Capitolo 3 - O sapore d' 'a sora e na bella alliccata 'e fessa
Cercando conforto per una lite furiosa col fidanzato, Anna fa crollare l'ultimo tabù familiare abbandonandosi a un piacere umido e proibito con il fratello. Nel frattempo, Ale cerca uno sfogo a pagamento in uno squallido motel, ignaro del pericoloso incrocio di destini che lo attende.
Mentre nel retrobottega della sartoria Leo veniva travolto dalla furia carnale di Jessica, a pochi chilometri di distanza, in una stradina isolata e poco illuminata che portava verso la campagna, il clima era altrettanto teso, ma di una tensione diversa.
L’abitacolo della vecchia macchina di Ale era saturo di calore e dell’odore dolciastro di un deodorante per auto scadente. I vetri iniziavano ad appannarsi, nascondendo alla vista esterna quello che succedeva sui sedili posteriori. Anna era rannicchiata contro lo sportello, con il vestitino nero talmente corto che le risaliva fin sopra le cosce piene e morbide, lasciando scoperte le gambe chiare che Ale non smetteva di accarezzare.
Ale le stava addosso, col fiato pesante che puzzava di sigarette e desiderio. Le sue mani non stavano ferme un secondo: una le stringeva il fianco, mentre l’altra cercava con insistenza di infilarsi sotto la scollatura profonda del vestito, lì dove il seno enorme di Anna appariva come un invito troppo forte per essere ignorato.
«Ale', che cazz'... t’aggio ditto 'e no!» sbottò Anna, scostandogli la mano con un gesto deciso. Il suo tono era un misto di fastidio e paura, ma lo sguardo restava quello dolce e un po’ perso che la rendeva così magnetica.
Ale imprecò sottovoce, mettendosi a sedere dritto e passandosi una mano sul viso agitato. «Ma Annare', stamm' 'nzieme da tre mis'! Ci vediamo solo in classe, tra un compito di greco e una versione di latino... e mo' ca finalmente stamm' da soli fuori, tu fai 'a monaca?»
Anna si sistemò l'orlo del vestito, cercando di coprire il copribile, ma il movimento fece sussultare vistosamente il petto abbondante sotto il tessuto leggero. «Nun faccio 'a monaca, Ale'. Ma tengo n'ansia ca me sta mangian' 'o stomac'. Si mammà 'o scopre, io so' morta! Tu nun 'a canusc', chella ten' 'e radar, s'addora 'o sesso a chilometri 'e distanza!»
«E comm' 'o scopre, scus'?!» ribatté lui, avvicinandosi di nuovo e cercando di baciarle il collo, mentre la mano tornava a premere con forza sulla sua coscia calda. «Tu staje cu papà, no? 'O sarto' t'ha fatto 'a copertura... ja', rilassati nu poco. Sient' comme scotti...»
Ale provò a spingerla di nuovo verso il sedile, la bocca che cercava quella di lei in modo quasi violento. Anna sentì la pressione del corpo di lui, ma invece di abbandonarsi, sentì crescere un senso di soffocamento. La sua sensualità "acqua e sole", naturale e pigra, non era fatta per quegli approcci così aggressivi e forzati.
«Basta, Ale'! Mo m'haje rutt' 'o cazzo!» disse lei, stavolta con una fermezza che lo fece bloccare. Lo spinse via con forza, i suoi grandi occhi scuri ora lucidi per la rabbia. «T’aggio ditto ca nun voglio! Nun me sento sicura accussì, cu 'a fretta e cu 'o scuorn' 'e essere beccata. Accendi 'o mutore e riaccompagnami a casa, ca è tardi e mammà m'aspett'.»
Ale la fissò incredulo, col respiro ancora rotto. «Dici sul serio? Mi fai venire fin qui, ti vesti accussì ca me faje ascì pazzo, e po' me lasci a sicco?»
Anna sospirò, l’espressione che tornava a essere quella tenera e ingenua di sempre. Gli accarezzò una guancia con la mano morbida, cercando di calmare le acque. «Ale', nun fa' 'o scemo. Tu me piaci overamente, t' 'o giuro. Ma aggia sentì 'o mumento giusto, senza 'a paura 'e mammà ca me taglia 'a capa. Tien' pazienza... si me vuò bene, aspetta. Ma mo' jammuncenn', ca si faccio ritardo m'accire.»
Ale sbuffò, colpendo il volante con un pugno per la frustrazione, ma guardando quel viso così dolce e quel corpo così spudoratamente bello, non riuscì a insistere oltre. Mise in moto, facendo ruggire il motore nel silenzio della campagna.
