Il tragitto dal garage a casa sua fu avvolto in un silenzio irreale, spezzato solo dal fruscio metodico dei tergicristalli che spazzavano via la pioggia sottile dal parabrezza. L'abitacolo della mia auto era saturo degli odori di quella serata: il malto torbato del Lagavulin, il profumo denso, inequivocabile, del sesso che ci aveva appena travolti.
Sara teneva la testa appoggiata al finestrino, guardando le luci arancioni dei lampioni di Milano scivolare via. Aveva un'espressione distesa, quasi pacificata, un contrasto netto con la donna famelica che mi aveva spinto al limite poco prima. Quando accostai davanti al suo portone, spensi il motore e mi voltai a guardarla, aspettandomi il solito congedo rapido, quello di chi deve tornare alla propria vita chiudendo il capitolo fuori dalla porta.
Invece, non scese subito. Si voltò verso di me, sfilandosi una ciocca di capelli dal viso.
«I ragazzi sono via fino a domani sera,» disse, la voce ancora leggermente roca. I suoi occhi nocciola mi scrutarono con una calma che nascondeva un invito precisissimo.
«Domani a pranzo. Cucinare è una delle poche cose che mi rilassa davvero, e non ho voglia di farlo solo per me.»
Non era una proposta per un altro giro clandestino al buio. Era un invito alla luce del sole. Era il rischio di guardarci in faccia di giorno, senza l'alibi dell'alcol o della notte.
«A che ora?» risposi semplicemente.
Sara sorrise, un sorriso piccolo ma che le illuminò il viso.
«All'una. Non fare tardi.»
Si slacciò la cintura e si sporse verso di me, dandomi un semplicissimo bacio a stampo. Poi si staccò leggermente.
«Allora, a domani»
«A domani, ore tredici. Ricevuto»
Quella sera passai gran parte della notte pensando a lei, all'atmosfera che si era creata quella sera in quel garage e a come le cose stessero cambiando in modo pericoloso.
Il giorno dopo, quando suonai il campanello del suo appartamento, l'impatto fu totalmente diverso rispetto alla nostra prima volta. Nessuna fretta, nessuna giacca strappata in corridoio, nessuna porta chiusa a chiave con il fiato corto.
Sara mi aprì con un'espressione tranquilla, rilassata. Indossava un paio di pantaloni di tuta grigi, morbidi e aderenti al punto giusto, e una maglietta nera, leggermente attillata, che scolpiva bene le sue forme.
Era scalza. Niente trucco, i capelli raccolti in una coda disordinata da cui sfuggiva qualche ciocca ribelle. Eppure, in quella sua versione casalinga e diurna, mi sembrò ancora più devastante che con i tacchi e la seta nera.
«Puntuale,» commentò, facendosi da parte per farmi entrare.
«Odio chi fa aspettare,» risposi, chiudendomi la porta alle spalle.
L'appartamento, inondato dalla luce fredda ma limpida del sabato milanese, aveva un aspetto completamente diverso. Il grande salone era ordinato, caldo. Dalla cucina a vista arrivava un profumo inebriante di aglio, olio sfrigolante e pomodorini freschi. Non c'era musica in sottofondo questa volta, la casa era avvolta nel silenzio. Si sentiva solo il profumo e il rumore delle pentole in cucina.
Mi tolsi la giacca, rimanendo con i miei jeans scuri e una semplice maglietta a maniche corte aderente, e la seguii in cucina. La tavola era già apparecchiata per due, con tovaglioli di lino e un paio di calici.
Era tutto così maledettamente normale. Stavo camminando sul filo del rasoio: il confine tra la pura evasione e la quotidianità domestica si stava sgretolando sotto i miei piedi, e la cosa peggiore era che non mi dispiaceva affatto.
Mi appoggiai allo stipite della porta, incrociando le braccia, e rimasi a guardarla. Sara si muoveva tra i fornelli con una sicurezza ipnotica. Prese una bottiglia di Ribolla Gialla dal frigo, versò due calici e me ne porse uno, senza dire una parola. Le nostre dita si sfiorarono sul gambo del bicchiere. Nessuna scintilla aggressiva, solo un calore complice e silenzioso.
