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Erotika
'O Pertuso 'e Famiglia · Cap. 2
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Capitolo 2 di 7 26 min di lettura

Na spagnola 'mmiez' 'e zizzone

L'incontro tanto atteso con la raffinata Ludovica viene interrotto dalla gelosia carnale di Jessica, pronta a marchiare il territorio a colpi di perversione nel retrobottega. Tra piaceri bagnati e tensioni palpabili, il rientro anticipato di Cira minaccia di far crollare i delicati segreti di famiglia.

anna
5 mesi fa · 1k letture · 3

«Uè, Lè. Ma che t'è success'? Tien' 'a faccia 'e n'omm' ca s'è fatt' vint' chilometr' a peree. Te si' stancat' tropp' 'int' 'a sartoria?» lo prese in giro, allargando le labbra dipinte di rosso in un sorriso sornione.

Leo deglutì a fatica, pregando che la madre non notasse il sudore freddo che gli imperlava la fronte o l'odore di Jessica che temeva gli fosse rimasto addosso. «No, ma'. È che... c'era caldo in bottega. Tutto qui.»

«E t'credo, cu 'stu scirocc',» liquidò la questione Cira, prendendo la forchetta. Poi, con un cambio di tono repentino, da scherzoso a severo, puntò la posata verso Anna. «Sient' a me, nenné. 'A porta 'a tien' chius' cu 'e mandat'? E 'a finestr' d' 'o balcon'? Ca mo 'a ser' s'arricogl' tutta 'a zuzzimma mmiez' 'a via.»

«Sì, mamma, è tutto chiuso,» sbuffò Anna, alzando gli occhi al cielo con la sua solita espressione morbida e innocente.

«Nun fa' l'uocch' a pampeniell', ca cu me nun attacc',» la riprese Cira, anche se non riuscì a nascondere un sorriso intenerito. Il suo essere severa era l'altra faccia della medaglia del suo amore iper-protettivo. Le sue labbra rosse si assottigliarono leggermente. «Faje 'a quint' superior', te cred' 'e esser' rann', ma tu si' tropp' ingenua, Annarè. Fora è chin' 'e mariuol' e ggent' malament'. Tu tien' 'stu fisic' ca te port', e l'uommin' so' comm' a l'animali. Tu adda sta' vicin' a mammà, hai capit'? Te rong' io 'e direttiv'.»

Anna abbassò lo sguardo sul piatto. «Ho capito, ma'.»

Leo lanciò un'occhiata complice alla sorella da sotto in su. Il contrasto era evidente: Cira pensava di avere la situazione perfettamente sotto controllo, trattando la figlia come una bambina da rinchiudere e il figlio maschio come un pigrone innocuo. E invece, in quella stessa cucina, c'erano un ragazzo che aveva appena scoperto una cliente sul tavolo da lavoro e una ragazza che viveva una tresca clandestina a scuola.

La cena scivolò via liscia, tra battute sagaci di Cira, doppi sensi che a Leo fecero quasi strozzare con la pasta, e i soliti rimbrotti materni. Finita l'ultima goccia di vino, Cira si alzò, stiracchiandosi e mostrando ancora una volta la sua linea impeccabile e fiera.

«Mo me ne vac' a durmi', ca stong' a piezz'. Lavat' 'e piatt' e nun facit' burdell',» ordinò, scomparendo nel corridoio col rumore dei suoi passi sicuri.

Una mezz'ora dopo, il silenzio era calato sull'appartamento. Leo era seduto alla piccola scrivania della sua stanza. Aveva indossato dei pantaloni di tuta leggeri e una t-shirt larga, cercando di ripassare alcuni appunti di Diritto Privato. Ma le parole sul foglio si confondevano, sostituite nella sua mente dai gemiti sguaiati di Jessica e dall'immagine del suo corpo strabordante. Nel cassetto della scrivania, ben nascosta sotto i quaderni, riposava la mutandina di pizzo nero.

La porta della sua camera si aprì senza bussare. Anna scivolò dentro. Si era messa il pigiama, ma, fedele alla sua natura, anche in tenuta da notte risultava devastante. Indossava dei pantaloncini di cotone lilla e una canottiera bianca a costine, talmente aderente che il suo seno abbondante e pesante faceva tendere il tessuto, disegnando perfettamente i contorni dei capezzoli inturgiditi dal fresco della sera. I suoi ricci scuri erano raccolti in una crocchia disordinata, e i suoi occhi grandi brillavano di una curiosità quasi infantile.

Senza dire una parola, si fiondò sul letto del fratello, incrociando le gambe e abbracciando un cuscino, spingendolo contro il décolleté con un gesto che le schiacciò il petto morbidissimo verso l'alto.

«E allor'?» sussurrò Anna, sporgendosi in avanti.

Leo chiuse il libro di colpo. «Allora cosa?»

«Facimm' 'e fint' tont', eh?» la rimbeccò lei in dialetto stretto, con un sorrisetto malizioso che le increspava le labbra piene. «Io te copr' pe' 'a purcaria ca haje combinat', e tu me copr' cu Ale. 'O patt' è chius'. Ma mo' m'haje a dicer' chi è 'a guaglion' ca te piac'!»

Leo sospirò, passandosi una mano sul viso. Era inutile resistere a sua sorella quando faceva quell'espressione. «E va bene... ti ricordi quel gruppo di ragazze che ogni tanto passa davanti alla sartoria per andare a prendere il gelato in piazza? Quelle vestite bene, che non c'entrano niente col nostro quartiere?»