Anna si rannicchiò nel sedile, guardando fuori dal finestrino mentre tornavano verso il paese. Il patto con Leo stava funzionando, ma sentiva che il segreto stava diventando sempre più pesante da portare, proprio come quel seno che Ale aveva cercato di stringere con tanta foga. Non sapeva che a casa, ad aspettarla, non c'era solo la cena, ma la tempesta Cira con un paio di mutandine di pizzo nero in mano.
Anna girò la chiave nella toppa con la delicatezza di un ladro, chiudendosi la porta di casa alle spalle. Il cuore le rimbombava nel petto per la corsa e per l'adrenalina. Si sfilò i tacchi al volo, corse in camera sua e si strappò via quel vestitino nero esplosivo, lanciandolo in fondo all'armadio. Si infilò una tuta larga, legò i ricci scuri in una coda disordinata e, solo in quel momento, prese il telefono dalla borsa. C'erano tre chiamate perse di Cira.
Con le dita ancora tremanti per la tensione dell'incontro con Ale, digitò velocemente: "Ma', scusa! Stavo da papà a posare le carte, me n'ero scesa e mi si è spento il telefono! Sono appena tornata a casa, sto mettendo a caricare e mi metto a studiare."
La risposta di Cira arrivò dopo meno di un minuto, fredda ma rassicurata: "Mannaggia a te e a pateto, m'haje fatto piglià 'nu colpo. Statte rint' e nun araprì a nisciuno. Stasera cucini tu." Anna si lasciò cadere sul letto, tirando un sospiro di sollievo così profondo che le fece tremare il petto. L'aveva scampata.
Passarono due settimane. Quattordici giorni in cui la sartoria e la casa diventarono il teatro di un gioco di ombre e coperture perfette. Tra Leo e Anna si era creata una complicità blindata: bastava un'occhiata d'intesa a colazione, e Leo sapeva già che quel pomeriggio avrebbe dovuto reggere il gioco. Ogni volta che Cira aveva i suoi "impegni" fuori porta, Anna correva da Ale. E il ragazzo, per quelle due settimane, sembrava aver incassato il colpo del primo rifiuto, rispettando in silenzio i tempi e le paranoie di lei, accontentandosi di baci rubati e strusciate veloci.
Nel frattempo, il cellulare di Leo era diventato il suo rifugio. Ludovica non si era più vista in bottega, ma le loro chat notturne erano ormai un appuntamento fisso.
"Ma ti sei sepolta sotto i codici o ti hanno rapita?" le scriveva lui, seduto sul letto, sorridendo da solo allo schermo."Diritto Privato mi sta letteralmente prosciugando l'anima, Leo," rispondeva lei, puntuale. "Non esco di casa da giorni. Ma giuro che appena finisco questo maledetto esame, vengo a ritirare il vestito di mia sorella. E tu mi devi un caffè." "Il vestito è pronto e sotto chiave. E il caffè te lo preparo con la moka della sartoria, roba per palati forti." "Non vedo l'ora. Buono studio, sarto."
Era un flirt sottile, pulito, fatto di parole e attese. L'esatto opposto di quello che Leo doveva subire ogni stramaledetto pomeriggio in bottega da parte di Jessica.
La vrenzola era diventata di una possessività asfissiante. Entrava in bottega come se ne fosse la padrona, trattando Leo come il suo giocattolo personale. «Sart', famm' vede' 'o telefun', cu chi staj' parlann'?» gli sibilava, cercando di strappargli lo smartphone di mano ogni volta che lo vedeva illuminarsi. Leo viveva nel terrore: aveva silenziato le notifiche di Ludovica e archiviato le chat, nascondendo il display con manovre disperate ogni volta che sentiva il profumo di vaniglia di Jessica sulla soglia. Lei non mollava la presa, lo considerava roba sua e insisteva ossessivamente per uscire. «Stasera n' 'o voglio sape' nient', m'haje a purta' for'! Nun po' sta semp' rint' 'a 'sta sarta a fati'!» gli diceva, premendogli il seno contro la schiena mentre lui cercava di concentrarsi sui libri.
Ma Leo, sfinito dallo studio e con la testa piena di Ludovica, resisteva. «Jessica, non posso. Devo preparare l'esame, sto impazzendo.»
