Capitolo 2 - Na spagnola 'mmiez' 'e zizzone
L'incontro tanto atteso con la raffinata Ludovica viene interrotto dalla gelosia carnale di Jessica, pronta a marchiare il territorio a colpi di perversione nel retrobottega. Tra piaceri bagnati e tensioni palpabili, il rientro anticipato di Cira minaccia di far crollare i delicati segreti di famiglia.
Leo sbiancò. Il sangue gli si gelò nelle vene, scivolando via dal viso in una frazione di secondo. Fissò quel pezzetto di pizzo nero che dondolava tra le dita della sorella, sentendo il respiro bloccarsi in gola. Non aveva scuse pronte, non c'era via d'uscita. «Anna...» balbettò, passandosi le mani tremanti tra i capelli. «Senti, ti giuro, è successo tutto all'improvviso. Non so nemmeno io come cazzo ho fatto.» Anna sgranò i suoi grandi occhi scuri, lasciando cadere le mutandine sul tavolo della cucina come se scottassero. «Lè, ma staje pazziann'?» sussurrò, sconvolta. «Te si' purtat' na femmen' 'n bottega? Addò faticamm'?» «Sì, cioè, no! È entrata per prendere le misure e... una cosa ha tirato l'altra,» confessò Leo tutto d'un fiato, avvicinandosi a lei con le mani giunte in segno di preghiera. «Ti prego, Anna, ti supplico. Se mamma lo scopre mi uccide. Lo sai com'è fatta, se viene a sapere che ho scopato sul suo tavolo da taglio con una cliente mi taglia la gola con le forbici da sarto! Non dirle niente, ti scongiuro!» Anna rimase in silenzio per qualche secondo, fissando il fratello. Poi, invece di fare la spia o fargli la morale, si lasciò cadere sulla sedia con un sospiro pesante, incrociando le braccia sotto il petto. L'espressione di shock si sciolse in un broncio frustrato. «E chi le dic' nient', Lè. Anzi,» mormorò lei, scuotendo i ricci scuri, «beato a te ca riesc' a fa' coccos'. Io stong' murenn' ccà dint'.» Leo aggrottò la fronte, confuso da quella reazione inaspettata. «In che senso?» «Nel senso ca mammà cu me è n'angosci'! Me ten' carcerat'!» sbottò Anna, alzando un po' la voce ma stando attenta a non farsi sentire dai vicini. «Faccio 'a quinta superior', Lè! E alle nov' di sera aggia sta' rint' a casa! Se voglio ascì a mangia' na pizza, adda sape' fil' e per segn' cu chi stong', me li fa purta' fin' a for' 'o purton' pe' veré chi song'. Non ne posso cchiù. Tu almen' t'haje sfugat', io manco respirar' pozz'!» Anna si alzò in piedi, camminando nervosamente per la piccola cucina, e mentre lo faceva Leo non poté fare a meno di guardarla con occhi diversi, capendo improvvisamente perché la madre fosse così terrorizzata all'idea di farla uscire. Sua sorella aveva sempre fatto stragi. A differenza di Jessica, che era pura prepotenza visiva, Anna aveva una bellezza molto morbida e naturale, un'energia più dolce ma non per questo meno letale. Era sensuale quasi senza rendersene conto del tutto, con quell'aria ingenua, tranquilla e un po' persa che contrastava in modo brutale con il suo fisico esageratamente abbondante. Il viso era delicato, dominato da occhi grandi e ciglia lunghissime, e labbra piene e morbide che la facevano sembrare spontanea e mai costruita. I capelli ricci e scuri le incorniciavano il volto in modo selvaggio e bellissimo. Ma era il corpo a renderla un vero e proprio magnete per i guai. Fisicamente era formosissima, morbidissima e femminile da fare spavento. Anche adesso, indossando solo un pantaloncino da casa e una canottiera bianca troppo stretta, la sua silhouette era esplosiva. Aveva fianchi larghi e gambe piene, ma il punto focale restava quel seno incredibilmente prosperoso. Sotto il tessuto leggero della maglia, il petto appariva pieno, rotondo e pesante, tanto che il cotone faceva fatica a contenerlo, creando una scollatura profonda ed evidente a ogni minimo movimento. Leo si ricordò di averla vista al mare, quell'estate, con un bikini zebrato in cui il top a triangolo sembrava sul punto di cedere sotto il peso di quelle tette morbide, mentre lei se ne stava in acqua con i capelli bagnati, trasmettendo una carica erotica "acqua e sole" pazzesca. Era una sensualità non aggressiva, ma tremendamente carnale: una ragazza semplice, carnosa, che attirava immediatamente gli sguardi arrapati di tutti i ragazzi del paese proprio grazie a quel mix letale di curve da pornostar e sguardo innocente. «C'è un ragazzo,» continuò Anna, fermandosi davanti a lui e abbassando la voce, tirandolo fuori dai suoi pensieri. «Si chiama Ale. Andiamo a scuola insieme. Abbiamo iniziato una mezza relazione dietro i banchi... ma io non so mai come fare per vederlo fuori. Se lo dico a mamma, prima mi interroga e poi mi chiude a chiave nella stanza.» Leo annuì, comprendendo