Non c'era più l'ombra della donna arrogante e predatrice della nostra prima notte. Non c'era nemmeno la malizia giocosa di pochi minuti prima. I suoi occhi nocciola erano dilatati, scuri, quasi liquidi, e mi guardavano con una vulnerabilità che mi disarmò. C'era un bisogno disperato in quelle iridi, una connessione silenziosa che andava ben oltre la semplice urgenza fisica. Stava crollando ogni barriera. Non mi stava guardando come uno svago per sfuggire alla noia del divorzio; mi stava guardando come l'unica cosa di cui avesse fottutamente bisogno in quel momento.
Le presi il viso tra le mani, i pollici che le accarezzavano gli zigomi, e la baciai. Un bacio profondo, carnale, che sapeva di Ribolla Gialla e di desiderio trattenuto. Lei rispose aprendo la bocca, la sua lingua che cercava la mia con una fame disperata, le sue mani che scivolavano tra i miei capelli per tirarmi ancora più vicino.
Senza interrompere il bacio, le afferrai le cosce e la sollevai. Sara capì immediatamente al volo: si diede una piccola spinta e si sedette sul davanzale di marmo, proprio accanto al lavandino. Infilai le dita nell'elastico dei suoi pantaloni della tuta, agganciando anche il tessuto sottile degli slip, e tirai tutto giù con un colpo secco, sfilandole i pantaloni lungo le gambe fino a farli cadere sul pavimento della cucina.
Ora era completamente nuda davanti a me, le gambe divaricate, esposta alla luce cruda e chiara del sabato mattina.
Mi inginocchiai sul pavimento freddo, posizionandomi tra le sue cosce aperte. Il profumo del sugo sui fornelli e il vapore dell'acqua che bolliva a pochi passi da noi si mescolarono all'odore intenso, dolce e pungente della sua intimità. Era già fradicia.
Quando appoggiai le labbra su di lei, Sara sussultò violentemente, la nuca che andò a sbattere leggermente contro il vetro della finestra. Allungò leggermente il braccio per chiudere la veneziana. Iniziai a lavorarla con la lingua. Prima lentamente, assaporandola, tracciando i contorni del suo sesso con precisione, poi in modo sempre più insistente.
Le sue mani scesero a stringermi le spalle, le unghie che mi graffiavano attraverso la maglietta.
«Cristo, Michael... cosi» ansimò, la voce che tremava in un modo che non le avevo mai sentito prima. I suoi fianchi si muovevano contro la mia bocca, assecondando ogni mio movimento, cercando un attrito maggiore. Tremava. Tutta la sua muscolatura era in tensione, percorsa da scosse incontrollabili.
Mentre la mia lingua affondava e scivolava su di lei, mi resi conto di una verità che mi colpì come un pugno allo stomaco: era troppo eccitata. La reazione del suo corpo, l'abbandono totale, i suoni spezzati che le uscivano dalla gola... non era roba da scappatella clandestina. Nessuna donna si affida in questo modo, con questa intensità viscerale, a qualcuno che considera solo un passatempo. E il problema, il vero, fottuto problema, era che io provavo esattamente la stessa cosa.
Mi alzai di scatto. I miei polmoni bruciavano d'aria e di desiderio. Non volevo solo farla godere, avevo bisogno di sentirla intorno a me.
Mi sbottonai i jeans con mani febbrili, abbassando la cerniera e liberando il mio sesso rigido. Feci un passo avanti, incastrandomi perfettamente tra le sue gambe aperte. Sara mi prese per i fianchi, tirandomi verso di sé. Non ci fu bisogno di prepararla ulteriormente.
La guardai negli occhi, le afferrai i glutei per tenerla ferma contro il marmo, e mi spinsi dentro di lei con un'unica, profonda botta decisa.
«Ah! Sii!» gridò lei, inarcando la schiena. La sua figa mi accolse come una morsa bollente e strettissima.
Iniziai a muovermi. Non c'era dolcezza ora. C'era un ritmo duro, implacabile. Ogni volta che i nostri corpi sbattevano l'uno contro l'altro, il suono della carne riecheggiava nella cucina, coprendo quasi il rumore dell'acqua che ribolliva nella pentola.
