Capitolo 5 - Na pompa a ddoje vocche e na muntagna 'e zizzone
Credendo di poter chiudere una relazione tossica, Leo cade in una trappola di pura e spudorata lussuria orchestrata da Jessica e dalla sua formosissima amica Tonia. Tra provocazioni a tavola e perversioni da retrobottega, il sarto cede a un vizio a due piazze, ignaro della bufera che si sta addensando fuori.
Il respiro di Anna era ancora un rantolo spezzato quando Leo si staccò da lei, passandosi rapidamente il dorso della mano sulle labbra lucide. L'aria della bottega era satura del loro odore, un misto di sudore, saliva e peccato puro. Anna si tirò giù in fretta il vestitino a fiori, tremando leggermente mentre scendeva dal bancone di legno, le gambe che quasi non la reggevano per le scosse del piacere appena consumato.
Proprio in quel momento, il trillo del campanello d'ottone squarciò il silenzio pesante.
Ale spinse la porta a vetri con una lentezza innaturale. Aveva il viso pallido, una maschera di cera su cui aveva faticosamente incollato un'espressione neutra. Aveva aspettato fuori quei trenta secondi necessari per non far capire nulla, ingoiando il veleno e l'orrore di ciò che aveva appena visto attraverso lo spiraglio.
«Uè, Ale,» lo salutò Leo, schiarendosi la voce e cercando di assumere subito il suo solito tono pacato da fratello maggiore, ignaro di avere ancora gli occhi accesi di lussuria. «Sei in anticipo.»
«Eh... aggio fatto primma. I miei so' asciti subbito,» rispose Ale. La sua voce suonava meccanica, vuota. Non guardò Anna in faccia, fissando invece un punto indefinito sul pavimento, terrorizzato dall'idea che, se avesse incrociato il suo sguardo, le avrebbe sputato addosso tutto lo schifo che provava.
Anna, ancora accaldata e con il respiro leggermente corto, si sistemò una ciocca di ricci dietro l'orecchio, sfoggiando la sua solita aria dolce e ingenua. «Dammi due minuti che chiudo la cassa, Ale.»
«Fai con calma, nennè. Io vado, sennò faccio tardi e chi la sente a quella,» disse Leo. Si avvicinò alla sorella e, con una naturalezza che ad Ale fece rivoltare lo stomaco, le diede un bacio affettuoso sulla guancia. «Chiudi tu la saracinesca. Ci vediamo stasera.»
Leo uscì dalla bottega, lasciandosi alle spalle una bomba pronta a esplodere, e si incamminò sotto il sole cocente verso il salone di bellezza della madre di Jessica.
Arrivò davanti alla vetrina mezza oscurata dalla serranda abbassata a metà per la pausa pranzo. Si chinò per passare sotto ed entrò. L'aria condizionata lo colpì come uno schiaffo, portando con sé un odore pungente di lacca, smalto e candeggina.
Ma a gelarlo davvero non fu l'aria condizionata, bensì lo sguardo della ragazza piazzata dietro il bancone della cassa.
Non era Jessica. Era una vrenzola all'ennesima potenza, e aveva un aspetto letteralmente esplosivo. Tonia non aveva bisogno di mettersi in posa per farsi notare: la sua era una bellezza mediterranea cruda, sfacciata e prepotente. Aveva lunghi capelli scuri e mossi che le ricadevano sulle spalle, un viso rotondo dai lineamenti morbidi e labbra esageratamente carnose, coperte da un lucidalabbra appiccicoso.
Ma era la sua espressione a colpire: lo guardava con gli occhi mezzi socchiusi, la bocca tirata in una smorfia infastidita. Emanava un'aria superiore, antipatica, tipica di quelle ragazze vanitose che sanno perfettamente di far sbandare gli uomini e non sentono il minimo bisogno di essere gentili. Quell'atteggiamento scocciato, arrogante, era paradossalmente il fulcro del suo fascino magnetico e provocante.
