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Erotika
Questione di sguardi. · Cap. 1
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Capitolo 1 di 5 16 min di lettura

Il favore

Ci sono incontri che durano pochi minuti e altri che, senza un motivo apparente, continuano a vivere nella mente molto più a lungo. A volte non serve una conversazione memorabile o un gesto eclatante: basta uno sguardo trattenuto un istante di troppo, una sensazione difficile da spiegare, la curiosità di capire cosa si sia davvero letto negli occhi dell'altro. Per Michael, tutto cominciò in un pomeriggio qualunque, con una semplice richiesta di favore da parte di suo cognato.

Michael035
3 mesi fa · 843 letture · 3

«Beh, grazie per l'ospitalità e per averlo tenuto,» le dissi, infilandomi le mani nelle tasche della giacca per darmi un contegno.

Lei mi sorrise, un sorriso educato, stavolta privo di qualsiasi malizia.

«Figurati. Salutami tua sorella e Giulio. E in bocca al lupo per gli esami di Economia.»

«Crepi. Buona... allenamento.»

Uscii di casa seguendo mio nipote verso la macchina. Quando chiusi lo sportello, feci un respiro profondo. L'incontro non aveva avuto nulla di eccezionale. Nessuna parola di troppo, nessun numero scambiato. Eppure, mentre accendevo il motore, l'immagine del suo rossetto rosso e di quel petto morbido che tendeva la felpa grigia mi si era già incollata al cervello.

Sara sapeva che l'avevo guardata. E io sapevo che lei sapeva. E questa, per me, era già un'ossessione.

Il sabato pomeriggio della settimana successiva, la mia sessione di studio matto e disperatissimo venne interrotta dal compleanno di un compagno di classe di Leo. Mia sorella mi aveva chiesto il favore di fare da autista: lasciarlo lì e poi andarlo a riprendere a fine festa. Mi aveva anche accennato, con assoluta naturalezza, che lì avrebbe trovato Sara.

«Si ferma lei a fare due chiacchiere con gli altri genitori», mi aveva detto mia sorella al telefono.

«Tu lascialo pure e torna a studiare, poi ti facciamo sapere noi per l'orario del ritorno».

Non me lo ero fatto ripetere due volte. Il solo pensiero di rivedere Sara mi aveva fatto scattare in piedi dalla sedia in un secondo. Per l'occasione avevo scelto un look curato ma apparentemente casual: una camicia di lino scura con le maniche arrotolate fino all'avambraccio, che faceva risaltare l'orologio, e i miei soliti jeans scuri. Un colpo di spazzola ai capelli mossi, una sistemata rapida al pizzetto ed ero pronto.

Il compleanno si teneva in un moderno open space con annesso bar e area giochi per bambini, un posto caotico ma luminoso. Appena varcata la soglia, Leo ha avvistato i suoi amici ed è letteralmente sparito nel giro di tre secondi, lasciandomi solo all'ingresso.

Ho fatto un respiro profondo e ho iniziato a cercarla con lo sguardo tra la folla di genitori. Non ci è voluto molto. Spiccava rispetto a tutte le altre madri presenti.

Sara era seduta su uno sgabello alto vicino al bancone del bar, leggermente defilata rispetto alla bolgia dei bambini. Essendo fine maggio, il clima era decisamente caldo e lei aveva abbandonato la tuta della settimana prima. Indossava un top a costine di un color verde salvia, aderente, con uno scollo a V non troppo profondo ma terribilmente efficace. Il tessuto leggero fasciava la sua silhouette tonica, mettendo in mostra la pienezza di quel seno così invitante che mi aveva ossessionato nei giorni precedenti. Sotto, un paio di jeans chiari a vita alta esaltavano i fianchi scolpiti dalla Zumba. I capelli castano chiari erano lasciati sciolti, liberi sulle spalle, e le labbra... le labbra erano incorniciate dallo stesso identico, ipnotico rossetto rosso fuoco.

Mentre mi avvicinavo, lei si è voltata. Il nostro sguardo si è incrociato e ho visto i suoi occhi accendersi di una luce divertita e consapevole.

«Guarda chi si rivede. Il futuro economista,» ha esordito, appoggiando i gomiti sul bancone e girandosi completamente verso di me.

«Ciao Sara,» ho risposto, sfoderando il mio sorriso migliore e cercando di mantenere la voce ferma.