Le mie spinte erano lunghe, andavano a cercare il fondo, e ogni volta Sara rispondeva stringendomi le braccia intorno al collo e baciandomi con una violenza affamata. Ci divoravamo a vicenda. Le nostre lingue si scontravano, i denti si sfioravano. Era un sesso disperato, sporco, meraviglioso.
«Sì... così, amore, così...» sussurrò lei contro le mie labbra, e quella parola — amore — sfuggita forse per caso dal suo inconscio, mi fece esplodere il cervello, facendomi spingere ancora più forte.
Poi, come una secchiata di ghiaccio, un suono acuto e fastidioso squarciò l'aria.
Il telefono di Sara, appoggiato sull'isola della cucina a un paio di metri da noi, iniziò a vibrare e suonare insistentemente.
Il corpo di Sara si irrigidì sotto le mie mani. Smise di baciarmi, staccando le labbra dalle mie, il respiro spezzato. Il display del telefono si era illuminato, e persino da lì riuscii a leggere il nome a caratteri cubitali.
Alessandro. Il suo ex marito.
«Cazzo,» sibilò Sara, gli occhi spalancati dal panico.
«È Alessandro. È con i ragazzi in Trentino... se mi chiama a quest'ora potrebbe essere successo qualcosa. Devo rispondere.»
Fece per scivolare giù dal davanzale, ma io strinsi la presa sui suoi fianchi, bloccandola sul posto. Non mi mossi di un millimetro. Ero ancora completamente sepolto dentro di lei, pulsante e duro come la roccia.
I nostri sguardi si incrociarono. Lei capì immediatamente le mie intenzioni.
«Michael, sei pazzo...» sussurrò, con un misto di terrore e di un'eccitazione improvvisa e perversa.
Mi sporsi fino a prendere il suo telefono e glielo porsi.
«Rispondi,» le dissi, a voce bassissima.
«Dai, riprendiamo dopo» ansimò lei.
«Farò il bravo, promesso. Rispondi tranquillamente, sarà solo una chiamata di cortesia, fidati.»
Il telefono continuava a squillare. Sara afferrò lo smartphone e fece scorrere il dito sul display. Si portò l'apparecchio all'orecchio, schiarendosi la gola, cercando di riprendere fiato.
«Pronto? Alessandro? Tutto bene?» La sua voce era leggermente più acuta del normale, ma stranamente controllata.
Dall'altro lato della linea, una voce maschile, profonda e rilassata, rispose. Non capivo le parole esatte, ma il tono era pacato. Nessuna emergenza medica. Solo una telefonata da padre separato.
Appena capii che la situazione era tranquilla, feci la mia mossa.
Senza staccare gli occhi dai suoi, arretrai i fianchi di pochi centimetri, sfilandomi quasi del tutto dalla sua morsa bollente. Sara sgranò gli occhi, trattenendo il fiato. Poi, lentamente, inesorabilmente, mi spinsi di nuovo in fondo, affondando in lei con una lentezza estenuante e profonda.
«...sì, sì, tutto bene. Ero... ero in cucina, stavo buttando la pasta,» riuscì a dire Sara al telefono, chiudendo gli occhi con forza. Le sue unghie si conficcarono nel marmo ai lati delle sue cosce per non aggrapparsi a me.
Ritrassi di nuovo i fianchi, e mi spinsi dentro un'altra volta. Lento. Deliberato. Pieno.
Un micro-gemito, poco più di un respiro strozzato, le sfuggì dalle labbra chiuse.
«Mh-mhm...» mormorò al telefono, mascherandolo come un suono di assenso a qualcosa che l'ex marito le stava dicendo.
Ero ipnotizzato. Vederla lì, nuda sul davanzale della sua cucina, inondata dalla luce del giorno, mentre cercava di parlare civilmente con l'uomo con cui aveva condiviso ventisei anni di vita, avendo dentro di sé un ventiquattrenne che la stava scopando a rallentatore... era lo spettacolo più erotico a cui avessi mai assistito.
«Sì, d'accordo... salutameli tanto. Divertitevi,» disse lei, la voce ora incrinata, la fronte imperlata di sudore.
Continuai a muovermi dentro di lei, ruotando leggermente il bacino, sfregando di proposito contro il suo punto più sensibile. Il petto di Sara si alzava e si abbassava freneticamente. La sua mano libera si aggrappò ai miei capelli, stringendoli in un pugno disperato.