Fisicamente era una statua della fertilità di strada. Formosissima, aveva un corpo compatto, pieno e carnoso. Indossava un paio di jeans chiari e strettissimi che fasciavano fianchi larghi e cosce spesse, sottolineando una silhouette curvy da togliere il fiato. Ma il dettaglio che dominava incontrastato su tutto il resto era il seno. Un petto enorme, pesante, esagerato, che sembrava letteralmente voler fuggire dai vestiti. Indossava una magliettina rosa elasticizzata, scollata, che faticava disperatamente a contenere quella mole di carne: il tessuto era teso allo spasimo, spingendo le sue curve verso il centro in una scollatura profondissima e morbida. Tonia se ne stava appoggiata alla cassa con le mani sui fianchi e il busto spinto in avanti, una postura di sfida che offriva a Leo una visuale totale e intimidatoria di quella sovrabbondanza.
«E tu chi cazz' si'? Stamm' chiuse, nun 'o vide 'a serranda calata?» esordì Tonia, la voce nasale e strascicata, masticando rumorosamente una gomma.
Leo deglutì, sentendosi improvvisamente piccolo davanti a quella presenza così dominante e sfacciata. «Scusa... cerco Jessica. Mi ha detto di passare a quest'ora per pranzo.»
Lo sguardo pesante e infastidito di Tonia cambiò impercettibilmente. Squadrò Leo da capo a piedi, con un sorrisetto obliquo che non era per niente rassicurante. Fece schioccare la gomma. «Ah. Tu si' 'o sarto,» sentenziò, con un tono che mischiava compatimento e malizia, come se sapesse già tutto di lui e delle sue prestazioni. «Piacere, Tonia. Aspetta llà, mo' 'a chiammo.»
Non fece in tempo a girarsi che dal retrobottega emerse Jessica. Portava un vassoio di alluminio fumante coperto di carta stagnola e un sorriso trionfante stampato in faccia. Anche lei era vestita per uccidere, ma vicino alla fisicità esagerata e all'arroganza di Tonia, sembrava quasi la sorella minore.
«Sarto'! Si' venuto!» esclamò Jessica, poggiando il vassoio su un divanetto per l'attesa e fiondandosi addosso a Leo. Lo prese per il collo e gli stampò un bacio possessivo e bagnato dritto sulla bocca, proprio davanti agli occhi annoiati di Tonia. «Maronna mia, che ciavurro 'e parmigiana ca ha fatt' mammà.»
Jessica si staccò, tenendogli un braccio intorno alla vita per rimarcare il territorio. «Vedo ca t'haje già canusciuto a Tonia. Essa è 'a meglia amica mia, faticamm' assieme ccà dinto.» Poi, con naturalezza, sganciò la bomba che Leo temeva: «Appriparate 'o stommaco, Lè. Tonia mangia cu nuje oggi. Avimm' 'nu sacco 'e cose a ce dicere.»
Leo guardò prima Jessica, radiosa e tossica, e poi Tonia, che si stava staccando dal bancone facendo ondeggiare i fianchi larghi e il petto monumentale, fissandolo con quel suo sguardo da vipera annoiata. Il pranzo si prospettava come un campo minato.
Il retrobottega del salone di bellezza era un minuscolo stanzino senza finestre, illuminato da un neon freddo e arredato con un divanetto in finta pelle nera e un tavolino basso. L'odore dolciastro della lacca per capelli si mescolava in modo quasi asfissiante al profumo denso e fritto della parmigiana di melanzane che Jessica aveva appena scoperchiato.
Leo si ritrovò seduto al centro del divanetto, letteralmente incastrato tra le due ragazze. Da una parte Jessica, che gli premeva possessivamente la coscia contro il ginocchio; dall'altra Tonia, che si era lasciata cadere al suo fianco con uno sbuffo annoiato, occupando una quantità di spazio notevole con i suoi fianchi larghi e il petto esplosivo.
Mentre masticava il primo boccone, Leo cercava disperatamente di riordinare le idee. Devo parlarle. Devo dirle che tra noi non può funzionare, che ho in testa un'altra, si ripeteva mentalmente. Anche se, ammettendo la sua debolezza maschile, il suo cervello aggiungeva una clausola pericolosa: Magari prima ce la facciamo un'ultima volta nello stanzino, e poi la mollo.
