli occhi e lasciai cadere la testa all'indietro sul cuscino, espirando tutta l'aria che avevo nei polmoni. Non mi aveva ignorato. Mi aveva lasciato cuocere a fuoco lento per quattro fottutissime ore, smontando ogni mia sicurezza da ventenne presuntuoso, solo per dimostrarmi chi aveva davvero in mano il controllo del gioco.
Rilessi il messaggio tre volte. Quella donna era una droga, e non eravamo nemmeno ancora usciti.
CONTINUA... . .
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Scrivo erotica da poco. Le mie storie partono sempre da una scintilla reale — qualcosa che è successo a me, a chi mi sta intorno o che potrebbe capitare a chiunque nella vita di tutti i giorni. Prendo quella dinamica quotidiana e ci costruisco attorno una trama romantica e intensa, sviluppandola in più parti. Da me non troverete racconti singoli e veloci, ma vere e proprie raccolte e libri da esplorare. Mi piace scavare nella psicologia e nei sentimenti dei personaggi, per poi farli esplodere in una passione erotica travolgente.
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intrigante e ben scritto
Ottimo primo capitolo!