Capitolo 4 - 'Na chiavata a ppagamento e 'a fessa d' 'a sora pe' spuntino
Mentre Ale sfoga la sua frustrazione perdendo la verginità tra le cosce di un'esperta escort mascherata, Leo e Anna cedono a una nuova e famelica dose di lussuria in bottega. Ma consumare i propri peccati alla luce del sole rischia di far crollare ogni segreto nel peggiore dei modi.
il fumo caldo delle pizze margherite riempiva la cucina, mischiandosi all'odore di bagnoschiuma che ancora evaporava dalla pelle di Anna. Leo fissava il cartone aperto, stuzzicando il cornicione bruciacchiato con le dita, ma non aveva fame. Il sapore della sorella gli era rimasto incollato al palato, un retrogusto di peccato e dolcezza che gli impediva di respirare normalmente.
«Anna... lo sai che abbiamo fatto una stupidaggine, vero?» sussurrò Leo senza alzare lo sguardo, la voce ancora incrinata e pulita. «È sbagliato. Sei mia sorella. Se mamma scopre una cosa del genere ci caccia di casa a tutti e due, haje capit'?»
Anna, seduta di fronte a lui con la canottiera che scivolava pigra sulle spalle, prese un morso di pizza con una lentezza studiata. I suoi occhi scuri cercarono quelli del fratello, carichi di una malizia che di ingenuo non aveva più nulla. «E pecché l'adda sape'?» rispose lei, pulendosi un angolo della bocca col pollice. «Lè, io aggio sempe avuto 'nu debbole pe' tte. Tu si' l'unich' ca me capisce, l'unich' ca me sa tuccà senza famm' sentì 'na zoccola. Stavo troppo bbona primma... m'aggio sentita rinata.»
Leo scosse la testa, ma il suo corpo lo tradiva: al solo ricordo di lei che gemeva tra le sue labbra, sentiva la pressione nei pantaloni farsi insopportabile. «Sì, ma non si può fare... è assurdo.»
«Nun avimm' 'a scuopa', Lè. Chillo è proibito, 'o saccio,» lo interruppe lei, sporgendosi sul tavolo. Il peso del suo seno abbondante premette contro il bordo, offrendogli una visuale ravvicinata delle areole scure che premevano contro la canottiera bianca. «Ma tuccamm'ce. Famme sentì n'ata vota chille mmane... famme venì n'ata vota. Sulo nuje duje, 'int' 'o scuro. Che male ce sta?»
Leo la guardò, sopraffatto dalla carnalità di quella richiesta. La complicità torbida che si era creata tra loro era un laccio che si stringeva ogni secondo di più.
Mentre i due fratelli siglavano il loro patto proibito davanti a una margherita, Ale si trovava immerso nel rosso soffuso della stanza 14. Venere o meglio, Cira nascosta dietro la maschera veneziana si muoveva intorno a lui con la grazia di una pantera. Il profumo di lei, un mix di gelsomino e tabacco pregiato, sembrava togliere l'ossigeno ad Ale, che se ne stava seduto sul bordo del letto, con le mani che tremavano leggermente sulle ginocchia.
«Che t'è success', nenné?» sussurrò Venere, avvicinandosi e facendogli scivolare le unghie laccate lungo la nuca. «Tiene 'o ffuoco rint' a l'uocchie, ma è nu fuoco cattivo. Chi t'ha fatt' arrabbià?»
Ale sbuffò, cercando di non guardare troppo a lungo quel décolleté che il corsetto nero spingeva quasi fuori dalla stoffa. «'A guagliona mia... 'na santarella ca nun me fa tuccà nient'. E 'a mamma soja... 'na femmena ca l'ha rutt' 'o cazzo cu' tutte 'ste paure. 'Na vipera ca le sta sempe appriess', comm' si 'o sesso fosse 'na malatia.»
