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Erotika
Questione di sguardi. · Cap. 2
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Capitolo 2 di 5 23 min di lettura

L'appuntamento

Una cena nata quasi per gioco si trasforma in qualcosa di molto più intenso. Tra sguardi che parlano più delle parole, confidenze inattese e una tensione ormai impossibile da ignorare, Michael e Sara decidono di smettere di nascondersi dietro le apparenze. Ma quando il desiderio prende il sopravvento, entrambi scoprono che certe notti non cambiano soltanto il presente: possono segnare anche tutto ciò che verrà dopo.

Michael035
3 mesi fa · 911 letture · 1

Giovedì sera, alle diciannove e venticinque, spensi il motore della mia auto davanti al portone del palazzo di Sara. Avevo passato l'ultima mezz'ora a sistemarmi, scegliendo una camicia scura dal taglio sartoriale e un pantalone elegante ma non troppo formale. Volevo dimostrarle che sapevo muovermi anche fuori dal contesto universitario o dal parchetto dei bambini.

​Le mandai un messaggio veloce: "Sono giù".

​Non dovetti aspettare molto. Il portone di legno massiccio si aprì e lei uscì in strada. Se con la tuta da ginnastica o con il top estivo mi aveva fatto mancare il fiato, in versione serale era una visione illegale. Indossava una blusa di seta nera, morbida, che scivolava sul suo corpo accompagnando ogni passo. I primi tre bottoni erano aperti, svelando la pelle dorata del décolleté e l'ombra dell'attaccatura del seno. Un paio di pantaloni a sigaretta neri e dei tacchi a spillo le slanciavano le gambe toniche, modificando la sua camminata in un movimento fluido e predatorio.

E poi, le labbra. Il suo marchio di fabbrica: quel rossetto rosso fuoco, perfetto e sfrontato, che illuminava il buio della via.

​Le aprii la portiera dall'interno. Si sedette sul sedile del passeggero, portando con sé un'ondata del suo profumo agrumato e fresco, che in un attimo saturò l'abitacolo della macchina.

«Buonasera,» disse, sistemandosi la borsa sulle ginocchia e chiudendo lo sportello. Mi guardò, e per un attimo vidi i suoi occhi scorrermi addosso, approvando silenziosamente la mia camicia.

«Sei puntuale. Una dote rara.»

​«Con i buoni investimenti non si scherza,» risposi, mettendo in moto. Lei sorrise, un sorriso che le increspò dolcemente gli angoli della bocca.

​Avevo scelto un locale in centro a Milano, zona Brera. Non era uno di quei posti rumorosi da aperitivo a buffet dove la gente sgomita per uno spritz. Era un wine bar intimo, con le pareti in mattoni a vista, luci calde e soffuse, e un delicato smooth jazz strumentale che fluttuava nell'aria, riempiendo gli spazi senza sovrastare le voci.

​Il cameriere ci fece accomodare a un piccolo tavolino rotondo in un angolo appartato del locale. Le sedute erano poltroncine in velluto e lo spazio era così ridotto che, non appena ci sedemmo uno di fronte all'altra, le punte delle nostre scarpe si sfiorarono.

«Ha buon gusto il ragazzo» commentò Sara, sfogliando la carta dei vini.

«Niente caos, niente musica assordante. Ti facevo più tipo da locale alla moda sui Navigli.»

«Dipende dalla compagnia,» ribattei, guardandola negli occhi.

«E stasera volevo assicurarmi di poterti ascoltare senza dover urlare.»

Ordinammo un Pinot Nero strutturato e, vista l'ora, decidemmo di trasformare l'aperitivo in una cena leggera, prendendo una tartare di fassona, una selezione di formaggi ricercati e delle tapas gourmet da dividere.

​Quando arrivò il vino, sollevammo i calici.

«A cosa brindiamo?» le chiesi.

Sara inclinò leggermente la testa, studiandomi da sopra l'orlo di cristallo.

«A Giulio. Che ci ha risparmiato un altro pomeriggio di scambi di bambini, regalandoci questa evasione.»

​«A Giulio,» concordai, e i bicchieri tintinnarono.

​Mentre mangiavamo, l'atmosfera si fece incredibilmente densa. La conversazione scorreva naturale. Non c'era traccia dell'imbarazzo che temevo. Ascoltai ogni sua parola con attenzione, mettendo da parte l'atteggiamento spavaldo del primo incontro e mostrando la mia vera natura: maturo, riflessivo, sinceramente interessato a lei come persona, e non solo come fantasia erotica. Credo che se ne accorse, perché le sue difese si abbassarono calice dopo calice.

​Mi parlò della sua vita, del lavoro in un'agenzia immobiliare e, inevitabilmente, del divorzio.