perfettamente la situazione. «E quindi?» Gli occhi di Anna si illuminarono, perdendo per un attimo quell'ingenuità e rivelando una furbizia tutta partenopea. Afferrò la giacca di Leo dal tavolo e la spinse verso di lui, insieme alla mutandina incriminata. «Facimm' nu patt', Lè,» sussurrò, avvicinandosi. «Tu nun dic' nient' 'e me, e io nun dic' nient' 'e 'sta purcaria ca haje fatt' in sartoria.» «Un ricatto?» «Un accordo,» lo corresse lei, seria. «Ti prego, Lè, coprimi. Il pomeriggio mamma ti lascia spesso da solo in negozio. Dille che sono andata da papà, o che sono uscita a fare delle commissioni per te. Coprimi le spalle quando vedo Ale. Ti prego, Lè, se mi becca mi uccide.» Leo guardò la sorella. Vide la disperazione e il desiderio nei suoi occhi grandi e scuri, e ripensando a quanto si era sentito vivo lui solo un'ora prima con le mani sul corpo di Jessica, prese la sua decisione. «Va bene,» sospirò Leo, infilandosi rapidamente il pezzo di pizzo nella tasca dei pantaloni. «Ti copro io. Reggimi il gioco con mamma e io farò lo stesso per te con questo Ale. Anche perché...» si interruppe, sentendo le guance andargli a fuoco. «Anche perché?» lo incalzò Anna, incuriosita. «Anche perché c'è una ragazza che piace a me. E non è la proprietaria di quelle mutande,» confessò Leo, passandosi una mano sul collo. «È una questione complicata.» «Uhhh, 'o frat' mij' tene 'e sicret'!» sorrise Anna, maliziosa. «E chi è 'sta guaglion'? Na chiattill'?» Leo aprì la bocca per rispondere e raccontarle di Ludovica, ma un rumore metallico rimbombò improvvisamente nel corridoio. Il rumore di chiavi infilate nella toppa della porta blindata. I due fratelli si zittirono all'istante, gli occhi spalancati dal terrore. «Maronn', è mammà!» sussurrò Anna, fiondandosi verso i fornelli e facendo finta di girare il sugo con un cucchiaio di legno, mentre il cuore le batteva all'impazzata, facendo sussultare vistosamente il seno abbondante. Leo si pietrificò, spingendo la giacca sulla sedia e cercando di assumere un'aria normale, sperando con tutto se stesso che l'odore di sesso e profumo chimico che si portava addosso fosse svanito. La conversazione era finita. Il patto era siglato, ma ora dovevano sopravvivere al generale Cira.
La madre di Leo e Anna non era il tipo di donna che passava inosservata. Aveva il fascino potente di chi non punta sulla dolcezza giovanile, ma sulla pura presenza scenica. Entrò in casa e, in un attimo, spostò tutta l'attenzione su di sé senza nemmeno il bisogno di parlare. C’era qualcosa di squisitamente teatrale nel suo modo di apparire: i capelli scuri, un’esplosione di ricci voluminosi che le incorniciavano il viso in modo disordinato ma affascinante, le davano un'eleganza istintiva. I grandi orecchini a cerchio dorati tintinnavano a ogni suo passo.
Si sfilò la giacca di pelle nera con un movimento fluido, rivelando un outfit vistoso che pochissime donne della sua età avrebbero saputo portare con tanta disinvoltura: un top aderente con una stampa leopardata sui toni del verde. Fisicamente, Cira aveva un corpo asciutto, tonico, ma ferocemente femminile. Non era formosa e abbondante come Anna o la vrenzola Jessica, ma aveva curve armoniose, esaltate da una postura dritta, altera e sicura di sé che rendeva ogni suo gesto seducente. Il suo seno, seppur non enorme, era perfettamente proporzionato e valorizzato al massimo: la scollatura molto aperta del top rendeva il suo décolleté il centro della scena.
La sua era una sensualità adulta, chiaramente costruita e consapevole. Era una donna che sapeva esattamente quale immagine proiettare: forte, dominante, da vera diva mediterranea un po' retrò. Il viso era intenso, magnetico. Gli occhi scuri e profondi scrutavano sempre il mondo con un leggero distacco ironico, quasi provocatorio. Ma l'arma letale di Cira erano le labbra: piene, carnose, accese da un rossetto rosso fuoco che spiccava sulla pelle ambrata.
«Uh, Gesù, Giuseppe e Maria, e che ciavurro!» esclamò Cira, annusando l'aria con teatralità, gli occhi che brillavano di un'ironia vivace. Si avvicinò al tavolo della cucina, piantando le mani sui fianchi stretti. «Me par' d'assistere a nu miracol'! 'A principessa s'è mis' a cucena'!»
Anna, ancora un po' pallida per lo spavento di prima, le sorrise debolmente. «Ho fatto gli ziti al forno, ma'. Siediti, è pronto.»
«E menumal', ca stong' mort' 'e fam',» ribatté Cira, tirando indietro la sedia e accomodandosi a capotavola come una vera matriarca. Il suo sguardo scuro e indagatore si posò subito su Leo, che stava fissando il piatto di plastica sul tavolo con un po' troppa concentrazione.