Cira, dietro la maschera, si irrigidì impercettibilmente sentendo Ale inveire contro "la madre" della sua ragazza, ma la sua professionalità di escort era una corazza di ferro. Accennò un sorriso sornione, le labbra rosse che brillavano sotto la luce dell'abat-jour. «'E mamme so' sacre, nenné. Nun ne parlà male,» mormorò con una voce vellutata, quasi materna ma carica di una sensualità scura. «Loro vonno sulo pruteggere... pure si esagerano. Ma nun ce penzà mo'. Si 'a guagliona tòja te fa ascì pazzo e te lassa a sicco, stong' io ccà. Io me piglio tutte 'e rabbie toje... basta ca paji.»
Con un movimento fluido, Venere si inginocchiò in mezzo alle gambe di Ale. Il fruscio delle calze a rete contro il tappeto scrostato era l'unico suono nella stanza. Le sue mani esperte scivolarono sulla cintura del ragazzo, slacciandola con una rapidità che lo lasciò senza fiato.
«Mo' lassa fa' a me,» sussurrò lei.
Gli calò i pantaloni e i boxer, liberando l'erezione furiosa di Ale. Il ragazzo emise un gemito strozzato quando sentì il contatto delle dita fredde e affusolate di Venere sulla pelle bollente del suo membro. Lei iniziò a segarlo con movimenti lenti, decisi, guardandolo dritto negli occhi da dietro il pizzo della maschera. La sensazione per Ale era devastante: la stretta della mano di Venere era ferma, sapiente, e la sua pelle sapeva di una cura e di un'esperienza che Anna non avrebbe mai potuto avere.
«Sient' comm' scotti... si' proprio 'nu tore,» lo provocò lei, aumentando il ritmo.
Poi, con un gesto improvviso e crudo, Venere si portò la mano alle labbra e ci sputò sopra, bagnando il palmo di saliva calda e lucida. Riportò la mano sul cazzo di Ale, spalmandola su tutta l'asta e sul glande. Il rumore umido dello sfregamento, slack... slack... slack, riempì la penombra della stanza. Lo scivolamento era diventato totale, ardente, una frizione bagnata che mandò Ale in orbita.
«Uh, Maronna...» ansimò Ale, gettando la testa all'indietro, mentre le dita di lei torturavano la corona e spingevano con forza verso la base.
Venere dominava il gioco. Usava l'altra mano per stuzzicargli i testicoli, mentre continuava a segarlo con un ardore crescente, la saliva che rendeva ogni movimento un'esplosione di piacere viscerale. «Sfogate, nenné... caccia tutta 'a rabbia ca tiene rint',» sibilò lei vicino al suo bacino, mentre Ale godeva come un pazzo, completamente in balia della donna che, a sua insaputa, era proprio quella "vipera" di cui si era lamentato poco prima.
Venere si muoveva con la sicurezza di chi ha trasformato il desiderio in un’arte raffinata. Nella penombra della stanza 14, il suono dello sfregamento bagnato dalla saliva era l'unica musica, interrotta solo dai sospiri rotti di Ale. Lei lo guardava fisso negli occhi da dietro il pizzo della maschera, manipolando non solo il suo corpo, ma anche il suo orgoglio ferito.
«Sient' comm' sbatte 'stu cor'...» sussurrò lei, la voce che vibrava bassa e sensuale. «Te l'aggio ritt' ca si' 'nu tor'. Nun dà retta a chi nun te sape capì. Ccà cumann' 'o sang', e 'o sang' tuoj' sta abbrucian' pe' mme.»
Ale era completamente succube. Non aveva mai provato niente di simile: la maestria di quella donna lo faceva sentire importante, potente, proprio mentre lei lo riduceva a un ammasso di nervi tesi e desiderio puro. Venere aumentò il ritmo, stringendo l'asta scivolosa con una pressione che lo portò a un passo dal baratro. Proprio quando lui inarcò la schiena, pronto a esplodere, lei si fermò di colpo.