Ma le sue illusioni di controllo svanirono in fretta.
«Maronna, comm' è bbona 'sta parmigiana,» esordì Jessica, pulendosi le labbra col dorso della mano. Poi si voltò verso Tonia, lanciando un'occhiata carica di malizia. «Ma mai bbona comm' a 'o sarto nuosto. Tonia, tu nun 'o saje, ma chisto tene 'e mmane d'oro. E nun sulo pe' cusì 'e vestiti.»
Leo si strozzò con un pezzo di melanzana, tossendo nel tovagliolo di carta. «Jessica, per favore...» balbettò, col viso che gli andava a fuoco. «Stiamo mangiando.»
Tonia smise di masticare la sua gomma, appoggiò la forchetta e si voltò lentamente verso Leo. Il suo sguardo era quello di sempre: scocciato, arrogante, le palpebre pesanti e le labbra carnose piegate in un sorrisetto ironico. Non fece il minimo sforzo per allontanarsi; anzi, si appoggiò allo schienale, e nel farlo il suo seno monumentale, compresso nel top rosa scollatissimo, vibrò vistosamente, fermandosi a un millimetro dal braccio di Leo. «Eh, 'o saccio, 'o saccio,» disse Tonia, con la sua voce nasale. «Jessi m'ha cuntato tutt' cos'. M'ha ditto ca l'haje ribaltata 'ncopp' 'o tavolo d' 'a sartoria... e po' chillu fatt' d' 'a spagnola 'int' 'o stanzino. 'O sarto pare 'nu santariello, e invece è 'nu riavulo scatenato.»
Leo sgranò gli occhi, terrorizzato. «Le... le hai raccontato i dettagli?» sibilò verso Jessica, sentendo il sudore freddo imperlargli la fronte.
«E certo! Nuje nun tenimmo segreti,» rise Jessica, per niente sfiorata dall'imbarazzo. Si sporse in avanti e, senza alcun preavviso, infilò una mano sotto il tavolo, appoggiandola dritta sull'inguine di Leo, proprio sopra la zip dei pantaloni. Iniziò a massaggiare con lentezza. «Tonia è 'a meglia amica mia. L'aggia fa' sapé ca m'aggio truvato n'omm' ca finalmente me fa arricreà. Mica comm' a chillu strunz' 'e Genny, l'ex mio, ca ropp' tre minuti già aveva rutt' 'o cazzo e se girava dall'ata parte.»
«Puh! Lassa sta',» intervenne Tonia, prendendo un pezzo di pane e inzuppandolo nel sugo con flemma. Si piegò in avanti sul tavolino, e il movimento spinse la scollatura del top rosa dritto sotto gli occhi di Leo. La valle in mezzo a quei due seni enormi e pesanti era profonda, sudata e ipnotica. Tonia lo guardò dal basso in alto, sfidandolo apertamente con i suoi occhi da vipera. «L'uommene 'e mo' fanno schifo a chiavà. Vonno fa' 'e guappi e po' nun teneno 'o fiato. 'O sesso è 'a cosa cchiù bella d' 'o munno, è vita. Si n'omm' nun me fa sbattere 'a capa addó muro, pe' mme po' pure murì. Ma da comm' me dice Jessi... tu staje mis' bbuono.»
La conversazione era diventata un assedio erotico in piena regola. Leo era incastrato. Il suo italiano pulito e i suoi manuali di diritto erano stati spazzati via dalla carnalità travolgente di quelle due vrenzole che parlavano di sesso con la stessa naturalezza con cui parlavano del meteo.
L'imbarazzo di Leo era totale, ma il suo corpo, animale e istintivo, non obbediva alla razionalità. Sotto il tavolo, la mano di Jessica stava accarezzando la sua erezione che prendeva inesorabilmente vita contro la stoffa dei pantaloni.
