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Erotika
Questione di sguardi. · Cap. 3
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Capitolo 3 di 5 21 min di lettura

Tra le note del desiderio

Michael conduce Sara nel luogo che custodisce la sua vera essenza: musica, libri e ricordi. Quella notte, tra confessioni e silenzi, il confine tra evasione e sentimento diventa sempre più sottile.

Michael035
3 mesi fa · 656 letture · 1

I giorni successivi al nostro incontro furono un lento e inesorabile test di sopportazione.

Tornai alla mia routine, alle lezioni in università, ai caffè macchiati alle macchinette e alle pause studio in biblioteca. Ma c'era un problema: tutto mi sembrava improvvisamente sbiadito. Le ragazze della mia età, con cui fino a poco tempo prima scambiavo sguardi o battute veloci, mi apparivano quasi trasparenti, noiose. Sentivo i loro discorsi sulle dinamiche dei social, sui drammi universitari, sulle serate nei locali alla moda, e mi sembrava di ascoltare una lingua straniera.

Nella mia testa, come un disco incantato, continuava a girare l'immagine di una donna di quarantotto anni, nuda sul letto di suo figlio, che mi guardava con un misto di arroganza e fame pura.

Cercai di distrarmi tuffandomi sui libri di econometria, ma la sera, quando l'appartamento in cui vivevo si svuotava dai rumori, finivo sempre per prendere in mano la mia Fender Stratocaster. Mi sedevo sul bordo del letto, collegavo l'amplificatore e lasciavo che fossero le dita a parlare. Suonavo B.B. King, accennavo i riff viscerali di Albert King, ma soprattutto mi perdevo in Texas Flood di Stevie Ray Vaughan. Il blues era l'unica cosa che riusciva a tradurre l'urgenza e la frustrazione che mi portavo dentro. Era una musica cruda, fatta di silenzi pesanti e note tirate allo spasimo. Esattamente come mi sentivo io ogni volta che ripensavo al modo in cui Sara aveva sfiorato il pentagramma tatuato sul mio petto.

Passò un'intera settimana senza che ci sentissimo. Non un messaggio, non una chiamata. Era il nostro tacito accordo, il confine che impediva alla nostra evasione di diventare una complicazione.

Poi, arrivò il sabato pomeriggio.

Ero andato a fare un giro in un grande centro commerciale alle porte di Milano, per cercare un po' di tranquillità tra le corsie di una delle mie librerie preferite. Ero rimasto fedele al mio stile: un paio di pantaloni chino beige dal taglio pulito, una polo blu scura di un buon cotone che mi fasciava bene le spalle, e una cintura di pelle marrone elegante. Un abbigliamento semplice ma curato.

Ero appena uscito dal negozio, stringendo tra le mani il sacchetto di carta con il mio nuovo acquisto, quando la vidi.

Era ferma davanti alla vetrina di un negozio di abbigliamento sportivo.

Non c'erano luci soffuse, non c'erano calici di Pinot Nero, né seta nera a scivolarle addosso. Sara era in piena "modalità mamma". Indossava un paio di jeans dal lavaggio chiaro, sneakers bianche e un maglioncino di cotone leggero. I capelli erano raccolti in una coda morbida, sbrigativa, e il suo viso era quasi completamente struccato. Niente mascara pesante, e soprattutto, niente rossetto rosso fuoco.

Eppure, vederla così, illuminata dai neon freddi del centro commerciale, mi colpì con la stessa violenza della prima volta. Le sue labbra nude, al naturale, sembravano ancora più morbide, vulnerabili, quasi intime.

Accanto a lei c'erano Riccardo, che tirava il braccio di sua madre per entrare nel negozio, e il figlio più grande, un ragazzo sui sedici anni con l'aria annoiata di chi vorrebbe trovarsi ovunque tranne che lì.

Mi avvicinai con passo tranquillo. Fu Riccardo a notarmi per primo.

«Mamma, c'è lo zio di Leo!» esclamò il bambino, lasciando il braccio della madre.

Sara si voltò di scatto. Per un millesimo di secondo, i suoi occhi nocciola si spalancarono in un'espressione di pura sorpresa, prima di assestarsi in uno sguardo impenetrabile. Ma in quel millesimo di secondo c'era tutto: la memoria delle mie mani su di lei, il sapore della mia pelle, la stanza chiusa a chiave.

Ci fu una complicità silenziosa, un'elettricità che scoccò tra noi attraversando il rumore della folla. Nessun altro poteva vederla, ma per me era assordante.

«Ciao, campione,» risposi, battendo il cinque a Riccardo.

Poi spostai lo sguardo su di lei, sorridendo in modo composto.

«Ciao, Sara. Che combinazione.»

«Ciao, Michael,» rispose lei, con una calma impeccabile.

Passò lo sguardo sulla mia polo, registrando ogni dettaglio, per poi soffermarsi sul sacchetto della libreria.

«Pomeriggio di shopping?»

«Più che altro, una fuga per trovare qualcosa da leggere. Mi serviva staccare un po' dai manuali universitari.»

«E cos'hai comprato?» domandò, genuinamente curiosa.

Unclinò la testa di lato, un gesto che mi ricordò immediatamente la nostra cena.

Estrassi il libro dal sacchetto e glielo mostrai.

«Il Cappotto di Gogol.»

Sara corrugò appena la fronte, leggendo la copertina.

«Non credo di conoscerlo. Leggo molto, ma di solito vado sui romanzi contemporanei. La letteratura russa mi è sempre sembrata... impegnativa. Di cosa parla?»