«Sart', ma overament' faje? Tutta 'sta fatic' e chisti libbr'?» gli diceva, allungando le unghie laccate per accarezzargli il braccio «Jammuncenne a farci 'nu giro stasera... Teng' 'na voglia ca nun me fa durmì.» Quando poi Leo continuava a rifiutare, Lei si staccava, mettendo su un broncio carico di gelosia e stizza E se ne andava, lasciandolo con un'erezione frustrante e l'odore del suo profumo incollato addosso.
Dopo quelle due settimane, il delicato equilibrio si ruppe. Era un martedì pomeriggio. Leo era in negozio, immerso nei suoi manuali, godendosi la solitudine visto che Cira era fuori. Anna, col coprifuoco garantito dal fratello, era a casa di Ale. I genitori di lui erano a lavoro, la casa era libera.
I due erano sdraiati sul letto di lui, la tv accesa su un film che nessuno dei due stava guardando. Anna, fedele al suo stile, si era presentata vestita in modo da far perdere la testa a un monaco, figuriamoci a un diciottenne con gli ormoni a palla. Indossava un top fucsia cortissimo e strettissimo, senza reggiseno, che le schiacciava il seno enorme spingendolo verso l'alto, lasciando scoperto un solco profondo e morbidissimo. Sotto, una minigonna di jeans sfilacciata che, stando sdraiata a pancia in giù, le copriva a malapena le natiche rotonde. Era la quintessenza della provocazione di strada, bella e formosa in modo devastante, ma con quel faccino ingenuo e gli occhi grandi che guardavano lo schermo.
Ale non ce la faceva più. Erano due settimane che faceva il bravo ragazzo. Si girò verso di lei, le mise una mano sulla vita nuda e se la tirò addosso, iniziando a baciarle il collo con foga. L'altra mano scivolò subito verso l'alto, cercando disperatamente di infilarsi sotto il top fucsia per stringere finalmente quelle "zizzone" monumentali che gli sbattevano in faccia tutti i giorni.
Ma il corpo di Anna si irrigidì all'istante. Non era solo pudore; era il terrorismo psicologico di Cira che le scattava nel cervello come un allarme antiaereo. Le parole della madre rimbombavano nella sua testa: "L'uommene te vonno sulo ausà, Annarè! Si te spuoglie e le daje chello ca vonno, pe' lloro addeviene na zoccola comm' a tutte l'ati! Te sbattono e po' se ne vajno! Haje a fa' 'a seria!"
«Ale, no! Fermati!» sbottò Anna, girandosi di scatto e bloccandogli i polsi con forza. Si tirò giù il top, coprendosi, il respiro corto. «T'aggio ditto 'e no. C'avimmo ritto?»
Ale la guardò, e stavolta nei suoi occhi non c'era rassegnazione, ma rabbia pura. Si tirò a sedere, passandosi le mani tra i capelli, il viso rosso.
«Ma c'avimmo ritto che?!» esplose lui, la voce che tremava per la frustrazione e l'eccitazione negata. «Stamm' 'nzieme da quatto mis', Annarè! Quatto cazzo 'e mis'! So' ddoje semmane ca me faje fa' 'o cane 'e pecora, ca m'accontent' 'e 'nu vas' e mezza carezza! Io stong' ascenn' pazz'!»
Anna si mise a sedere incrociando le gambe, sentendosi improvvisamente in colpa ma decisa a non cedere. «E io t'aggio spiegat' ca nun me sent' pronta! Tengo l'ansia 'e mammà, tengo l'ansia mia... haje a rispettà 'e tiemp' mij'!»
«I tiemp' tuoje?» ringhiò Ale, perdendo ogni freno inibitore. Si buttò di nuovo su di lei, afferrandola per le spalle e schiacciandola contro il materasso. I loro volti erano a un palmo di distanza. Il suo sguardo scivolò con rabbia sul décolleté strabordante della ragazza. «Me parlan' d'ansia e po' a scola faje 'a guappa! Te miett' 'sti magliettine ca te fann' ascì 'e zizze 'a fore, faje sbavà a meza classe, cammini cu chillo cul' assettat' comm' a na zoccola e po' cu mme faje 'a santa?!»
Le parole la colpirono come uno schiaffo. Ale non si fermò. Continuò a cercare di scoparla, premendo il bacino contro di lei, una mano che tentava con violenza di strapparle il bordo del top per affondare le dita in quella carne abbondante. «Manco 'e zizze me faje tuccà! Ma io so' 'o fidanzat' tuoj' o so' 'nu scemo?! Fallo cu mme, ja'!»
L'aria ingenua di Anna svanì all'istante, sostituita dal fuoco puro dei vicoli. Usando tutta la forza delle sue braccia formose, gli piantò le mani sul petto e lo spinse via con una violenza tale da farlo cadere all'indietro sul letto.