Bevvi un sorso, gustando il sapore fresco e minerale del vino, mentre lei tornava a controllare la padella con il sugo. Sul fuoco accanto, una grande pentola d'acqua aveva appena iniziato a bollire con rabbia, sollevando nuvole di vapore che le inumidivano i capelli vicino alla nuca.
Sara prese un pacco di paccheri artigianali e li versò nell'acqua bollente. Diede una mescolata con il cucchiaio di legno, poi prese il suo telefono dal bancone dell'isola e impostò il timer.
«Tredici minuti,» mormorò, più a se stessa che a me.
Posò il cucchiaio e si allontanò dai fornelli. Fece un paio di passi e si appoggiò con la pancia contro il bordo di marmo freddo del lavandino, davanti alla grande finestra che dava sui tetti del quartiere. Sospirò piano, incrociando le caviglie nude l'una sull'altra, godendosi per un istante il tepore della cucina e la vista della città.
Il silenzio in quella stanza era denso, pesante, carico di un'elettricità diversa da quella del garage. Era un'attesa dilatata. La guardai di schiena: la linea morbida del collo scoperta, la curva dei fianchi segnata dal tessuto leggero dei pantaloni. Sentii un calore prepotente irradiarsi dal basso ventre e risalirmi lungo il petto. Il cuore accelerò i battiti, pompando un mix di possesso e puro desiderio.
Posai il calice sul tavolo, senza fare rumore.
Accorciai la distanza che ci separava in tre passi lenti. Mi fermai dietro di lei. Potevo sentire il calore del suo corpo emanare attraverso la maglietta.
Le passai entrambe le braccia attorno alla vita e mi incollai alla sua schiena. Sara non sussultò; si limitò a piegare la testa all'indietro, appoggiandola contro la mia spalla con naturalezza disarmante, rilasciando un respiro tremante.
Il mio viso era affondato nell'incavo del suo collo, inspirando l'odore del suo bagnoschiuma mescolato a quello del basilico e della sua pelle calda. Feci scivolare lentamente le mani verso il basso, accarezzandole il ventre piatto sopra il tessuto, per poi scendere lungo i fianchi. Afferrai i suoi glutei, stringendoli con decisione, sentendo la sua morbidezza riempirmi i palmi.
Sara spinse il bacino all'indietro, premendo la sua intimità esattamente contro l'erezione dura che premeva già contro la cerniera dei miei jeans. Un gemito basso le morì in gola.
Avvicinai le labbra al suo orecchio. Sentivo il vapore della pentola mescolarsi al nostro respiro.
«Ce la fai a svuotarmi in tredici minuti?» le sussurrai, la voce roca, graffiata dal desiderio.
Sara non smise di guardare fuori dalla finestra. Un sorriso lento, incredibilmente malizioso, le incurvò le labbra. Girò appena il viso verso di me, quel tanto che bastava per far sfiorare le nostre bocche, e con il suo solito e letale sarcasmo mi rispose in un soffio.
«Anche più di una volta.»
Quella risposta fu la scintilla che fece saltare definitivamente in aria il deposito di polvere da sparo.
Non le diedi nemmeno il tempo di voltarsi. Le afferrai i fianchi con forza, facendola girare di scatto, e la spinsi con la schiena contro il bordo del lavandino. Il marmo freddo contrastò con il calore dei nostri corpi. Sara emise un piccolo sospiro sorpreso, ma non fece un passo indietro. Anzi, piantò le mani sul davanzale dietro di sé, inarcando la schiena e offrendosi al mio sguardo.
Feci scivolare le mani sotto l'orlo della sua maglietta. La sua pelle era bollente, un contrasto netto con l'aria fresca che entrava dalla fessura della finestra. Gliela sfilai dalla testa in un unico movimento fluido, gettandola senza curarmene su una sedia vicina. Sotto, non indossava il reggiseno. I suoi seni, pieni e perfetti, si sollevavano al ritmo del suo respiro accelerato, i capezzoli già tesi e scuri.
Fu in quel momento che incrociai il suo sguardo. E mi bloccai per una frazione di secondo.
