Quella sera, l'aria in casa vibrava di un'energia elettrica, quasi febbricitante. Avevamo ritirato le scarpe per il matrimonio nel tardo pomeriggio e, una volta rientrati, Kekka era schizzata in camera sua come un uragano. Era eccitatissima. Non metteva piede in un locale per fare serata da una vita, schiacciata tra il lavoro a scuola, le prove con la band e la noia della sua routine con Andrea. Per me, invece, quel mondo notturno era praticamente nuovo, un territorio inesplorato in cui mi stavo avventurando solo per assecondare la sua voglia di ribellione.
Ero già pronto. Indossavo dei jeans scuri e una maglietta nera attillata, e me ne stavo in cucina a bere un bicchiere d'acqua, annuendo distrattamente a mia madre che mi raccomandava di non fare troppo tardi e di guidare con prudenza.
All'improvviso, la voce di mia sorella rimbombò dal corridoio. «Matty! Vieni un attimo in camera mia!»
Posai il bicchiere sul lavandino, feci un cenno di saluto a mia madre e mi avviai verso il corridoio. La porta della sua stanza era socchiusa. La spinsi lentamente, non sapendo bene cosa aspettarmi dopo la mattinata incendiaria che avevamo condiviso nella vasca da bagno.
Mi bloccai sulla soglia, la mano ancora sulla maniglia, e smisi letteralmente di respirare.
Kekka era in piedi davanti allo specchio a figura intera, e non somigliava minimamente alla maestrina di musica, né alla futura sposa stressata che girava in tuta per casa. Era una visione punk, aggressiva, sfacciatamente sensuale. Indossava una gonna di pelle nera così corta e aderente che sembrava dipinta sulle sue curve, fasciando i fianchi larghi in modo quasi illegale. Le sue gambe piene e burrose erano coperte da un paio di calze a rete a maglia larga, che sparivano dentro degli stivali neri enormi, anfibi massicci con una zeppa altissima e fibbie di metallo che le davano un'aria dominante, slanciandola e facendola sembrare ancora più imponente. Sopra, aveva optato per un corsetto rosso scuro, simile a quello che usava per i concerti, ma decisamente più scollato. Il corpetto le stringeva la vita in modo innaturale, spingendo verso l'alto il suo seno abbondante fino a farlo quasi strabordare dalla stoffa, offrendo una scollatura talmente profonda e schiacciata da farmi seccare la bocca all'istante. Aveva sciolto i ricci in una criniera selvaggia e voluminosa, e il trucco scuro sugli occhi la rendeva magnetica, pericolosa.
Si voltò verso di me, piantando le mani sui fianchi. I suoi stivali fecero un rumore sordo e pesante sul pavimento di legno. «Allora?» mi chiese, mordendosi il labbro inferiore in un misto di genuina insicurezza e pura sfacciataggine. Fece un mezzo giro su se stessa per farsi ammirare, e la gonna di pelle si tese pericolosamente sul suo fondoschiena. «Secondo te sto bene? Sono secoli che non mi concio così per andare a ballare, mi sento quasi arrugginita. Forse è too much?»
Ero paralizzato. Feci scorrere lo sguardo dai suoi stivali enormi fino all'orlo della gonna, per poi risalire su quel corsetto che sembrava sul punto di esplodere a ogni suo respiro. L'immagine di lei nuda e fradicia nella vasca mi attraversò la mente come un lampo, fondendosi con questa nuova versione letale. «Cazzo, Kekka...» sussurrai, la voce roca, incapace di trovare altre parole.
Lei incrociò le braccia sotto il seno, sollevandolo involontariamente ancora di più, e assottigliò lo sguardo. «"Cazzo" non è una risposta, mostriciattolo. Faccio schifo?»
«Fai paura,» risposi d'istinto, facendo finalmente un passo dentro la stanza. Chiusi la porta alle mie spalle per non farci sentire dai nostri genitori. «Sei... wow. Non ti avevo mai vista così. Sei un fottuto pericolo pubblico stasera.»
Un sorriso radioso e trionfante le illuminò il viso. La tensione scomparve dalle sue spalle, sostituita da un'autostima vibrante. Avanzò verso di me con un passo felino, gli stivali pesanti che dettavano il ritmo. Si fermò a un palmo dal mio petto, l'odore del suo profumo speziato che mi investiva in pieno. Grazie alle zeppe, i suoi occhi erano quasi alla stessa altezza dei miei. «Un pericolo pubblico, eh?» tubò, passandosi un dito sul colletto della mia maglietta, sistemandolo con finta innocenza. «Speriamo che i ragazzini del locale abbiano il cuore forte, allora.»
«Io spero solo di non dover prendere a pugni mezza pista da ballo,» borbottai, cercando di fare il duro, anche se il suo tocco leggero mi stava già mandando in fiamme il sangue. «Sei vestita in modo illegale. Ti mangeranno con gli occhi.»