«Ma comm' cazz' te permett'?!» gli urlò in faccia, scattando in piedi, il petto che si alzava e si abbassava furiosamente. «Tu me chiamm' zoccola?! Io me vest' comm' cazz' me pare e piace! Si teng' 'e form' nun vo' dicere ca t'aggia ra' 'a fessa a cumann'! Tu si' sulo 'nu muccusiell' arrapato!»
«Io so' arrapato?!» le ribatté lui, alzandosi a sua volta, paonazzo in viso. «Tu faje 'a gatta morta cu tutt' quant' e po' a me me lasse a sicco rint' a 'nu lietto! Si nun 'o vuò fa', ca cazz' te miett' a fa' 'sti vistitielle?!»
«Me li metto pecché me sento bella, strunz'!» sibilò Anna, raccogliendo la sua borsa da terra con un gesto rabbioso. La paura di Cira si era mescolata a un orgoglio ferito e feroce. «E si pe' te 'na guagliona ca se veste bbona è na zoccola ca adda arapì 'e cosce sulo pecché stamm' da quatto mis' assieme... allor' haje sbagliat' proprio femmena. 'E zizze mije tu nun 'e vide manco c' 'o binocolo!»
Anna si girò sui tacchi, sbatte' la porta della camera di Ale con una forza che fece tremare i muri, e se ne andò, lasciandolo solo, bollente di rabbia e con il suono dei suoi passi veloci che rimbombavano per le scale.
Il campanello d'ottone della sartoria non trillò, sembrò quasi esplodere.
Leo alzò gli occhi di scatto dal manuale di Diritto, col cuore in gola, temendo fosse tornata Jessica per il secondo round. Invece, la figura che irruppe nel negozio era sua sorella Anna. Aveva il viso rigato da due lacrime rabbiose, il trucco leggermente sbavato e il respiro corto che le faceva alzare e abbassare il petto esplosivo in modo frenetico sotto quel top fucsia minuscolo.
«Anna! Ma che è success'?!» esclamò Leo, correndole incontro e chiudendo a chiave la porta a vetri dietro di lei.
Anna si lasciò cadere sulla sedia per i clienti, coprendosi il viso con le mani. «Chillu strunz' 'e Ale! S'è mis' a fa' 'o pazz', me vulev' spuglià pe' forz', ha ritt' ca so' 'na zoccol' pecché me vesto accussì e po' nun gliela do!» singhiozzò, la voce rotta dalla rabbia e dall'umiliazione.
Leo sentì il sangue salirgli alla testa per l'istinto protettivo, ma poi lo sguardo gli cadde inesorabilmente sull'outfit della sorella. Quella minigonna sfilacciata che le copriva a malapena le natiche e quel top che le schiacciava le "zizzone" verso l'alto erano armi di distruzione di massa. Sospirò, passandosi una mano tra i capelli, e si accovacciò davanti a lei, prendendole le mani.
«Ha sbagliato, Anna, ed è un coglione. Non ti deve toccare se non vuoi,» le disse dolcemente, cercando di calmarla. Poi, però, il fratello maggiore prese il sopravvento. «Ma io te l'avevo detto! Anna, guardati... pare ca staje pronta pe' ghi' a faticà 'ncopp' 'a Domitiana. Si te vede mammà cunciat' accussì, nun te taglia sulo 'e cosce, te rinchiude 'int' 'o scantinat' fin' a quarant'ann'!»
«Ma pecché, è colp' mia?!» sbottò lei, tirando su col naso. «Me so' misa 'nu top, Lè! Nun aggio accis' a nisciuno!»
«Lo so, nennè, lo so,» la consolò lui, accarezzandole il braccio morbido. «Senti, facciamo una cosa. Mamma mi ha appena mandato un messaggio. Stasera ha un impiccio e torna tardi, ha detto di ordinarci un paio di pizze. Mo' abbasso la saracinesca, chiudiamo prima e ti porto a casa. Ti fai una bella doccia e ti rilassi, okay?»
Anna annuì, asciugandosi le guance col dorso della mano. Dieci minuti dopo, i due fratelli sfrecciavano sui sanpietrini del paese a bordo del vecchio motorino di Leo. Anna si era aggrappata a lui, allacciando le braccia intorno alla sua vita per il vento. Ad ogni buca, ad ogni frenata, Leo sentiva il seno enorme e morbido della sorella schiacciarsi contro la sua schiena. Era una sensazione che avrebbe dovuto ignorare, ma dopo quello che era successo con Jessica, il suo corpo era un filo scoperto, e quel contatto così fisico, così carnale e proibito, gli fece salire un brivido lungo la spina dorsale.
