Mentre nel retrobottega della sartoria Leo veniva travolto dalla furia carnale di Jessica, a pochi chilometri di distanza, in una stradina isolata e poco illuminata che portava verso la campagna, il clima era altrettanto teso, ma di una tensione diversa.
L’abitacolo della vecchia macchina di Ale era saturo di calore e dell’odore dolciastro di un deodorante per auto scadente. I vetri iniziavano ad appannarsi, nascondendo alla vista esterna quello che succedeva sui sedili posteriori. Anna era rannicchiata contro lo sportello, con il vestitino nero talmente corto che le risaliva fin sopra le cosce piene e morbide, lasciando scoperte le gambe chiare che Ale non smetteva di accarezzare.
Ale le stava addosso, col fiato pesante che puzzava di sigarette e desiderio. Le sue mani non stavano ferme un secondo: una le stringeva il fianco, mentre l’altra cercava con insistenza di infilarsi sotto la scollatura profonda del vestito, lì dove il seno enorme di Anna appariva come un invito troppo forte per essere ignorato.
«Ale', che cazz'... t’aggio ditto 'e no!» sbottò Anna, scostandogli la mano con un gesto deciso. Il suo tono era un misto di fastidio e paura, ma lo sguardo restava quello dolce e un po’ perso che la rendeva così magnetica.
Ale imprecò sottovoce, mettendosi a sedere dritto e passandosi una mano sul viso agitato. «Ma Annare', stamm' 'nzieme da tre mis'! Ci vediamo solo in classe, tra un compito di greco e una versione di latino... e mo' ca finalmente stamm' da soli fuori, tu fai 'a monaca?»
Anna si sistemò l'orlo del vestito, cercando di coprire il copribile, ma il movimento fece sussultare vistosamente il petto abbondante sotto il tessuto leggero. «Nun faccio 'a monaca, Ale'. Ma tengo n'ansia ca me sta mangian' 'o stomac'. Si mammà 'o scopre, io so' morta! Tu nun 'a canusc', chella ten' 'e radar, s'addora 'o sesso a chilometri 'e distanza!»
«E comm' 'o scopre, scus'?!» ribatté lui, avvicinandosi di nuovo e cercando di baciarle il collo, mentre la mano tornava a premere con forza sulla sua coscia calda. «Tu staje cu papà, no? 'O sarto' t'ha fatto 'a copertura... ja', rilassati nu poco. Sient' comme scotti...»
Ale provò a spingerla di nuovo verso il sedile, la bocca che cercava quella di lei in modo quasi violento. Anna sentì la pressione del corpo di lui, ma invece di abbandonarsi, sentì crescere un senso di soffocamento. La sua sensualità "acqua e sole", naturale e pigra, non era fatta per quegli approcci così aggressivi e forzati.
«Basta, Ale'! Mo m'haje rutt' 'o cazzo!» disse lei, stavolta con una fermezza che lo fece bloccare. Lo spinse via con forza, i suoi grandi occhi scuri ora lucidi per la rabbia. «T’aggio ditto ca nun voglio! Nun me sento sicura accussì, cu 'a fretta e cu 'o scuorn' 'e essere beccata. Accendi 'o mutore e riaccompagnami a casa, ca è tardi e mammà m'aspett'.»
Ale la fissò incredulo, col respiro ancora rotto. «Dici sul serio? Mi fai venire fin qui, ti vesti accussì ca me faje ascì pazzo, e po' me lasci a sicco?»
Anna sospirò, l’espressione che tornava a essere quella tenera e ingenua di sempre. Gli accarezzò una guancia con la mano morbida, cercando di calmare le acque. «Ale', nun fa' 'o scemo. Tu me piaci overamente, t' 'o giuro. Ma aggia sentì 'o mumento giusto, senza 'a paura 'e mammà ca me taglia 'a capa. Tien' pazienza... si me vuò bene, aspetta. Ma mo' jammuncenn', ca si faccio ritardo m'accire.»
Ale sbuffò, colpendo il volante con un pugno per la frustrazione, ma guardando quel viso così dolce e quel corpo così spudoratamente bello, non riuscì a insistere oltre. Mise in moto, facendo ruggire il motore nel silenzio della campagna.
Anna si rannicchiò nel sedile, guardando fuori dal finestrino mentre tornavano verso il paese. Il patto con Leo stava funzionando, ma sentiva che il segreto stava diventando sempre più pesante da portare, proprio come quel seno che Ale aveva cercato di stringere con tanta foga. Non sapeva che a casa, ad aspettarla, non c'era solo la cena, ma la tempesta Cira con un paio di mutandine di pizzo nero in mano.