«Sono passati quattro anni, ma a volte sembra una vita fa,» disse, passandosi un dito sul bordo del calice. La luce fioca della candela sul tavolo le accarezzava il viso, rendendo i suoi lineamenti più morbidi.

«Quando ti separi con due bambini, smetti quasi di esistere come donna. Diventi un fuso orario, un'agenda vivente. Lavoro, spesa, scuola, sport, turni con l'ex marito. Non hai mai veramente tempo per te. Metti tutto in pausa.»

​«E ora?» chiesi, abbassando il tono di voce, sporgendomi impercettibilmente in avanti.

«Ti senti ancora in pausa?»

​Sara alzò lo sguardo e lo piantò dritto nel mio. Fece un sospiro lento, e il tessuto della seta nera si tese sul suo petto.

«Stasera no. Stasera mi sento... leggera.»

Fu in quel momento che feci un movimento minimo, quasi impercettibile, sotto il tavolo. Spostai leggermente la mia gamba destra. Il mio ginocchio sfiorò il suo.

Mi aspettai che si ritraesse, che facesse finta di doversi sistemare sulla sedia per ristabilire la distanza di sicurezza. Invece, Sara rimase immobile. Anzi, la pressione del suo ginocchio contro il mio aumentò di una frazione di millimetro. Fu come prendere una scossa a basso voltaggio dritto alla base dello stomaco. Sentivo il calore della sua pelle attraverso la seta dei suoi pantaloni e il cotone dei miei. Nessuno dei due si mosse.

​«E a te cosa manca, Michael?» mi chiese all'improvviso, ignorando deliberatamente il contatto sotto il tavolo ma mantenendo i suoi occhi ancorati ai miei.

«Hai ventiquattro anni, sei un bel ragazzo, intelligente. L'università dovrebbe essere il tuo parco giochi. Eppure sei qui, con una donna che ha esattamente il doppio dei tuoi anni.»

​Non distolsi lo sguardo. Sapevo che questa era la prova decisiva.

«Le ragazze della mia età... mi piacciono, non fraintendermi,» iniziai, soppesando le parole. Lasciai che una frase di contrabbasso e il sussurro di una tromba con la sordina riempissero la pausa, cullando il silenzio tra noi.

«Ma il più delle volte è tutto un copione già scritto, e incredibilmente prevedibile. Ti conosci, esci, succede quello che deve succedere e nel giro di qualche giorno si sparisce nel nulla. Quando hai diciannove o vent'anni è il gioco perfetto, ti diverti e basta. Ma quando ti avvicini ai venticinque, se hai un minimo di testa, inizi a stancarti della forma senza la sostanza.»

Feci ruotare lentamente il vino nel bicchiere, tenendo lo sguardo incollato al suo.

«Non cerco la storia della vita, sia chiaro. E nemmeno i drammi romantici. Cerco solo qualcosa di autentico. Conversazioni che non siano vuote. Cerco il fascino di chi non ha bisogno di fingere per risultare interessante... di una donna che sa perfettamente chi è, che ha una sua solidità, e che se cerca un'evasione lo fa con la lucidità di chi non ha tempo da perdere in giochetti.»

Non aggiunsi altro. Non ce n'era bisogno. Le note di un sassofono, calde e avvolgenti, presero il sopravvento nel locale, mescolandosi al ronzio sommesso delle altre voci. Sara trattenne il respiro per una frazione di secondo. Le sue labbra rosse si schiusero appena. A quarantotto anni, una donna ha l'udito assoluto per i sottintesi: aveva capito perfettamente che, descrivendo ciò che stavo cercando, avevo appena tracciato il suo esatto profilo.

Tra noi non c'era spazio per illusioni o promesse alla luce del sole, l'età e le nostre vite rendevano tutto un meraviglioso azzardo, ma era proprio questa muta consapevolezza a rendere la situazione così densa. Volevamo la stessa identica cosa.

Senza distogliere lo sguardo, Sara prese un pezzo di formaggio dal tagliere con le dita e lo portò alla bocca. Seguii il movimento ipnotico delle sue labbra che si chiudevano intorno al cibo, la lingua che sfiorava appena il rosso perfetto del rossetto. Il mio respiro si fece impercettibilmente più pesante, mentre l'eccitazione si irradiava ovunque. Sotto il tavolo piccolo, la pressione del suo ginocchio contro il mio aumentò di un millimetro, diventando un nucleo di calore pulsante e inequivocabile.

«Sai vendere molto bene le tue idee, Michael,» mormorò lei, la voce di colpo più roca, gli occhi che brillavano di un'oscurità liquida e affamata alla luce della candela.

«Ma la teoria è la parte facile. È la pratica che richiede un certo... spessore.»

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

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