Sara:"Li porta in gita in Trentino. Partono venerdì pomeriggio e tornano domenica sera. È un padre molto presente, su questo non posso dirgli assolutamente nulla. I ragazzi lo adorano."
«E come marito?»
Fu una domanda azzardata, lo sapevo. Stavo superando il confine del "puro svago". Ma la risposta tardò qualche minuto, e quando arrivò, capii che anche lei aveva abbassato le difese.
Sara:"Come marito era diventato un coinquilino."
Parlammo per ore. Io, con i miei ventiquattro anni, le raccontai delle pressioni dell'università, del fatto che mi sentissi spesso fuori sincrono rispetto ai miei coetanei, del mio bisogno di ritagliarmi spazi di solitudine. Lei mi parlò di come avesse dovuto ricostruire la sua identità pezzo per pezzo, di come a quarantotto anni la società si aspetti che tu sia una madre rassicurante e nulla più, e di quanto fosse frustrante dover nascondere la propria parte più viva e selvaggia.
Senza dircelo esplicitamente, stavamo scivolando in un territorio pericoloso. La complicità mentale stava facendo da amplificatore a un desiderio fisico che era già di per sé fuori scala. Continuavo a desiderarla disperatamente, ma ora non volevo solo spogliarla: volevo ascoltarla. E per un rapporto che doveva essere solo evasione, questo era l'errore più bello e letale che potessimo commettere. Il rischio che quell'attrazione si trasformasse in qualcosa di impossibile da gestire alla luce del sole stava diventando concreta.
Giovedì sera, la conversazione si fermò. Sara era online, ma non scriveva. Aveva steso le sue carte: il weekend era libero, la casa era vuota. Ora toccava a me. Era una donna, non una ragazzina, e pretendeva che fossi io a prendere in mano la situazione.
Non la delusi.
«Domani sera tieniti libera. Passo a prenderti alle 21:00.»
Sara:"Agli ordini. Qual è il dress code?"
«Niente tacchi a spillo stasera. Mettiti comoda. Ti porto nel mio mondo.»
Venerdì sera, spaccando il minuto, accostai la macchina davanti al suo portone. L'aria era fresca dopo la pioggia dei giorni precedenti.
La vidi uscire dal palazzo e, ancora una volta, mi lasciò senza fiato, ma in un modo completamente diverso. Niente seta, niente abiti formali. Indossava un paio di jeans neri aderenti che le fasciavano le gambe alla perfezione, stivaletti bassi e una giacca leggera marroncina sopra una maglietta bianca con uno scollo a V. I capelli erano sciolti, leggermente mossi, e il trucco era marcato solo sugli occhi, con un po' di matita scura. Sulle labbra, stavolta, aveva solo un gloss trasparente che le rendeva carnose e morbide.
Aprì la portiera e salì, portando con sé la sua solita fragranza agrumata.
«Ciao,» disse, chiudendo lo sportello e girandosi verso di me.
Il modo in cui mi guardò cambiò l'atmosfera nell'abitacolo in un secondo. Dopo giorni passati a scriverci e a denudarci mentalmente, ritrovarci fisicamente nello stesso spazio chiuso fu un impatto devastante. L'aria divenne improvvisamente troppo densa. Non eravamo più due sconosciuti attratti l'uno dall'altra; eravamo Michael e Sara.
«Sei bellissima,» mi uscì dalla bocca, senza filtri. Non era una frase fatta per portarmela a letto, era un dato di fatto oggettivo che il mio cervello sentì il bisogno di comunicare.
Sara sorrise, un sorriso che le arrivò fino agli occhi, ammorbidendo la sua espressione sicura di sé.
«Anche tu, non sei male, per essere uno che mi ha fatto aspettare fino a giovedì sera per invitarmi a uscire.»
«Dovevo preparare il terreno,» ribattei, ingranando la prima e immettendomi nel traffico serale.
«E sentiamo, dove mi porti?» chiese, appoggiando la testa al sedile e guardandomi guidare.
«Non ti piace casa mia stasera? Anche se ho i preservativi nuovi, ci tengo a precisarlo.»
Risi, sentendo una fitta all'inguine solo a immaginarla di nuovo sopra di me.
«No, non andiamo da te. L'ultima volta mi hai mostrato come sei quando hai il controllo della situazione in casa tua. Stasera giochiamo in trasferta.»
«Mh. Misterioso. Mi piace,» sussurrò lei. Allungò una mano e, con una naturalezza disarmante, la appoggiò sulla mia coscia destra. Non la strinse, non fece nulla di esplicito; lasciò semplicemente le sue dita lì, calde attraverso il tessuto dei jeans, vicino al mio ginocchio, mentre io cambiavo marcia. Quel contatto bastò a farmi salire il sangue alla testa. Il desiderio bruciava sotto pelle, ma questa volta c'era una strana e bellissima calma in quel fuoco. Sapevamo entrambi come sarebbe andata a finire.
Guidai per circa dieci minuti. Mi accostai davanti a una serranda di un garage, quello di mio padre che è diventato praticamente il mio rifugio musicale.
Sara guardò fuori dal finestrino, poi si voltò verso di me con un sopracciglio sollevato, divertita e vagamente perplessa.
«Un garage?,» commentò, incrociando le braccia al petto.
«Dimmi, Michael, è qui che porti le tue conquiste per farle a pezzi e nasconderne i resti, o devo aspettarmi un giro su una moto d'epoca?»
