Kekka (POV) – Pochi mesi prima
L'adrenalina del concerto mi scorreva ancora nelle vene, eppure, mentre Andrea guidava verso casa nel silenzio dell'abitacolo, mi sentivo svuotata. Era un periodo maledettamente complicato. La scuola di musica sembrava assorbire ogni mia energia, la crisi professionale mi faceva dubitare del mio talento e, come se non bastasse, lo stress mi aveva fatto prendere qualche chilo di troppo. I miei fianchi si erano arrotondati, il mio seno era diventato ancora più pesante. Non mi sentivo brutta, ma mi sentivo... invisibile. Andrea non mi sfiorava, non mi cercava con lo sguardo. Era fisicamente distante, freddo, chiuso in una sua bolla.
Appena chiusa la porta di casa alle nostre spalle, decisi che non potevo più sopportare quella distanza. Volevo sentirmi desiderata, viva. Lasciai scivolare a terra la giacca, rimanendo solo con il corsetto di scena nero che mi strizzava e sollevava il seno in modo teatrale e provocante, e mi lanciai verso di lui. Gli saltai letteralmente addosso mentre si toglieva le scarpe sul divano, finendo a cavalcioni sulle sue gambe. «Mmh... sei stato bravissimo stasera con quell'assolo,» sussurrai, cercando le sue labbra, iniziando a muovere lentamente il bacino contro di lui, disperatamente pronta a farmi sbattere lì, in salotto, per cancellare ogni insicurezza.
Ma Andrea non ricambiò il bacio. Irrigidì le spalle e mi piantò le mani sui fianchi, non per stringermi, ma per tenermi lontana. «Kekka, per favore. Sono stanco a morte. Ho scaricato l'amplificatore da solo e domani mattina ho una riunione in ufficio,» disse, distogliendo lo sguardo.
«È solo una scusa, Andrea,» sbottai, la voce che iniziava a tremare per la frustrazione. Mi allontanai di qualche centimetro, costringendolo a guardarmi in faccia. Il cuore mi batteva forte per l'ansia. «Cos'hai? Sono settimane che mi eviti. Guardami. Mi trovi ancora attraente? Oppure... oppure ti faccio schifo?»
Lui fece un sospiro pesante, passandosi una mano sul viso con un'espressione esasperata. «Senti, vuoi la verità, visto che insisti?» esordì, gelido. «No, non ti trovo attraente stasera. Ti sei lasciata completamente andare, Kekka. Sei ingrassata in modo evidente, giri per casa trasandata e sembri non curarti più del tuo aspetto. Mi avevi fatto una marea di promesse: i buoni propositi, la dieta rigorosa, l'iscrizione in palestra... e invece molli tutto alla prima difficoltà. Non riesci a seguire una singola regola. E io non ho intenzione di mentirti solo per farti piacere.»
Quelle parole mi squarciarono il petto. In un momento in cui la mia carriera era in bilico e la mia autostima era già sotto i tacchi, sentirmi definire grassa, trasandata e fallimentare dall'uomo che avrei dovuto sposare fu una crudeltà inaudita. Mi sentii uno straccio. Scesi dalle sue gambe in un silenzio tombale, ingoiando le lacrime, raccogliendo i cocci del mio orgoglio femminile.
Matteo (POV) – Presente
La luce calda del mattino filtrava dalle tapparelle, disegnando strisce dorate sulle lenzuola stropicciate. Ero seduto a gambe incrociate sul materasso, una tazza di caffè fumante tra le mani, e osservavo Kekka dormire.
Dopo quello che era successo – o meglio, dopo quello che avevo fatto al suo seno la notte prima, e quello che sentivo fosse accaduto nel buio mentre le davo le spalle – guardarla era una dolce agonia. Aveva il viso affondato nel mio cuscino, i ricci ribelli sparsi ovunque in una nuvola scura. La camicia da notte nera era scivolata pericolosamente, scoprendo una delle sue cosce morbide e burrose.
Mentre la studiavo, come si fa con un'opera d'arte proibita, prese un respiro profondo e si mosse. Si stiracchiò con un gemito pigro, inarcando la schiena. Aprì gli occhi a fessura, mettendo a fuoco la mia figura seduta accanto a lei. «Buongiorno...» borbottò, la voce impastata e meravigliosamente roca.
«Buongiorno un cazzo,» risposi, cercando di mascherare l'affetto con un tono burbero e trattenendo un sorriso. «Ho deciso ufficialmente che questa è l'ultima volta che ti permetto di infilarti nel mio letto. Non dormirò mai più con te.»