Con un movimento teatrale, Venere si alzò in piedi davanti a lui. Le mani corsero ai lacci del corsetto nero, sciogliendoli con una lentezza snervante. Il pizzo cadde a terra, seguito dalle calze a rete, finché non rimase nuda, fatta eccezione per la maschera e quel rossetto rosso fuoco che sembrava brillare nel buio. La sua fisicità asciutta e tonica, la pelle ambrata e la sicurezza con cui esibiva il seno proporzionato e le forme armoniose lasciarono Ale senza fiato.
«Vien' ccà,» gli ordinò, spingendolo delicatamente con le spalle contro il materasso.
Strappo un preservativo con i denti infilandoglielo e poi si mise a cavalcioni su di lui, promettendogli il paradiso con lo sguardo. Iniziò a strusciare la sua intimità, già calda e pronta, contro il cazzo duro e pulsante di Ale. Il contatto pelle contro pelle, l'attrito umido e il calore che sprigionava da quel corpo maturo mandarono il ragazzo in tilt. Poi, con una grazia esperta, Venere afferrò il membro di Ale e lo guidò dentro di sé, lasciandolo entrare lentamente.
Ale emise un gemito lungo e strozzato quando sentì quel velo rompersi, la sensazione di essere accolto da una morsa di carne caldissima, accogliente e incredibilmente bagnata. Era un mondo nuovo: la figa di Venere era un nido esperto che sembrava conoscere ogni sua fibra. Lei iniziò a muoversi con un ritmo sapiente, oscillando i fianchi con una precisione che solo gli anni di esperienza potevano regalare.
«Uh, Maronn'...» gridò Ale, i suoi gemiti che diventavano rumorosi, esagerati, quasi teatrali nella foga della sua prima volta.
Venere si chinò su di lui, afferrandogli le mani e portandole sul proprio seno. «Strign', nenné! Strign' forte!» gli sibilò all'orecchio, mentre il profumo di lei lo stordiva. «Faj' 'o vver' omm'. Sfunnam' tutt' cos'! Si' 'nu tor' overament'!»
Sentendo la carne soda dei petti di lei tra le dita e la pressione ritmica di quel bacino che lo stava letteralmente prosciugando, Ale perse ogni freno. Iniziò a spingere con una forza bruta, istintiva, assecondando i movimenti di Venere che lo cavalcava come se volesse domarlo. Il suono dei corpi che si sbattevano l'uno contro l'altro, lo schiocco dell'umidità e le parole zozze che lei gli sussurrava in napoletano stretto lo portarono al climax in pochi istanti.
«Sto venenn'!» urlò Ale, contraendo ogni muscolo mentre un'eruzione violenta e inarrestabile lo svuotava dentro di lei.
Venere assecondò l'orgasmo con un ultimo affondo profondo, stringendolo tra le sue pareti calde finché l'ultimo fremito non passò. Poi, con un respiro calmo, si lasciò scivolare di lato, buttandosi sul letto accanto a lui, i ricci scuri sparsi sul cuscino e la maschera ancora al suo posto.
Ale era immobile, il petto che sobbalzava, lo sguardo fisso al soffitto. «Sono... sono stato bravo?» chiese con un filo di voce, ancora stordito.
Cira, nei panni di Venere, allungò una mano e gli accarezzò i capelli con una tenerezza quasi professionale. «Si' stat' 'o meglio, nenné. 'O meglio 'e tutt'. M'haje fatt' arricrea',» lo lusingò lei, mentre con l'altra mano allungava il braccio verso il comodino per prendere il cellulare.
Senza minimamente scomporsi per la nudità, iniziò a scorrere velocemente alcuni messaggi sullo schermo, mentre Ale la guardava come se fosse una divinità. Venere si alzò, prese le banconote che il ragazzo aveva appoggiato sul tavolo e le contò con un gesto rapido delle dita affusolate.
«Mo' famm' fa' na doccia, nenné. 'A fatic' è fatic',» disse lei con un sorriso sornione dietro la maschera. Gli scoccò un bacio umido sulla guancia e sparì verso il bagno, lasciando Ale nel silenzio della stanza 14, con l'odore di lei addosso e la sensazione di essere finalmente diventato un uomo.
