Sentendo la carne soda dei petti di lei tra le dita e la pressione ritmica di quel bacino che lo stava letteralmente prosciugando, Ale perse ogni freno. Iniziò a spingere con una forza bruta, istintiva, assecondando i movimenti di Venere che lo cavalcava come se volesse domarlo. Il suono dei corpi che si sbattevano l'uno contro l'altro, lo schiocco dell'umidità e le parole zozze che lei gli sussurrava in napoletano stretto lo portarono al climax in pochi istanti.
«Sto venenn'!» urlò Ale, contraendo ogni muscolo mentre un'eruzione violenta e inarrestabile lo svuotava dentro di lei.
Venere assecondò l'orgasmo con un ultimo affondo profondo, stringendolo tra le sue pareti calde finché l'ultimo fremito non passò. Poi, con un respiro calmo, si lasciò scivolare di lato, buttandosi sul letto accanto a lui, i ricci scuri sparsi sul cuscino e la maschera ancora al suo posto.
Ale era immobile, il petto che sobbalzava, lo sguardo fisso al soffitto. «Sono... sono stato bravo?» chiese con un filo di voce, ancora stordito.
Cira, nei panni di Venere, allungò una mano e gli accarezzò i capelli con una tenerezza quasi professionale. «Si' stat' 'o meglio, nenné. 'O meglio 'e tutt'. M'haje fatt' arricrea',» lo lusingò lei, mentre con l'altra mano allungava il braccio verso il comodino per prendere il cellulare.
Senza minimamente scomporsi per la nudità, iniziò a scorrere velocemente alcuni messaggi sullo schermo, mentre Ale la guardava come se fosse una divinità. Venere si alzò, prese le banconote che il ragazzo aveva appoggiato sul tavolo e le contò con un gesto rapido delle dita affusolate.
«Mo' famm' fa' na doccia, nenné. 'A fatic' è fatic',» disse lei con un sorriso sornione dietro la maschera. Gli scoccò un bacio umido sulla guancia e sparì verso il bagno, lasciando Ale nel silenzio della stanza 14, con l'odore di lei addosso e la sensazione di essere finalmente diventato un uomo.
Intanto, a casa di Leo e Anna.
Leo e Anna si erano spostati nel letto di lui. La luce della strada filtrava debolmente dalle persiane, disegnando strisce d'ombra sul corpo nudo di Anna, che distesa tra le lenzuola appariva ancora più abbondante e carnosa.
Leo le stava sopra, perdendo ogni briciolo di razionalità. Affondò il viso tra le sue "zizzone" monumentali, sentendo la morbidezza di quella carne che lo accoglieva come un nido. Iniziò a succhiare con foga un capezzolo turgido, mentre con la mano destra scivolava giù, tra le cosce di lei. Anna era già fradicia; il solo contatto con le dita del fratello la fece sussultare.
Leo iniziò a masturbarla con movimenti decisi, sentendo la "fessa" di lei bollente e bagnata che pulsava sotto il suo tocco. Anna, con gli occhi chiusi e la testa gettata all'indietro, emetteva gemiti poco controllati, sguaiati e rochi, tipici di chi non ha ancora imparato a domare il piacere. «Lè... uh Gesù... sì...» ansimava lei in un napoletano stretto, mentre le dita di lui entravano e uscivano, esplorando la sua intimità in ogni piega, facendola scivolare in un abisso di lussuria proibita.
Il ritmo di Leo si fece forsennato, la bocca non staccava mai da quel petto pesante, finché Anna non inarcò la schiena con un urlo soffocato nel cuscino, travolta da un climax intenso che le scosse tutto il corpo formoso.
Dopo l'esplosione, restarono così, avvolti dal calore del post-sesso. Leo non riusciva a smettere: continuava a coccolarla, succhiando pigramente l'altro seno mentre lei gli accarezzava i capelli con dolcezza.
«Certo che...» mormorò Anna, la voce ancora tremante per il piacere, «'stu fatt' migliora proprio 'o rapporto tra fratell'. Me faje sentì overamente bbona, Lè.»
Leo alzò il viso, accennando un sorriso sghembo. «È una follia, Anna. Ma hai ragione, c'è un'intesa che non avrei mai immaginato.»
Anna si sistemò meglio, il petto nudo che premeva contro il braccio di lui. «Senti, ma dimm' na cosa... cu 'a chiattilla comm' va?»
Leo sospirò, tornando al suo italiano pulito. «Con Ludovica va molto bene, ci scriviamo sempre. È intelligente, raffinata... mi piace davvero. Ma il grande problema è Jessica.»
«'A vrenzola?» chiese Anna, inarcando un sopracciglio.