Tonia se ne accorse. Il suo sguardo scivolò per un attimo sul bacino di Leo, notando il rigonfiamento evidente, per poi risalire sul viso di lui con un'espressione ancora più maliziosa e consapevole del proprio potere. «Uh, guarda llà,» mormorò Tonia, allungando una gamba tornita sotto il tavolo fino a far scivolare la coscia contro quella di Leo, intrappolandolo del tutto in una morsa di carne calda e provocazioni. «Pare ca 'o sarto s'è scetato sulo a sentì parlà. Te piace a sentì 'ste cose, eh?»
Leo chiuse gli occhi, respirando a fatica. L'odore della lacca, il profumo dolciastro di Jessica, la presenza fisica schiacciante, curva e arrogante di Tonia... tutto stava contribuendo a un cortocircuito sensoriale.
«Ragazze... vi prego...» riuscì a mormorare Leo, cercando debolmente di scostare la gamba di Tonia, ma finendo solo per sfiorare il tessuto teso dei suoi jeans.
Il respiro di Leo si era fatto corto, intrappolato in quella morsa di profumo economico, sugo e curve esagerate. Guardava le due ragazze con gli occhi sbarrati, il cuore che gli rimbalzava nel petto come un tamburo impazzito.
Jessica, notando il suo turbamento, ritrasse la mano dalla zip dei pantaloni di lui, mettendo su un broncio offeso e teatrale, incrociando le braccia sotto il seno esplosivo. «Ma che è, sarto'? Te faje appaura?» sibilò la vrenzola, stringendo gli occhi chiari. «Io t'aggio urganizzato 'sta bella sorpresa, e tu faje 'a faccia fessa? Si' sempe accussì evasivo, te ne scappe, ma io 'o saccio ca me vuò. E siccome nuje simmo amiche overo, a me e a Tonia ce piace a spartere 'e cose bbone.»
Leo deglutì, cercando disperatamente un appiglio razionale. «Spartire? Jessica, ma che cazzo stai dicendo? Siete impazzite?»
Tonia sbuffò una risata nasale, facendo schioccare la gomma per l'ennesima volta. Si sporse ancora di più verso di lui, tanto che il suo petto monumentale, strizzato nella magliettina rosa, gli sfiorò spudoratamente il bicipite. Lo guardò con quell'espressione perennemente scocciata, eppure carica di una lussuria arrogante. «Nun fa' 'o difficile, guagliò,» sentenziò Tonia, la voce bassa e strascicata. «Jessi m'ha fatto 'na capa tanta cu' te, dice ca si' 'nu mostro 'int' 'o lietto. Io so' curiosa. Vulevo veré si era overo o si so' sulo chiacchiere. E da comm' staje miso sotto a 'sta tavola... pare ca 'o materiale ce sta.»
Il cervello di Leo andò in tilt. Era andato lì per lasciarla. Per fare un discorso maturo, da futuro avvocato, e chiudere quella storia tossica. Ma la realtà dei vicoli gli stava sbattendo in faccia un'offerta che avrebbe fatto cedere qualsiasi uomo.
Jessica non gli diede il tempo di elaborare. Abbandonò i mezzi termini, l'eccitazione che le faceva brillare gli occhi. Si voltò verso l'amica, con un tono autoritario da vera femmina alfa del quartiere. «Tonia, va' a calà 'a serranda fino a terra e chiure 'a porta a chiave. Tanto mammà tene 'a signora cu 'a posa d' 'a tinta, pe' n'ora stamm' tranquille. Nisciuno adda trasì.»
«E lassa fa',» rispose Tonia, alzandosi con flemma. Girò le spalle a Leo, offrendogli la visuale dei suoi fianchi larghissimi e di quel sedere tondo e formoso compresso nei jeans chiari, mentre si avviava verso la parte anteriore del salone con una camminata pesante e sfacciata.
Non appena Tonia svoltò l'angolo e il rumore dei suoi tacchi si allontanò, Jessica scattò come una molla.
Si avventò su Leo con una fame bestiale. Lo afferrò per il colletto della camicia e lo tirò giù dal divanetto, trascinandolo di peso sul pavimento di linoleum freddo del retrobottega. Leo cadde all'indietro, stordito dalla rapidità del gesto, e un secondo dopo si ritrovò Jessica a cavalcioni sul suo bacino.