Kekka scoppiò a ridere, una risata di gola, calda e roca, e mi diede una leggera spallata complice. «Tranquillo, il mio cavaliere dall'armatura scintillante,» mi stuzzicò, passandomi una mano tra i capelli per scompigliarmeli come faceva sempre, unendo l'affetto fraterno a quella nuova, innegabile tensione erotica. «Stanotte ho occhi solo per il mio fratellino. Sarai tu il mio accompagnatore ufficiale. Promettimi solo che riuscirai a starmi dietro e che non ti addormenterai al primo drink.»
«Guarda che non sono un ragazzino,» la sfidai, avvicinandomi di un millimetro, sfiorando la pelle nuda della sua spalla con la mia. «E stanotte... non ho nessuna intenzione di dormire.»
Gli occhi di Kekka si scurirono per una frazione di secondo. Colse la provocazione in pieno. Il suo petto si alzò in un respiro profondo contro il corsetto stretto. «Ottimo,» mormorò, le labbra piegate in quel sorrisetto perverso che ormai conoscevo a memoria. Si allontanò con una piroetta, afferrando una giacchetta di pelle dal letto. «Allora andiamo a fare danni, tigre.»
Il locale era un muro di suoni e corpi sudati. Appena varcammo la soglia, Kekka mi trascinò al centro della pista. Era ipnotica: la gonna di pelle le fasciava i fianchi a ogni movimento, gli stivali battevano a ritmo, e il corsetto sembrava cedere sotto i sobbalzi del suo seno esplosivo. Io, goffo e impacciato, mi limitavo a guardarla. Lei se ne accorse e, con un sorriso malizioso, annullò le distanze. «Sciogliti, tigre. Hai affrontato di peggio stamattina, no?» mi sussurrò all'orecchio, sfiorandomi l'inguine con la coscia nuda sopra le calze a rete.
Ero in balia di quella tensione devastante, quando un urlo sovrastò la tecno. «Kekka?!» Dalla folla emersero due ragazze. Sonia, una bionda i cui occhi azzurri passavano in secondo piano rispetto a due tette gigantesche strizzate in un top argentato; e Sara, mora, piatta davanti ma con un fondoschiena sproporzionato fasciato in pantaloni di pelle aderenti. Erano vecchie compagne del liceo.
Dopo abbracci euforici e seni che si schiacciavano tra loro, Sonia posò gli occhi su di me. «E questo bel ragazzo? Un toy-boy prima delle nozze?» «È Matty, il mio fratellino!» rise Kekka, stringendomi a sé in un gesto possessivo che mi accese all'istante. Le due sgranarono gli occhi, squadrandomi con malizia.
Ci trascinarono nel privé. Finii incastrato sul divanetto: da un lato il braccio nudo e profumato di Sonia, dall'altro il fianco bollente di Kekka. «Pensavamo ti fossi chiusa in casa a fare la maestrina,» la sfotté Sara. «Ma quale maestrina, sei illegale!» le fece eco Sonia. «Se Andrea ti vede così, il matrimonio lo consumate stanotte.»
Kekka ridacchiò, accavallando le gambe e facendo ritirare pericolosamente la gonna. Sotto il tavolo, la punta del suo stivale iniziò a strusciare lentamente contro il mio polpaccio. «Andrea è via. E io avevo un bisogno fottuto di divertirmi,» rispose lei con finta leggerezza.
Sonia sorrise e si sporse verso di me, offrendomi una visuale perfetta del suo décolleté strabordante. «E tu, Matty? La fai divertire la tua sorellona, o fai il bravo ragazzo timido?»
Rimasi a bocca aperta, letteralmente paralizzato dalla sfrontatezza di Sonia e dal modo in cui il suo seno premeva contro il corpetto argentato a ogni respiro. Non sapevo cosa diavolo rispondere. Per fortuna, o forse per sfortuna, ci pensò Kekka a togliermi d'impaccio. «Oh, non farti ingannare dalla faccia da angioletto,» intervenne, stringendomi il braccio contro il suo fianco bollente e lanciandomi un'occhiata complice. «Lui mi fa da guardia del corpo e mi accompagna in tutte le mie follie stanotte. Vero, Matty?»
«Se lo dici tu,» balbettai, cercando di non farmi notare mentre mi schiarivo la voce.
«Perfetto! Allora direi che è il momento di alzare il ritmo. Su, divertiamoci un po'!» esclamò Sara, sbracciandosi per chiamare un cameriere che passava lì vicino con un vassoio. «Portaci un giro di chupiti di tequila. E lasciaci pure la bottiglia.» Quando i bicchierini arrivarono, Sonia batté le mani. «Facciamo un classico. Giochiamo a Non ho mai. Conoscete le regole, no? Qualcuno dice una cosa zozza che non ha mai fatto, e chi invece l'ha fatta... beve.»
Kekka si leccò le labbra, i suoi occhi scuri che già brillavano di una pericolosa eccitazione. «Ci sto. Inizia tu, Sara.»
Sara prese in mano il suo bicchierino, accavallando le gambe e sorridendo maliziosa. «Vediamo... Non ho mai fatto sesso nel bagno di una discoteca.» Senza la minima esitazione, Kekka e Sonia afferrarono i loro bicchierini e buttarono giù la tequila in un colpo solo. Io sgranai gli occhi. «Tu?!» sbottai, guardando mia sorella.
