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Erotika
La Sorellona Si Sposa · Cap. 2
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Capitolo 2 di 5 18 min di lettura

Tette da mungere e dita fradicie

Matteo confessa il suo desiderio e viene premiato potendo finalmente succhiare le tette enormi della sorella. Sconvolta da quella perversione, la sposa si masturba segretamente accanto a lui fino a inzupparsi e venire, arrendendosi alla sua lussuria.

Alessia
5 mesi fa · 1.6k letture · 5

Il mattino seguente, uscire dalla mia stanza richiese uno sforzo mentale titanico. Avevo ancora impressa a fuoco sulla pelle la sensazione della sua intimità bollente e bagnata premuta contro il mio inguine. Non avevo chiuso occhio, torturandomi nel buio con quell'immagine.

Quando trovai il coraggio di trascinarmi in cucina per un caffè, lei era già lì. Era appoggiata al bancone, girata di tre quarti. Indossava una camicia da notte di seta nera, talmente corta che a stento le copriva il fondoschiena, e così scollata sui lati da lasciare intravedere la curva piena e pesante del suo seno sguarnito.

Appena incrociò il mio sguardo, mi bloccai. Sentii il viso prendere fuoco all'istante. Kekka, invece di distogliere gli occhi o mostrare imbarazzo per la figura della sera prima, lasciò che un sorrisetto languido e furbo le piegasse le labbra. «Buongiorno, fuggitivo,» tubò, posando la tazza. Con la grazia sinuosa di un predatore, annullò la distanza tra noi. I suoi seni ondeggiavano liberi sotto la seta a ogni passo. Si fermò a un millimetro da me, invadendo il mio spazio vitale, e sollevò una mano per sistemarmi distrattamente il colletto della maglietta. Il suo tocco mi fece sussultare.

«Dormito bene, Matty?» sussurrò, inclinando la testa in quel suo modo giocoso. «O sei rimasto... sveglio a pensare a qualcosa? Io, dopo che te ne sei andato, ho fatto molta fatica a prendere sonno.» Il suo tono era dolce, provocatorio. Ci stava giocando. Eppure, osservandola da così vicino, notai il suo respiro leggermente tremante e il modo in cui si mordeva il labbro inferiore, tradendo un tormento interiore che non voleva ammettere. Stava usando la sfacciataggine come scudo per nascondere quanto fosse scossa, e quanto la sua stessa lussuria la stesse divorando.

«I-io... ho dormito benissimo,» sbottai, la voce incredibilmente roca. Indietreggiai di un passo, come se scottasse, cercando disperatamente di non guardarle la scollatura. «Senti, io devo uscire. Ho un sacco di cose da fare con i ragazzi.» La sua espressione si incupì per una frazione di secondo, ma mascherò subito la delusione con un'alzata di spalle. «Come vuoi. Cerca di non farti sciogliere dal caldo, mostriciattolo.»

Fuggii. E continuai a fuggire. L'imbarazzo e la tensione sessuale in quella casa erano diventati un campo minato insopportabile. Per due giorni interi feci in modo di stare fuori dalla mattina alla sera. Vagavo senza meta, andavo al centro commerciale, mi rintanavo a casa di amici pur di non dover affrontare i suoi sguardi carichi di sottintesi e il profumo della sua pelle. Tornavo a casa a notte fonda, quando le luci erano spente e presumevo che lei stesse già dormendo.

O meglio questo funzionò la prima notte, poi la seconda notte…

Ero crollato nel mio letto, sfinito, sprofondando in un sonno pesante. Nel cuore della notte, però, qualcosa mi strappò bruscamente all'incoscienza. Mi mancava l'aria. C'era un peso opprimente e caldo sul mio torace, qualcosa che mi schiacciava e mi avvolgeva completamente. Un profumo familiare e inebriante di vaniglia e sudore dolce mi invase le narici.

Aprii gli occhi di scatto nel buio della mia stanza. Una cascata di riccioli selvaggi mi solleticava il collo. Due braccia morbide ma possenti mi stringevano il torace come una morsa. E, cosa che mi fece schizzare il cuore in gola, due seni enormi, parzialmente scoperti e bollenti erano letteralmente schiacciati contro il mio petto nudo. Una gamba burrosa era finita a cavalcioni sulle mie cosce, ancorandomi al materasso.

Kekka. Aveva fatto esattamente come quando eravamo bambini, strisciando nel mio letto in piena notte. Solo che ora i nostri corpi non avevano più niente di infantile.

«Cristo santo!» ansimai, cercando di tirarmi su con un balzo, il cuore che batteva a un ritmo forsennato. Le afferrai i fianchi per spingerla via, ma la pelle nuda sotto le mie dita mi mandò in cortocircuito il cervello. «Kekka! Che cazzo fai?»

Lei non si spostò di un millimetro. Anzi, strinse la presa, strofinando il viso contro il mio collo con un mugugno assonnato ma disperatamente bisognoso. «Sshh, non urlare...» sussurrò, la voce impastata e roca per il sonno. Il suo respiro caldo mi solleticava la pelle, facendomi venire la pelle d'oca.