«Uè, Lè. Ma che t'è success'? Tien' 'a faccia 'e n'omm' ca s'è fatt' vint' chilometr' a peree. Te si' stancat' tropp' 'int' 'a sartoria?» lo prese in giro, allargando le labbra dipinte di rosso in un sorriso sornione.
Leo deglutì a fatica, pregando che la madre non notasse il sudore freddo che gli imperlava la fronte o l'odore di Jessica che temeva gli fosse rimasto addosso. «No, ma'. È che... c'era caldo in bottega. Tutto qui.»
«E t'credo, cu 'stu scirocc',» liquidò la questione Cira, prendendo la forchetta. Poi, con un cambio di tono repentino, da scherzoso a severo, puntò la posata verso Anna. «Sient' a me, nenné. 'A porta 'a tien' chius' cu 'e mandat'? E 'a finestr' d' 'o balcon'? Ca mo 'a ser' s'arricogl' tutta 'a zuzzimma mmiez' 'a via.»
«Sì, mamma, è tutto chiuso,» sbuffò Anna, alzando gli occhi al cielo con la sua solita espressione morbida e innocente.
«Nun fa' l'uocch' a pampeniell', ca cu me nun attacc',» la riprese Cira, anche se non riuscì a nascondere un sorriso intenerito. Il suo essere severa era l'altra faccia della medaglia del suo amore iper-protettivo. Le sue labbra rosse si assottigliarono leggermente. «Faje 'a quint' superior', te cred' 'e esser' rann', ma tu si' tropp' ingenua, Annarè. Fora è chin' 'e mariuol' e ggent' malament'. Tu tien' 'stu fisic' ca te port', e l'uommin' so' comm' a l'animali. Tu adda sta' vicin' a mammà, hai capit'? Te rong' io 'e direttiv'.»
Anna abbassò lo sguardo sul piatto. «Ho capito, ma'.»
Leo lanciò un'occhiata complice alla sorella da sotto in su. Il contrasto era evidente: Cira pensava di avere la situazione perfettamente sotto controllo, trattando la figlia come una bambina da rinchiudere e il figlio maschio come un pigrone innocuo. E invece, in quella stessa cucina, c'erano un ragazzo che aveva appena scoperto una cliente sul tavolo da lavoro e una ragazza che viveva una tresca clandestina a scuola.
La cena scivolò via liscia, tra battute sagaci di Cira, doppi sensi che a Leo fecero quasi strozzare con la pasta, e i soliti rimbrotti materni. Finita l'ultima goccia di vino, Cira si alzò, stiracchiandosi e mostrando ancora una volta la sua linea impeccabile e fiera.
«Mo me ne vac' a durmi', ca stong' a piezz'. Lavat' 'e piatt' e nun facit' burdell',» ordinò, scomparendo nel corridoio col rumore dei suoi passi sicuri.
Una mezz'ora dopo, il silenzio era calato sull'appartamento. Leo era seduto alla piccola scrivania della sua stanza. Aveva indossato dei pantaloni di tuta leggeri e una t-shirt larga, cercando di ripassare alcuni appunti di Diritto Privato. Ma le parole sul foglio si confondevano, sostituite nella sua mente dai gemiti sguaiati di Jessica e dall'immagine del suo corpo strabordante. Nel cassetto della scrivania, ben nascosta sotto i quaderni, riposava la mutandina di pizzo nero.
La porta della sua camera si aprì senza bussare. Anna scivolò dentro. Si era messa il pigiama, ma, fedele alla sua natura, anche in tenuta da notte risultava devastante. Indossava dei pantaloncini di cotone lilla e una canottiera bianca a costine, talmente aderente che il suo seno abbondante e pesante faceva tendere il tessuto, disegnando perfettamente i contorni dei capezzoli inturgiditi dal fresco della sera. I suoi ricci scuri erano raccolti in una crocchia disordinata, e i suoi occhi grandi brillavano di una curiosità quasi infantile.
Senza dire una parola, si fiondò sul letto del fratello, incrociando le gambe e abbracciando un cuscino, spingendolo contro il décolleté con un gesto che le schiacciò il petto morbidissimo verso l'alto.
«E allor'?» sussurrò Anna, sporgendosi in avanti.
Leo chiuse il libro di colpo. «Allora cosa?»
«Facimm' 'e fint' tont', eh?» la rimbeccò lei in dialetto stretto, con un sorrisetto malizioso che le increspava le labbra piene. «Io te copr' pe' 'a purcaria ca haje combinat', e tu me copr' cu Ale. 'O patt' è chius'. Ma mo' m'haje a dicer' chi è 'a guaglion' ca te piac'!»
Leo sospirò, passandosi una mano sul viso. Era inutile resistere a sua sorella quando faceva quell'espressione. «E va bene... ti ricordi quel gruppo di ragazze che ogni tanto passa davanti alla sartoria per andare a prendere il gelato in piazza? Quelle vestite bene, che non c'entrano niente col nostro quartiere?»