Lei sbatté le palpebre, visibilmente confusa. «Perché? Che ho fatto?» «Sei un pericolo per la mia incolumità fisica,» la accusai, bevendo un sorso di caffè. «Tiri calci peggio di un mulo scalciante. Stanotte mi hai tirato due stincate che mi hanno quasi buttato giù dal materasso. Sei un incubo.»
Kekka sbuffò, stropicciandosi gli occhi e mettendosi a sedere. Nel farlo, la seta della camicia da notte cedette ulteriormente, mettendo in mostra una curva generosa e inebriante del suo décolleté. Mi sforzai di mantenere lo sguardo sui suoi occhi, ma era una missione suicida. «Sei il solito esagerato piagnucolone,» ribatté lei, con un sorriso sghembo. «Io dormo come un angioletto incantevole.»
«Un angioletto che distribuisce tibiate sui reni,» precisai.
Il suo sorriso si allargò, riacquistando quella malizia sfrontata che la caratterizzava e mascherando la vulnerabilità della sera precedente. È la magia dell'erotismo: la spontaneità vince sulla complessità e le dinamiche si ribaltano in un istante. «Fai poco lo sbruffone, mostriciattolo,» mi provocò, assottigliando lo sguardo in modo felino. «Guarda che se continui ti faccio quello che ti facevo quando eravamo piccoli e facevi i capricci per alzarti dal letto.»
La guardai con aria di sfida, posando la tazza sul comodino con estrema lentezza. «Non oseresti.»
«Ah, dici?» Fu questione di un decimo di secondo. Kekka scattò in avanti come una pantera, lanciandosi letteralmente su di me. Mi travolse. Finimmo intrecciati sulle coperte disordinate, e le sue dita iniziarono ad affondare implacabili, veloci e spietate sui miei fianchi e sotto le mie costole. Soffrivo il solletico in modo patologico.
«No! Kekka, ferma! Cazzo, ti prego, no!» scoppiai a ridere a crepapelle, contorcendomi sotto di lei come un'anguilla, cercando disperatamente di afferrarle i polsi. «Chiedi pietà! Dì che sono la sorellona più bella e brava del mondo!» rideva lei a pieni polmoni, seduta a cavalcioni sulle mie cosce. I suoi ricci mi solleticavano il viso, il suo profumo di vaniglia mi riempiva la gola.
La lotta divenne fisica, ravvicinata, serrata. Riuscii ad agganciarle un braccio, poi l'altro. Con uno slancio dei fianchi, sfruttando la mia forza, ribaltai le nostre posizioni. La schiacciai di schiena contro il materasso, bloccandole i polsi sopra la testa.
Mi ritrovai improvvisamente sopra di lei. Le risate si spensero. Il respiro di entrambi si spezzò all'istante, trasformandosi in un ansimare pesante.
La situazione si era capovolta, passando dal livello soft e infantile a una tensione palpabile e densa in un solo respiro. Il suo petto prosperoso, libero sotto la seta, si alzava e si abbassava in modo frenetico, schiacciandosi contro il mio torace nudo a ogni inspirazione. I miei fianchi erano saldamente incastrati in mezzo alle sue gambe spalancate, e le sue cosce, per puro riflesso, avevano iniziato a stringermi. L'aria fresca del mattino era improvvisamente scomparsa, sostituita da un calore asfissiante e da un silenzio carico di promesse che nessuno dei due aveva il coraggio di spezzare.
Passò qualche giorno da quell'incontro ravvicinato sul letto e, in modo quasi surreale, quel momento ad altissima tensione erotica tra noi due sembrò non essere mai accaduto. Kekka era tornata a comportarsi come la solita sorella maggiore, tra battute e faccende di casa, mascherando alla perfezione il fuoco che avevamo acceso. Ma in cuor mio sapevo e speravo disperatamente che non sarebbe finita lì. C'era un filo invisibile e teso che ci legava, pronto a spezzarsi al minimo tocco.
E infatti, l'occasione non tardò ad arrivare.
Era mattina presto. I nostri genitori erano già usciti e la casa era immersa in un silenzio ovattato. Mi ero svegliato prima del solito, con i muscoli indolenziti e la mente affollata dai soliti, torbidi pensieri. Avevo bisogno di un bel bagno caldo per rilassarmi e schiarirmi le idee. Infilai le ciabatte e, ancora mezzo addormentato, abbassai la maniglia della porta del bagno senza nemmeno riflettere, dando per scontato che fosse vuoto.