«Ma sei impazzita? Scendi subito!» sibilai, cercando di divincolarmi, anche se il mio corpo stava reagendo in modo completamente opposto: un'erezione furiosa si stava già facendo strada nei miei boxer, premendo pericolosamente contro l'interno della sua coscia.

Lei alzò finalmente la testa. Nel buio, i suoi occhi scuri brillavano, puntati nei miei. Non c'era più la provocatrice sfacciata della mattina. C'era solo una ragazza terribilmente sola, vulnerabile e divorata da una dipendenza che non sapeva gestire. «Non volevo svegliarti,» sussurrò, sfiorandomi la mascella con le dita tremanti. «Ma non ti sei fatto vedere per due giorni interi. Sei scappato da me. E io... mi sei mancato, Matty. Mi sentivo soffocare di là da sola.»

Vedere Kekka in quello stato mi spezzò letteralmente a metà. La mia sorellona era sempre stata un uragano di energia, una forza della natura allegra e inarrestabile. Sentire la sua voce così fragile nel buio, percepire il suo bisogno disperato di aggrapparsi a me, spazzò via in un istante tutta la mia rigidità.

Smisi di spingerla via. Le mie mani, che fino a un secondo prima cercavano di allontanare i suoi fianchi nudi, scivolarono sulla sua schiena morbida, avvolgendola. Me la tirai stretta al petto, affondando il viso in quella cascata di riccioli disordinati che profumavano di vaniglia. «Scusa, Kekka... scusami tu,» mormorai, accarezzandole le scapole con un affetto sincero che per un momento riuscì a sovrastare la tempesta ormonale che mi infuriava nei pantaloni. «Non volevo farti stare male. È solo che... cazzo, mi sentivo un verme per quello che è successo. Non sapevo come guardarti in faccia.»

Lei fece un respiro profondo contro il mio collo, rannicchiandosi meglio contro di me. Sentivo i suoi seni abbondanti appiattirsi contro i miei pettorali, un contatto che era pura tortura, ma non feci nulla per evitarlo. «Sei un cretino, Matty,» sospirò, la voce che si addolciva. Si staccò appena, scivolando di lato per sdraiarsi accanto a me sul cuscino, ma senza rompere del tutto il contatto fisico. Una sua gamba rimase intrecciata alla mia. «È stato un incidente strano, imbarazzante da morire, lo ammetto. Ma non voglio perdere il mio fratellino per una cazzata del genere.»

«Non mi perderai mai,» risposi d'istinto.

Kekka sorrise nel buio. Poi, il suo inconfondibile istinto provocatore riprese il sopravvento, il suo modo perfetto per sdrammatizzare la tensione. Si appoggiò su un gomito, guardandomi dall'alto in basso, gli occhi che tornavano a brillare di quella malizia sfacciata. «E poi, suvvia... non fare il puritano. In fondo è già la seconda volta che mi becchi mentre mi masturbo.»

Il mio cuore perse un battito. Il sangue mi si gelò nelle vene, per poi defluire tutto e subito verso il basso. «C-cosa?» balbettai, sentendo il respiro mozzarsi in gola. «Di cosa diavolo parli?»

Kekka scoppiò in una risatina bassa e roca, dandomi un colpetto sul naso con l'indice. «Dai, Matty! Quella volta in bagno, anni fa. La porta non era chiusa a chiave. Credevi davvero che non me ne fossi accorta? Ti ho sentito ansimare, e poi i tuoi passi da elefante che scappavano in corridoio.»

Volevo che il materasso si aprisse per inghiottirmi fino al centro della Terra. Mi coprii la faccia con le mani. «Porca puttana, Kekka... Io... avevo quattordici anni. Ero terrorizzato.»

«Lo so!» rise lei, tirandomi via le mani dal viso con dolcezza. «Per questo non ti ho detto niente. Eri così piccolo, eri nel pieno dello sviluppo... non volevo umiliarti. Sapevo che saresti morto di vergogna. Mi ha fatto tenerezza.» Mi accarezzò i capelli. Rimanemmo così, sdraiati fianco a fianco, a scherzare e a prenderci in giro sulle nostre figure di merda, come due fratelli che si vogliono un bene dell'anima. Era un momento di un'intimità domestica e affettuosa devastante. Ma, al tempo stesso, la tensione sessuale tra noi stava costruendo un muro che prima o poi sarebbe crollato.

«Comunque,» riprese lei, sdraiandosi a pancia in su e fissando il soffitto della mia camera. La sua camicia da notte era scivolata, lasciando intravedere gran parte del seno laterale. «Tornando all'altra sera... devi smetterla di farti paranoie. Hai diciotto anni, Matty. Gli ormoni ti friggono il cervello ventiquattr'ore su ventiquattro. Ti sei ritrovato davanti una ragazza mezza nuda, per giunta fradicia e ansimante... sfido chiunque a non mettersi le mani nei pantaloni. Ammettiamolo, è biologia.»

Prima di andare avanti…

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