Invece di rispondere con un'altra provocazione, feci la cosa più adulta che potessi fare. Sollevai la mano, intercettando con sicurezza lo sguardo del cameriere dall'altra parte della sala. Quando si avvicinò al nostro tavolo, gli feci il gesto del conto, prima ancora che potesse chiederci se desideravamo altro. Un gesto fluido, silenzioso e deciso, per metterle in chiaro che non ero il ragazzino a cui dover pagare l'aperitivo o a cui dover dettare i tempi.
Sara seguì il movimento della mia mano, poi tornò a guardarmi. Un mezzo sorriso, carico di un'approvazione che mi fece incendiare il sangue, le piegò l'angolo della bocca. Prese il tovagliolo, si tamponò elegantemente le labbra e poi svuotò l'ultimo sorso del suo calice di vino.
«Grazie per questa cenetta a lume di candela» disse, con un tono basso che non ammetteva repliche, alzandosi dalla poltroncina con una grazia letale.
«Non sono più abituata a fare tardi, mi accompagni a casa, Chérie»
«Bien Sûr, ma chérie»
«Wow, anche il francese... qui non si scherza eh»
Il viaggio di ritorno in macchina fu un concentrato di tensione pura, quasi dolorosa. Lo smooth jazz del locale era spento; nell'abitacolo si sentiva solo il ronzio basso del motore e il ritmo spezzato dei nostri respiri. Le luci dei lampioni di Milano tagliavano il buio a intermittenza, illuminando la seta nera della sua blusa, la curva delle sue gambe e quel rossetto rosso che, nella penombra, sembrava ancora più magnetico. Nessuno dei due parlava. Non c'era bisogno di riempire il silenzio con chiacchiere di circostanza: l'aria era già satura di tutto quello che stavamo per fare.
Quando parcheggiai sotto il suo palazzo, Sara sganciò la cintura di sicurezza con un clic secco. Si voltò a guardarmi, appoggiando la schiena alla portiera.
«I ragazzi sono dal padre fino a domenica sera,» disse, con una voce bassa, incredibilmente calma, che contrastava con l'intensità del suo sguardo.
«La casa è completamente vuota. Sali da me, Michael.»
Non risposi. Spensi il motore, sfilai le chiavi e scesi dall'auto.
Salimmo in ascensore senza toccarci, ma la distanza tra i nostri corpi era ridotta a zero. Sentivo il calore che emanava, il suo profumo agrumato che mi mandava il cervello in cortocircuito. Quando la porta dell'appartamento si aprì, entrammo in un soggiorno immerso nel silenzio e nel buio.
Sara fece un passo avanti, lasciando cadere le chiavi sul mobile svuotatasche dell’ingresso con un rumore metallico che rimbombò nell'oscurità. Fece per voltarsi, forse per accendere la luce o sfilarsi la giacca, ma non le diedi il tempo.
La afferrai per i fianchi e la spinsi con decisione contro il mobile di legno dell'ingresso. La borsa le scivolò dalle mani, cadendo a terra. Prima che potesse dire qualsiasi cosa, mi infilai con forza tra le sue gambe, bloccandola contro la parete. I suoi pantaloni aderenti premettero contro i miei jeans, azzerando ogni centimetro di distanza.
Il primo bacio fu una collisione violenta, priva di qualsiasi delicatezza romantica. Era la fame arretrata di chi si era trattenuto troppo a lungo. Sara dischiuse le labbra con un gemito soffocato, accogliendo la mia lingua con un’audacia che mi fece incendiare il sangue. Le sue mani, forti e calde, si conficcarono tra i miei capelli mossi, tirandomi a sé, mentre il suo corpo si muoveva contro il mio con la consapevolezza flessuosa e tonica di chi pratica Zumba. Sentivo le curve del suo seno premere contro il mio petto attraverso la seta leggera. Il rossetto rosso si era sbavato leggermente, macchiando le labbra di entrambi, un marchio visibile del fatto che ogni barriera era crollata. Non cercavamo una storia, non cercavamo sentimenti; stavamo prendendo la nostra evasione, con una ferocia carnale assoluta.
Con le mani ancora bagnate del suo profumo, iniziai a sbottonare la sua blusa nera, strappando quasi il tessuto mentre ci spostavamo a tentoni lungo il corridoio buio. La baciavo sul collo, sulla mascella, scendendo verso la scollatura, mentre lei ansimava contro il mio orecchio, stringendomi le spalle.
