Capitolo 4 - Un pompino a metà
Tra fiumi di alcol, amiche sfacciate e giochi perversi, la serata in discoteca degenera rapidamente. Trascinato nei bagni per un incontro a luci rosse, Matteo verrà spinto oltre il limite e dovrà fare i conti con la sua vera, proibita ossessione.
Quella sera, l'aria in casa vibrava di un'energia elettrica, quasi febbricitante. Avevamo ritirato le scarpe per il matrimonio nel tardo pomeriggio e, una volta rientrati, Kekka era schizzata in camera sua come un uragano. Era eccitatissima. Non metteva piede in un locale per fare serata da una vita, schiacciata tra il lavoro a scuola, le prove con la band e la noia della sua routine con Andrea. Per me, invece, quel mondo notturno era praticamente nuovo, un territorio inesplorato in cui mi stavo avventurando solo per assecondare la sua voglia di ribellione.
Ero già pronto. Indossavo dei jeans scuri e una maglietta nera attillata, e me ne stavo in cucina a bere un bicchiere d'acqua, annuendo distrattamente a mia madre che mi raccomandava di non fare troppo tardi e di guidare con prudenza.
All'improvviso, la voce di mia sorella rimbombò dal corridoio. «Matty! Vieni un attimo in camera mia!»
Posai il bicchiere sul lavandino, feci un cenno di saluto a mia madre e mi avviai verso il corridoio. La porta della sua stanza era socchiusa. La spinsi lentamente, non sapendo bene cosa aspettarmi dopo la mattinata incendiaria che avevamo condiviso nella vasca da bagno.
Mi bloccai sulla soglia, la mano ancora sulla maniglia, e smisi letteralmente di respirare.
Kekka era in piedi davanti allo specchio a figura intera, e non somigliava minimamente alla maestrina di musica, né alla futura sposa stressata che girava in tuta per casa. Era una visione punk, aggressiva, sfacciatamente sensuale. Indossava una gonna di pelle nera così corta e aderente che sembrava dipinta sulle sue curve, fasciando i fianchi larghi in modo quasi illegale. Le sue gambe piene e burrose erano coperte da un paio di calze a rete a maglia larga, che sparivano dentro degli stivali neri enormi, anfibi massicci con una zeppa altissima e fibbie di metallo che le davano un'aria dominante, slanciandola e facendola sembrare ancora più imponente. Sopra, aveva optato per un corsetto rosso scuro, simile a quello che usava per i concerti, ma decisamente più scollato. Il corpetto le stringeva la vita in modo innaturale, spingendo verso l'alto il suo seno abbondante fino a farlo quasi strabordare dalla stoffa, offrendo una scollatura talmente profonda e schiacciata da farmi seccare la bocca all'istante. Aveva sciolto i ricci in una criniera selvaggia e voluminosa, e il trucco scuro sugli occhi la rendeva magnetica, pericolosa.
Si voltò verso di me, piantando le mani sui fianchi. I suoi stivali fecero un rumore sordo e pesante sul pavimento di legno. «Allora?» mi chiese, mordendosi il labbro inferiore in un misto di genuina insicurezza e pura sfacciataggine. Fece un mezzo giro su se stessa per farsi ammirare, e la gonna di pelle si tese pericolosamente sul suo fondoschiena. «Secondo te sto bene? Sono secoli che non mi concio così per andare a ballare, mi sento quasi arrugginita. Forse è too much?»
Ero paralizzato. Feci scorrere lo sguardo dai suoi stivali enormi fino all'orlo della gonna, per poi risalire su quel corsetto che sembrava sul punto di esplodere a ogni suo respiro. L'immagine di lei nuda e fradicia nella vasca mi attraversò la mente come un lampo, fondendosi con questa nuova versione letale. «Cazzo, Kekka...» sussurrai, la voce roca, incapace di trovare altre parole.
Lei incrociò le braccia sotto il seno, sollevandolo involontariamente ancora di più, e assottigliò lo sguardo. «"Cazzo" non è una risposta, mostriciattolo. Faccio schifo?»
«Fai paura,» risposi d'istinto, facendo finalmente un passo dentro la stanza. Chiusi la porta alle mie spalle per non farci sentire dai nostri genitori. «Sei... wow. Non ti avevo mai vista così. Sei un fottuto pericolo pubblico stasera.»
