«A-anche a te... ciao.»
Non appena chiuse la chiamata e lanciò il telefono sul bancone, il timer della pasta iniziò a suonare, stridulo e meccanico, segnando la fine dei tredici minuti.
Ma a nessuno dei due importava più nulla del pranzo.
Sara mi guardò, gli occhi infuocati e il viso stravolto dal piacere negato e dalla tensione.
«Sei veramente uno stronzo bastardo, sai?» sibilò, prima di afferrarmi il viso con entrambe le mani e stamparmi le labbra sulle sue, mentre mi stringeva le cosce attorno ai fianchi, esigendo che riprendessi esattamente da dove ci eravamo interrotti.
Sara si liberò dalla mia presa con un movimento fluido. Si allungò per spegnere il fornello e, prima che potessi reagire, si inginocchiò sul pavimento duro della cucina. I suoi occhi mi fissarono, un sorriso malizioso e spudorato dipinto sul viso. Prese il mio cazzo, che batteva violentemente contro la pancia, con entrambe le mani.
«Dobbiamo sbrigarci» sussurrò, e poi mi inghiottì.
La sensazione fu devastante. La sua lingua calda avvolse la testa, mentre le sue labbra scivolarono lungo l'asta, creando di nuovo quel vuoto perfetto. Le sue mani lavoravano in sincrono, segando la base mentre la bocca si prendeva cura del resto. La sua testa si muoveva avanti e indietro, spingendomi fino in gola, ignorando il riflesso di vomito, completamente concentrata nel farmi esplodere.
Non riuscii a trattenermi. Il piacere mi colpì come un pugno allo stomaco.
«Sara... cazzo! Che troia che sei»
Lei non si tirò indietro. Anzi, affondò, prendendomi tutto mentre la mia sborra le inondava la bocca. Sentii i suoi muscoli della gola contrarsi mentre ingoiava, non perdendo una goccia, le guance gonfie che si ritraevano ad ogni ondata che le sparava dentro. Continuò a succhiare dolcemente mentre mi svuotavo, prolungando l'orgasmo fino a quando non ebbi più nulla da darle.
Quando si tirò indietro, si pulì le labbra con un dito, leccandolo con noncuranza, come se fosse stato il condimento per il pranzo. Mi guardò dall'alto in basso, i suoi occhi lucidi e soddisfatti.
«Non fai più lo spavaldo?» disse ridendo, la voce roca.
La aiutai ad alzarsi. Mentre mi sistemavo i pantaloni e lei raddrizzava la tunica, rimasi a guardarla. C'era qualcosa nel modo in cui si era appena comportata, una disinibizione totale, una voglia di vivere che la faceva sembrare più giovane di me, eppure le rughe sottili attorno ai suoi occhi mi riportavano alla realtà. Eravamo due mondi che non avrebbero dovuto collidere. Lei, una donna matura che poteva essere quasi mia madre, e io, un ragazzo con ancora tutta la vita davanti. Ma mentre l'acqua continuava a bollire rumorosamente nel lavandino, riempiendo la cucina di vapore, realizzai che questo non era più solo un gioco. Quello che avevamo appena fatto, l'intensità del suo sguardo, il modo in cui aveva preso il mio piacere come suo, stava diventando qualcosa di molto più pericoloso e profondo di quanto avessimo pianificato.
Si chinò a raccogliere i pantaloni della tuta dal pavimento, infilandoseli con una lentezza quasi pigra, per poi recuperare il maglietta dalla sedia.
Scolammo i paccheri in un silenzio carico di un'elettricità nuova, densa. Non era più la tensione nervosa del desiderio inappagato, ma il ronzio profondo e costante di una complicità che aveva appena superato ogni limite logico.
Ci sedemmo al tavolo dell'isola. Riempii di nuovo i calici con la Ribolla Gialla ormai perfettamente fredda.
Il sugo era delizioso, ma credo che in quel momento avremmo potuto mangiare cartone e ci sarebbe sembrato squisito. Mangiavamo lentamente, sfiorandoci le ginocchia sotto il tavolo. La luce cruda e chiara del pomeriggio milanese inondava la cucina, illuminando il viso di Sara. Senza trucco, con i capelli scompigliati e le labbra ancora gonfie per i baci, era di una bellezza disarmante. Guardandola arrotolare distrattamente la pasta sulla forchetta, mi resi conto di quanto tutto il resto della mia vita mi sembrasse improvvisamente scialbo. Ero fottuto. E ne ero perfettamente consapevole.
