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Erotika
La Sorellona Si Sposa · Cap. 4
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Capitolo 4 di 5 19 min di lettura

Un pompino a metà

Tra fiumi di alcol, amiche sfacciate e giochi perversi, la serata in discoteca degenera rapidamente. Trascinato nei bagni per un incontro a luci rosse, Matteo verrà spinto oltre il limite e dovrà fare i conti con la sua vera, proibita ossessione.

Alessia
5 mesi fa · 1.5k letture · 2

Ballammo per quella che sembrò un'eternità. La sensualità della pista ci aveva fuso in un unico corpo sudato e ansimante. A un certo punto, la musica cambiò, passando a un ritmo leggermente più lento e martellante.

Sonia si girò verso di me, il petto che si alzava e abbassava affannosamente, lucido di sudore. I suoi occhi azzurri erano velati di desiderio. Mi prese la mano, intrecciando le sue dita laccate alle mie. Si avvicinò al mio orecchio, le sue labbra che mi sfioravano il lobo. «Matty...» sussurrò, con una voce carica di doppi sensi. «Fa un caldo infernale qui in mezzo. Mi accompagni un attimo in bagno? Credo di aver bisogno di... rinfrescarmi.»

Il suo pollice mi accarezzò il dorso della mano. Era un invito esplicito, una promessa carnale che non lasciava spazio a fraintendimenti. Guardai Sonia, poi oltre la sua spalla, dove Kekka mi stava fissando, il petto sollevato dal corsetto rosso che ansimava al ritmo della musica. La sfida era lanciata.

Le parole di Kekka rimbombavano nella mia testa, martellanti come i bassi della musica tecno che faceva tremare le pareti del locale. «Approfittane. Divertiti. È l'occasione perfetta.» Me lo aveva detto spingendomi letteralmente tra le braccia di un'altra. In quel momento mi sentii una merda. Ero profondamente deluso, ferito nel mio orgoglio e in quel folle amore segreto che covavo per lei. Dopo quello che era successo nella vasca, le nostre confessioni, i tocchi nel buio, avevo creduto fermamente che tra noi stesse nascendo qualcosa di reale, un legame impossibile ma inevitabile. Invece, la mia dolce sorellona aveva deciso di tirarsi indietro, gettandomi in pasto alla sua amica.

Accecato dalla delusione e dall'alcol che mi scorreva nelle vene, strinsi la mano di Sonia. «Certo,» risposi, la voce indurita. «Andiamo.»

Sonia non se lo fece ripetere due volte. Con un sorriso trionfante, mi trascinò via dalla pista, facendosi largo tra la folla sudata fino a raggiungere il corridoio buio che portava ai bagni. La bionda non aveva nessuna intenzione di "rinfrescarsi". Appena varcammo la porta del bagno degli uomini, fortunatamente vuoto in quel momento, mi spinse dentro l'ultima cabina e chiuse il chiavistello alle nostre spalle.

Lo spazio era minuscolo, illuminato da una luce al neon fredda che contrastava con il calore opprimente dell'aria. Sonia si rivelò subito per quello che era: una cacciatrice famelica. Mi spinse per le spalle, facendomi sedere sul coperchio chiuso del cesso logoro. Si piazzò in mezzo alle mie gambe, torreggiando su di me con il suo corpetto argentato che le strizzava il petto in modo disumano.

«Non sai da quanto aspettavo questo momento,» sussurrò, gli occhi azzurri accesi da una malizia feroce. Prese le mie mani, rigide e ancora insicure, e se le portò direttamente sul petto, costringendomi a palpare la sua carne attraverso la stoffa. «Impazzisco per i ragazzi più piccoli. Siete così pieni di energia... così affamati.»

Le sue tette erano immense, morbide e calde sotto le mie dita. Guidò le mie mani facendole scivolare sotto il bordo del top, spingendomi a sfiorare la pelle nuda e i capezzoli già turgidi. Dal punto di vista puramente fisico, era il sogno di ogni diciottenne: una ragazza bellissima e disinibita che si offriva senza filtri, regalandomi abbastanza dettagli e sensazioni per far viaggiare l'immaginazione e mandare il corpo in fiamme. Eppure, mentre affondavo le dita in quelle curve e il mio corpo reagiva gonfiandosi prepotentemente contro la cerniera dei jeans, la mia mente non era lì. Il profumo di Sonia era dolciastro, fiorito, ma io cercavo disperatamente l'aroma di vaniglia di mia sorella. Sotto le mie mani c'era una pelle perfetta, ma io desideravo solo i fianchi e i ricci ribelli di Kekka.

Sonia, ignara del mio tormento interiore, decise che era il momento di far salire il livello verso approcci ancora più diretti. «Sei teso, Matty... lascia che ti aiuti io,» tubò, scivolando in ginocchio sul pavimento sporco del bagno senza curarsi minimamente dei suoi vestiti.