Un sorriso radioso e trionfante le illuminò il viso. La tensione scomparve dalle sue spalle, sostituita da un'autostima vibrante. Avanzò verso di me con un passo felino, gli stivali pesanti che dettavano il ritmo. Si fermò a un palmo dal mio petto, l'odore del suo profumo speziato che mi investiva in pieno. Grazie alle zeppe, i suoi occhi erano quasi alla stessa altezza dei miei. «Un pericolo pubblico, eh?» tubò, passandosi un dito sul colletto della mia maglietta, sistemandolo con finta innocenza. «Speriamo che i ragazzini del locale abbiano il cuore forte, allora.»
«Io spero solo di non dover prendere a pugni mezza pista da ballo,» borbottai, cercando di fare il duro, anche se il suo tocco leggero mi stava già mandando in fiamme il sangue. «Sei vestita in modo illegale. Ti mangeranno con gli occhi.»
Kekka scoppiò a ridere, una risata di gola, calda e roca, e mi diede una leggera spallata complice. «Tranquillo, il mio cavaliere dall'armatura scintillante,» mi stuzzicò, passandomi una mano tra i capelli per scompigliarmeli come faceva sempre, unendo l'affetto fraterno a quella nuova, innegabile tensione erotica. «Stanotte ho occhi solo per il mio fratellino. Sarai tu il mio accompagnatore ufficiale. Promettimi solo che riuscirai a starmi dietro e che non ti addormenterai al primo drink.»
«Guarda che non sono un ragazzino,» la sfidai, avvicinandomi di un millimetro, sfiorando la pelle nuda della sua spalla con la mia. «E stanotte... non ho nessuna intenzione di dormire.»
Gli occhi di Kekka si scurirono per una frazione di secondo. Colse la provocazione in pieno. Il suo petto si alzò in un respiro profondo contro il corsetto stretto. «Ottimo,» mormorò, le labbra piegate in quel sorrisetto perverso che ormai conoscevo a memoria. Si allontanò con una piroetta, afferrando una giacchetta di pelle dal letto. «Allora andiamo a fare danni, tigre.»
Il locale era un muro di suoni e corpi sudati. Appena varcammo la soglia, Kekka mi trascinò al centro della pista. Era ipnotica: la gonna di pelle le fasciava i fianchi a ogni movimento, gli stivali battevano a ritmo, e il corsetto sembrava cedere sotto i sobbalzi del suo seno esplosivo. Io, goffo e impacciato, mi limitavo a guardarla. Lei se ne accorse e, con un sorriso malizioso, annullò le distanze. «Sciogliti, tigre. Hai affrontato di peggio stamattina, no?» mi sussurrò all'orecchio, sfiorandomi l'inguine con la coscia nuda sopra le calze a rete.
Ero in balia di quella tensione devastante, quando un urlo sovrastò la tecno. «Kekka?!» Dalla folla emersero due ragazze. Sonia, una bionda i cui occhi azzurri passavano in secondo piano rispetto a due tette gigantesche strizzate in un top argentato; e Sara, mora, piatta davanti ma con un fondoschiena sproporzionato fasciato in pantaloni di pelle aderenti. Erano vecchie compagne del liceo.
Dopo abbracci euforici e seni che si schiacciavano tra loro, Sonia posò gli occhi su di me. «E questo bel ragazzo? Un toy-boy prima delle nozze?» «È Matty, il mio fratellino!» rise Kekka, stringendomi a sé in un gesto possessivo che mi accese all'istante. Le due sgranarono gli occhi, squadrandomi con malizia.
Ci trascinarono nel privé. Finii incastrato sul divanetto: da un lato il braccio nudo e profumato di Sonia, dall'altro il fianco bollente di Kekka. «Pensavamo ti fossi chiusa in casa a fare la maestrina,» la sfotté Sara. «Ma quale maestrina, sei illegale!» le fece eco Sonia. «Se Andrea ti vede così, il matrimonio lo consumate stanotte.»
Kekka ridacchiò, accavallando le gambe e facendo ritirare pericolosamente la gonna. Sotto il tavolo, la punta del suo stivale iniziò a strusciare lentamente contro il mio polpaccio. «Andrea è via. E io avevo un bisogno fottuto di divertirmi,» rispose lei con finta leggerezza.