«Proprio lei. Anna, è diventata un incubo. Dopo quella mezza volta in sartoria, si comporta come se fossimo fidanzati ufficiali. È incredibilmente tossica, possessiva... mi controlla i social, si ingelosisce per ogni cosa. Non so come liquidarla senza che crei un macello in bottega o lo dica a mamma.»
Anna gli mollò un buffetto affettuoso sulla guancia. «Ma si' proprio 'nu fess', Lè! Una volta ca t' 'a si' chiavata, minimo n'uscita gliela devi dare. Escici una sera, portale un fiore e dille chiaramente che non è cosa, che non c'è feeling. Nun la puoi lasciare così 'appesa', sennò quella te sfunna 'a vetrina!»
Leo si passò una mano sul viso, imprecando sottovoce. «Maledizione a me... se lo sapevo non me la sarei mai scopata. È una pazza scatenata.» Poi però ridacchiò. «Però, a dirti la verità... ne è valsa la pena. Ha una foga che ti smonta pezzo per pezzo.»
Anna scoppiò a ridere, scherzando sulla debolezza del fratello. «E te pareva! 'O sarto' s'è fatto incantare dalle zizzone fluo! Comunque, Lè... e io che aggia fa' cu Ale?»
Leo si fece serio, guardando la sorella negli occhi. «Per me lo devi mollare. Si è comportato malissimo, dirti quelle cose... chiamarti in quel modo solo perché non volevi farlo. Uno così non ti merita, Anna. Meglio stare soli che con uno che non ti rispetta.»
Anna annuì, sentendosi rassicurata dalle parole del "fratellone". Si strinse ancora di più a lui, il corpo nudo e caldo che cercava il contatto. «Lè... pozz' durmì ccà stasera? Me sento sulo bbona vicin' a te.»
Leo la guardò con tenerezza, ma il pensiero di Cira era sempre lì, come un'ombra. «Sì, puoi restare... ma per favore, mettiti qualcosa addosso. Se mamma torna prima e ci trova nudi nello stesso letto, non ci basteranno tutte le scuse del mondo per spiegarle 'o burdell' che abbiamo combinato.»
Anna ridacchiò, gli scoccò un bacio umido sulla guancia e si allungò a cercare la canottiera sul pavimento, mentre il patto tra loro si faceva ogni minuto più profondo e pericoloso.
Poco più tardi.
Il silenzio della notte era rotto solo dal respiro regolare di Anna, addormentata profondamente accanto a Leo. Lui, invece, restava a fissare il soffitto, con la pelle ancora elettrica per il contatto proibito con la sorella. Verso le due del mattino, il rumore metallico della chiave nella toppa lo fece trasalire.
Leo sgusciò fuori dal letto, infilandosi i pantaloni della tuta, e andò in corridoio. In cucina, la luce della cappa era accesa. Cira era seduta al tavolo, ancora vestita con quell'abito scuro e attillato che usava per le sue "uscite", i ricci un po’ sfatti e l’espressione stanca ma soddisfatta. Davanti a lei, una pila di banconote da cinquanta e cento euro che sembrava una piccola torre.
«Mamma? Ma che ore sono?» chiese Leo, entrando in cucina. Il suo sguardo cadde subito sui contanti. «E tutti questi soldi? Che è successo, hai rapinato una banca?»
Cira ebbe un sussulto impercettibile, coprendo d'istinto la mazzetta con la mano dalle unghie rosse. «Uh, Lè! M'haje fatt' piglià 'nu colpo,» rispose lei, recuperando subito il suo tono sornione. «Ma che rapina e rapina... sono acconti, nenné. La signora Esposito e le sue amiche del Vomero hanno pagato tutto il lavoro per il matrimonio. 'E signore vonno 'a qualità e paveno bbuono.»
Leo la guardò con un pizzico di sospetto, ma la stanchezza ebbe la meglio. «Certo che pagano proprio bene per quattro orli... Comunque, sei tornata tardissimo.»
«'A ffatica è ffatica, Lè. Meglio a faticà ca a ffa' 'e debbiti,» tagliò corto lei, alzandosi e facendogli una carezza rapida sulla guancia. «Va' a durmì, ca dimane t'aspetta 'na jurnata longa. Io nun ci sarò tutto il giorno, aggia fernì 'sti commissioni. Mi raccomando, state in sartoria e fatt' ajutà da Annarella.»
Il sabato mattina arrivò con un sole che spaccava le pietre. In sartoria, l'aria era ferma, carica dell'odore dei tessuti e della polvere di gesso. Leo e Anna erano soli; Cira era partita presto, lasciando loro il comando della bottega.