Le sue mani laccate si mossero veloci. Slacciò il bottone dei miei jeans, abbassò la cerniera ed estrasse la mia erezione, dura e pulsante per l'adrenalina e la tensione accumulata. La luce cruda del neon ci illuminava, mentre lei mi guardava dal basso verso l'alto, passandosi la lingua sulle labbra rosse. Senza aspettare oltre, la sua bocca si chiuse su di me.

Il contrasto fu devastante. L'aria fredda e viziata del bagno venne sostituita da un calore umido, avvolgente ed estremamente esperto. Sonia era vorace. Le sue labbra esercitavano una pressione perfetta, scivolando su e giù, mentre la sua lingua guizzante lavorava in modo frenetico, bagnandomi con una quantità di saliva che rendeva ogni movimento scivoloso e oscenamente rumoroso. Rovesciai la testa all'indietro, sbattendo contro la parete di metallo della cabina. Un gemito roco mi sfuggì dalle labbra. Le sue mani, intanto, scesero alla base, massaggiandomi lo scroto con tocchi leggeri e calcolati, spingendomi rapidamente verso l'apoteosi dei sensi in quel crescendo erotico perfetto.

Il piacere fisico era accecante, totalizzante. Stavo per esplodere. Ma nel momento in cui chiusi gli occhi, cercando di abbandonarmi al climax, l'immagine di Kekka mi colpì come un pugno allo stomaco. La sua risata nel mio letto. Il suo sguardo smarrito nella vasca da bagno. Il modo in cui mi aveva guardato dritto nell'anima.

Non è lei, urlò il mio cervello. Cazzo, non è lei.

«Fermati,» sbottai all'improvviso, la voce impastata e rotta. Sonia continuò per un istante, troppo persa nel suo ritmo. «Sonia, fermati, cazzo!» ripetei, afferrandole dolcemente ma con fermezza le spalle per allontanarla.

La bionda si bloccò, alzando il viso, le labbra lucide e il fiato corto. Mi guardò sbattendo le palpebre, confusa e incredula. «Cosa... cosa c'è? Ti ho fatto male?»

«No, no, tu sei... sei bravissima,» ansimai, affrettandomi a rimettere tutto a posto dentro i jeans e tirando su la cerniera con mani tremanti. «Ma non ce la faccio. Scusami. Io... non me la sento. Non mi va.»

Il viso angelico di Sonia si trasformò in una maschera di pura incredulità, che lasciò subito spazio a un orgoglio ferito e furente. Si alzò in piedi di scatto, pulendosi la bocca col dorso della mano. «Non ti va?» sibilò, sistemandosi il top con stizza. Il suo sguardo, prima carico di lussuria, ora sprizzava veleno. «Mi porti in un bagno sudicio, ti fai leccare come un re, e a un passo dalla fine mi dici che non ti va? Ma sei serio, o sei solo un ragazzino sfigato con problemi di erezione?»

«Scusami,» ripetei, sentendomi un idiota totale, lo stomaco chiuso in una morsa. «È un problema mio.»

«Puoi giurarci che è un problema tuo, sfigato,» ringhiò lei, riacquistando la sua facciata in una frazione di secondo. Prese la borsetta, aprì il chiavistello e si voltò verso di me con un'ultima occhiata di disprezzo. «Fottiti. E cresci un po'.»

Uscì sbattendo la porta, lasciandomi solo nel silenzio ronzante del bagno. Mi appoggiai con la fronte alla parete fredda, chiudendo gli occhi. Mi odiavo per aver ferito una ragazza, ma soprattutto mi odiavo perché l'unica donna che volevo davvero era fuori da quella porta e portava il mio stesso cognome.

Aspettai un paio di minuti prima di uscire e tornare verso la pista. La musica sembrava ancora più caotica di prima. Mi feci largo tra la gente in direzione del nostro divanetto.

A pochi passi dal tavolo, però, mi bloccai. Sonia era tornata dalle amiche. Stava parlando freneticamente nell'orecchio di Sara, indicando vagamente verso i bagni. La musica copriva le parole, ma l'espressione indignata della bionda e le risatine incredule di Sara parlavano da sole. Accanto a loro, Kekka.

Mia sorella era seduta composta, un drink in mano, ma il suo sguardo era tutt'altro che sereno. Aveva intercettato mezza conversazione. Lentamente, voltò la testa. I nostri sguardi si incrociarono attraverso i fasci di luce stroboscopica. Kekka mi guardò dritto negli occhi. Non c'era delusione nel suo sguardo, né derisione. C'era un lampo di consapevolezza assoluta, un segreto bruciante che ci univa e che fungeva da promessa per quello che sarebbe inevitabilmente successo al nostro ritorno a casa. Sapeva esattamente perché avevo fermato Sonia. E, dal modo in cui il suo petto si alzò in un respiro profondo e tremante, capii che la diga che ci teneva separati era appena definitivamente crollata.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

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Alessia

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