Anna sgranò gli occhi, fissando il fratello come se avesse appena confessato di voler scalare il Vesuvio in infradito. «Lè... ma over' faj'? Tu te si' innamorat' 'e na chiattill'? Ma chille so' 'e n'at' munn', nun t' 'o scurdà!»
Leo sospirò, appoggiando la schiena contro la spalliera della sedia. Lo sguardo gli si fece sognante, distaccandosi per un attimo dalle pareti di quella stanza. «È diversa, Anna. Ha un’eleganza che ti toglie il respiro, ma allo stesso tempo è... provocante, in un modo che non so spiegare. Non è sfacciata come le altre, sembra quasi consapevole di essere bellissima e le basta uno sguardo per farti sentire un cretino.»
Si voltò verso la sorella, cercando di descriverle quell'immagine che lo perseguitava da giorni. «Ha un viso delicatissimo, armonioso, con quegli occhi chiari che sembrano guardarti dall'alto, un po’ snob, come se fosse irraggiungibile. L’altra sera l'ho vista in un locale, aveva un vestito bianco aderente che le fasciava i fianchi e il busto in modo perfetto... era magnetica, quasi dominante con quell'aria fredda. Anche al mare, col copricostume trasparente, lasciava immaginare tutto senza mostrare niente. È slanciata, ha il collo lungo, la schiena dritta... è proprio un’altra categoria.»
Anna lo ascoltava a bocca aperta, mentre Leo continuava il racconto. «L'ho conosciuta perché studiamo entrambi Diritto. È entrata in bottega per delle compere e ha visto il manuale sul bancone. Ci siamo messi a parlare e c'è stato subito feeling, una cosa pazzesca. Mi ha promesso che in questi giorni mi porterà un vestito della sorellina da sistemare... e io la sto aspettando come un fesso.»
Anna scoppiò in una risata sonora, facendo sussultare il seno abbondante sotto la canottiera. «Uh, Gesù! 'O frat' mij' s'è pigliat' 'na sbandat' 'e chelle fort'! Ma famm' capi',» aggiunse poi, facendosi improvvisamente seria e puntandogli un dito contro, «tu t'innamur' 'e chesta e po' te chiav' a Jessica 'ncopp' 'o tavul' d' 'a sartoria? Ma che schif' si'?!»
Leo sorrise imbarazzato, allungò un braccio e strinse la sorella in un abbraccio affettuoso, sentendo la morbidezza del suo corpo. «Poi capirai, Anna... quando il sangue pulsa non capisci più niente.»
Anna si scostò, dandogli un buffetto sulla guancia. «Sì, va buon', ma statte attent'. Ccà 'e vrenzole so' pericolose: se le dai il dito, quelle già vogliono farsi mettere incinta per incastrarti. 'A Jessic' me par' propr' 'o tipo. Buonanott', sarto'!»
Il pomeriggio del giorno dopo era ancora più afoso. Leo era solo in sartoria; Cira era uscita di nuovo per le sue misteriose commissioni, lasciandogli campo libero. Come d'accordo, aveva avvisato Anna, che ne aveva approfittato subito per organizzare il suo incontro clandestino con Ale.
Leo stava cercando di leggere una sentenza di Diritto Penale, ma il calore e l'attesa lo rendevano inquieto. D'un tratto, il campanello trillò. Non era la "chiattilla" Ludovica, ma sua sorella Anna.
Leo alzò lo sguardo e rimase letteralmente senza parole. Anna era vestita in un modo che definire provocante era un eufemismo. Indossava un vestitino nero talmente corto che sembrava più una maglietta lunga, che faticava a coprire le sue natiche sode e rotonde. La scollatura era un attentato alla salute: il tessuto era tirato al massimo dal suo seno enorme e pesante, che sembrava pronto a traboccare a ogni respiro. Aveva i ricci scuri sciolti, un filo di trucco che le esaltava gli occhi grandi e un'aria di sfida mista a felicità pura.
«Anna... ma che cazzo ti sei messa?» sbottò Leo, alzandosi in piedi. «Non sarai vestita un po' troppo... sexy? Pare ca staje pronta p' 'a strada, ma' se te vede te chiure rint' 'a cantina!»
Anna fece un giro su se stessa, facendo ondeggiare i fianchi morbidi e lasciando intravedere quasi tutto. «Ma nun rompere, Lè! Ale m'aspetta, e voglio ca s' 'a scorda 'a scola quanno me vede!»
Leo sospirò, facendo il fratello protettivo. «Ascoltami bene: i ragazzi oggi vogliono solo una cosa, vogliono solo chiavare. Non farti mettere i piedi in testa da nessuno, hai capito? Anzi, mettiglieli tu sopra la testa a lui, fall' aspetta'.» Poi, per smorzare la tensione, accennò un sorriso furbo. «Prendi tuo fratello per esempio... io sono un santo, no?»
Anna scoppiò a ridere, dandogli una spallata giocosa. «Sì, 'nu sant' cu 'a mutanda 'e pizzo 'int' 'a sacca! Jà, m'en vac', statte accort' tu!»
Si girò per uscire e Leo, con un gesto d'affetto cameratesco e un po' sfacciato, le mollò una pacca sonora sul culone generoso che riempiva il vestitino nero. Sclack!