«Speravo di trovare un ambiente più silenzioso, ma a quanto pare ho sottovalutato il potere distruttivo di venti bambini di otto anni.»

Sara ha accennato a una risata, un suono basso e caldo che mi è scivolato dritto lungo la schiena.

«Pensa che io devo restare qui a sorvegliare la situazione per le prossime tre ore,» ha detto, poi ha allungato la mano verso la sua borsa sul bancone e ha tirato fuori lo smartphone.

«A proposito... tua sorella mi ha detto che passi tu a riprenderlo più tardi. Direi che è il caso di darci i numeri direttamente, senza fare il telefono senza fili con lei ogni volta. Che ne dici?»

«Ottima idea. Molto più pratico,» ho risposto, mascherando l'euforia che mi stava esplodendo dentro.

Ho tirato fuori il mio telefono. Le ho dettato le cifre mentre lei le inseriva sullo schermo con dita curate, dalle unghie corte e nude che creavano un bellissimo contrasto con il suo telefono scuro. Un secondo dopo, il mio display si è illuminato con una chiamata da un numero sconosciuto.

«Ecco fatto, così hai anche il mio,» ha detto lei, bloccando lo schermo e infilando di nuovo il telefono nella tasca dei jeans.

Il movimento della sua mano attirò nevitabilmente il mio sguardo sulla curva del suo fianco, e quando ho rialzato gli occhi ho capito, dal suo sorrisetto complice, che mi aveva beccato di nuovo.

«Bene... allora io vi lascio al vostro caos,» ho detto, facendo un mezzo passo indietro per fare la parte del ragazzo responsabile.

«Ho ancora più di un centinaio di pagine di Politica monetaria e economia che mi aspettano sulla scrivania.»

Pensavo che mi avrebbe salutato con un cenno. E invece, Sara ha inclinato leggermente la testa di lato, studiandomi con un'espressione maliziosa che mi ha bloccato sul posto.

«Certo che l'università ti tiene impegnato eh,» ha detto, con un tono di voce leggermente più basso, quasi confidenziale, che tagliava fuori il rumore della festa intorno a noi.

«Ti farebbe bene staccare dieci minuti dai libri. Ti offro un caffè, o preferisci qualcosa di freddo?»

Quella frase, detta da lei, è suonata come una sfida. Non era un invito materno; c'era qualcosa di diverso nell'aria, il piacere di una donna matura che sa di avere un potere immenso su un ragazzo più giovane e si diverte a testarlo.

«Un caffè va benissimo, grazie. Credo che mi servirà per sopravvivere al pomeriggio,» ho accettato, accorciando di nuovo le distanze e appoggiandomi al bancone. Il duo profumo fresco e agrumato mi fece quasi impazzire.

Siamo rimasti a parlare per poco più di dieci minuti. Mi ha chiesto degli esami, di cosa volessi fare dopo la laurea, e io ho cercato di tenerle testa, giocando sul filo dell'ironia e della spavalderia giovanile. Ma la verità è che non riuscivo a concentrarmi sulle parole. Ero completamente rapito dal movimento delle sue labbra rosse, dal modo in cui si sistemava i capelli dietro l'orecchio scoprendo il collo, e da come quel top verde si tendeva sul suo petto ogni volta che accennava a una risata.

Sara gestiva la conversazione con una disinvoltura disarmante, ma ogni tanto il suo sguardo scivolava sui miei occhi, indugiando sulle mie labbra per poi risalire, come se stesse valutando l'effetto che mi stava facendo.

«Ok, adesso però ti caccio davvero, altrimenti tua sorella si sente in colpa per averti rubato tempo prezioso,» ha detto alla fine, interrompendo quel contatto visivo diventato improvvisamente troppo pesante.

«Ricevuto. Torno ai miei doveri,» ho risposto, raddrizzando la schiena.

«Ci vediamo dopo per il recupero delle belve. Ti mando un messaggio io quando sono qui fuori.»

«Perfetto. A dopo, Michael.» Mi ha regalato un ultimo sguardo intenso, uno di quelli che non lasciano spazio a dubbi: sapeva perfettamente cosa mi stava succedendo.

Mi sono voltato e ho camminato verso l'uscita a passo controllato, ma dentro di me regnava il caos più totale. Appena ho varcato la porta a vetri, uscendo nell'aria calda del pomeriggio, ho dovuto infilare le mani nelle tasche dei jeans.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

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