Sonia sorrise e si sporse verso di me, offrendomi una visuale perfetta del suo décolleté strabordante. «E tu, Matty? La fai divertire la tua sorellona, o fai il bravo ragazzo timido?»
Rimasi a bocca aperta, letteralmente paralizzato dalla sfrontatezza di Sonia e dal modo in cui il suo seno premeva contro il corpetto argentato a ogni respiro. Non sapevo cosa diavolo rispondere. Per fortuna, o forse per sfortuna, ci pensò Kekka a togliermi d'impaccio. «Oh, non farti ingannare dalla faccia da angioletto,» intervenne, stringendomi il braccio contro il suo fianco bollente e lanciandomi un'occhiata complice. «Lui mi fa da guardia del corpo e mi accompagna in tutte le mie follie stanotte. Vero, Matty?»
«Se lo dici tu,» balbettai, cercando di non farmi notare mentre mi schiarivo la voce.
«Perfetto! Allora direi che è il momento di alzare il ritmo. Su, divertiamoci un po'!» esclamò Sara, sbracciandosi per chiamare un cameriere che passava lì vicino con un vassoio. «Portaci un giro di chupiti di tequila. E lasciaci pure la bottiglia.» Quando i bicchierini arrivarono, Sonia batté le mani. «Facciamo un classico. Giochiamo a Non ho mai. Conoscete le regole, no? Qualcuno dice una cosa zozza che non ha mai fatto, e chi invece l'ha fatta... beve.»
Kekka si leccò le labbra, i suoi occhi scuri che già brillavano di una pericolosa eccitazione. «Ci sto. Inizia tu, Sara.»
Sara prese in mano il suo bicchierino, accavallando le gambe e sorridendo maliziosa. «Vediamo... Non ho mai fatto sesso nel bagno di una discoteca.» Senza la minima esitazione, Kekka e Sonia afferrarono i loro bicchierini e buttarono giù la tequila in un colpo solo. Io sgranai gli occhi. «Tu?!» sbottai, guardando mia sorella.
Lei si leccò via una goccia di alcol dal labbro con una sensualità disarmante, ridacchiando. «Gita di quinto liceo, Matty. Il bagno del locale era minuscolo, eravamo schiacciati contro la porta. Ricordo solo un caldo infernale e le mie ginocchia sbucciate contro le piastrelle.» La spontaneità con cui descriveva la scena, fornendo abbastanza dettagli per far viaggiare l'immaginazione, mi diede una fitta allo stomaco. Me la stavo letteralmente immaginando ansimante, con la gonna alzata in un bagno sudicio, presa da un tizio qualunque.
«Dilettante,» la prese in giro Sonia, versando di nuovo da bere. Si girò verso di me, i suoi occhi azzurri fissi nei miei, e si morse il labbro. «Tocca a me. Non ho mai... inviato foto di me completamente nuda a qualcuno che non fosse il mio ragazzo.» Kekka e Sara bevvero all'istante. Kekka rise così forte che dovette appoggiarsi alla mia spalla. «Cristo, ne avrò mandate a decine prima di fidanzarmi con Andrea! Una volta ne ho persino mandata una per sbaglio nel gruppo dei compagni del corso di chitarra. Avevo solo un perizoma di pizzo rosso addosso.»
Ero sconvolto. La mia dolce sorellona, la maestrina di musica, era una vera e propria bomba a orologeria di perversione. «Matty, il tuo bicchiere è intatto,» notò Sonia, avvicinandosi ancora di più a me. La sua coscia si appoggiò alla mia. Il suo profumo era dolciastro, inebriante. «Sei davvero così innocente? Non hai mai fatto nessuna di queste cose?»
«Lui è il nostro bravo ragazzo,» intervenne Kekka, ma questa volta il suo tono aveva una sfumatura diversa. Sembrava quasi... infastidita dall'avvicinamento della sua amica. Tracannò un altro shottino, anche se non era il suo turno.
«Tocca a me,» sentenziò mia sorella, e l'aria si fece improvvisamente più pesante, carica di un'attrazione sottile e malata. Mi guardò dritto negli occhi, con quel sorriso da diavolo che le increspava le labbra. «Non ho mai... fatto sesso con due ragazzi contemporaneamente.»
Il mio cuore si fermò. Guardai il suo bicchiere. Kekka lo alzò con finta innocenza e se lo versò in gola. Sonia, con un gridolino sorpreso, bevve insieme a lei.