In preda all'urgenza, la spinsi contro la prima porta che trovai lungo il corridoio, afferrando la maniglia per aprirla.
Sara staccò per un attimo le labbra dalle mie, il respiro corto e affannoso, gli occhi lucidi nella penombra.
«Aspetta... è questa camera tua?» le chiesi, la voce ridotta a un sussurro rauco, mentre la mia mano cercava già di guidarla all'interno.
«Nono...» rispose lei, con un mezzo sorriso complice e malizioso che le illuminò il viso segnato dal rossetto.
«Quella è più avanti. Questa è...»
Guardai oltre la sua spalla. Un poster di un gruppo rock, una sedia con sopra una felpa lanciata alla rinfusa, la scrivania con i libri di scuola. La camera del figlio più grande.
«Troppa strada...» mormorai, bloccandola di nuovo contro lo stipite della porta e baciandola con rinnovata foga, mentre le mie mani scendevano a stringerle il retro delle cosce, sollevandola leggermente.
«E poi vedrai che questa è più attrezzata.»
«Sei tutto matto»
Sara lasciò correre una risata bassa e roca, stringendo le gambe intorno ai miei fianchi mentre la portavo verso il letto singolo della stanza. La adagiai sul materasso, salendo subito sopra di lei. Il contrasto tra l'ambiente adolescenziale e la carica erotica della situazione era un carburante micidiale.
Mi sfilai la camicia, lasciandola cadere sul pavimento. Sara era sotto di me, la blusa di seta completamente aperta che rivelava la rotondità mozzafiato del suo seno, la pelle che si alzava e si abbassava rapidamente.
Mi voltai un secondo verso la scrivania lì accanto. Avevo ventiquattro anni, non cinquanta; sapevo esattamente come ragiona un adolescente. Diedi un’occhiata rapida al portapenne, poi sotto la base della lampada da tavolo, e infine notai una scatola vuota della PlayStation posizionata stranamente di profilo dietro lo schermo del computer.
Allungai il braccio, aprii la custodia di plastica e, come previsto, trovai un piccolo strato di quadrati argentati nascosti sul fondo. Conoscevo quel trucco fin troppo bene. Ne afferrai uno e mi voltai di nuovo verso di lei, facendolo luccicare tra le dita alla luce fioca che entrava dalla finestra.
Sara mi guardò, appoggiata sui gomiti, con i capelli spettinati sul cuscino e un'espressione di pura e divertita ammirazione.
«Te l'ho detto,» sussurrai, strappando la confezione di plastica con i denti e tornando a coprire il suo corpo con il mio.
«Questa stanza è decisamente più attrezzata.»
Lei non rispose a parole. Mi afferrò per i fianchi e mi tirò giù, annullando definitivamente il resto del mondo.
«Voi maschietti siete proprio dei porcelli» disse a due centimetri dalle mie labbra
La tirai a me, abbandonando il quadratino argentato sul comodino per un momento. Non c'era più spazio per i preliminari delicati, per le carezze studiate. Eravamo due corpi carichi di un'elettricità statica che si era accumulata per giorni, e ora avevamo solo bisogno di scaricarla.
Le mie mani afferrarono i lembi della sua blusa di seta, sfilandogliela dalle spalle. Sotto, indossava un reggiseno di pizzo nero che tratteneva a stento la pienezza del suo seno. Slacciai la chiusura con un gesto secco. Quando il pizzo scivolò via, la vista della sua pelle nuda, illuminata solo dalla debole luce dei lampioni che filtrava dalla tapparella mezza abbassata, mi fece mozzare il fiato. Era magnifica. Il suo corpo maturo e curato era un invito alla perdizione: sodo, caldo, segnato da una femminilità che nessuna ragazza della mia età avrebbe mai potuto eguagliare.
Mi chinai su di lei, premendo la bocca sul suo collo, assaporando il sapore salato della sua pelle mescolato a quel profumo agrumato che mi aveva tormentato per una settimana. I miei baci scesero giù, avidi, tracciando la linea della clavicola fino ad arrivare al seno. Quando presi un capezzolo turgido tra le labbra, Sara inarcò la schiena contro il materasso del figlio, sfuggendole un gemito roco, profondo, che mi vibrò dritto nell'inguine.
