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Erotika
'O Pertuso 'e Famiglia · Cap. 4
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Capitolo 4 di 7 18 min di lettura

'Na chiavata a ppagamento e 'a fessa d' 'a sora pe' spuntino

Mentre Ale sfoga la sua frustrazione perdendo la verginità tra le cosce di un'esperta escort mascherata, Leo e Anna cedono a una nuova e famelica dose di lussuria in bottega. Ma consumare i propri peccati alla luce del sole rischia di far crollare ogni segreto nel peggiore dei modi.

anna
5 mesi fa · 811 letture · 2

Tra i due fratelli la complicità era cambiata. Non era più solo affetto: era una tensione sottile, erotica, che vibrava ad ogni sfioramento. Anna indossava un vestitino a fiori leggerissimo, senza niente sotto, che ad ogni movimento rivelava la forma tonda del suo seno abbondante.

«Lè, passami quel rocchetto...» disse lei, chinandosi sopra il tavolo da taglio. Il vestito si tese sul sedere formoso, e Leo restò un attimo a fissarla, sentendo il sangue pulsare.

«Tiè...» rispose lui, sfiorandole la mano. Anna lo guardò negli occhi, mordendosi il labbro.

«Oggi Ale vuole vedermi a pranzo. Casa sua è libera,» mormorò lei, abbassando la voce. «Ma è 'a mazzata finale, Lè. Oggi 'o sfunno. Gli dico che è finita e non lo voglio vedere più. Mi sono scocciata dei suoi capricci.»

Leo annuì, ma prima che potesse rispondere, il campanello della porta trillò con prepotenza. Jessica entrò in bottega come un uragano di vaniglia e gelosia. Indossava un paio di pantaloncini talmente corti da sembrare intimo e un top che a stento tratteneva le sue "zizzone" esplosive.

«Uè, sarto'! Uè, Annarè!» esclamò Jessica, piantandosi in mezzo alla stanza con le mani sui fianchi. Squadrò Anna da capo a piedi, cercando di non far notare il fastidio per la sua bellezza fresca e naturale. «Mamma mia, ma quanto sei diventata bella, Annarè! Tiene 'nu fisico ca pare 'na statua. Devi venire nel salone di mia madre, dove fatico io. Ti faccio un taglio ca te fa addiventà 'na diva, tutt' 'e maschi d' 'o paese cadeno a per'!»

Anna le sorrise con quella sua aria ingenua che nascondeva un mondo. «Grazie, Jessì. Magari un giorno ci passo.»

Jessica però aveva gli occhi puntati su Leo, controllando ogni suo movimento, quasi annusando l'aria in cerca di tracce di Ludovica. «Sarto', ma staje sempre chiuso ccà dinto? Pare ca staje a 'o carcere. Sient' a me... oggi a pranzo chiudi mezz'ora prima e vieni a mangià coccosa cu me nel retro del salone. Mammà ha fatto 'a parmigiana 'e melanzane... te faje 'na scorpacciata.»

Leo esitò, guardando la pila di riparazioni sul bancone. «Jessica, non lo so... non vorrei lasciare Anna da sola qui a chiudere tutto.»

Anna colse subito la palla al balzo, lanciando un'occhiata d'intesa al fratello. Sapeva che se Leo andava da Jessica, lei avrebbe avuto campo libero per liquidare Ale senza interferenze.

«Ma va', Lè! Vai pure,» disse Anna, con un tono dolce e convincente, mentre si sistemava una spallina del vestito che le lasciava intravedere quasi tutto il petto. «A pranzo devo vedermi con quel demente di Ale per chiudere la questione... me la cavo da sola. Vai a mangiare la parmigiana di Jessica, ca sicuramente è meglio d' 'o panino ca ti saresti fatto tu.»

Jessica illuminò il viso, afferrando Leo per il braccio e premendolo contro il suo petto morbido e caldissimo. «Hai visto? 'A sora è cchiù sveglia 'e te! Allora è deciso, sarto'. Ti aspetto all'una e mezza, nun facciamo fa' tardi 'a parmigiana... e nemmeno a me.»

Leo sospirò, sentendosi incastrato tra due fuochi, mentre il sabato prendeva una piega che prometteva di essere tutto meno che tranquilla.

Il mezzogiorno di sabato pesava sulla sartoria come una colata di piombo. Fuori, il vicolo ribolliva di vita, tra le grida dei venditori e il fumo dei motorini, ma dentro, tra le mura spesse e i rotoli di stoffa, l’aria si era fatta densa, carica di un’elettricità che non aveva nulla a che fare con il lavoro.