«Cazzo, Kekka!» esclamò Sara, ridendo a crepapelle. «Questa non la sapevo! Quando diavolo è successo?» «Festa di Ferragosto, avevo vent'anni e avevo bevuto mezza bottiglia di vodka,» rispose mia sorella, scuotendo i ricci con un'espressione sognante e spudorata. «Siamo finiti in una tenda sulla spiaggia. Uno davanti e uno dietro. È stata... un'esperienza intensa, ragazze. Sentirsi riempita così, ovunque, con quattro mani che ti toccano dappertutto... lo consiglio vivamente.»
Mi mancò l'aria. Il mio cervello proiettò quell'immagine con una nitidezza devastante. La mia Kekka, nuda sulla sabbia, presa da due tizi, che gemeva e si lasciava usare in quel modo. Il mio cazzo ebbe uno scatto doloroso contro i jeans. L'idea mi faceva ribollire di gelosia, ma l'eccitazione era mille volte superiore. Il livello di intensità era salito alle stelle.
I round andarono avanti, in un crescendo di confessioni sempre più spinte e volgari. Scoprì che Sara amava essere legata, che Sonia aveva una passione per il sesso anale e che mia sorella, prima di incontrare Andrea, era stata una vera e propria libertina, sperimentando cose che io non osavo nemmeno cercare su internet.
Io non bevevo mai, e le tre ragazze iniziarono a punzecchiarmi senza pietà. «Sei un mistero, Matty,» tubò Sonia, allungando una mano con le unghie laccate per accarezzarmi il ginocchio. Le sue dita risalirono lentamente verso la mia coscia. «Dobbiamo assolutamente corromperti. Un ragazzo carino come te non può essere così casto. Magari hai solo bisogno di una brava insegnante.»
La sua mano era a pochi centimetri dal mio inguine, e lei mi guardava con un'esplicita promessa negli occhi. Ero lusingato, ovviamente. Sonia era una dea. Ma prima che potessi rispondere o allontanarmi, Kekka si intromise. Aveva bevuto parecchio, le sue guance erano accese e i suoi movimenti meno precisi. Afferrò il polso di Sonia con un sorriso che non le arrivava agli occhi. «Giù le mani dalla merce, bionda,» la ammonì, con un tono che voleva sembrare scherzoso ma che nascondeva un ringhio territoriale. «Lui è con me stasera.»
Il gioco riprese con un ritmo sempre più serrato, e la tensione al nostro tavolo divenne un filo sottile pronto a spezzarsi. Le amiche di mia sorella sembravano aver fiutato la vulnerabilità di Kekka e, in modo del tutto goliardico, iniziarono a metterla in difficoltà con affermazioni sempre più mirate.
«Non ho mai... provato attrazione per un ragazzo molto più piccolo di me,» cinguettò Sonia, alzando il suo bicchierino di tequila. Mentre lo diceva, i suoi grandi occhi azzurri rimasero incollati su di me, indugiando sulle mie spalle e sul mio petto.
Sonia bevve. Sara bevve, ridacchiando. Io, sentendomi improvvisamente sotto i riflettori e stanco di fare la parte del ragazzino casto, afferrai un bicchierino pieno. L'alcol mi bruciò la gola, ma mi diede una scossa di calore istantanea. Kekka rimase immobile per qualche secondo. Fissò il suo bicchiere, poi il mio, e infine lo buttò giù con un gesto secco, senza dire una parola.
«Mmh, il nostro Matty inizia a sciogliersi,» tubò Sonia, spostandosi ancora più vicina sul divanetto. La sua coscia nuda premette sfacciatamente contro il mio ginocchio. «Sai, a me piacciono i ragazzi che sanno lasciarsi andare. E poi... i più giovani hanno sempre molta più resistenza.» Allungò una mano e mi sfiorò il collo, giocando con il bordo della mia maglietta. Il suo seno, compresso nel top argentato, era a un millimetro dal mio braccio.
Guardai Kekka con la coda dell'occhio. La spontaneità e la goliardia del gioco stavano cedendo il passo a una gelosia malcelata. Mia sorella aveva le labbra strette in una linea sottile e tamburellava nervosamente le unghie laccate di nero sul tavolino. Stava cercando disperatamente di fare finta di niente, ma il suo respiro tradiva un'irritazione crescente.