«È più scorrevole di quanto sembri,» le spiegai, infilando le mani in tasca per evitare la tentazione di sfiorarla.

«È la storia di Akakij, un impiegato di San Pietroburgo incredibilmente povero e insignificante. Passa la vita a essere ignorato e deriso da tutti, finché un giorno non decide di sacrificare ogni singolo centesimo per farsi cucire un cappotto nuovo, su misura, costosissimo e bellissimo.»

Sara mi ascoltava in silenzio. Il figlio più grande continuava a guardare il telefono e, come sempre, non stava prestando attenzione.

«E poi?» chiese lei.

«Poi il cappotto cambia tutto. Per un giorno, la società inizia a rispettarlo. I colleghi lo invitano a cena, la gente lo guarda con ammirazione. Sembra che quel pezzo di stoffa gli abbia comprato la dignità. Ma la stessa notte, mentre torna a casa, viene rapinato e glielo rubano. E così l'impiegato muore, un po' per il freddo e un po' per la disperazione, tornando a essere invisibile.»

Feci una piccola pausa, sostenendo il suo sguardo.

«È un libro bellissimo. Quindi parla di come la società sia indifferente verso chi non ha nulla, giusto?»

«Si, esatto, alienazione burocratica» Risposi.

Quando finii di parlare, ci fu un momento di silenzio. Sara mi guardava con un'espressione nuova, un misto di stupore e profondo rispetto. Potevo leggere nei suoi occhi che aveva appena aggiunto un altro tassello al puzzle che ero per lei. L'idea di un ragazzo di ventiquattro anni, curato, che al sabato pomeriggio non era rintanato in un bar a sbronzarsi ma comprava letteratura russa per puro piacere personale, la stava affascinando in un modo del tutto slegato dalla sola attrazione fisica.

Poi, con un guizzo di genialità materna e sadica ironia, Sara si voltò verso il figlio più grande.

«E tu prendi appunti,» gli disse, con un tono severo ma velato di sarcasmo.

Il ragazzo la guardò, perplesso.

«Cosa c'entro io adesso?»

«C'entri, perché invece di stare tutto il giorno rintanato in camera tua, incollato a quella PlayStation a rincoglionirti di partite online, dovresti prendere spunto da ragazzi come Michael. Che studia, si veste bene e ha perfino argomenti di conversazione intelligenti.»

A quella parola — PlayStation — il mio cervello subì un cortocircuito.

Abbassai lo sguardo per una frazione di secondo, mordendomi l'interno della guancia per impedire al mio viso di tradirmi. La scatola vuota dietro lo schermo del computer. I preservativi nascosti. Il letto cigolante in quella maledetta stanza.

Quando rialzai gli occhi, incrociai quelli di Sara. Lei manteneva un'espressione severa verso il figlio, ma i suoi occhi nocciola brillavano di una luce diabolica. Aveva usato quella frase di proposito. Sapeva perfettamente che significato avesse per me la parola PlayStation, ma la stava usando con una freddezza e una faccia tosta tali da farmi impazzire.

«Mamma, che palle,» sbuffò il ragazzo, rimettendosi le cuffiette nelle orecchie e tornando a fissare lo schermo del cellulare.

Una scossa di pura adrenalina mi percorse la spina dorsale.

«Beh, io vi lascio ai vostri acquisti sportivi,» dissi, schiarendomi la voce per dissimulare il sorriso che premeva contro le mie labbra. Rimisi il libro nel sacchetto.

«È stato un piacere rivedervi. Ciao Riccardo.»

«Ciao Michael!»

«Buona lettura, allora,» mormorò Sara.

Il suo tono era tornato educato, distante, perfetto per le orecchie dei suoi figli. Ma quando i nostri sguardi si incrociarono un'ultima volta prima di voltarci le spalle, mi lanciò un messaggio fin troppo chiaro.

Non avevamo bisogno di scriverci. Non avevamo bisogno di chiederci niente.

Il secondo round non era una possibilità. Era una certezza. E stava per arrivare molto prima di quanto pensassi.

Mercoledì sera. Fuori pioveva, una di quelle piogge milanesi sottili e insistenti che ti fanno passare la voglia di uscire. Ero sdraiato sul letto, con il portatile appoggiato sulle ginocchia, a rileggere per la terza volta gli stessi appunti di statistica.

Lo schermo del telefono si illuminò sul comodino.

Allungai la mano distrattamente, ma quando lessi il nome sul display, sentii un tonfo sordo alla bocca dello stomaco.

Sara:"Ho sequestrato la scatola della PlayStation. Giusto per assicurarmi che non contenga altre sorprese."

Sorrisi, un sorriso lento e istintivo nel buio della mia stanza. Posai il portatile e presi il telefono con entrambe le mani.

«Saggia decisione. L'imprudenza dei giovani d'oggi è una piaga sociale.»

Sara:"Non me ne parlare. Anche se devo ammettere che a volte... l'imprudenza ha i suoi vantaggi."

Iniziò così. Pensavo che ci saremmo scambiati due battute taglienti per poi arrivare subito al punto, per fissare un altro incontro clandestino basato solo su quell'urgenza carnale che ci aveva travolti. E invece, senza rendercene conto, facemmo un errore madornale. Iniziammo a parlare davvero.

Nei due giorni successivi, la nostra chat divenne un filo invisibile e costante che ci teneva legati. Mi scrisse che il suo ex marito avrebbe preso i ragazzi per tutto il fine settimana.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

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