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Erotika
'O Pertuso 'e Famiglia · Cap. 2
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Capitolo 2 di 7 26 min di lettura

Na spagnola 'mmiez' 'e zizzone

L'incontro tanto atteso con la raffinata Ludovica viene interrotto dalla gelosia carnale di Jessica, pronta a marchiare il territorio a colpi di perversione nel retrobottega. Tra piaceri bagnati e tensioni palpabili, il rientro anticipato di Cira minaccia di far crollare i delicati segreti di famiglia.

anna
5 mesi fa · 1k letture · 3

«Divertiti, nennè! Ma occhi aperti!» le gridò dietro mentre lei spariva tra i vicoli del paese, ridendo come una pazza.

Leo tornò a sedersi, ma il silenzio della bottega ora pesava di più. Il "patto" era operativo, i segreti erano al sicuro, ma l'attesa per Ludovica stava diventando un'ossessione.

Il caldo in bottega era diventato un peso fisico, una cappa immobile che faceva incollare la camicia alla schiena. Leo fissava la porta a vetri, sospirando, con il manuale di Diritto Privato aperto davanti agli occhi ma la mente persa altrove. Le lancette dell’orologio sembravano essersi fermate. Aveva perso le speranze. Ludovica non sarebbe venuta.

Poi, come un’apparizione salvifica in quel mare di noia pomeridiana, il trillo d’ottone del campanello risuonò allegro.

La porta si aprì e l'aria polverosa della sartoria fu improvvisamente tagliata da una folata di profumo fresco, qualcosa che sapeva di agrumi, fiori bianchi e lusso. Ludovica, la chiattilla, fece il suo ingresso. Era un vero e proprio angelo sceso nel purgatorio dei vicoli. Indossava un tubino estivo color panna, semplice ma che le fasciava il corpo in modo impeccabile, mettendo in risalto la vita strettissima, i fianchi morbidi e quel portamento elegante, col collo lungo e la schiena dritta. Aveva i capelli chiari sciolti sulle spalle e quello sguardo sofisticato, quasi freddo, che però si addolcì non appena incrociò gli occhi di Leo.

«Ciao,» disse lei, con una voce vellutata e un accento italiano pulitissimo, appena sporcato da una leggerissima e chic cadenza partenopea. «Spero di non averti disturbato mentre studiavi.»

Leo scattò in piedi, sbattendo il ginocchio contro il bancone per la fretta, ma cercando di darsi un contegno. «Ma figurati, Ludovica. Nessun disturbo. Anzi... mi stavo addormentando su questi tomi.»

Lei sorrise, un sorriso obliquo e consapevole, e appoggiò sul grande tavolo da taglio una busta di carta pregiata. «Ti ho portato il vestitino di mia sorella, come ti avevo promesso. C'è da stringere un po' il corpetto e rifare l'orlo.»

Leo prese l'abito, sfilandolo dalla busta. Le loro dita si sfiorarono per un istante, e lui sentì una scossa elettrica risalirgli lungo il braccio. La vicinanza era inebriante: Ludovica emanava una sensualità controllata, magnetica. Non c'era bisogno che si mettesse in mostra; la sua semplice presenza, il modo in cui si appoggiava al banco inclinando leggermente il busto, era sufficiente a far girare la testa.

Mentre Leo ispezionava le cuciture, lei prese una penna dal portapenne e tirò a sé il bloc-notes delle ricevute. «Visto che mi sa che dovrai farmi sapere quando è pronto...» sussurrò lei, scrivendo con una grafia elegante. Strappò il foglietto e lo fece scivolare sul legno verso di lui. «Ti lascio il mio Instagram. Così, magari, se ti va, mi scrivi tu direttamente. Anche per... studiare insieme, qualche volta.»

Leo guardò il foglietto, il cuore che gli batteva a mille. «Lo farò sicuramente. Magari... ci prendiamo un caffè.»

«Magari,» rispose lei, mordendosi il labbro inferiore.

Il feeling era palpabile, denso, carico di promesse sussurrate. La favola sembrava perfetta. Ma a Napoli, le favole durano poco.

Il campanello della porta trillò di nuovo, questa volta con una violenza quasi aggressiva. La porta si spalancò e il profumo sofisticato di Ludovica fu istantaneamente annientato da un’ondata di vaniglia dolciastra e gomma da masticare alla fragola.

Jessica. La vrenzola era sulla soglia, un uragano di carne e sfacciataggine avvolto in un paio di jeans strettissimi e un top fluo che faticava a contenere la prepotenza del suo décolleté. Si bloccò, gli occhi chiari e penetranti che scattavano come radar da Leo a Ludovica, registrando istantaneamente la distanza ravvicinata tra i due, il sorrisino di lui e l'aria sofisticata di lei.

L'atmosfera nella stanza precipitò sotto zero. Jessica avanzò, piantando i tacchi sul pavimento, muovendo i fianchi con un'arroganza territoriale. Si avvicinò al bancone, ignorando quasi del tutto Ludovica, e si appoggiò col petto esplosivo proprio accanto alle mani di Leo.

«Uè, sart',» esordì Jessica, la voce carica di miele avvelenato, marcando pesantemente il dialetto. «Tutt' appost'? Vec' ca staje 'mpegnat'.»

Leo sbiancò. Infilò rapidamente il foglietto col nome di Ludovica in tasca, sentendo il panico salirgli in gola. «Ciao Jessica. Sì, stavo... stavo controllando un abito per la signorina.»