«Vado un attimo in bagno a sistemarmi il trucco,» annunciò all'improvviso Sara, alzandosi in piedi e barcollando leggermente. «Vengo con te, devo fare pipì,» le fece eco Sonia. Prima di allontanarsi, la bionda mi fece l'occhiolino, lasciandomi una carezza leggera sulla spalla. «Non scappare, Matty.»
Appena le due sparirono nella folla, rimasimo soli. L'aria nel privé era satura della nostra solita tensione palpabile. Kekka si voltò verso di me, accavallando le gambe con un movimento brusco. I suoi occhi scuri erano accesi, resi ancora più lucidi dall'alcol. «Beh, complimenti,» sbottò, con una finta risata acida. «Hai fatto colpo.»
«Che vuoi dire?» chiesi, facendo l'ingenuo, mentre l'alcol iniziava a sciogliermi i muscoli.
«Che voglio dire? Matty, per favore!» esclamò lei, avvicinandosi per farsi sentire sopra il rumore della musica. «Hai visto come ti sbava dietro? Quella ti vuole palesemente scopare. Ti stava letteralmente strusciando quelle sue due mongolfiere addosso.»
«A me sembrava solo un gioco...»
«Un gioco un cazzo,» ringhiò Kekka, abbassando la voce in un sussurro roco e confidenziale. Mi prese il viso tra le mani, il suo profumo di vaniglia e tequila che mi inondava i sensi. «Sonia è un'amica fantastica, ma è sempre stata una mezza troietta. Quando punta una preda, non la molla.» Si fermò, le sue dita indugiarono sulle mie guance. Nei suoi occhi vidi una lotta furiosa. Da una parte, c'era la gelosia feroce e incestuosa che l'aveva divorata negli ultimi giorni; dall'altra, il suo ruolo di "sorella maggiore" e la consapevolezza razionale che non poteva avermi. «Però...» riprese, deglutendo a fatica, la voce che si incrinava, «ha un corpo che fa resuscitare i morti. Sei vergine, Matty. Hai gli ormoni a mille. Quindi... approfittane. Divertiti. È l'occasione perfetta.»
Lo disse, ma il suo tono suonava come una condanna. A malincuore, mi stava letteralmente spingendo tra le braccia di un'altra per salvare se stessa dal baratro.
Non feci in tempo a replicare. Sonia e Sara tornarono, euforiche. Finimmo la bottiglia di tequila in pochi minuti, brindando al matrimonio imminente. Ormai eravamo tutti belli brilli. «Basta stare seduti! Si balla!» decretò Kekka, alzandosi in piedi sui suoi stivali immensi e trascinandoci tutti in pista.
La musica era assordante. I bassi ci vibravano sotto i piedi. L'alcol aveva cancellato ogni mia rigidità. Iniziammo a ballare tutti insieme, ma le dinamiche si fecero subito chiare, seguendo alla lettera la regola del crescendo: gli approcci diventarono incredibilmente diretti e sensuali.
Sonia si piazzò davanti a me. Iniziò a muovere i fianchi a ritmo, voltandomi le spalle e strusciando il suo fondoschiena contro il mio inguine. Le mie mani, ormai prive di inibizioni, si posarono sui suoi fianchi nudi. Era morbida, sudata, calda. A ogni colpo di cassa, lei spingeva il bacino contro il mio, facendomi sentire tutta la frizione dei nostri corpi. Mi voltai per cercare lo sguardo di mia sorella. Kekka stava ballando con Sara, ma i suoi occhi scuri erano incollati su di me. Fissava le mie mani sui fianchi di Sonia. Il suo sguardo era un misto di rabbia lussuriosa e puro desiderio, un contrasto che mi faceva impazzire.
Ballammo per quella che sembrò un'eternità. La sensualità della pista ci aveva fuso in un unico corpo sudato e ansimante. A un certo punto, la musica cambiò, passando a un ritmo leggermente più lento e martellante.
Sonia si girò verso di me, il petto che si alzava e abbassava affannosamente, lucido di sudore. I suoi occhi azzurri erano velati di desiderio. Mi prese la mano, intrecciando le sue dita laccate alle mie. Si avvicinò al mio orecchio, le sue labbra che mi sfioravano il lobo. «Matty...» sussurrò, con una voce carica di doppi sensi. «Fa un caldo infernale qui in mezzo. Mi accompagni un attimo in bagno? Credo di aver bisogno di... rinfrescarmi.»