Intanto, a casa di Leo e Anna.
Leo e Anna si erano spostati nel letto di lui. La luce della strada filtrava debolmente dalle persiane, disegnando strisce d'ombra sul corpo nudo di Anna, che distesa tra le lenzuola appariva ancora più abbondante e carnosa.
Leo le stava sopra, perdendo ogni briciolo di razionalità. Affondò il viso tra le sue "zizzone" monumentali, sentendo la morbidezza di quella carne che lo accoglieva come un nido. Iniziò a succhiare con foga un capezzolo turgido, mentre con la mano destra scivolava giù, tra le cosce di lei. Anna era già fradicia; il solo contatto con le dita del fratello la fece sussultare.
Leo iniziò a masturbarla con movimenti decisi, sentendo la "fessa" di lei bollente e bagnata che pulsava sotto il suo tocco. Anna, con gli occhi chiusi e la testa gettata all'indietro, emetteva gemiti poco controllati, sguaiati e rochi, tipici di chi non ha ancora imparato a domare il piacere. «Lè... uh Gesù... sì...» ansimava lei in un napoletano stretto, mentre le dita di lui entravano e uscivano, esplorando la sua intimità in ogni piega, facendola scivolare in un abisso di lussuria proibita.
Il ritmo di Leo si fece forsennato, la bocca non staccava mai da quel petto pesante, finché Anna non inarcò la schiena con un urlo soffocato nel cuscino, travolta da un climax intenso che le scosse tutto il corpo formoso.
Dopo l'esplosione, restarono così, avvolti dal calore del post-sesso. Leo non riusciva a smettere: continuava a coccolarla, succhiando pigramente l'altro seno mentre lei gli accarezzava i capelli con dolcezza.
«Certo che...» mormorò Anna, la voce ancora tremante per il piacere, «'stu fatt' migliora proprio 'o rapporto tra fratell'. Me faje sentì overamente bbona, Lè.»
Leo alzò il viso, accennando un sorriso sghembo. «È una follia, Anna. Ma hai ragione, c'è un'intesa che non avrei mai immaginato.»
Anna si sistemò meglio, il petto nudo che premeva contro il braccio di lui. «Senti, ma dimm' na cosa... cu 'a chiattilla comm' va?»
Leo sospirò, tornando al suo italiano pulito. «Con Ludovica va molto bene, ci scriviamo sempre. È intelligente, raffinata... mi piace davvero. Ma il grande problema è Jessica.»
«'A vrenzola?» chiese Anna, inarcando un sopracciglio.
«Proprio lei. Anna, è diventata un incubo. Dopo quella mezza volta in sartoria, si comporta come se fossimo fidanzati ufficiali. È incredibilmente tossica, possessiva... mi controlla i social, si ingelosisce per ogni cosa. Non so come liquidarla senza che crei un macello in bottega o lo dica a mamma.»
Anna gli mollò un buffetto affettuoso sulla guancia. «Ma si' proprio 'nu fess', Lè! Una volta ca t' 'a si' chiavata, minimo n'uscita gliela devi dare. Escici una sera, portale un fiore e dille chiaramente che non è cosa, che non c'è feeling. Nun la puoi lasciare così 'appesa', sennò quella te sfunna 'a vetrina!»
Leo si passò una mano sul viso, imprecando sottovoce. «Maledizione a me... se lo sapevo non me la sarei mai scopata. È una pazza scatenata.» Poi però ridacchiò. «Però, a dirti la verità... ne è valsa la pena. Ha una foga che ti smonta pezzo per pezzo.»
Anna scoppiò a ridere, scherzando sulla debolezza del fratello. «E te pareva! 'O sarto' s'è fatto incantare dalle zizzone fluo! Comunque, Lè... e io che aggia fa' cu Ale?»