Jessica si voltò lentamente verso Ludovica, squadrandola da capo a piedi con un'espressione che mescolava superiorità fisica e un fastidio viscerale. Fece schioccare la gomma da masticare. «Piacere, Jessica. 'A client' cchiù affezionat' d' 'o sart' ccà. Bell' 'stu vestit'... nu poc' sciacquato, ma bell'.»

Ludovica non perse la sua flemma elegante. Raddrizzò la schiena, guardando la prosperosa ragazza mora con educata freddezza. «Piacere. Ludovica. Sì, è per mia sorella piccola.»

«Ah, me pariv'. Sient',» Jessica si rivolse di nuovo a Leo, il tono che non ammetteva repliche, accompagnato da uno sguardo che grondava possessività e minaccia. «Io aggia sistema' chillu fatt' d' 'e misur' ca pigliamm' ajere. Te si' scordat' ca 'o corpett' me stev' astrit'? T'aggia fa' vere' na cos' 'ncuoll'. Mo.» Gli fece un occhiolino talmente sfacciato e carico di allusioni che Leo sentì le ginocchia cedere.

«J-Jessica, sto servendo la cliente, ti pare il mo...» provò a balbettare Leo.

Ludovica, con la sua consueta classe e senza cogliere del tutto l'abisso di perversione che si nascondeva dietro quelle parole, fece un mezzo sorriso. «Ma figurati, Leo, fai pure. Io non ho fretta. Mi siedo qui e aspetto che finisci con lei, così poi mi fai la ricevuta per l'abito.» Si accomodò elegantemente su una sedia vicino all'ingresso, accavallando le lunghe gambe abbronzate.

Jessica non aspettava altro. Afferrò Leo per un braccio, le unghie laccate che affondavano leggermente nella stoffa della camicia. «Vien' cu me, sart'. Facimm' ambress'.»

Lo trascinò letteralmente oltre la spessa tenda di velluto bordeaux che separava la bottega dallo stanzino delle prove. Non appena il tessuto pesante si richiuse alle loro spalle, smorzando i suoni e tagliando fuori la presenza di Ludovica, la maschera di Jessica cadde. Lo spinse con forza contro uno sgabello di legno, facendolo sedere di botto.

«Ma che cazz' faj, Jessica... c'è una cliente di là!» sussurrò Leo, terrorizzato, gli occhi sgranati nell'ombra del retrobottega.

Jessica si mise a cavalcioni sulle sue gambe, gli occhi che lanciavano fulmini di lussuria e gelosia. «Me ne fott' 'e chi c'è di là!» sibilò in napoletano stretto, il viso a due centimetri da quello di lui. «Haje capit' ca si' rrobba mia? Eh? Te stiv' facenn' accalappia' da chella chiatta moscia cu 'a puzz' sott' 'o nas'? Mo t' 'o ricord' io a chi appartien'.»

Senza dargli il tempo di fiatare, Jessica si afferrò il bordo del top fluo e se lo sfilò in un unico, furioso movimento, tirando via anche il reggiseno. Le sue "zizzone" esplosero libere nella penombra: enormi, pesantissime, morbidissime, con le areole scure e i capezzoli già turgidi e sporgenti per l'eccitazione e la rabbia. Si lasciò scivolare giù dalle ginocchia di Leo, inginocchiandosi sul pavimento di graniglia proprio in mezzo alle sue gambe.

«Jessica, no, ferma, ti prego, se ci sente...» implorò Leo, il cui respiro si stava già facendo corto alla vista di quella mole di carne magnifica a pochi centimetri dal suo bacino.

«Zitt',» gli ordinò lei. Con gesti rapidi e decisi, gli slacciò la cintura e gli abbassò la zip dei pantaloni, tirando fuori l'intimo. Il cazzo di Leo era già duro come il marmo, teso e pulsante. L'aveva tradito non appena le tette di Jessica erano comparse fuori dalla stoffa. Lo liberò, afferrandolo con una mano dalle unghie lunghe e laccate, strappandogli un gemito strozzato.

Leo gettò la testa all'indietro, chiudendo gli occhi. La rassegnazione si mescolava a un’eccitazione devastante. «Però cazzo... muoviti,» ansimò, sapendo che non c'era via di scampo.

«Mo te facc' pruva' na cosa ca te fa muri',» sussurrò la vrenzola, con un sorriso demoniaco.

Jessica usò le mani per spingere i suoi due seni enormi l'uno contro l'altro, creando una fessura di carne profonda, morbida e caldissima. Poi vi infilò in mezzo il cazzo eretto di Leo, stringendolo in una morsa di pura morbidezza. Leo sgranò gli occhi. La sensazione del suo membro intrappolato tra quelle mammelle monumentali era paradisiaca. Ma Jessica non si fermò lì. Sporse le labbra carnose e lasciò cadere un lungo, denso rivolo di saliva che colò esattamente sulla punta del glande e giù lungo l'asta, finendo nella valle tra i seni. Con un dito, spalmò la saliva, rendendo la sua pelle e l'erezione di lui scivolose, lucide, pronte.

Iniziò a muoversi. Strinse i bicipiti per tenere le tette pressate contro il cazzo e cominciò a scivolare su e giù, in una spagnola perfetta, carnale e devastante. Sciàf... sciàf... sciàf... Il rumore umido della pelle bagnata di saliva che sfregava contro il sesso di Leo risuonava crudo e osceno nel piccolo stanzino. Il calore che sprigionava da quel petto formoso lo avvolgeva. I movimenti di Jessica erano rapidi, decisi, esperti. A ogni spinta verso il basso, la punta violacea del cazzo sbucava dalla scollatura di carne, lucida e tesa; a ogni spinta verso l'alto, veniva inghiottita dal morbido abbraccio.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

Un tocco e l'autore lo saprà. Non serve registrarsi.
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