Arrivati a casa, Anna si fiondò in bagno. Il rumore dell'acqua scrosciante riempì l'appartamento, mentre Leo telefonava in pizzeria per ordinare due margherite. Si buttò sul divano del salotto, cercando di rilassarsi, ma l'aria in casa era strana. Pesante.
Dopo un quarto d'ora, la porta del bagno si aprì, sprigionando una nuvola di vapore che sapeva di bagnoschiuma alla vaniglia e pelle pulita. Anna uscì, e Leo si sentì mancare il fiato.
Se prima era provocante da strada, ora era di una sensualità domestica e vulnerabile che faceva male agli occhi. Aveva indossato il suo pigiama estivo: un pantaloncino di seta sintetica blu notte, talmente corto da sembrare una culotte, e una canottiera abbinata, scollatissima e con le spalline sottili. Sotto, ovviamente, non aveva il reggiseno. Il tessuto leggero, quasi liquido, si appoggiava sulle sue curve formose assecondandone ogni movimento. I capezzoli turgidi spuntavano prepotenti contro la stoffa, e il peso del suo seno era così evidente che la canottiera sembrava sul punto di cedere. I ricci scuri erano umidi e le ricadevano disordinati sulle spalle nude.
Ma la cosa più letale era il suo viso: aveva gli occhi rossi, l'espressione dolce e persa di una bambina che ha bisogno di conforto. Una combinazione tra ingenuità assoluta e un corpo da attrice hard che rischiava di far impazzire chiunque.
Anna andò dritta verso il divano. Non si sedette accanto a lui; si lasciò cadere letteralmente addosso a Leo, rannicchiandosi, nascondendo il viso nell'incavo del suo collo. Iniziò a piangere di nuovo, dei singhiozzi silenziosi che le facevano sussultare tutto il corpo.
«Ehi... shhh, che c'è mo'?» sussurrò Leo, passandole un braccio intorno alle spalle nude, sentendo il calore umido della sua pelle irradiarsi sotto il palmo della mano.
«Forse teng' tort' io, Lè...» mormorò lei, la voce impastata dalle lacrime, strofinando il naso contro la maglietta del fratello. «Forse ha ragion' Ale. Forse so' io ca so' sbagliata.»
«Non dire cazzate, Anna.»
«No, sient' a me!» insistette lei, alzando il viso per guardarlo. Nel farlo, si spostò, mettendosi mezza sdraiata sul fianco, pericolosamente vicina a lui. La scollatura della canottiera cedette verso il basso per la gravità, offrendo a Leo una visuale totale, profonda e vertiginosa della sua valle morbida. «Io volevo aspetta'... ma forse so' sulo terrorizzat'. Forse m'ha rutt' 'a capa mammà cu tutt' 'ste paure. 'E l'uommene ca te vonno usa', ca te schifano si cedi subit'... Lè, io nun ce sto capenn' cchiù nient'. Tengo l'ormoni ca me sbattono 'ncapa, 'a voglia 'e fa' 'e cose, e po' me blocco pecché me sento 'nu mostr'!»
«Tu non sei un mostro, Anna. Sei solo confusa,» cercò di ragionare Leo, la cui voce, però, stava diventando inspiegabilmente roca.
«E allor' pecché faccio accussì?» continuò lei. Chiuse gli occhi e, con un sospiro stanco, si lasciò scivolare ancora più giù, appoggiando la testa direttamente sul petto di Leo.
Il movimento fu fatale. Anna tirò su una gamba, accavallandola in parte sopra quelle del fratello. Il suo seno enorme e libero dal reggiseno si schiacciò senza alcun filtro contro l'addome e il fianco di Leo. La morbidezza di quella carne, il suo peso caldo, il profumo inebriante di pelle appena lavata... era un attentato.
Leo deglutì a fatica, il cuore che gli martellava nelle orecchie. Le mani non sapevano dove stare: una era rimasta bloccata dietro la schiena di lei, l'altra era posata incerta sulla sua spalla. Sentiva il respiro caldo di Anna filtrargli attraverso la maglietta.
«Non devi fare niente che non ti senti di fare,» balbettò Leo, cercando disperatamente di tenere il cervello collegato al ruolo del fratello maggiore, anche se la sua mascolinità, risvegliata da quell'attrito proibito e da quel corpo devastante, stava iniziando a reagire.