Anna sgranò gli occhi, fissando il fratello come se avesse appena confessato di voler scalare il Vesuvio in infradito. «Lè... ma over' faj'? Tu te si' innamorat' 'e na chiattill'? Ma chille so' 'e n'at' munn', nun t' 'o scurdà!»

Leo sospirò, appoggiando la schiena contro la spalliera della sedia. Lo sguardo gli si fece sognante, distaccandosi per un attimo dalle pareti di quella stanza. «È diversa, Anna. Ha un’eleganza che ti toglie il respiro, ma allo stesso tempo è... provocante, in un modo che non so spiegare. Non è sfacciata come le altre, sembra quasi consapevole di essere bellissima e le basta uno sguardo per farti sentire un cretino.»

Si voltò verso la sorella, cercando di descriverle quell'immagine che lo perseguitava da giorni. «Ha un viso delicatissimo, armonioso, con quegli occhi chiari che sembrano guardarti dall'alto, un po’ snob, come se fosse irraggiungibile. L’altra sera l'ho vista in un locale, aveva un vestito bianco aderente che le fasciava i fianchi e il busto in modo perfetto... era magnetica, quasi dominante con quell'aria fredda. Anche al mare, col copricostume trasparente, lasciava immaginare tutto senza mostrare niente. È slanciata, ha il collo lungo, la schiena dritta... è proprio un’altra categoria.»

Anna lo ascoltava a bocca aperta, mentre Leo continuava il racconto. «L'ho conosciuta perché studiamo entrambi Diritto. È entrata in bottega per delle compere e ha visto il manuale sul bancone. Ci siamo messi a parlare e c'è stato subito feeling, una cosa pazzesca. Mi ha promesso che in questi giorni mi porterà un vestito della sorellina da sistemare... e io la sto aspettando come un fesso.»

Anna scoppiò in una risata sonora, facendo sussultare il seno abbondante sotto la canottiera. «Uh, Gesù! 'O frat' mij' s'è pigliat' 'na sbandat' 'e chelle fort'! Ma famm' capi',» aggiunse poi, facendosi improvvisamente seria e puntandogli un dito contro, «tu t'innamur' 'e chesta e po' te chiav' a Jessica 'ncopp' 'o tavul' d' 'a sartoria? Ma che schif' si'?!»

Leo sorrise imbarazzato, allungò un braccio e strinse la sorella in un abbraccio affettuoso, sentendo la morbidezza del suo corpo. «Poi capirai, Anna... quando il sangue pulsa non capisci più niente.»

Anna si scostò, dandogli un buffetto sulla guancia. «Sì, va buon', ma statte attent'. Ccà 'e vrenzole so' pericolose: se le dai il dito, quelle già vogliono farsi mettere incinta per incastrarti. 'A Jessic' me par' propr' 'o tipo. Buonanott', sarto'!»

Il pomeriggio del giorno dopo era ancora più afoso. Leo era solo in sartoria; Cira era uscita di nuovo per le sue misteriose commissioni, lasciandogli campo libero. Come d'accordo, aveva avvisato Anna, che ne aveva approfittato subito per organizzare il suo incontro clandestino con Ale.

Leo stava cercando di leggere una sentenza di Diritto Penale, ma il calore e l'attesa lo rendevano inquieto. D'un tratto, il campanello trillò. Non era la "chiattilla" Ludovica, ma sua sorella Anna.

Leo alzò lo sguardo e rimase letteralmente senza parole. Anna era vestita in un modo che definire provocante era un eufemismo. Indossava un vestitino nero talmente corto che sembrava più una maglietta lunga, che faticava a coprire le sue natiche sode e rotonde. La scollatura era un attentato alla salute: il tessuto era tirato al massimo dal suo seno enorme e pesante, che sembrava pronto a traboccare a ogni respiro. Aveva i ricci scuri sciolti, un filo di trucco che le esaltava gli occhi grandi e un'aria di sfida mista a felicità pura.

«Anna... ma che cazzo ti sei messa?» sbottò Leo, alzandosi in piedi. «Non sarai vestita un po' troppo... sexy? Pare ca staje pronta p' 'a strada, ma' se te vede te chiure rint' 'a cantina!»

Anna fece un giro su se stessa, facendo ondeggiare i fianchi morbidi e lasciando intravedere quasi tutto. «Ma nun rompere, Lè! Ale m'aspetta, e voglio ca s' 'a scorda 'a scola quanno me vede!»

Leo sospirò, facendo il fratello protettivo. «Ascoltami bene: i ragazzi oggi vogliono solo una cosa, vogliono solo chiavare. Non farti mettere i piedi in testa da nessuno, hai capito? Anzi, mettiglieli tu sopra la testa a lui, fall' aspetta'.» Poi, per smorzare la tensione, accennò un sorriso furbo. «Prendi tuo fratello per esempio... io sono un santo, no?»

Anna scoppiò a ridere, dandogli una spallata giocosa. «Sì, 'nu sant' cu 'a mutanda 'e pizzo 'int' 'a sacca! Jà, m'en vac', statte accort' tu!»

Si girò per uscire e Leo, con un gesto d'affetto cameratesco e un po' sfacciato, le mollò una pacca sonora sul culone generoso che riempiva il vestitino nero. Sclack!

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

Un tocco e l'autore lo saprà. Non serve registrarsi.
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Cap. 3

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