Sorrisi, tirando il freno a mano.
«Figa, mi sa che guardi un po' troppi film tu» scoppiammo a ridere
«Comunque no... molto meglio di una moto d'epoca,» risposi, estraendo dal giubbotto un mazzo di chiavi.
«Seguimi. E preparati, perché stai per entrare nel mio vero rifugio.»
Non alzai la serranda metallica. La aggirai, guidando Sara verso una massiccia porta di ferro sul retro, mezza nascosta dall'ombra del cortile. Infilai la chiave nella serratura, che scattò con un rumore sordo e metallico, e spinsi la porta.
«Benvenuta a casa,» mormorai, facendola passare.
Appena entrammo, premetti l'interruttore sul muro. Non ci fu nessuna luce fredda da neon a invadere lo spazio, ma un bagliore caldo, color ambra, emanato da una serie di lampade a terra e vecchie lampadine a bulbo Edison con il filamento a vista.
Sara fece un paio di passi avanti e si bloccò, guardandosi attorno in silenzio. Il respiro le si mozzò per una frazione di secondo.
Non era un semplice garage, era un santuario. L'odore era inconfondibile: carta vecchia, legno stagionato, tabacco dolce e un sentore lontano di cera per strumenti. Al centro della stanza c'era un divano Chesterfield in pelle marrone, consumato dal tempo, con davanti un baule da viaggio trasformato in tavolino. Su un lato, illuminate come opere d'arte, riposavano le mie quattro chitarre sui loro stand, e accanto a loro, imponente e lucidissimo, il sax baritono in ottone di mio padre. Il pezzo più pregiato in assoluto. Un Mark VI. Mio padre lo usava per suonare con il suo piccolo gruppo fino a una decina di anni fa. Girando per l'italia.
Ma fu la parete di destra a catturare l'attenzione di Sara. Non c'era nessuna libreria. Centinaia di libri erano accatastati direttamente sul pavimento, formando torri irregolari e precarie che salivano verso il soffitto, un disordine calcolato di classici, saggi, romanzi e manuali di musica molto vecchi, ingialliti. Volumi mai letti, a parte qualche eccezione. Messi li solo per decorazione. Nell'angolo opposto, su un mobiletto in legno massello, troneggiava il giradischi vintage di mio padre circondato da pile di vinili, dominati dalle copertine di B.B. King. E a vegliare su tutto, appesi alle pareti di mattoni grezzi, c'erano due quadri in bianco e nero: uno ritraeva proprio B.B. King con la sua "Lucille", ( l'idolo di mio padre ) l'altro Stevie Ray Vaughan immerso nel fumo del palcoscenico. ( questo invece era il mio idolo, ma amavo entrambi )
«Michael...» sussurrò Sara, sfilandosi lentamente la giacca. Si voltò verso di me, gli occhi nocciola spalancati e lucidi nel riverbero ambrato.
«È... bellissimo.»
«È l'unico posto in cui non devo fingere di essere niente di diverso da ciò che sono,» risposi, prendendole la giacca dalle mani per appoggiarla su una sedia.
Mi avvicinai al tavolino accanto al giradischi, dove tenevo una bottiglia di Lagavulin e due bicchieri di cristallo basso, affiancati da un humidor in cedro per i sigari. Versai due dita di whisky puro per entrambi. Le porsi il bicchiere. Lei lo prese, sfiorandomi le dita, e bevve un piccolo sorso, socchiudendo gli occhi mentre il calore torbato le scendeva in gola.
«Mio dio... è fortissimo»
«Ti avevo fatto una promessa,» le dissi, posando il mio bicchiere intatto.
Andai verso l'angolo degli strumenti. Presi la mia Fender Stratocaster, quella con il manico in acero e il corpo graffiato dagli anni. Dallo stand del microfono staccai un cappello a tesa larga, nero, stile bolero, e me lo calcai in testa, abbassandolo leggermente sugli occhi in omaggio assoluto a Stevie. Collegai il jack all'amplificatore e feci partire una base ritmica, lenta e soffusa, dal computer nascosto dietro le casse.
«Siediti,» le dissi dolcemente.
Sara ubbidì, sprofondando nella pelle scura del divanetto vintage. Accavallò le gambe, il tessuto aderente dei jeans che si tese sulle sue cosce, e appoggiò il mento su una mano, fissandomi con un'attenzione assoluta.
Chiusi gli occhi per un istante, sintonizzandomi con il ritmo lento della batteria, poi feci scivolare le dita sulle corde.
Lenny.
Non era un pezzo per mettersi in mostra. Era una dichiarazione. La melodia nacque dolcissima, eterea. Usai la leva del vibrato per far letteralmente piangere gli accordi, creando quel suono liquido, cristallino e incredibilmente malinconico che Vaughan aveva scritto per sua moglie. Era una canzone che non aggrediva, ma accarezzava. Ogni bending, ogni nota scivolata era un sospiro.
Mentre suonavo, alzai lo sguardo da sotto la tesa del cappello e lo incatenai al suo. Sara era ipnotizzata. Vedevo il suo petto alzarsi e abbassarsi a un ritmo diverso, il gloss sulle sue labbra brillare nella penombra. Non era più la donna dominatrice e sarcastica di pochi giorni prima; era nuda, vulnerabile di fronte a quella melodia che le stava toccando corde che probabilmente nessuno sfiorava da anni. Quando l'ultima nota lunga sfumò nel silenzio del riverbero, sentii l'aria tra noi vibrare.
