La guardai. Guardai la tensione nelle sue spalle, l'inclinazione vulnerabile del collo, la dignità con cui mi stava mettendo il suo cuore in mano, mascherandola con una battuta cinica. L'adrenalina dell'imprevisto si sciolse, sostituita da un senso di appartenenza così forte da togliermi il fiato.
Mi chinai lentamente verso di lei. Poggiai una mano sul bracciolo della sua sedia e l'altra sul bordo del tavolo, intrappolandola dolcemente. Avvicinai il viso al suo, finché non fu costretta a sollevare gli occhi lucidi nei miei.
«Non avevo nessuna intenzione di andarmene,» le sussurrai a un millimetro dalle labbra.
Le diedi un bacio casto, leggero, sulla fronte, poi mi raddrizzai. Ma invece di portarla subito di là, decisi che volevo prendermi tutto il tempo del mondo.
Passammo l'intero pomeriggio rintanati nel suo salotto. Fuori, il cielo sopra Milano aveva iniziato a rannuvolarsi di nuovo, tingendo l'appartamento di una luce grigia e pigra, perfetta per isolarci dal resto del mondo. Evitammo accuratamente l'idea di uscire: niente passeggiate, niente caffè al bar. Il rischio di incrociare qualcuno che conoscesse lei, o me, o peggio ancora Alessandro, era troppo alto per una giornata in cui volevamo solo fingere che là fuori non esistesse niente.
Ci sdraiammo sul grande divano a penisola. Avevamo acceso la televisione, mettendo su un vecchio film di Scorsese su Netflix, ma nessuno dei due stava davvero seguendo la trama. Sara era rannicchiata contro di me, la testa appoggiata sul mio petto, le gambe intrecciate alle mie. Le mie dita disegnavano cerchi invisibili sulla sua spalla nuda, scivolando sotto il tessuto del maglione.
Il silenzio tra noi era cambiato. Non era più l'attesa febbrile di chi sta per saltarsi addosso, ma una calma densa, quasi irreale. Parlammo per ore. Mi raccontò dei suoi primi anni di matrimonio, di come la città le sembrasse immensa quando ci si era trasferita da ragazza, e di come, impercettibilmente, le pareti di quella stessa casa le si fossero strette addosso anno dopo anno. Io le parlai dei miei dubbi sull'università, della paura di finire intrappolato in una routine aziendale che mi avrebbe prosciugato, e di come la mia chitarra fosse l'unica vera valvola di sfogo che avevo.
Ero stupito dalla naturalezza con cui riuscivamo a incastrare i nostri pensieri. Non mi sentivo un ragazzino che cercava di impressionare una donna matura, e lei non mi trattava con condiscendenza. Eravamo semplicemente Michael e Sara, due persone che si stavano scoprendo a un livello che ci terrorizzava entrambi.
Verso le sette e mezza, l'illusione della nostra bolla perfetta subì un piccolo contraccolpo.
Il mio telefono, appoggiato sul tavolino di vetro davanti al divano, vibrò insistentemente, illuminando lo schermo.
Sara, che in quel momento stava tracciando con l'indice il contorno del mio tatuaggio sul petto, si bloccò.
Guardai il display. Mamma.
Non feci una piega. Allungai il braccio, presi il telefono e accettai la chiamata, rimanendo esattamente nella stessa posizione, con l'altro braccio stretto attorno alla vita di Sara.
«Ciao, ma',» risposi, il tono tranquillo e annoiato di sempre.
Dall'altra parte, la voce di mia madre arrivò chiara, coperta dal rumore di piatti in sottofondo.
«Ciao tesoro. Senti, ma stasera torni per cena o ti considero disperso?»
A ventiquattro anni, vivere ancora a casa dei genitori era la normalità assoluta per uno studente universitario a Milano, ed essere indipendente non significava non dover avvisare per i pasti. Ma in quel preciso momento, disteso sul divano di una donna di quarantotto anni, nuda sotto un maglione di cashmere, la banalità di quella domanda creò un contrasto quasi brutale.
«No, mangio fuori. Non aspettarmi,» risposi senza esitazioni.
«Anzi, mi fermo a dormire da un amico. Ci vediamo direttamente domani in giornata.»
«Va bene. Mi raccomando, se prendi la macchina non bere troppo.»
«Sì, tranquilla. Ciao.»
Chiusi la chiamata e buttai il telefono sul cuscino accanto a me.
Quando abbassai lo sguardo, Sara mi stava fissando. Aveva un'espressione indecifrabile, a metà tra il divertito e il profondamente malinconico. Si sollevò leggermente, appoggiando il mento sul mio petto.
«Tua madre?» chiese, la voce venata di una sottile ironia.
«Sì. Voleva sapere se tornavo per cena» risposi, accarezzandole i capelli.
Sara fece un piccolo sorriso amaro, abbassando gli occhi.
«Ti rendi conto, vero, Michael?» sussurrò, passandosi una mano sul viso.