La ragazza si schiacciò contro di lui. Il top fluo che indossava non riuscì a contenere l'impatto: le sue "zizzone" sfuggirono parzialmente dal tessuto, morbide, enormi e caldissime, premendosi contro il petto del ragazzo. Jessica gli afferrò il viso tra le mani dalle unghie laccate e lo baciò. Fu un bacio famelico, sporco, disperato. Le loro lingue si intrecciarono con violenza, sapendo di parmigiana e pura, incontrollabile lussuria. Lei gli mordeva il labbro inferiore, ansimando contro la sua bocca, muovendo il bacino contro la sua erezione ormai dolorosa per l'urgenza di esplodere.
Mentre il sapore di Jessica gli invadeva la bocca, la parte razionale di Leo, quella che studiava i codici e flirtava elegantemente con la chiattilla Ludovica, si spense del tutto. Cazzo, pensò, mentre il calore di quel corpo prorompente lo schiacciava contro il pavimento. Ho l'occasione di farmi due vrenzole da paura insieme. Sti cazzi della morale... la mollo un'altra volta.
Guidato da quell'istinto primordiale, Leo smise di subire e passò al contrattacco. Sganciò le mani dai fianchi di lei e le fece scivolare con prepotenza sui glutei sodi di Jessica, avvolti nei pantaloncini minuscoli. Le afferrò il culo a piene mani, stringendo la carne abbondante con forza, e spinse il bacino verso l'alto, scontrandosi duramente contro l'intimità di lei.
Jessica emise un gemito gutturale direttamente nella sua bocca, interrompendo il bacio solo per guardarlo con gli occhi lucidi di trionfo e perversione. «Accussì te voglio, sarto'...» sussurrò lei, il respiro roco, strusciandosi contro il suo inguine. «Famme male. Sfunname. Ccà stammo nuje, e tenimmo tutt' 'o tiempo nuosto...»
Dal fronte del negozio, si sentì il rumore metallico e sordo della saracinesca che si abbassava del tutto, seguito dallo scatto secco della serratura. Il mondo fuori era chiuso. Il girone infernale era appena iniziato.
Il rumore della saracinesca si era spento da un pezzo, ma Tonia sembrava non avere alcuna intenzione di tornare. Nel retrobottega minuscolo e soffocante, l'attesa aveva fatto saltare l'ultimo fusibile nella testa di Jessica.
Senza dire una parola, con un gesto rozzo e animalesco, la vrenzola afferrò il bordo del suo top fluo e se lo sfilò da sopra la testa, gettandolo sul vassoio della parmigiana. Non portava il reggiseno. Le sue "zizzone" esplosero libere nella penombra: due masse di carne enormi, pesanti, con i capezzoli scuri già turgidi e sporgenti che puntavano verso il viso di Leo. Subito dopo, con la stessa foga, si sbottonò i pantaloncini e li spinse giù lungo le cosce, restando completamente nuda e vulnerabile davanti a lui.
A quella vista, Leo perse completamente il lume della ragione. La frustrazione, l'imbarazzo, i freni inibitori: tutto sparì. Scattò in avanti, affondando le mani in quella carne abbondante. Le strinse il seno con una violenza fuori di testa, impastando le mammelle come se volesse spremerle. Affondò il viso nel suo petto, aprendo la bocca e iniziando a succhiare un capezzolo con foga cannibale. Poi, tirò indietro la testa, raccolse un po' di saliva in bocca e ci sputò sopra. La goccia densa scivolò sulla pelle ambrata di Jessica, e Leo usò il palmo della mano per spalmarla con forza su tutto il seno.
Contemporaneamente, l'altra mano scivolò giù, infilandosi con prepotenza tra le gambe di lei. La trovò fradicia, bollente. Le dita di Leo affondarono senza grazia nella sua intimità, stantuffando con cattiveria.