«Divertiti, nennè! Ma occhi aperti!» le gridò dietro mentre lei spariva tra i vicoli del paese, ridendo come una pazza.
Leo tornò a sedersi, ma il silenzio della bottega ora pesava di più. Il "patto" era operativo, i segreti erano al sicuro, ma l'attesa per Ludovica stava diventando un'ossessione.
Il caldo in bottega era diventato un peso fisico, una cappa immobile che faceva incollare la camicia alla schiena. Leo fissava la porta a vetri, sospirando, con il manuale di Diritto Privato aperto davanti agli occhi ma la mente persa altrove. Le lancette dell’orologio sembravano essersi fermate. Aveva perso le speranze. Ludovica non sarebbe venuta.
Poi, come un’apparizione salvifica in quel mare di noia pomeridiana, il trillo d’ottone del campanello risuonò allegro.
La porta si aprì e l'aria polverosa della sartoria fu improvvisamente tagliata da una folata di profumo fresco, qualcosa che sapeva di agrumi, fiori bianchi e lusso. Ludovica, la chiattilla, fece il suo ingresso. Era un vero e proprio angelo sceso nel purgatorio dei vicoli. Indossava un tubino estivo color panna, semplice ma che le fasciava il corpo in modo impeccabile, mettendo in risalto la vita strettissima, i fianchi morbidi e quel portamento elegante, col collo lungo e la schiena dritta. Aveva i capelli chiari sciolti sulle spalle e quello sguardo sofisticato, quasi freddo, che però si addolcì non appena incrociò gli occhi di Leo.
«Ciao,» disse lei, con una voce vellutata e un accento italiano pulitissimo, appena sporcato da una leggerissima e chic cadenza partenopea. «Spero di non averti disturbato mentre studiavi.»
Leo scattò in piedi, sbattendo il ginocchio contro il bancone per la fretta, ma cercando di darsi un contegno. «Ma figurati, Ludovica. Nessun disturbo. Anzi... mi stavo addormentando su questi tomi.»
Lei sorrise, un sorriso obliquo e consapevole, e appoggiò sul grande tavolo da taglio una busta di carta pregiata. «Ti ho portato il vestitino di mia sorella, come ti avevo promesso. C'è da stringere un po' il corpetto e rifare l'orlo.»
Leo prese l'abito, sfilandolo dalla busta. Le loro dita si sfiorarono per un istante, e lui sentì una scossa elettrica risalirgli lungo il braccio. La vicinanza era inebriante: Ludovica emanava una sensualità controllata, magnetica. Non c'era bisogno che si mettesse in mostra; la sua semplice presenza, il modo in cui si appoggiava al banco inclinando leggermente il busto, era sufficiente a far girare la testa.
Mentre Leo ispezionava le cuciture, lei prese una penna dal portapenne e tirò a sé il bloc-notes delle ricevute. «Visto che mi sa che dovrai farmi sapere quando è pronto...» sussurrò lei, scrivendo con una grafia elegante. Strappò il foglietto e lo fece scivolare sul legno verso di lui. «Ti lascio il mio Instagram. Così, magari, se ti va, mi scrivi tu direttamente. Anche per... studiare insieme, qualche volta.»
Leo guardò il foglietto, il cuore che gli batteva a mille. «Lo farò sicuramente. Magari... ci prendiamo un caffè.»
«Magari,» rispose lei, mordendosi il labbro inferiore.
Il feeling era palpabile, denso, carico di promesse sussurrate. La favola sembrava perfetta. Ma a Napoli, le favole durano poco.
Il campanello della porta trillò di nuovo, questa volta con una violenza quasi aggressiva. La porta si spalancò e il profumo sofisticato di Ludovica fu istantaneamente annientato da un’ondata di vaniglia dolciastra e gomma da masticare alla fragola.
Jessica. La vrenzola era sulla soglia, un uragano di carne e sfacciataggine avvolto in un paio di jeans strettissimi e un top fluo che faticava a contenere la prepotenza del suo décolleté. Si bloccò, gli occhi chiari e penetranti che scattavano come radar da Leo a Ludovica, registrando istantaneamente la distanza ravvicinata tra i due, il sorrisino di lui e l'aria sofisticata di lei.
L'atmosfera nella stanza precipitò sotto zero. Jessica avanzò, piantando i tacchi sul pavimento, muovendo i fianchi con un'arroganza territoriale. Si avvicinò al bancone, ignorando quasi del tutto Ludovica, e si appoggiò col petto esplosivo proprio accanto alle mani di Leo.
«Uè, sart',» esordì Jessica, la voce carica di miele avvelenato, marcando pesantemente il dialetto. «Tutt' appost'? Vec' ca staje 'mpegnat'.»
Leo sbiancò. Infilò rapidamente il foglietto col nome di Ludovica in tasca, sentendo il panico salirgli in gola. «Ciao Jessica. Sì, stavo... stavo controllando un abito per la signorina.»
Jessica si voltò lentamente verso Ludovica, squadrandola da capo a piedi con un'espressione che mescolava superiorità fisica e un fastidio viscerale. Fece schioccare la gomma da masticare. «Piacere, Jessica. 'A client' cchiù affezionat' d' 'o sart' ccà. Bell' 'stu vestit'... nu poc' sciacquato, ma bell'.»