Leo si fece serio, guardando la sorella negli occhi. «Per me lo devi mollare. Si è comportato malissimo, dirti quelle cose... chiamarti in quel modo solo perché non volevi farlo. Uno così non ti merita, Anna. Meglio stare soli che con uno che non ti rispetta.»
Anna annuì, sentendosi rassicurata dalle parole del "fratellone". Si strinse ancora di più a lui, il corpo nudo e caldo che cercava il contatto. «Lè... pozz' durmì ccà stasera? Me sento sulo bbona vicin' a te.»
Leo la guardò con tenerezza, ma il pensiero di Cira era sempre lì, come un'ombra. «Sì, puoi restare... ma per favore, mettiti qualcosa addosso. Se mamma torna prima e ci trova nudi nello stesso letto, non ci basteranno tutte le scuse del mondo per spiegarle 'o burdell' che abbiamo combinato.»
Anna ridacchiò, gli scoccò un bacio umido sulla guancia e si allungò a cercare la canottiera sul pavimento, mentre il patto tra loro si faceva ogni minuto più profondo e pericoloso.
Poco più tardi.
Il silenzio della notte era rotto solo dal respiro regolare di Anna, addormentata profondamente accanto a Leo. Lui, invece, restava a fissare il soffitto, con la pelle ancora elettrica per il contatto proibito con la sorella. Verso le due del mattino, il rumore metallico della chiave nella toppa lo fece trasalire.
Leo sgusciò fuori dal letto, infilandosi i pantaloni della tuta, e andò in corridoio. In cucina, la luce della cappa era accesa. Cira era seduta al tavolo, ancora vestita con quell'abito scuro e attillato che usava per le sue "uscite", i ricci un po’ sfatti e l’espressione stanca ma soddisfatta. Davanti a lei, una pila di banconote da cinquanta e cento euro che sembrava una piccola torre.
«Mamma? Ma che ore sono?» chiese Leo, entrando in cucina. Il suo sguardo cadde subito sui contanti. «E tutti questi soldi? Che è successo, hai rapinato una banca?»
Cira ebbe un sussulto impercettibile, coprendo d'istinto la mazzetta con la mano dalle unghie rosse. «Uh, Lè! M'haje fatt' piglià 'nu colpo,» rispose lei, recuperando subito il suo tono sornione. «Ma che rapina e rapina... sono acconti, nenné. La signora Esposito e le sue amiche del Vomero hanno pagato tutto il lavoro per il matrimonio. 'E signore vonno 'a qualità e paveno bbuono.»
Leo la guardò con un pizzico di sospetto, ma la stanchezza ebbe la meglio. «Certo che pagano proprio bene per quattro orli... Comunque, sei tornata tardissimo.»
«'A ffatica è ffatica, Lè. Meglio a faticà ca a ffa' 'e debbiti,» tagliò corto lei, alzandosi e facendogli una carezza rapida sulla guancia. «Va' a durmì, ca dimane t'aspetta 'na jurnata longa. Io nun ci sarò tutto il giorno, aggia fernì 'sti commissioni. Mi raccomando, state in sartoria e fatt' ajutà da Annarella.»
Il sabato mattina arrivò con un sole che spaccava le pietre. In sartoria, l'aria era ferma, carica dell'odore dei tessuti e della polvere di gesso. Leo e Anna erano soli; Cira era partita presto, lasciando loro il comando della bottega.
Tra i due fratelli la complicità era cambiata. Non era più solo affetto: era una tensione sottile, erotica, che vibrava ad ogni sfioramento. Anna indossava un vestitino a fiori leggerissimo, senza niente sotto, che ad ogni movimento rivelava la forma tonda del suo seno abbondante.
«Lè, passami quel rocchetto...» disse lei, chinandosi sopra il tavolo da taglio. Il vestito si tese sul sedere formoso, e Leo restò un attimo a fissarla, sentendo il sangue pulsare.
«Tiè...» rispose lui, sfiorandole la mano. Anna lo guardò negli occhi, mordendosi il labbro.