Anna girò la chiave nella toppa con la delicatezza di un ladro, chiudendosi la porta di casa alle spalle. Il cuore le rimbombava nel petto per la corsa e per l'adrenalina. Si sfilò i tacchi al volo, corse in camera sua e si strappò via quel vestitino nero esplosivo, lanciandolo in fondo all'armadio. Si infilò una tuta larga, legò i ricci scuri in una coda disordinata e, solo in quel momento, prese il telefono dalla borsa. C'erano tre chiamate perse di Cira.
Con le dita ancora tremanti per la tensione dell'incontro con Ale, digitò velocemente: "Ma', scusa! Stavo da papà a posare le carte, me n'ero scesa e mi si è spento il telefono! Sono appena tornata a casa, sto mettendo a caricare e mi metto a studiare."
La risposta di Cira arrivò dopo meno di un minuto, fredda ma rassicurata: "Mannaggia a te e a pateto, m'haje fatto piglià 'nu colpo. Statte rint' e nun araprì a nisciuno. Stasera cucini tu." Anna si lasciò cadere sul letto, tirando un sospiro di sollievo così profondo che le fece tremare il petto. L'aveva scampata.
Passarono due settimane. Quattordici giorni in cui la sartoria e la casa diventarono il teatro di un gioco di ombre e coperture perfette. Tra Leo e Anna si era creata una complicità blindata: bastava un'occhiata d'intesa a colazione, e Leo sapeva già che quel pomeriggio avrebbe dovuto reggere il gioco. Ogni volta che Cira aveva i suoi "impegni" fuori porta, Anna correva da Ale. E il ragazzo, per quelle due settimane, sembrava aver incassato il colpo del primo rifiuto, rispettando in silenzio i tempi e le paranoie di lei, accontentandosi di baci rubati e strusciate veloci.
Nel frattempo, il cellulare di Leo era diventato il suo rifugio. Ludovica non si era più vista in bottega, ma le loro chat notturne erano ormai un appuntamento fisso.
"Ma ti sei sepolta sotto i codici o ti hanno rapita?" le scriveva lui, seduto sul letto, sorridendo da solo allo schermo."Diritto Privato mi sta letteralmente prosciugando l'anima, Leo," rispondeva lei, puntuale. "Non esco di casa da giorni. Ma giuro che appena finisco questo maledetto esame, vengo a ritirare il vestito di mia sorella. E tu mi devi un caffè." "Il vestito è pronto e sotto chiave. E il caffè te lo preparo con la moka della sartoria, roba per palati forti." "Non vedo l'ora. Buono studio, sarto."
Era un flirt sottile, pulito, fatto di parole e attese. L'esatto opposto di quello che Leo doveva subire ogni stramaledetto pomeriggio in bottega da parte di Jessica.
La vrenzola era diventata di una possessività asfissiante. Entrava in bottega come se ne fosse la padrona, trattando Leo come il suo giocattolo personale. «Sart', famm' vede' 'o telefun', cu chi staj' parlann'?» gli sibilava, cercando di strappargli lo smartphone di mano ogni volta che lo vedeva illuminarsi. Leo viveva nel terrore: aveva silenziato le notifiche di Ludovica e archiviato le chat, nascondendo il display con manovre disperate ogni volta che sentiva il profumo di vaniglia di Jessica sulla soglia. Lei non mollava la presa, lo considerava roba sua e insisteva ossessivamente per uscire. «Stasera n' 'o voglio sape' nient', m'haje a purta' for'! Nun po' sta semp' rint' 'a 'sta sarta a fati'!» gli diceva, premendogli il seno contro la schiena mentre lui cercava di concentrarsi sui libri.
Ma Leo, sfinito dallo studio e con la testa piena di Ludovica, resisteva. «Jessica, non posso. Devo preparare l'esame, sto impazzendo.»
«Sart', ma overament' faje? Tutta 'sta fatic' e chisti libbr'?» gli diceva, allungando le unghie laccate per accarezzargli il braccio «Jammuncenne a farci 'nu giro stasera... Teng' 'na voglia ca nun me fa durmì.» Quando poi Leo continuava a rifiutare, Lei si staccava, mettendo su un broncio carico di gelosia e stizza E se ne andava, lasciandolo con un'erezione frustrante e l'odore del suo profumo incollato addosso.