«Sei un sadico manipolatore, lo sai?» ruppe il silenzio lei, ma il suo tono non aveva nulla di accusatorio. Anzi, c'era un velo di ammirazione scura nella sua voce. Prese il calice, facendolo roteare.
«Avrebbe potuto capire tutto dalla mia voce.»
«Ma non l'ha fatto,» risposi, sostenendo il suo sguardo mentre appoggiavo i gomiti sul tavolo.
«E tu non volevi che io mi fermassi. Se avessi voluto, mi avresti spinto via. Invece ti sei tenuta al marmo per non saltarmi addosso.»
Un sorriso obliquo e colpevole le increspò le labbra. Bevve un sorso di vino, chiudendo gli occhi per un istante.
«Touché.»
Finimmo di mangiare parlando del più e del meno, ma ogni parola, ogni pausa, ogni sguardo era un filo invisibile che si stringeva sempre di più attorno a noi. L'attrazione fisica, che fino a pochi giorni prima mi era sembrata l'unico motore di questa storia, si stava fondendo con qualcosa di molto più pericoloso. Mi piaceva ascoltarla. Mi piaceva il suo cinismo tagliente, la sua intelligenza svelta, il modo in cui non cercava di compiacermi.
Quando finimmo, mi alzai per prendere i piatti, ma lei mi fermò posando la sua mano fredda sul mio polso.
L'atmosfera nella stanza cambiò impercettibilmente. L'ironia e la sicurezza che le avevano fatto da scudo fino a quel momento sembrarono evaporare, lasciando il posto a una stanchezza silenziosa e antica.
Sara ritirò la mano e iniziò a tracciare il contorno del suo calice vuoto con l'indice. Fissava il cristallo del bicchiere, ostinatamente, rifiutandosi di alzare lo sguardo verso di me.
«C'è un problema, Michael,» disse, la voce improvvisamente più bassa, quasi un sussurro.
Rimasi immobile, in piedi accanto alla sua sedia.
«Dimmi.»
«Questa casa è bellissima di giorno,» continuò lei, il tono venato di un'ironia triste, amara.
«Ma di notte, quando i ragazzi non ci sono, diventa un fottuto mausoleo. C'è un silenzio insopportabile.»
Smise di scorrere il dito sul bicchiere. Fece un respiro profondo, impercettibilmente tremante.
«Fermati qui stanotte.»
La richiesta rimase sospesa nell'aria della cucina, pesante come un blocco di piombo. Non stava parlando del letto del figlio, la "zona franca" dove avevamo consumato il nostro primo incontro. Stava parlando della sua camera da letto. La stanza padronale. Il letto matrimoniale dove aveva dormito per anni con l'uomo che l'aveva appena chiamata al telefono, il letto in cui si svegliava sola da quando aveva firmato le carte del divorzio.
«Sono stanca di sentire quel letto enorme così vuoto,» aggiunse, sempre senza guardarmi, quasi temesse di leggere un rifiuto o, peggio, pietà nei miei occhi.
«E siccome non so fin dove arriverà questa cosa... tra di noi... voglio godermi ogni momento. Sono sicura che vale lo stesso per te.»
Il silenzio che seguì fu assordante. Potevo sentire il ticchettio dell'orologio a muro.
Sapevamo entrambi cosa significava quella frase. Era la linea di confine. Fino a quel momento, eravamo due adulti consenzienti che si concedevano un'evasione. Ma entrare in quella stanza, dormire tra le sue lenzuola, passare l'intera notte abbracciati e svegliarsi insieme la domenica mattina... quello era il punto di non ritorno. Se avessi accettato, non sarei più stato "il ragazzo di ventiquattro anni con cui distrarsi". Sarei diventato qualcosa di reale. Una presenza nella sua vita. Un rischio enorme per entrambi.
CONTINUA... . .
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Scrivo erotica da poco. Le mie storie partono sempre da una scintilla reale — qualcosa che è successo a me, a chi mi sta intorno o che potrebbe capitare a chiunque nella vita di tutti i giorni. Prendo quella dinamica quotidiana e ci costruisco attorno una trama romantica e intensa, sviluppandola in più parti. Da me non troverete racconti singoli e veloci, ma vere e proprie raccolte e libri da esplorare. Mi piace scavare nella psicologia e nei sentimenti dei personaggi, per poi farli esplodere in una passione erotica travolgente.
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