Jessica gettò la testa all'indietro, i capelli scuri che frustavano l'aria. «Uh, Gesù! Maronna mia, ma si' assatanato!» urlò, in preda al delirio. I suoi gemiti erano esagerati, teatrali, sguaiati, rimbombavano nel piccolo stanzino come un inno alla lussuria dei vicoli. «Spacca tutto, sarto'... famme male!»
Ma dopo qualche minuto di quell'assalto brutale, l'aria nel retrobottega era diventata letteralmente irrespirabile. Jessica, con il petto arrossato dalle manate e il respiro corto, gli prese il polso per fermarlo. «Lè... ccà fa troppo caldo, me manca st'aria,» ansimò, con un sorriso diabolico stampato in faccia. «Jamm' 'a llà. Tanto è tutto chiuso, stamm' sole nuje.»
Lo prese per mano e lo trascinò fuori dal retrobottega, verso la zona principale del salone. L'ambiente era illuminato solo dalla luce cruda del sole che filtrava dalle fessure della saracinesca abbassata, riflettendosi sulla fila di grandi specchi. E lì, davanti a quegli specchi, c'era una scena che paralizzò Leo all'istante.
Tonia era seduta su una delle poltrone di pelle nera per il lavaggio dei capelli. Era mezza nuda: la magliettina rosa giaceva a terra, lasciando esposto il suo seno ciclopico e sfacciato, mentre i jeans chiari erano aperti e abbassati fino alle ginocchia. Con un'espressione annoiata ma gli occhi lucidi di vizio, Tonia stava usando il manico liscio e spesso di una spazzola per capelli per darsi piacere. Il movimento era lento, osceno. Sciàf... sciàf...
Quando li vide arrivare, Tonia smise di muovere la spazzola e sorrise, passandosi la lingua sulle labbra esageratamente carnose. «E finalmente...» strascicò la voce. «Me stavo scoccianno d'aspettà. V'ata magnat' tutta 'a parmigiana a sulo?»
Leo sgranò gli occhi, il cuore che batteva a mille. «Siete... siete completamente pazze,» balbettò in italiano, la gola secca.
Jessica non gli diede il tempo di elaborare lo shock. Lo spinse di peso sulla sedia da parrucchiere proprio accanto a quella di Tonia. Leo crollò sul sedile di pelle. Prima che potesse reagire, Jessica si inginocchiò davanti a lui, abbassandogli rapidamente la zip dei pantaloni e tirando fuori il cazzo, che ormai era teso fino allo spasimo, viola, pulsante e pronto a esplodere.
«Saje, Lè...» mormorò Jessica, sfiorandogli la cappella lucida con l'unghia laccata, mentre Tonia, dalla poltrona accanto, riprendeva a strusciarsi lentamente con la spazzola senza staccare gli occhi da quell'erezione. «Nuje ogni tanto 'int' 'a pausa pranzo jucammo assieme cu chella spazzola pe' scarrecà 'a tensione. Ma ultimamente sta addiventanno noioso. Vulevamo veré si riesci a essere 'o nuovo jucattolo nuosto.»
Tonia allungò il collo, scrutando il sesso di Leo con un fischio d'apprezzamento sguaiato. «Maronna... però, 'a verità, 'o sarto tene 'o materiale assaje bbuono. Me sa ca 'a spazzola 'a putimmo pure jettà.»
Jessica rise, un suono basso e roco, e si chinò in avanti. Prese la punta del cazzo di Leo tra le labbra e iniziò a succhiare. La sua bocca era esperta, famelica. La saliva di Jessica era dolce, abbondante, e inzuppò subito l'intera asta. Iniziò ad andare su e giù con la testa, ingoiando gran parte del membro, mentre con le mani stringeva le cosce di Leo. Il rumore bagnato e osceno, lo schiocco delle sue labbra che si staccavano e si riattaccavano, rimbombava nel salone deserto.
Leo buttò la testa all'indietro, afferrando i braccioli della sedia da parrucchiere con una forza tale da sbiancare le nocche. «Cazzo... Jessica...» gemette, perdendo ogni compostezza.
