«Non ho sentito,» disse Ale, dandole un altro calcio, questa volta più deciso, sul polpaccio. «Levate. 'O fatto 'a regina co' 'o frate e mo' te ne staje pe' terra comme 'na schiava? Levate e mettite a genocchi, Anna.»
Un'ondata di rabbia pura scacciò per un istante il terrore nel cuore di Anna. Con un urlo strozzato, si lanciò verso di lui, le dunte aguzze, pronta a sfigurarlo. Ma Ale era pronto. Afferrò i polsi di Anna con una velocità impressionante, bloccandoli. La sollevò di peso e la scaraventò di nuovo contro il muro.
«'Na cagna!» le urlò contro, il viso a pochi centimetri dal suo. «Pienze ca me po' ferì? Tu mo' si' 'a cosa mia!»
Con una mano le tenne i polsi schiacciati sopra la testa, con l'altra le afferrò l'orlo del vestitino e, con uno strappo, lo tirò su, fino alle anche. Le mutandine, un pezzetto di pizzo nero ormai inutile, erano l'unica barriera rimasta.
«'A jettammo 'sta cazzata,» sibilò lui, e con un movimento brusco le strappò via. Il tessuto si lacerò con un suono secco, lasciandola nuda e vulnerabile.
Si mise sopra di lei, le ginocchia che le bloccavano le gambe. Anna si dimenava, cercava di liberarsi, ma lui era troppo forte. Sentiva il suo cazzo, duro e rovente, che si strusciava contro la sua figa. La sensazione era umiliante, un'invadenza disgustosa che la faceva rabbrividire.
«t piac, Anna? t piac sentì 'o cazzo ngop a fess?»
Lei rispose con una serie di imprecazioni, un fiume di parole sporche che le uscivano dalla bocca. «Vado 'a fa' 'e pizze 'e sangue, Ale! Ti faccio a pezzi! Ti sgozzo!»
Ale rise, una risata cattiva, gutturale. Le diede uno schiaffo. «Stai zitta, zoccola.»
Si mise in posizione, la punta del suo cazzo pronta a entrare. Anna chiuse gli occhi, preparandosi all'inevitabile. Sarebbe stata la sua rovina, la fine della sua innocenza.
Ale la guarda dall'alto, i suoi occhi spenti come braci nella notte. Un ghigno crudele gli deforma il viso. "Mo' levammo 'o dubbio, Anna. Mo' vediamo si' ancora 'a santarella 'e mammà."
Senza altro preavviso, si lancia in avanti. La punta del suo cazzo, duro come il ferro, la trafigge. Un urlo straziato, non di piacere ma di dolore puro, scappa dalla gola di Anna. È una lacerazione, una violenza che le sbrana l'interno. Il suo corpo si contorce in uno spasmo doloroso, le sue mani si aggrappano alle spalle di lui, cercando di spingerlo via, di strapparlo da sé, ma le sue dita affondano solo in un muscolo duro come la pietra.
«Sì! Urla! Urla puttana!» le urla lui, la voce rotta dalla fatica e dalla lussuria. «Mo' si' mia!»
Ale non dà tregua. Scopa con una violenza bestiale, un ritmo incessante che le fa battere la testa contro il muro. Ogni colpo è un pugnalata, un'ulteriore profanazione. Anna sente il suo sangue mescolarsi ai suoi umori, un caldo umido che le inonda le cosce. Continua a lottare, le sue mani cercano il suo viso, i suoi occhi, qualsiasi cosa per fermarlo, ma lui è una furia, un ciclone inarrestabile.
Si china e le morde un seno, un morso violento che la fa gridare di nuovo. Le sue labbra si chiudono sul capezzolo turgido, succhiando con foga, quasi volesse strapparlo via. Le sue mani la afferrano con violenza, le unghia le graffiano la pelle, lasciando solchi rossi sul suo corpo candido.
«Mo' si' mia, Anna! 'Sta figa è mia!»
Lei continua a ribellarsi, un urlo rauco le esce dalla gola, le sue mani si aggrappano al suo petto, cercando di spingerlo via, ma non c'è nulla da fare. Lui è troppo forte, troppo violento. Ale la scopa sempre più forte, i suoi colpi sono così profondi da farle mancare il respiro. Le sue tette ballano al ritmo della violenza, un'onda di carne che si scontra contro il suo petto.
Le sputa in bocca, un gesto di dominazione totale che la fa rabbrividire. La saliva calda le cola lungo il mento, un'altra umiliazione. Le schiaffeggia le tette, il suono secco della carne che si scontra con la carne riempie la stanza, un suono che mescolato alle urla di Anna e ai gemiti di lui crea una sinfonia di dolore e lussuria.
