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Erotika
'O Pertuso 'e Famiglia · Cap. 7
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Capitolo 7 di 7 19 min di lettura

O cazzo d' 'o nfame e 'a vendetta 'ncopp' 'o muro

Messa all'angolo dal peso del suo indicibile segreto, Anna si ritrova in trappola nella sua stessa bottega. Ale, trasformato dalla rabbia in un predatore spietato, usa l'arma del ricatto per consumare una vendetta crudele e irrevocabile.

anna
4 mesi fa · 1.1k letture · 1

Il suono dei passi di Leo si era appena perso tra i rumori del vicolo. Nella bottega, l'aria era ancora densa, impregnata di quell'odore inconfondibile di sesso e sudore che Anna sentiva appiccicato addosso, sotto il vestitino a fiori.

Ale era rimasto fermo a pochi passi dall'ingresso. Le mani infilate nelle tasche dei jeans, le nocche bianche per lo sforzo di non esplodere.

«Dammi sulo 'nu minuto ca poso 'e sorde rint' 'a cassa,» disse Anna, con quella sua solita voce dolce, sistemandosi i ricci ribelli. Cercava di non guardarlo negli occhi. «Poi chiudo tutto e jamm' a fa' 'nu giro. Avimm' 'a parlà, Ale.»

Quella frase. Avimm' 'a parlà. Ale la conosceva bene. Era la mazzata finale. La santarella stava per scaricarlo. Ma questa volta, quella consapevolezza non lo fece sentire un ragazzino ferito. L'orrore che aveva spiato attraverso il vetro appannato, quell'immagine di Leo con la faccia in mezzo alle gambe di Anna, si stava mescolando a una rabbia nera, tossica. Un pensiero perverso, oscuro e violento iniziò a gonfiargli le vene e a indurirgli i pantaloni. Non era più una vittima.

Ale si voltò lentamente. Afferrò la chiave infilata nella toppa della porta a vetri e la girò. Clack. Clack. Due mandate. Poi tirò giù la tendina per oscurare del tutto la vetrina.

Anna si bloccò, con una mazzetta di banconote a mezz'aria. Il suo viso ingenuo si contrasse in un'espressione irritata. «Ma che cazzo faje, Ale? Pecché haje chiuso 'a chiave?»

Ale si avvicinò, il passo lento e pesante. «Tanto 'o saccio chello ca me vuò dicere. Me vuò lassà, overo? Hai fatto la sceneggiata e mo' te ne scappi.»

Anna sbuffò, sbattendo i soldi nel cassetto e chiudendo la cassa con un colpo secco. L'irritazione prese il sopravvento sulla prudenza. «E certo ca te voglio lassà! E che m'aggia tené a fa' uno comm' a te? Tu pienz' sulo a chiavà! Me staje sempe addosso, nun rispetti i miei tempi, nun rispetti i miei limiti! Si nun te la do, mi chiami zoccola. Ma pecché aggia stà cu tte?»

Ale si fermò a un metro da lei. Le sue labbra si piegarono in un sorriso sghembo, amaro e crudele. «'O rispetto, eh?» mormorò, scuotendo la testa. «Io so' l'unico fesso ca t'è ghiuto appriess' pe' mis', facenno 'o cane 'e pecora, preganno pe' tuccà mezza zizza, mentre tu faceve 'a vergine Maria ca teneva appaura 'e mammà...»

«Sì, e allor'?!» gli urlò lei, incrociando le braccia sotto il seno enorme che sussultò per la rabbia. «Il mio corpo è mio e decido io a chi darlo!»

«È overo,» sibilò Ale, annullando la distanza tra loro in un istante. Gli occhi gli brillavano di una follia lucida. «E famme capì 'na cosa, Annarè... 'o rispetto pe' te stessa e p' 'e limiti tuoje addò sta, quanno te faje alliccà 'a fessa da fràteto 'ncopp' 'a 'stu cazzo 'e bancone?!»

Il tempo in bottega si fermò. Tutto il sangue defluì dal viso di Anna in una frazione di secondo. Sbiancò come un lenzuolo. Le sue braccia caddero lungo i fianchi, la bocca si aprì ma non ne uscì alcun suono. Il cuore le si fermò nel petto.

«M-ma che cazzo rici...» balbettò infine, la voce ridotta a un sussurro tremante, mentre indietreggiava d'istinto. «Tu si' pazz'. Te l'haje sunnato...»

«Io so' pazz'?» ringhiò Ale. Con un passo deciso, la costrinse a indietreggiare ancora, finché la schiena di Anna non sbatté contro il muro freddo, proprio accanto allo specchio delle prove.

Ale tirò fuori il cellulare dalla tasca. Lo sbloccò con dita tremanti e le piazzò lo schermo a un palmo dal naso. Era un video. Girato da fuori, attraverso lo spiraglio della tenda. L'audio era ovattato, ma le immagini erano nitide. Si vedeva chiaramente Anna, con il vestitino alzato, le gambe spalancate sul legno, e Leo, suo fratello maggiore, col viso affondato tra le sue cosce. E si sentiva, seppur flebile, il gemito animale e sporco che lei aveva emesso al momento dell'orgasmo.