Leo stava sistemando le ultime fodere, cercando di non guardare Anna, che invece lo seguiva con occhi languidi e insistenti. Il vestitino a fiori che indossava sembrava essere diventato improvvisamente troppo stretto, troppo leggero, troppo tutto.

«Lè...» mormorò lei, avvicinandosi al grande bancone di legno massiccio. «Sto 'na corda 'e violino. Tengo n'ansia pe' colpa 'e chillu scemo 'e Ale ca me pare ca sto murenno. Famme rilassà nu poco... tanto nun passa nisciuno a quest'ora.»

Leo posò le forbici, sentendo il palmo della mano sudato. Cercò di mantenere il suo tono da fratello maggiore, ma la sua voce era un graffio roco. «Anna, guarda che sei diventata dipendente, eh? Non possiamo farlo ogni volta che sei nervosa. È pericoloso, qua può entrare chiunque.»

Anna non rispose a parole. Si limitò a sollevare l’orlo del vestitino, mostrandogli le cosce bianche, piene e già velate da un leggero brivido. «E chi adda trasì? È sabato, stanno tutti quanti a mangià. Ja', Lè... famme arricreà.»

Leo scosse la testa, imprecando a bassa voce contro se stesso, ma la voglia era più forte della ragione. «Siediti sopra,» le ordinò in italiano, indicando il bancone dove di solito tagliavano le stoffe pregiate.

Anna ubbidì subito. Si arrampicò sul legno, allargando le gambe e lasciando che il vestito risalisse fino alla vita. Sotto non aveva nulla, proprio come piaceva a Leo. La sua intimità era già lucida, un bocciolo di carne scura e gonfia che brillava nella penombra del negozio.

Leo si posizionò tra le sue ginocchia, afferrandole i fianchi morbidi. La pelle di Anna scottava. Senza dire una parola, chinò la testa e affondò il viso in quel calore umido. Il profumo di lei, un mix di bagnoschiuma e desiderio selvaggio, lo colpì come uno schiaffo.

Iniziò a leccarla con colpi lunghi, lenti, risalendo dal basso fino al clitoride turgido. Anna lanciò un gemito soffocato, portandosi le mani alla bocca per non gridare, mentre la schiena si inarcava e il seno abbondante ballava furiosamente sotto il tessuto leggero.

«Uh, Maronna mia... Lè... accussì...» ansimava lei in un dialetto sporco e rotto dal piacere.

Leo non si fermava. La sua lingua calda si insinuava tra le labbra bagnatissime, esplorando ogni centimetro, mentre con le mani stringeva le natiche di lei, affondando le dita nella carne soda. Gli schiocchi umidi della saliva riempivano il silenzio della bottega, intervallati solo dai respiri spezzati di Anna che ormai non riusciva più a stare ferma.

La lingua di Leo trovò il centro esatto del suo piacere e iniziò a lavorarlo con un ritmo incalzante, quasi violento. Anna era una fontana, il suo sapore inondava la bocca del fratello, che beveva quel peccato come se fosse acqua nel deserto.

«Sto venenn'... Lè, sto venenn'!» urlò lei, perdendo ogni controllo. I muscoli delle gambe le si tesero allo spasimo, le dita dei piedi si arricciarono e il bacino scattò in avanti, premendo con forza contro il viso di Leo.

L’orgasmo la investì come un’onda d’urto, facendola tremare dalla testa ai piedi. Gemette forte, una nota alta e sguaiata che si perse tra le bobine di filo, mentre il suo corpo veniva scosso da spasmi continui e violenti.

Fu in quel preciso istante che, fuori dalla porta a vetri, un’ombra si fermò.

Ale era arrivato in anticipo. Voleva farle una sorpresa, magari farsi perdonare per la lite dell’altra volta prima del loro ultimo incontro. Ma attraverso il vetro appannato e lo spiraglio della tenda rimasta leggermente aperta, vide tutto. Vide Anna, la sua Anna, seduta sul bancone con le gambe spalancate. Vide la testa di Leo, il sarto, il fratello "serio", affondata in mezzo a quelle cosce che a lui erano state negate per mesi. Vide il piacere estatico sul volto della sua ragazza e sentì quel grido di puro godimento che lei non gli aveva mai regalato.

Il mondo di Ale andò in frantumi in un istante. Restò lì, impietrito, col cuore che sembrava volerli esplodere nel petto. Non urlò, non bussò. Rimase a guardare l'orrore di quel tradimento di sangue, mentre il sole di Napoli continuava a picchiare spietato sulla strada.

Prima di andare avanti…

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Scritto da
anna

Sono per lo più una lettrice, ma voglio provare a scrivere qualche racconto…spero vi possano piacere😁

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