Il suo pollice mi accarezzò il dorso della mano. Era un invito esplicito, una promessa carnale che non lasciava spazio a fraintendimenti. Guardai Sonia, poi oltre la sua spalla, dove Kekka mi stava fissando, il petto sollevato dal corsetto rosso che ansimava al ritmo della musica. La sfida era lanciata.
Le parole di Kekka rimbombavano nella mia testa, martellanti come i bassi della musica tecno che faceva tremare le pareti del locale. «Approfittane. Divertiti. È l'occasione perfetta.» Me lo aveva detto spingendomi letteralmente tra le braccia di un'altra. In quel momento mi sentii una merda. Ero profondamente deluso, ferito nel mio orgoglio e in quel folle amore segreto che covavo per lei. Dopo quello che era successo nella vasca, le nostre confessioni, i tocchi nel buio, avevo creduto fermamente che tra noi stesse nascendo qualcosa di reale, un legame impossibile ma inevitabile. Invece, la mia dolce sorellona aveva deciso di tirarsi indietro, gettandomi in pasto alla sua amica.
Accecato dalla delusione e dall'alcol che mi scorreva nelle vene, strinsi la mano di Sonia. «Certo,» risposi, la voce indurita. «Andiamo.»
Sonia non se lo fece ripetere due volte. Con un sorriso trionfante, mi trascinò via dalla pista, facendosi largo tra la folla sudata fino a raggiungere il corridoio buio che portava ai bagni. La bionda non aveva nessuna intenzione di "rinfrescarsi". Appena varcammo la porta del bagno degli uomini, fortunatamente vuoto in quel momento, mi spinse dentro l'ultima cabina e chiuse il chiavistello alle nostre spalle.
Lo spazio era minuscolo, illuminato da una luce al neon fredda che contrastava con il calore opprimente dell'aria. Sonia si rivelò subito per quello che era: una cacciatrice famelica. Mi spinse per le spalle, facendomi sedere sul coperchio chiuso del cesso logoro. Si piazzò in mezzo alle mie gambe, torreggiando su di me con il suo corpetto argentato che le strizzava il petto in modo disumano.
«Non sai da quanto aspettavo questo momento,» sussurrò, gli occhi azzurri accesi da una malizia feroce. Prese le mie mani, rigide e ancora insicure, e se le portò direttamente sul petto, costringendomi a palpare la sua carne attraverso la stoffa. «Impazzisco per i ragazzi più piccoli. Siete così pieni di energia... così affamati.»
Le sue tette erano immense, morbide e calde sotto le mie dita. Guidò le mie mani facendole scivolare sotto il bordo del top, spingendomi a sfiorare la pelle nuda e i capezzoli già turgidi. Dal punto di vista puramente fisico, era il sogno di ogni diciottenne: una ragazza bellissima e disinibita che si offriva senza filtri, regalandomi abbastanza dettagli e sensazioni per far viaggiare l'immaginazione e mandare il corpo in fiamme. Eppure, mentre affondavo le dita in quelle curve e il mio corpo reagiva gonfiandosi prepotentemente contro la cerniera dei jeans, la mia mente non era lì. Il profumo di Sonia era dolciastro, fiorito, ma io cercavo disperatamente l'aroma di vaniglia di mia sorella. Sotto le mie mani c'era una pelle perfetta, ma io desideravo solo i fianchi e i ricci ribelli di Kekka.
Sonia, ignara del mio tormento interiore, decise che era il momento di far salire il livello verso approcci ancora più diretti. «Sei teso, Matty... lascia che ti aiuti io,» tubò, scivolando in ginocchio sul pavimento sporco del bagno senza curarsi minimamente dei suoi vestiti.
Le sue mani laccate si mossero veloci. Slacciò il bottone dei miei jeans, abbassò la cerniera ed estrasse la mia erezione, dura e pulsante per l'adrenalina e la tensione accumulata. La luce cruda del neon ci illuminava, mentre lei mi guardava dal basso verso l'alto, passandosi la lingua sulle labbra rosse. Senza aspettare oltre, la sua bocca si chiuse su di me.