«Tu me capisc', over'?» sussurrò Anna, la voce ora bassissima, quasi un sospiro. Si strinse ancora di più a lui, come una gatta in cerca di calore, sfregando impercettibilmente il busto. I suoi seni massaggiarono il fianco di Leo in un movimento inconsapevole ma carico di una sensualità atroce. «Sulo tu me capisc', Lè...»
Leo chiuse gli occhi, pregando che il citofono per le pizze suonasse il prima possibile, perché in quel salotto silenzioso, con sua sorella mezza nuda sdraiata su di lui, il confine del tabù si stava facendo pericolosamente, fottutamente sottile.
Il silenzio del salotto era denso, quasi elettrico, rotto solo dal respiro irregolare di Anna e dal ronzio lontano del frigorifero in cucina. Il peso del suo corpo sul fianco di Leo, quel calore umido che sprigionava dalla pelle appena lavata, stava mandando in tilt ogni singola difesa del ragazzo.
«Non devi farti condizionare così tanto da mamma, nennè,» le sussurrò Leo, accarezzandole distrattamente i ricci umidi, cercando di mantenere la voce ferma. «Lei vede il male ovunque. Ma le cose non sono così sporche come dice lei. Farlo non è sbagliato... devi solo farlo con chi te la senti davvero, con chi ti fa sentire al sicuro, senza ansie.»
Anna sollevò il viso dal suo petto. I suoi grandi occhi scuri lo fissavano con una vulnerabilità che disarmava. Si mosse ancora, e il suo seno nudo sotto la seta scivolò contro il braccio di Leo, un attrito che gli fece stringere i denti. «Ma io nun me sento sicura cu nisciuno, Lè,» sussurrò lei, la voce impastata e dolcissima. «Sulo cu tte sto bbona. Tu me tucche cu affetto, nun me guarde comm' a 'nu piezz' 'e carne. Cu tte me sento prutetta.»
Leo deglutì a fatica, il sangue che gli pompava forte nelle vene. «È normale, Anna... sono tuo fratello. È ovvio che ti tocco con affetto.»
«E allor' pecché l'ati nun ponno essere comm' a te?» mormorò lei. Si avvicinò ancora di più, il viso a pochi centimetri da quello di lui. Il suo respiro sapeva di menta e vaniglia. Chiuse gli occhi, lasciandosi guidare da un bisogno di affetto che stava rapidamente sfociando in una lascivia proibita. «Si fosse pe' me... da te me facesse tuccà, Lè. Sulo da te.»
La frase restò sospesa nell'aria come una bomba innescata. Leo si bloccò. Il cervello gli urlava di spingerla via, di ricordarle chi erano, ma il suo corpo era già in fiamme. Guardò giù. La canottiera di Anna era completamente scivolata da un lato, lasciando scoperta la curva superiore e il solco del suo petto esplosivo.
Guidato da un istinto oscuro e da una curiosità divorante, Leo abbassò la mano tremante. «Sei sicura di quello che dici, Anna?» sussurrò, con la voce diventata un graffio roco. «Ti faresti toccare... così?»
Le sue dita sfiorarono la seta proprio sopra il capezzolo turgido. Anna trattenne il fiato, inarcando leggermente la schiena. Invece di ritrarsi, si spinse contro il suo palmo. Leo perse il controllo. La mano si chiuse, avvolgendo l'intera mole di quel seno morbidissimo e pesante attraverso il tessuto. Iniziò a impastare quella carne generosa, stringendola e massaggiandola con una pressione ferma. La sensazione era paradisiaca: la pelle di lei era bollente, il capezzolo duro come un sassolino si strusciava contro il palmo della sua mano.
«Uh, Maronna...» gemette Anna, gettando la testa all'indietro contro lo schienale del divano. Le sue labbra si dischiusero, e un suono gutturale, di puro piacere, le sfuggì dalla gola. «Lè... è bell' assaje...»
«Anna, questo è... è sbagliato,» ansimò Leo, il senso di colpa che lottava ferocemente con l'eccitazione mentre l'altra mano, quasi di vita propria, le accarezzava il fianco nudo.
«No... nun è sbagliat',» sussurrò lei, aprendo gli occhi lucidi di lussuria. Si morse il labbro inferiore, muovendo il bacino in modo impercettibile contro la coscia di lui. «Si si' tu... va bbuono. Famme sentì bbona, fratellò... ti prego.»