Anna sgranò gli occhi, terrorizzata. Il suo segreto più indicibile, la sua rovina totale, era racchiusa in quel fottuto schermo luminoso. Il terrore si trasformò in un istante in rabbia cieca e disperata. «Pezzo di merda!» urlò, cercando di strappargli il telefono di mano. «Infame schifoso! Cancella subbito 'sta strunzata! Cancella!»

Ma Ale fu più veloce. Con una mano allontanò il telefono, e con l'altra scattò in avanti. La afferrò. Non le prese il braccio, né la spalla. Le piantò la mano direttamente sul seno sinistro. Le dita di Ale affondarono nella carne morbida e abbondante di Anna attraverso il cotone leggero del vestito, stringendo con una prepotenza possessiva e violenta. Il contrasto era brutale: la morbidezza estrema della ragazza contro la durezza spietata del ricatto.

Anna sussultò per l'oltraggio, provando a spingerlo via, ma Ale aumentò la presa, massaggiando quella "zizzona" pesante che gli era stata negata per mesi e che ora sentiva appartenergli di diritto.

«Faje 'a brava, zoccola,» le sussurrò a un millimetro dalle labbra, il fiato caldo sul viso di lei, gli occhi ridotti a due fessure cariche di lussuria marcia. «O ti giuro su Dio ca 'stu video 'o manno 'ncopp' 'o gruppo d' 'a classe. Trenta sicondi e tutto 'o paese, compresa mammà toja, sape ca te faje chiavà da 'o sarto. E po' verimmo che succede.»

Le lacrime punsero gli occhi di Anna. Era in trappola. Rovinata. Ma il sangue dei vicoli le ribolliva ancora nelle vene. Non si voleva arrendere così. Raccolse la saliva in bocca e, guardandolo con disprezzo assoluto, gli sputò dritto in faccia. «Infame!» sibilò.

Ale chiuse gli occhi. Lentamente, con il dorso della mano libera, si pulì la guancia bagnata. Il suo respiro si fece pesante. Senza preavviso, la sua mano scattò e colpì il viso di Anna. Non fu un pugno, ma uno schiaffo a mano aperta. Secco, bruciante, umiliante. Un colpo non per ferirla a sangue, ma per distruggere definitivamente il suo orgoglio.

Il viso di Anna scattò di lato. Le lacrime di rabbia e terrore iniziarono a rigarle le guance. Il labbro le tremava, la spavalderia completamente spezzata.

Ale non le diede respiro. La mano che l'aveva schiaffeggiata scese rapida e le afferrò la mascella e il mento con una forza d'acciaio, costringendola a guardarlo, bloccandola contro il muro. «Faje 'a brava,» ringhiò lui, la voce che era un sibilo gelido, abbassandosi con l'altra mano la zip dei jeans per liberare la sua rabbia eretta e pulsante, sbattendogliela contro il viso come un marchio. «Io e te nun ce lassammo, Annarè. Mo' si' 'a mia.»

La mano di Ale stringeva ancora la mascella di Anna con una morsa d'acciaio. Senza darle il tempo di respirare, si avventò sulla sua bocca. Non ci fu nessuna dolcezza, nessuna traccia del ragazzo imbranato di un tempo: fu un bacio disturbante, violento, punitivo. Le forzò le labbra dischiuse e le infilò la lingua in gola, un'invasione prepotente che sapeva di fumo e di rivalsa.

Anna non rispose. Rimase immobile contro il muro, le braccia lungo i fianchi, i muscoli tesi allo spasimo. Era letteralmente intussecata, avvelenata da una rabbia impotente e da un senso di schifo profondo. I suoi grandi occhi scuri rimasero aperti, fissando un punto vuoto oltre la spalla di lui, gelidi e carichi di disprezzo. Si limitava a subire, rifiutandosi di concedergli anche solo l'illusione di una partecipazione.

Quando Ale si staccò, aveva il respiro grosso. Con la mano libera afferrò lo scollo del vestitino a fiori di Anna e, con uno strappo ruvido che fece scricchiolare le cuciture, lo tirò giù. Le sue "zizzone" monumentali balzarono fuori, pesanti, con i capezzoli già turgidi.

Ale le fissò con una fame rabbiosa. «So' mise ca faccio 'o sango amaro pe' 'ste zizze... le aggio sunnate tutte le notti,» le sussurrò contro l'orecchio, la voce impastata. «E tu te le faceve ciuccià da chillu strunz' 'e fràteto.» Le afferrò entrambe con violenza, impastando la carne abbondante senza la minima grazia, quasi volesse farle male. Poi, raccolse la saliva in bocca e ci sputò sopra. La goccia scivolò lungo la pelle ambrata, e Ale la spalmò ruvidamente con il palmo della mano, prima di abbassarsi. Prese un capezzolo tra le labbra e iniziò a succhiarlo con foga animale, mordicchiandolo, leccandolo con una sfacciataggine che faceva tremare Anna di rabbia.

«Faje schifo...» sibilò lei, ostinandosi a guardare altrove. La sua voce tremava di collera e disgusto. «Si' sulo 'nu muorto 'e famme. Chillo ca nun puo' tené cu 'o core, t' 'o pigli cu 'o ricatto. Si' 'nu povero fallito, Ale.»

Prima di andare avanti…

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