Il contrasto fu devastante. L'aria fredda e viziata del bagno venne sostituita da un calore umido, avvolgente ed estremamente esperto. Sonia era vorace. Le sue labbra esercitavano una pressione perfetta, scivolando su e giù, mentre la sua lingua guizzante lavorava in modo frenetico, bagnandomi con una quantità di saliva che rendeva ogni movimento scivoloso e oscenamente rumoroso. Rovesciai la testa all'indietro, sbattendo contro la parete di metallo della cabina. Un gemito roco mi sfuggì dalle labbra. Le sue mani, intanto, scesero alla base, massaggiandomi lo scroto con tocchi leggeri e calcolati, spingendomi rapidamente verso l'apoteosi dei sensi in quel crescendo erotico perfetto.
Il piacere fisico era accecante, totalizzante. Stavo per esplodere. Ma nel momento in cui chiusi gli occhi, cercando di abbandonarmi al climax, l'immagine di Kekka mi colpì come un pugno allo stomaco. La sua risata nel mio letto. Il suo sguardo smarrito nella vasca da bagno. Il modo in cui mi aveva guardato dritto nell'anima.
Non è lei, urlò il mio cervello. Cazzo, non è lei.
«Fermati,» sbottai all'improvviso, la voce impastata e rotta. Sonia continuò per un istante, troppo persa nel suo ritmo. «Sonia, fermati, cazzo!» ripetei, afferrandole dolcemente ma con fermezza le spalle per allontanarla.
La bionda si bloccò, alzando il viso, le labbra lucide e il fiato corto. Mi guardò sbattendo le palpebre, confusa e incredula. «Cosa... cosa c'è? Ti ho fatto male?»
«No, no, tu sei... sei bravissima,» ansimai, affrettandomi a rimettere tutto a posto dentro i jeans e tirando su la cerniera con mani tremanti. «Ma non ce la faccio. Scusami. Io... non me la sento. Non mi va.»
Il viso angelico di Sonia si trasformò in una maschera di pura incredulità, che lasciò subito spazio a un orgoglio ferito e furente. Si alzò in piedi di scatto, pulendosi la bocca col dorso della mano. «Non ti va?» sibilò, sistemandosi il top con stizza. Il suo sguardo, prima carico di lussuria, ora sprizzava veleno. «Mi porti in un bagno sudicio, ti fai leccare come un re, e a un passo dalla fine mi dici che non ti va? Ma sei serio, o sei solo un ragazzino sfigato con problemi di erezione?»
«Scusami,» ripetei, sentendomi un idiota totale, lo stomaco chiuso in una morsa. «È un problema mio.»
«Puoi giurarci che è un problema tuo, sfigato,» ringhiò lei, riacquistando la sua facciata in una frazione di secondo. Prese la borsetta, aprì il chiavistello e si voltò verso di me con un'ultima occhiata di disprezzo. «Fottiti. E cresci un po'.»
Uscì sbattendo la porta, lasciandomi solo nel silenzio ronzante del bagno. Mi appoggiai con la fronte alla parete fredda, chiudendo gli occhi. Mi odiavo per aver ferito una ragazza, ma soprattutto mi odiavo perché l'unica donna che volevo davvero era fuori da quella porta e portava il mio stesso cognome.
Aspettai un paio di minuti prima di uscire e tornare verso la pista. La musica sembrava ancora più caotica di prima. Mi feci largo tra la gente in direzione del nostro divanetto.
A pochi passi dal tavolo, però, mi bloccai. Sonia era tornata dalle amiche. Stava parlando freneticamente nell'orecchio di Sara, indicando vagamente verso i bagni. La musica copriva le parole, ma l'espressione indignata della bionda e le risatine incredule di Sara parlavano da sole. Accanto a loro, Kekka.
Mia sorella era seduta composta, un drink in mano, ma il suo sguardo era tutt'altro che sereno. Aveva intercettato mezza conversazione. Lentamente, voltò la testa. I nostri sguardi si incrociarono attraverso i fasci di luce stroboscopica. Kekka mi guardò dritto negli occhi. Non c'era delusione nel suo sguardo, né derisione. C'era un lampo di consapevolezza assoluta, un segreto bruciante che ci univa e che fungeva da promessa per quello che sarebbe inevitabilmente successo al nostro ritorno a casa. Sapeva esattamente perché avevo fermato Sonia. E, dal modo in cui il suo petto si alzò in un respiro profondo e tremante, capii che la diga che ci teneva separati era appena definitivamente crollata.
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