Ludovica non perse la sua flemma elegante. Raddrizzò la schiena, guardando la prosperosa ragazza mora con educata freddezza. «Piacere. Ludovica. Sì, è per mia sorella piccola.»
«Ah, me pariv'. Sient',» Jessica si rivolse di nuovo a Leo, il tono che non ammetteva repliche, accompagnato da uno sguardo che grondava possessività e minaccia. «Io aggia sistema' chillu fatt' d' 'e misur' ca pigliamm' ajere. Te si' scordat' ca 'o corpett' me stev' astrit'? T'aggia fa' vere' na cos' 'ncuoll'. Mo.» Gli fece un occhiolino talmente sfacciato e carico di allusioni che Leo sentì le ginocchia cedere.
«J-Jessica, sto servendo la cliente, ti pare il mo...» provò a balbettare Leo.
Ludovica, con la sua consueta classe e senza cogliere del tutto l'abisso di perversione che si nascondeva dietro quelle parole, fece un mezzo sorriso. «Ma figurati, Leo, fai pure. Io non ho fretta. Mi siedo qui e aspetto che finisci con lei, così poi mi fai la ricevuta per l'abito.» Si accomodò elegantemente su una sedia vicino all'ingresso, accavallando le lunghe gambe abbronzate.
Jessica non aspettava altro. Afferrò Leo per un braccio, le unghie laccate che affondavano leggermente nella stoffa della camicia. «Vien' cu me, sart'. Facimm' ambress'.»
Lo trascinò letteralmente oltre la spessa tenda di velluto bordeaux che separava la bottega dallo stanzino delle prove. Non appena il tessuto pesante si richiuse alle loro spalle, smorzando i suoni e tagliando fuori la presenza di Ludovica, la maschera di Jessica cadde. Lo spinse con forza contro uno sgabello di legno, facendolo sedere di botto.
«Ma che cazz' faj, Jessica... c'è una cliente di là!» sussurrò Leo, terrorizzato, gli occhi sgranati nell'ombra del retrobottega.
Jessica si mise a cavalcioni sulle sue gambe, gli occhi che lanciavano fulmini di lussuria e gelosia. «Me ne fott' 'e chi c'è di là!» sibilò in napoletano stretto, il viso a due centimetri da quello di lui. «Haje capit' ca si' rrobba mia? Eh? Te stiv' facenn' accalappia' da chella chiatta moscia cu 'a puzz' sott' 'o nas'? Mo t' 'o ricord' io a chi appartien'.»
Senza dargli il tempo di fiatare, Jessica si afferrò il bordo del top fluo e se lo sfilò in un unico, furioso movimento, tirando via anche il reggiseno. Le sue "zizzone" esplosero libere nella penombra: enormi, pesantissime, morbidissime, con le areole scure e i capezzoli già turgidi e sporgenti per l'eccitazione e la rabbia. Si lasciò scivolare giù dalle ginocchia di Leo, inginocchiandosi sul pavimento di graniglia proprio in mezzo alle sue gambe.
«Jessica, no, ferma, ti prego, se ci sente...» implorò Leo, il cui respiro si stava già facendo corto alla vista di quella mole di carne magnifica a pochi centimetri dal suo bacino.
«Zitt',» gli ordinò lei. Con gesti rapidi e decisi, gli slacciò la cintura e gli abbassò la zip dei pantaloni, tirando fuori l'intimo. Il cazzo di Leo era già duro come il marmo, teso e pulsante. L'aveva tradito non appena le tette di Jessica erano comparse fuori dalla stoffa. Lo liberò, afferrandolo con una mano dalle unghie lunghe e laccate, strappandogli un gemito strozzato.
Leo gettò la testa all'indietro, chiudendo gli occhi. La rassegnazione si mescolava a un’eccitazione devastante. «Però cazzo... muoviti,» ansimò, sapendo che non c'era via di scampo.
«Mo te facc' pruva' na cosa ca te fa muri',» sussurrò la vrenzola, con un sorriso demoniaco.
Jessica usò le mani per spingere i suoi due seni enormi l'uno contro l'altro, creando una fessura di carne profonda, morbida e caldissima. Poi vi infilò in mezzo il cazzo eretto di Leo, stringendolo in una morsa di pura morbidezza. Leo sgranò gli occhi. La sensazione del suo membro intrappolato tra quelle mammelle monumentali era paradisiaca. Ma Jessica non si fermò lì. Sporse le labbra carnose e lasciò cadere un lungo, denso rivolo di saliva che colò esattamente sulla punta del glande e giù lungo l'asta, finendo nella valle tra i seni. Con un dito, spalmò la saliva, rendendo la sua pelle e l'erezione di lui scivolose, lucide, pronte.