Dopo un minuto di tortura pura, Jessica si fermò. Con le labbra ancora lucide del sesso di lui, si girò verso l'amica. «Ja', Tonia, vien' ccà pure tu. Assaggia comm'è saporito.»
Tonia non se lo fece ripetere due volte. Lasciò cadere la spazzola sul pavimento con un rumore sordo, si alzò e si inginocchiò accanto a Jessica, spingendo i jeans fino alle caviglie per liberarsene del tutto. Ora le due vrenzole erano inginocchiate insieme tra le gambe di Leo.
Tonia si avvicinò. Le sue labbra, ancora più carnose e prominenti di quelle dell'amica, si chiusero intorno alla cappella. La differenza fu immediata: se Jessica era famelica e veloce, Tonia era arrogante, lenta e usava la carnosità della sua bocca per creare un vuoto d'aria che rischiava di sradicargli l'anima dal corpo.
Iniziarono ad alternarsi in un valzer infernale. Mentre Tonia ingoiava l'asta succhiando con avidità, Jessica scese a leccargli i testicoli, prendendoli in bocca e facendoli roteare sulla lingua calda. Poi si davano il cambio, con gli sguardi complici che si incrociavano mentre la bava colava sul bacino di Leo.
Ma lo spazio tra le gambe del ragazzo era stretto, e l'abbondanza fisica delle due ragazze creò una situazione ai limiti del grottesco e del sublime erotismo. Essendo così vicine, chinate sulla stessa preda, i loro enormi seni nudi entrarono inevitabilmente in conflitto. Le "zizzone" di Jessica e quelle gigantesche di Tonia si schiacciarono le une contro le altre. Carne contro carne, sudate e bollenti, si strusciavano a ogni movimento delle loro teste, creando una barriera di mammelle monumentali che massaggiava l'interno coscia di Leo a ogni pompata.
Leo guardava verso il basso e vedeva solo bocche affamate, labbra gonfie, saliva lucida e un mare di seni che si scontravano. Il rumore dei loro respiri affannati, gli schiocchi viscidi delle bocche e il suono umido della pelle che sbatteva contro la pelle lo stavano facendo impazzire.
«Maronna... state bone tutt'e dduje...» ansimava Tonia, staccandosi un attimo per riprendere fiato e asciugarsi una goccia di saliva dal mento. «Zitta e suca, Tò... guard' comm' freme,» le rispose Jessica, riprendendo il comando.
Il ritmo accelerò vertiginosamente. Le loro bocche lavoravano in sincrono, una tortura dolcissima e sguaiata. Leo sentì i muscoli dell'addome contrarsi violentemente, la base del cazzo pulsare come se avesse una vita propria.
«Ragazze... cazzo, ci sono!» ringhiò Leo, tirando debolmente i capelli di entrambe. «Mi sto venendo!»
«Sbaria... sbaria 'nfaccia a nuje!» lo incitò Jessica, continuando a succhiare, mentre Tonia spalancava la bocca, in attesa.
Il climax fu un'eruzione devastante. Leo spinse il bacino in avanti con un grido strozzato. Getti densi e caldissimi di sperma schizzarono fuori. Inondò prima le labbra e la lingua protesa di Tonia, poi il mento e la guancia di Jessica. Il seme colò abbondante, imbrattando i loro visi, scivolando lungo i loro colli e finendo per spalmarsi su quel groviglio di seni enormi schiacciati insieme.
Leo si accasciò contro lo schienale della sedia, con il fiato corto, svuotato, le braccia molli lungo i fianchi. Le due ragazze rimasero inginocchiate. Si guardarono, con i visi e i petti lucidi del suo piacere, e poi scoppiarono a ridere. Una risata cruda, complice, sfacciata, mentre Tonia si passava il pollice sul labbro inferiore, raccogliendo una goccia della sua virilità per assaporarla con quel suo solito, irresistibile sguardo scocciato.
Jessica si passò la lingua sulle labbra sporche, scambiandosi un'occhiata famelica con l'amica prima di sussurrargli con un sorriso malizioso: «Mo ca te si' divertito, sarto'... è 'o mumento 'e pava' 'o cunto. Tocca a te a faticà.»
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