Quella supplica, unita al calore del suo corpo formoso, distrusse l'ultimo argine della moralità di Leo. Spostò la mano dal fianco di lei, scendendo lungo l'elastico dei pantaloncini di seta blu notte. Le dita scivolarono sotto il tessuto, sfiorando il basso ventre, fino a trovare il suo centro. La trovò fradicia. Bagnatissima. L'ansia di prima si era sciolta in un'eccitazione liquida e bollente.
«Sei caldissima, nennè...» mormorò Leo, accarezzando le sue grandi labbra gonfie, sentendo i succhi di lei bagnargli le dita.
Anna emise un gemito lungo, stringendo le gambe attorno al polso di lui. «Lè... Lè...»
Leo non ci vide più. Si tirò su a sedere, spostando le gambe di Anna sul divano. Con un movimento rapido, le agganciò l'elastico dei pantaloncini e glieli sfilò lungo le cosce piene, gettandoli sul tappeto. Sua sorella era lì, mezza nuda, con la canottiera arrotolata sotto quel seno monumentale e il sesso umido e lucido esposto alla luce fioca del salotto.
Leo si posizionò in mezzo alle sue gambe, inginocchiandosi sul divano. Afferrò le sue cosce morbide e le allargò dolcemente. L'odore del bagnoschiuma si mischiava a quello intenso e primitivo della sua eccitazione. Senza dire una parola, chinò la testa e affondò il viso in mezzo alle sue gambe.
Anna lanciò un urlo strozzato, inarcando la schiena e piantando le mani tra i cuscini del divano. Il seno pesante ballò, tremando per la scossa. «Uh, Gesù! Fratellò... sì!» gridò, senza più alcun pudore.
Leo leccò la sua intimità con un movimento lungo e deciso dal basso verso l'alto, assaporando il gusto salato e dolciastro della sorella. La lingua calda si insinuò tra i petali morbidi e fradici, mentre l'aria del salotto si riempiva degli schiocchi umidi della saliva e dei lamenti di Anna. Trovò il clitoride, turgido e pulsante, e lo prese tra le labbra. Iniziò a succhiarlo, prima delicatamente, poi con sempre più forza, mentre con la mano destra le accarezzava l'interno coscia e l'addome.
«Lè! Maronna mij', comm' me faje sentì!» ansimava Anna, la parlata ormai completamente napoletana e sguaiata, persa nel piacere. Iniziò a tirare i capelli di Leo, spingendo il bacino contro la sua bocca affamata, assecondando il ritmo.
Leo aggiunse le dita. Indice e medio scivolarono dentro di lei, strettissima e bollente. Iniziò a stantuffare con le dita, simulando una penetrazione ritmica, mentre la lingua non smetteva di torturare il clitoride. Il contrasto tra il riempimento interno e il succhio esterno la mandò in delirio.
«Spinge, Lè... spinge cchiù a funn'!» ansimava lei, muovendo la testa da una parte all'altra, il viso stravolto dal piacere. Le sue "zizzone" rimbalzavano a ogni colpo delle dita di Leo.
Il respiro di Anna si fece cortissimo, spezzato. Il climax stava arrivando come un'onda anomala. I muscoli delle sue cosce si tesero allo spasimo, stringendo la testa del fratello. «Sto venenn', Lè... sto venenn'!» urlò Anna, la voce che si ruppe in un singhiozzo acuto.
Leo succhiò con tutta la forza che aveva, premendo le dita profondamente dentro di lei. Anna esplose. L'orgasmo la investì con spasmi violenti, il suo bacino scattò in avanti contro il viso di lui, tremando senza controllo. I suoi lamenti riempirono la stanza, mentre i succhi inondavano le dita e le labbra di Leo in un'apoteosi di piacere assoluto e proibito.
Anna crollò contro lo schienale del divano, il petto sudato che si alzava e si abbassava freneticamente, gli occhi chiusi e un sorriso estatico sulle labbra piene. Leo si ritrasse lentamente, leccandosi le labbra, col respiro pesante, guardando sua sorella abbandonata e soddisfatta, mentre il suono in lontananza del campanello annunciava l'arrivo delle pizze.
Leo sobbalzò, ritraendosi con il fiato corto, le labbra lucide e il sapore di sua sorella ancora sulla lingua. Anna, sdraiata sul divano con le gambe ancora dischiuse e il petto sudato che si alzava e si abbassava freneticamente, aprì gli occhi languidi e gli sorrise, un sorriso carico di una complicità nuova, torbida e viscerale. «So' 'e pizze, Lè,» sussurrò lei, pigra e morbidissima, tirandosi giù la canottiera per coprire le "zizzone" arrossate. Leo si passò il dorso della mano sulla bocca, si sistemò i pantaloni per nascondere l'erezione ancora pulsante e andò a rispondere, con la testa che gli girava per la follia appena consumata.