Iniziò a muoversi. Strinse i bicipiti per tenere le tette pressate contro il cazzo e cominciò a scivolare su e giù, in una spagnola perfetta, carnale e devastante. Sciàf... sciàf... sciàf... Il rumore umido della pelle bagnata di saliva che sfregava contro il sesso di Leo risuonava crudo e osceno nel piccolo stanzino. Il calore che sprigionava da quel petto formoso lo avvolgeva. I movimenti di Jessica erano rapidi, decisi, esperti. A ogni spinta verso il basso, la punta violacea del cazzo sbucava dalla scollatura di carne, lucida e tesa; a ogni spinta verso l'alto, veniva inghiottita dal morbido abbraccio.
La mente di Leo andò in cortocircuito. Era una dicotomia folle. Cazzo, di là, a tre metri da me, c'è la ragazza che mi piace, la principessa di ghiaccio. E io qua dietro mi sto facendo segare le palle da una dea dei vicoli che mi sta usando come antistress territoriale. E non mi dispiace... non mi dispiace per un cazzo.
«T' 'o vec' io si m'appienn' pe' chella là...» ansimava Jessica, alzando lo sguardo su di lui. I suoi occhi chiari erano accesi dal vizio, il trucco leggermente sbavato dal sudore. «Sient' comm'è fradici', sart'... te piac' mmienz' a 'ste zizz' mij'? Songo overament' rrobba toja...»
La sua lingua lunga, rosa e umida, scattò fuori. Mentre continuava a segrarlo freneticamente con le tette incastrate, Jessica chinò la testa e iniziò a leccare con foga la cappella del cazzo ogni volta che sbucava verso l'alto. La combinazione del massaggio pressante della carne morbida sul fusto e del tocco guizzante, bagnato e caldo della lingua e delle labbra sulla zona più sensibile, mandò Leo in orbita.
«Jes... Cristo, sì...» gemette Leo, affondando le dita nei folti capelli scuri della ragazza, perdendo ogni controllo, ogni pudore, ogni preoccupazione per chi fosse dall'altra parte della tenda.
Il ritmo si fece forsennato. Lo schiocco viscido della saliva si mescolava al respiro pesante di Leo e ai mugugni osceni di Jessica, che non smetteva di provocarlo in quel napoletano di strada che ora gli suonava come la musica più erotica del mondo. «Spruzzame tuttecose 'ncuoll', Lè... sfamame, sfunname... famm' vere' l'omm' ca si'...» lo incitava lei, succhiando la punta e stringendo i petti con violenza.
Il climax lo investì come un treno in corsa. Leo inarcò la schiena, contraendo tutti i muscoli. La tensione si ruppe con un'urgenza bestiale. «Sto venendo!» ringhiò, tirandola per i capelli per tenerla ferma.
L'eruzione fu intensa, violenta, irrefrenabile. Getti densi e caldissimi di sperma schizzarono fuori, colpendo Jessica in pieno. Il seme caldo le bagnò le labbra socchiuse, il mento, la guancia, scivolando copioso e denso sulla sua pelle abbronzata, fino a gocciolare e spalmarsi sul dislivello morbido dei suoi enormi seni nudi e imperlati di sudore.
Leo si afflosciò sullo sgabello, ansimando, il petto che si alzava e si abbassava a un ritmo irregolare. Jessica rimase in ginocchio. Passò un dito sulle proprie tette, raccogliendo una goccia della sua virilità, e se la portò alle labbra con un sorriso trionfante, feroce e primordiale. Lo guardò, il viso imbrattato del suo piacere, e sussurrò con la voce roca: «Sistemate 'e cauzun', sart'. Ca mo' 'a chiattill' t'aspetta p' 'a ricevut'.»
Leo si sistemò i pantaloni con le dita ancora scosse da un tremito incontrollabile, mentre il cuore gli rimbalzava contro le costole come un animale in gabbia. Jessica, con una calma serafica e irritante, si tirò su il top fluo, sistemando con due colpetti decisi le sue "zizzone" monumentali che ancora vibravano per l’adrenalina. Si passò una mano tra i capelli scuri, sciolti e disordinati, e si diede una rapida controllata allo specchio macchiato di vapore e passione.
«Sistemate 'a cammisa, sarto',» gli sussurrò lei con un sorrisetto ferocissimo, «ca tiene 'a faccia 'e chi ha appena vist' 'a Maronna.»
Leo obbedì meccanicamente, cercando di ricomporsi. Il pensiero di Ludovica, seduta a pochi metri da lì, lo faceva sentire un verme, ma un verme incredibilmente appagato. Prese un respiro profondo, contò fino a tre e scostò la pesante tendina di velluto bordeaux.
Ma non appena mise piede nella bottega, il fiato gli si troncò di netto.
Dietro il bancone, perfettamente composta nel suo outfit elegante e magnetico, non c'era il vuoto. C'era Cira. La madre era tornata, chissà da quanto, e stava tranquillamente misurando con lo sguardo il tessuto dell'abito che Ludovica le stava mostrando. Ludovica era lì, in piedi, impeccabile nella sua grazia da chiattilla, mentre osservava Cira con rispetto.
Il silenzio che accolse l'uscita dei due dallo stanzino fu interrotto solo dal trillo del campanello di un cliente immaginario nella testa di Leo. L'odore di sesso, saliva e vaniglia che Jessica emanava sembrava riempire l'intera stanza come una nebbia densa.