«Oggi Ale vuole vedermi a pranzo. Casa sua è libera,» mormorò lei, abbassando la voce. «Ma è 'a mazzata finale, Lè. Oggi 'o sfunno. Gli dico che è finita e non lo voglio vedere più. Mi sono scocciata dei suoi capricci.»
Leo annuì, ma prima che potesse rispondere, il campanello della porta trillò con prepotenza. Jessica entrò in bottega come un uragano di vaniglia e gelosia. Indossava un paio di pantaloncini talmente corti da sembrare intimo e un top che a stento tratteneva le sue "zizzone" esplosive.
«Uè, sarto'! Uè, Annarè!» esclamò Jessica, piantandosi in mezzo alla stanza con le mani sui fianchi. Squadrò Anna da capo a piedi, cercando di non far notare il fastidio per la sua bellezza fresca e naturale. «Mamma mia, ma quanto sei diventata bella, Annarè! Tiene 'nu fisico ca pare 'na statua. Devi venire nel salone di mia madre, dove fatico io. Ti faccio un taglio ca te fa addiventà 'na diva, tutt' 'e maschi d' 'o paese cadeno a per'!»
Anna le sorrise con quella sua aria ingenua che nascondeva un mondo. «Grazie, Jessì. Magari un giorno ci passo.»
Jessica però aveva gli occhi puntati su Leo, controllando ogni suo movimento, quasi annusando l'aria in cerca di tracce di Ludovica. «Sarto', ma staje sempre chiuso ccà dinto? Pare ca staje a 'o carcere. Sient' a me... oggi a pranzo chiudi mezz'ora prima e vieni a mangià coccosa cu me nel retro del salone. Mammà ha fatto 'a parmigiana 'e melanzane... te faje 'na scorpacciata.»
Leo esitò, guardando la pila di riparazioni sul bancone. «Jessica, non lo so... non vorrei lasciare Anna da sola qui a chiudere tutto.»
Anna colse subito la palla al balzo, lanciando un'occhiata d'intesa al fratello. Sapeva che se Leo andava da Jessica, lei avrebbe avuto campo libero per liquidare Ale senza interferenze.
«Ma va', Lè! Vai pure,» disse Anna, con un tono dolce e convincente, mentre si sistemava una spallina del vestito che le lasciava intravedere quasi tutto il petto. «A pranzo devo vedermi con quel demente di Ale per chiudere la questione... me la cavo da sola. Vai a mangiare la parmigiana di Jessica, ca sicuramente è meglio d' 'o panino ca ti saresti fatto tu.»
Jessica illuminò il viso, afferrando Leo per il braccio e premendolo contro il suo petto morbido e caldissimo. «Hai visto? 'A sora è cchiù sveglia 'e te! Allora è deciso, sarto'. Ti aspetto all'una e mezza, nun facciamo fa' tardi 'a parmigiana... e nemmeno a me.»
Leo sospirò, sentendosi incastrato tra due fuochi, mentre il sabato prendeva una piega che prometteva di essere tutto meno che tranquilla.
Il mezzogiorno di sabato pesava sulla sartoria come una colata di piombo. Fuori, il vicolo ribolliva di vita, tra le grida dei venditori e il fumo dei motorini, ma dentro, tra le mura spesse e i rotoli di stoffa, l’aria si era fatta densa, carica di un’elettricità che non aveva nulla a che fare con il lavoro.
Leo stava sistemando le ultime fodere, cercando di non guardare Anna, che invece lo seguiva con occhi languidi e insistenti. Il vestitino a fiori che indossava sembrava essere diventato improvvisamente troppo stretto, troppo leggero, troppo tutto.
«Lè...» mormorò lei, avvicinandosi al grande bancone di legno massiccio. «Sto 'na corda 'e violino. Tengo n'ansia pe' colpa 'e chillu scemo 'e Ale ca me pare ca sto murenno. Famme rilassà nu poco... tanto nun passa nisciuno a quest'ora.»