«Io potrei essere tua madre. Mentre io questa sera mi godo il fatto che i miei figli siano via per potermi scopare in pace un ragazzo fantastico... tua madre ti aspetta a casa per cena e ti raccomanda di non bere alla guida.»
La sua voce tremò impercettibilmente sull'ultima parola. Il peso dei ventiquattro anni di differenza, che fino a quel momento avevamo ignorato sotto le lenzuola o nel buio di un garage, le era appena crollato addosso, crudo e reale.
Le presi il viso tra le mani, costringendola a guardarmi.
«Ma non lo sei» le dissi, il tono duro e deciso, senza lasciare spazio a obiezioni.
«Quello che c'è qui, adesso, tra noi, non ha un cazzo a che fare con l'età. Se siamo qui, se prima di pranzo ti ho scopata sul davanzale della cucina, è perché lo abbiamo voluto e lo vogliamo entrambi.»
I suoi occhi nocciola mi scrutarono in silenzio. Cercava una debolezza, un'esitazione, ma trovò solo una determinazione assoluta. Il suo respiro si fece più irregolare. La tensione della differenza d'età, invece di dividerci, finì per alimentare un'attrazione ancora più feroce.
«Sei un arrogante presuntuoso,» mormorò, ma il suo tono si era ammorbidito.
«Sono esattamente quello che vuoi,» le risposi, sfiorandole le labbra con le mie.
Ordinammo giapponese a domicilio. Cenammo in salotto, dividendo sushi e bevendo birra fredda. La tensione era tornata a salire, goccia dopo goccia. Ogni volta che i nostri sguardi si incrociavano sopra i piatti di ceramica, c'era una tacita promessa che aleggiava nell'aria. Nessuno dei due faceva mosse affrettate. Stavamo prolungando l'attesa in modo quasi masochistico.
Quando finimmo di mangiare e sparecchiammo rapidamente, le luci della città filtravano dalle tapparelle abbassate a metà. La casa era sprofondata nel buio e in quel silenzio denso che lei aveva definito insopportabile.
Ero in piedi vicino all'isola della cucina, con in mano un bicchiere d'acqua, quando Sara si fermò a un metro da me. Aveva tolto i pantaloni della tuta, rimanendo solo con il maglione di cashmere che le scendeva a malapena a coprire l'inizio delle cosce e il perizoma nero.
Non disse una parola. Allungò la mano verso di me.
Posai il bicchiere. Presi la sua mano. Le sue dita erano fredde, le mie bollenti.
Mi guidò lungo il corridoio, superando la porta chiusa della camera dei ragazzi. La casa sembrava trattenere il fiato. Arrivammo in fondo, davanti all'ultima porta, quella padronale.
Sara abbassò la maniglia e la spinse.
Entrammo. L'interruttore vicino allo stipite accese due abat-jour dai toni caldi ai lati del letto. Mi fermai un secondo sulla soglia, scrutando l'ambiente. Era una stanza enorme, elegante e impersonale al tempo stesso. Dominata dai toni del panna e del tortora, con armadi a muro perfetti e tende di lino pesante. Al centro, imponente, c'era il letto matrimoniale. Un'isola enorme, ordinata in modo maniacale, con quattro cuscini perfettamente allineati.
Era il letto di una coppia sposata per quasi tre decenni. Si sentiva il vuoto lasciato da un uomo che non dormiva più lì, un'assenza che faceva sembrare la stanza un museo.
«Non ti senti pronto?» sussurrò Sara, intuendo i miei pensieri. Rimase a un passo da me, le braccia conserte, guardando quel letto come se fosse un nemico da sconfiggere.
«A volte, quando mi sveglio di notte, mi sembra che questo spazio mi stia inghiottendo.»
Feci un passo avanti, lasciando la sua mano e posizionandomi dietro di lei. Le sfiorai i capelli, spostandoli di lato per lasciarle scoperto il collo.
«Allora cambiamo la prospettiva,» le dissi all'orecchio.
Le mie mani scivolarono sulle sue spalle, scendendo lungo le braccia per far scivolare via l'ultimo indumento che le era rimasto. Il maglione di cashmere cadde ai nostri piedi.
Non ci fu la furia animalesca della cucina. Questa volta era un rito. Era il momento in cui io reclamavo quel territorio e scacciavo i fantasmi del suo passato.
La feci voltare lentamente. I suoi occhi erano dilatati, velati di un'emozione pura e cruda. Mi slacciai la cintura dei jeans con gesti lenti, misurati. Mi spogliai, lasciando i vestiti sparsi sul tappeto immacolato ai piedi del letto, vidi il suo sguardo percorrere il mio corpo con un misto di desiderio e reverenza.
Presi Sara per i fianchi e la spinsi delicatamente all'indietro. Le sue ginocchia toccarono il bordo del materasso, e si lasciò cadere all'indietro sulle lenzuola fresche.
