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Erotika
Questione di sguardi. · Cap. 1
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Capitolo 1 di 5 16 min di lettura

Il favore

Ci sono incontri che durano pochi minuti e altri che, senza un motivo apparente, continuano a vivere nella mente molto più a lungo. A volte non serve una conversazione memorabile o un gesto eclatante: basta uno sguardo trattenuto un istante di troppo, una sensazione difficile da spiegare, la curiosità di capire cosa si sia davvero letto negli occhi dell'altro. Per Michael, tutto cominciò in un pomeriggio qualunque, con una semplice richiesta di favore da parte di suo cognato.

Michael035
3 mesi fa · 843 letture · 3

L'esame di Economia e politica monetaria mi stava letteralmente prosciugando. Avevo lo sguardo fisso sullo schermo del Mac da ore, i grafici iniziavano a sfocarsi e la mia soglia di attenzione era scesa sotto lo zero. Quando il telefono illuminò la scrivania con il nome di Giulio, mio cognato, risposi quasi con sollievo, sperando in una scusa per staccare.

«Mike, dimmi che hai la macchina sottomano e mi puoi salvare la vita,» esordì lui, con il classico tono trafelato di chi è in ritardo sulla tabella di marcia.

«Dipende. Quanto mi costa questa salvezza?» risposi, appoggiandomi allo schienale.

«Ti offro una birra. Sono ancora incastrato in ufficio con una riunione che non finisce più. Tua sorella, lo sai, non guida e Leo è ancora a casa di questo suo compagno di classe. Dovevo andarlo a prendere io mezz'ora fa. Ci vai tu, per favore? Ti giro l'indirizzo su WhatsApp.»

«Va bene, tranquillo. Vado io. Ma più che una birra facciamo un Negroni ahah»

«Andata. Grazie, mi hai salvato la vita da tua sorella ahah»

Chiusi la chiamata e chiusi il portatile. Mi alzai e andai in bagno a darmi una sciacquata al viso. Anche se dovevo solo recuperare mio nipote di otto anni, non ero tipo da uscire in tuta e ciabatte. Mi piace curare i dettagli. Sistemai con le dita i capelli mossi, scostando un ciuffo castano scuro dalla fronte, e sistemai il pizzetto che tengo sempre rifilato con precisione. Infilai un paio di jeans neri dal taglio pulito, una t-shirt bianca e una giacca di pelle leggera. Semplice, moderno, in ordine.

Dieci minuti dopo, parcheggiavo davanti a un palazzo in un quartiere residenziale tranquillo. Controllai il nome sul citofono che mi aveva mandato Giulio e suonai.

Mentre aspettavo, la mia mente aveva già dipinto il quadro: mi aspettavo la classica madre di mezz'età, magari un po' stressata, con i capelli legati alla rinfusa e le ciabatte rumorose, stanca dopo un pomeriggio passato a badare a due bambini scalmanati.

La serratura scattò. La porta si aprì. E il mio cervello subì un improvviso, piacevolissimo cortocircuito.

Sulla soglia non c'era nessuna casalinga disperata. C'era una donna che, a occhio e croce, doveva sfiorare la cinquantina, ma che portava i suoi anni con una prepotenza fisica disarmante.

«Ciao,» disse, con una voce calda e sicura.

Rimasi un secondo di troppo in silenzio, colpito dall'impatto visivo. I suoi capelli erano lunghi, di un castano chiaro illuminato da colpi di sole dorati, e le cadevano sulle spalle in onde morbide e leggermente scompigliate. Ma la cosa che stonava, in modo ipnotico, era il viso: un trucco leggero ma perfetto, dominato da un rossetto rosso acceso, audace, che contrastava brutalmente con l'abbigliamento che indossava.

Si stava chiaramente preparando per fare sport. Indossava un paio di pantaloni della tuta neri, aderenti sui fianchi, e una felpa grigio mélange in morbido cotone, chiusa da una zip. Non era uno di quei top sportivi attillati e volgari, anzi, sembrava incredibilmente comoda. Eppure, il modo in cui quel tessuto morbido le cadeva addosso era letale. La zip era abbassata solo di qualche centimetro sotto la clavicola, ma il volume e la pienezza del suo seno tendevano la stoffa a ogni suo minimo respiro, suggerendo forme pesanti e invitanti sotto il cotone.

«Tu devi essere Michael,» continuò lei, vedendo che non spiccicavo parola. Un angolo della sua bocca, incorniciata da quel rosso perfetto, si piegò in un mezzo sorriso.