Leo posò le forbici, sentendo il palmo della mano sudato. Cercò di mantenere il suo tono da fratello maggiore, ma la sua voce era un graffio roco. «Anna, guarda che sei diventata dipendente, eh? Non possiamo farlo ogni volta che sei nervosa. È pericoloso, qua può entrare chiunque.»
Anna non rispose a parole. Si limitò a sollevare l’orlo del vestitino, mostrandogli le cosce bianche, piene e già velate da un leggero brivido. «E chi adda trasì? È sabato, stanno tutti quanti a mangià. Ja', Lè... famme arricreà.»
Leo scosse la testa, imprecando a bassa voce contro se stesso, ma la voglia era più forte della ragione. «Siediti sopra,» le ordinò in italiano, indicando il bancone dove di solito tagliavano le stoffe pregiate.
Anna ubbidì subito. Si arrampicò sul legno, allargando le gambe e lasciando che il vestito risalisse fino alla vita. Sotto non aveva nulla, proprio come piaceva a Leo. La sua intimità era già lucida, un bocciolo di carne scura e gonfia che brillava nella penombra del negozio.
Leo si posizionò tra le sue ginocchia, afferrandole i fianchi morbidi. La pelle di Anna scottava. Senza dire una parola, chinò la testa e affondò il viso in quel calore umido. Il profumo di lei, un mix di bagnoschiuma e desiderio selvaggio, lo colpì come uno schiaffo.
Iniziò a leccarla con colpi lunghi, lenti, risalendo dal basso fino al clitoride turgido. Anna lanciò un gemito soffocato, portandosi le mani alla bocca per non gridare, mentre la schiena si inarcava e il seno abbondante ballava furiosamente sotto il tessuto leggero.
«Uh, Maronna mia... Lè... accussì...» ansimava lei in un dialetto sporco e rotto dal piacere.
Leo non si fermava. La sua lingua calda si insinuava tra le labbra bagnatissime, esplorando ogni centimetro, mentre con le mani stringeva le natiche di lei, affondando le dita nella carne soda. Gli schiocchi umidi della saliva riempivano il silenzio della bottega, intervallati solo dai respiri spezzati di Anna che ormai non riusciva più a stare ferma.
La lingua di Leo trovò il centro esatto del suo piacere e iniziò a lavorarlo con un ritmo incalzante, quasi violento. Anna era una fontana, il suo sapore inondava la bocca del fratello, che beveva quel peccato come se fosse acqua nel deserto.
«Sto venenn'... Lè, sto venenn'!» urlò lei, perdendo ogni controllo. I muscoli delle gambe le si tesero allo spasimo, le dita dei piedi si arricciarono e il bacino scattò in avanti, premendo con forza contro il viso di Leo.
L’orgasmo la investì come un’onda d’urto, facendola tremare dalla testa ai piedi. Gemette forte, una nota alta e sguaiata che si perse tra le bobine di filo, mentre il suo corpo veniva scosso da spasmi continui e violenti.
Fu in quel preciso istante che, fuori dalla porta a vetri, un’ombra si fermò.
Ale era arrivato in anticipo. Voleva farle una sorpresa, magari farsi perdonare per la lite dell’altra volta prima del loro ultimo incontro. Ma attraverso il vetro appannato e lo spiraglio della tenda rimasta leggermente aperta, vide tutto. Vide Anna, la sua Anna, seduta sul bancone con le gambe spalancate. Vide la testa di Leo, il sarto, il fratello "serio", affondata in mezzo a quelle cosce che a lui erano state negate per mesi. Vide il piacere estatico sul volto della sua ragazza e sentì quel grido di puro godimento che lei non gli aveva mai regalato.
Il mondo di Ale andò in frantumi in un istante. Restò lì, impietrito, col cuore che sembrava volerli esplodere nel petto. Non urlò, non bussò. Rimase a guardare l'orrore di quel tradimento di sangue, mentre il sole di Napoli continuava a picchiare spietato sulla strada.
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