A qualche chilometro di distanza, incastrato in un vicolo buio del centro, lontano da occhi indiscreti, l'insegna al neon mezza fulminata di un albergo a ore ronzava nell'aria umida della sera. Era un posto squallido, di quelli con la carta da parati scrostata e i tappeti che puzzavano di fumo freddo e segreti.
Ale salì le scale a due a due, con il cuore che gli martellava in gola e le mani sudate infilate nelle tasche del giubbotto. Era furioso. Le parole di Anna gli rimbombavano ancora nel cervello come martellate. Muccusiell' arrapato. «M'aggi' rutt' 'o cazz',» mormorò tra sé e sé, stringendo i denti. «Fa 'a provocante, fa ascì pazz' a tutt' quant' e po' me lassa a sicc'. E basta. Teng' diciott'ann', l'aggi' a fa'.»
Era stanco di essere l'unico vergine della sua comitiva, stanco di pregare per toccare un paio di tette che venivano sbandierate a tutta la scuola. Un suo compagno di classe, uno di quelli che sapeva sempre tutto di tutti, gli aveva girato il numero di una donna. «Una milfona da paura, Ale'. Costa, ma te fa arricreà. Chesta è roba de lusso,» gli aveva detto.
Ale trovò la stanza 14 in fondo al corridoio. Prese un respiro profondo per farsi coraggio e bussò due volte. La porta si aprì quasi subito.
L'aria viziata del corridoio fu immediatamente spazzata via da una folata di profumo costoso, intenso e teatrale, una fragranza da donna adulta che gli invase le narici e gli fece drizzare i peli sulle braccia. La stanza era illuminata solo dalla luce fioca di un'abat-jour rossa, ma quello che Ale vide sulla soglia lo paralizzò all'istante, cancellando dalla sua mente Anna, i litigi e qualsiasi traccia di razionalità.
La donna davanti a lui era un'esplosione di carnalità consapevole, feroce e matura. Non era una ragazzina formosa e impacciata: era una femmina che sapeva esattamente il fatto suo. Indossava un corsetto di pizzo nero strettissimo che le fasciava il corpo asciutto e tonico, spingendo verso l'alto un seno proporzionato ma esibito con una fierezza quasi arrogante. Le gambe, lunghe e perfette, erano fasciate da calze a rete che sparivano sotto l'orlo del corpetto, terminando in un paio di tacchi a spillo vertiginosi.
Il viso era parzialmente coperto da un'elegante maschera veneziana nera, decorata con pizzi e strass, che le nascondeva gli occhi e l'identità. Ma la metà inferiore del volto era scoperta, ed era letale: due labbra carnose, piene, dipinte di un rossetto rosso acceso e impeccabile. Una cascata di ricci scuri, voluminosi e disordinati, le incorniciava il collo, e ad ogni suo respiro un paio di grandi orecchini a cerchio dorati tintinnavano dolcemente nella penombra.
La donna lo squadrò da capo a piedi da dietro la maschera. La sua postura era dritta, fiera, dominante. Capì subito di trovarsi davanti a un ragazzino in fiamme, e le sue labbra rosse si aprirono in un sorriso sornione, divertito e incredibilmente sensuale.
«Tras', guagliò,» sussurrò lei, con una voce profonda, vellutata e in un napoletano perfetto e fluido. «Si' tu chillu là ca m'ha scritt', over'?»
Ale deglutì a fatica, annuendo come un ebete, completamente ipnotizzato dalla scollatura di lei e da quell'aura di puro magnetismo. «S-sì. Sono io.»
La donna si fece da parte, muovendo i fianchi stretti con un'eleganza istintiva, da diva mediterranea. Fece scattare la serratura non appena lui mise piede nella stanza.
«Nun fa' 'o timid' cu mme. M'hanno ritt' ca tien' pressa 'e mparà,» continuò lei, avvicinandosi con un passo felino che fece scricchiolare la pelle dei tacchi. Allungò una mano dalle unghie perfettamente curate, accarezzandogli il petto da sopra il giubbotto, mentre il suo profumo lo avvolgeva del tutto. Si chinò verso il suo orecchio, sfiorandolo con le labbra rosso fuoco. «Lassa fa' a chi ten' esperienza, nenné. Mo' t' 'o facc' veré io comm' s'addiventa n'omm'.»
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