Cira alzò lo sguardo. I suoi occhi scuri, profondi e carichi di quel distacco ironico che la contraddistingueva, si posarono prima sul figlio, notando la camicia infilata male e lo sguardo sbarrat e poi su Jessica, che uscì dallo stanzino con la sfacciataggine di una regina che ha appena conquistato un regno.
«Ma'...» balbettò Leo, la voce che gli uscì di due ottave più alta. «Sei... sei già di ritorno? Non dovevi fare tardi?»
Cira non si scompose. Si sistemò un riccio scuro dietro l'orecchio, facendo brillare il cerchio d'oro. Le sue labbra rosse si incurvarono in un sorriso enigmatico. «Aggi' finit' primm', Lè. Nun te preoccupa', 'a ffatica nun m'abbotta maje,» rispose in un napoletano fluido e sicuro. Poi si rivolse a Ludovica con estrema cortesia: «Scusa 'a mancanza, signurì. Mio figlio ogni tanto si perde 'int' 'e misur'.»
Jessica fece schioccare la gomma, incrociando le braccia proprio sotto il petto prorompente, sfidando lo sguardo di Cira. «'O guaglion' ffatica buon', Cira. Ten' 'na man' delicata,» disse la vrenzola, lanciando un'occhiata di fuoco a Ludovica, che era rimasta in silenzio, percependo una tensione che non riusciva a spiegarsi del tutto.
«M' 'o mmaggino,» rispose Cira, gelida. «Lè, serv' 'a signurina Jessica, ca sicurament' ten' press'. Io m'occup' 'e Ludovica.»
I minuti successivi furono un'agonia di gesti forzati. Leo consegnò a Jessica il suo scontrino con le mani che ancora sapevano di lei, mentre Cira, con una maestria teatrale, spiegava a Ludovica i dettagli della riparazione per la sorellina. Ludovica sembrava a disagio, lo sguardo che cercava quello di Leo, il quale però non riusciva a staccare gli occhi dal pavimento.
Finalmente, Jessica si girò sui tacchi. «Ciao sarto'. Ci sentiam' p' 'o rest',» disse con un ultimo occhiolino, uscendo dalla bottega e facendo oscillare il culone in modo plateale. Poco dopo, anche Ludovica, salutando con la sua solita eleganza misurata ma con un’espressione ora più dubbiosa, si congedò. «A presto, Leo. Fammi sapere su Instagram.»
Quando la porta si chiuse e il silenzio tornò a regnare nella sartoria, Leo sentì il peso dello sguardo di sua madre addosso. Cira iniziò a riordinare i rocchetti sul bancone con gesti lenti, precisi.
«Ma', io...» iniziò Leo, ma lei lo interruppe con un gesto della mano.
«Nun dicere nient', Lè. 'O ciavurro parl' sulo,» disse lei, senza guardarlo, ma con un tono che non ammetteva repliche. Non era arrabbiata, era... consapevole. «Appriparate, ca jamm' a casa. Aggio faticat' abbastanz' pe' ogge.»
Mentre Leo chiudeva la cassa e spegneva le luci del retrobottega, cercando di far sparire ogni traccia dell'incontro con Jessica, Cira tirò fuori il suo smartphone dalla borsa di pelle. Il riverbero dello schermo illuminò il suo viso magnetico, evidenziando il rossetto rosso e lo sguardo che si faceva improvvisamente cupo.
Uscirono dalla bottega e Leo abbassò la saracinesca. Il paesino era immerso nelle luci calde del tramonto, con l'odore del mare che arrivava fin lì, mischiandosi a quello del fumo dei motorini.
Cira si fermò davanti al motorino di Leo, controllando ancora una volta il telefono.
«Lè,» disse improvvisamente, la voce che aveva perso ogni traccia di ironia per farsi tagliente e preoccupata. «Anna sta a casa? È da tre or' ca nun me risponn' a 'e messagg'. Aggio chiammat' e sta spent'.»
Leo sentì un brivido freddo risalirgli lungo la schiena, ricordando Anna vestita "da troia" che andava a incontrare Ale. Il patto. Il segreto.
«Sì... mamma, sta a casa,» mentì Leo, cercando di sostenere lo sguardo indagatore di quella donna che sembrava leggere nei pensieri. «Cioè, prima mi ha mandato un messaggio... è andata da papà per portargli delle carte. Sicuramente le si è scaricato il telefono, lo sai che è distratta.»
Cira lo fissò per lunghi secondi, in silenzio, nel mezzo della strada. Poi sospirò, salendo sul sedile dietro di lui.
«Speramm', Lè,» sussurrò lei vicino al suo orecchio, mentre lui metteva in moto. «Speramm' overament' ca sta cu papà... pecché si scupro ca me sta facenn' fess', staser' 'o munn' s'abbotta.»
Leo accelerò, sentendo il pizzo nero di Jessica nella tasca della giacca che pesava come un macigno, mentre il motorino sfrecciava verso casa, dove la tempesta era già pronta a esplodere.
Commenti (0)
Per favore accedi per lasciare un commento.
Ancora nessun commento su questo capitolo, sii il primo a commentare!