«Sì... esatto. Sono lo zio di Leo,» dissi, ritrovando miracolosamente la voce e offrendo un sorriso che speravo sembrasse disinvolto.

«Giulio mi ha mandato in spedizione di recupero perché è bloccato a lavoro.»

«Piacere, io sono Sara. Entra pure,» si fece da parte, lasciando una scia di un profumo agrumato e fresco, stranamente elegante per chi stava per andare a sudare in palestra.

Entrai nel soggiorno. Dal piano di sopra arrivavano le urla concitate di mio nipote e di suo figlio, probabilmente nel bel mezzo di una partita alla console.

«Credo che abbiano appena iniziato un'altra partita su FIFA,» disse Sara, chiudendo la porta.

«Dovrai avere pazienza per almeno cinque minuti. Vuoi un bicchiere d'acqua intanto?»

«Volentieri, grazie.»

La seguii verso l'angolo cottura. Mentre camminava davanti a me, notai che la tuta le fasciava un lato B normalissimo, proporzionato, ma era la sua postura a renderla magnetica. Camminava dritta, fiera, con la consapevolezza di una donna che conosce perfettamente il proprio corpo. Da tempo ammettevo a me stesso una verità scomoda: le ragazze della mia età, all'università o nei locali, mi sembravano spesso copie sbiadite e insicure. Le donne come Sara, invece, mi facevano letteralmente impazzire. Avevano un'aura di esperienza e mistero che non si può fingere.

Mentre mi versava l'acqua al bancone della cucina, si appoggiò con un fianco al marmo. Prese il bicchiere e me lo porse. Il passaggio di mano fu normalissimo, ma i nostri occhi si incrociarono.

Ed è lì che feci l'errore. O forse no.

Mentre abbassavo la mano con il bicchiere, il mio sguardo scivolò giù. Non riuscii a controllarmi. Indugiai una frazione di secondo di troppo sulla zip di metallo della sua felpa, su come il tessuto si tendeva morbidamente sul petto, accompagnando il ritmo del suo respiro. Fu un attimo, ma sufficiente.

Quando rialzai gli occhi, Sara mi stava guardando.

Se ne era accorta. Perfettamente.

Vidi attraversarle lo sguardo un lampo di pura consapevolezza. Un pizzico di malizia, una sottile e silenziosa gratificazione femminile che le illuminò gli occhi per un millesimo di secondo. Qualsiasi ragazza della mia età sarebbe arrossita, avrebbe balbettato o si sarebbe tirata la felpa con imbarazzo.

Sara no.

Sara mantenne il contatto visivo con una freddezza e una superiorità che mi fecero sentire improvvisamente nudo. Non fece una piega. Si limitò a incrociare le braccia sotto il seno — un movimento naturalissimo, ma che per un istante ne accentuò ancora di più la rotondità — e poi, con la massima calma, spostò il peso sull'altra gamba.

«Allora, studi o lavori, Michael?» mi chiese, con un tono così rilassato e materno da sembrare una secchiata d'acqua gelata sul mio ego di ventiquattrenne.

Mi ha appena rimesso al mio posto, pensai, mandando giù un sorso d'acqua.

«Studio,» risposi, cercando di mantenere il tono sicuro, fingendo di non essere appena stato "scoperto" «Economia. Ultimo anno.»

«Impegnativo. Mio figlio più grande fa ancora le medie, ma temo già il momento in cui dovrà scegliere l'università.»

Il messaggio era chiaro, elegante e letale: Sei un ragazzino.

Eppure, nonostante le parole, c'era qualcosa nel modo in cui mi guardava che non era totalmente indifferente. C'era un filo di tensione invisibile in quella cucina, qualcosa che vibrava sotto la superficie delle chiacchiere di circostanza.

Prima che potessi ribattere o provare ad accorciare le distanze con qualche battuta, una valanga di passi rumorosi invase le scale.

«Zio Mke!»

Mio nipote Leo irruppe in cucina, seguito dal figlio di Sara, zaino in spalla e giubbotto già mezzo infilato.

«Siamo pronti. Ho perso ai rigori, però.»

«Sarà per la prossima volta, campione,» dissi, posando il bicchiere nel lavandino. Mi voltai verso Sara, che nel frattempo aveva recuperato dal divano un borsone sportivo da palestra.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

Un tocco e l'autore lo saprà. Non serve registrarsi.
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Cap. 2

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