«Stai zitta, zoccola!»
Poco prima di venire, si ferma, il suo cazzo ancora duro e pulsante dentro di lei. Con un movimento rapido, lo sfodera. Si alza e si posiziona sopra di lei, il suo cazzo bagnato dei loro umori a pochi centimetri dal suo viso. Poi si sposta, e il suo cazzo si posiziona tra le sue tette. Con le mani, le strinse i seni enormi, creando una galleria calda e morbida per la sua erezione.
Anna, esausta, non reagisce. Non può farlo. Si limita a chiudere gli occhi, lasciando che lui la usi come un oggetto.
Ale inizia a muoversi, il suo cazzo che scivola tra le sue tette, il ritmo è veloce, frenetico. I suoi gemiti diventano più alti, più ansimanti.
«Anna... Anna...» sussurra, il nome di lei che è una preghiera, una maledizione.
Poi, con un urlo che sembra strappargli la gola, viene. Un getto caldo e denso le colpisce il viso, gli occhi, i capelli. Anna si blocca, il corpo teso per lo shock. Il sapore del suo sperma le riempie la bocca, un sapore salato e amaro che la fa rabbrividire.
Ale crolla su di lei, il corpo pesante, il respiro affannoso. Per un momento, l'unico suono nella stanza è il loro respiro, un ritmo irregolare e affannoso.
Anna giace immobile, gli occhi chiusi, il corpo coperto di sudore, sperma e vergogna.
Le sue guance erano solcate dai sentieri delle lacrime, ma ora erano anche incollate dal seme secco di Ale. Eppure, nel silenzio della bottega, mentre lei ansimava sul pavimento freddo, nei suoi occhi non c'era più solo la sconfitta. C'era un barlume di fuoco. La rabbia, la vergogna e il dolore si erano fusi in un'unica, torbida fiamma, una passione violenta che la bruciava dall'interno. Era una creatura diversa, plasmata dalla violenza.
Ale si rialzò, facendo scricchiolare le giunture. Si sistemò i jeans, con una noncuranza che feriva più di un pugno. Si guardò intorno, come per tastare l'aria, la scena del delitto che aveva appena compiuto. Poi abbassò lo sguardo verso di lei, che giaceva ancora immobile, un'offerta profanata sull'altare della sua vendetta.
Si chinò verso di lei, ma non per aiutarla. Con un gesto che la fece sussultare, le raccolse una ciocca di ricci sporca di sperma secco e se la portò al naso, inspirandone il profumo con un ghigno.
«'Na pecchélla...» mormorò, più a se stesso che a lei. Ma poi, il suo viso cambiò. La maschera del predatore si sciolse, rivelando sotto una finzione di tenerezza quasi più terrificante della violenza.
Si inginocchiò accanto a lei, senza toccarla. La sua voce divenne melliflua, un miele avvelenato. «Anna,» le sussurrò, come se stessero parlando sul divano di casa sua. «È stato... è stato overo bellimmo. Nun ce pensavo fosse accussì.»
Allungò una mano, le dita che le sfiorarono una guancia, delicatamente, quasi con pudore. Le pulì una macchia di sperma dallo zigomo. «Tu si' 'a cosa cchiù bella ca aggia' vist, Annarè.»
Lei lo guardava, senza parlare, gli occhi che bruciavano di un'odio nuovo, freddo e lucido. Ma il suo corpo non reagiva. Era esausto, distrutto.
Ale rise, un suono dolce e disgustoso. «Nun piangere, amore. Mo' so' 'o tuò uomo. E tu si' 'a mia donna. Comme primma. Meglio 'e primma.» La sua mano scese, le accarezzò il seno, con una gentilezza studiata che la faceva sentire più sporca della violenza di prima. «Mo' ce n'amammo ancora, eh?»
Poi si alzò di scatto, la sua farsa finita. Si rialzò il collo della maglietta, si aggiustò i jeans. Era di nuovo Ale, il ragazzo del quartiere, ma con un potere nuovo che gli pesava addosso come un mantello.
Camminò verso la porta, con le spalle larghe. Poi si voltò a guardarla un'ultima volta. Un sorriso crudele gli illuminò il viso.
«Ci divertiremo, Annarè. T' 'o prometto.»
Scosse la chiave nella toppa, aprendo la porta. Un pezzetto di luce del vicolo entrò, tagliando il buio della bottega e illuminando per un istante il corpo stracciato di Anna.
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Sono per lo più una lettrice, ma voglio provare a scrivere qualche racconto…spero vi possano piacere😁
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