La Sorellona Si Sposa

Capitolo 2 - Tette da mungere e dita fradicie

Matteo confessa il suo desiderio e viene premiato potendo finalmente succhiare le tette enormi della sorella. Sconvolta da quella perversione, la sposa si masturba segretamente accanto a lui fino a inzupparsi e venire, arrendendosi alla sua lussuria.

A
Alessia

3 ore fa

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Il mattino seguente, uscire dalla mia stanza richiese uno sforzo mentale titanico. Avevo ancora impressa a fuoco sulla pelle la sensazione della sua intimità bollente e bagnata premuta contro il mio inguine. Non avevo chiuso occhio, torturandomi nel buio con quell'immagine.

Quando trovai il coraggio di trascinarmi in cucina per un caffè, lei era già lì. Era appoggiata al bancone, girata di tre quarti. Indossava una camicia da notte di seta nera, talmente corta che a stento le copriva il fondoschiena, e così scollata sui lati da lasciare intravedere la curva piena e pesante del suo seno sguarnito.

Appena incrociò il mio sguardo, mi bloccai. Sentii il viso prendere fuoco all'istante. Kekka, invece di distogliere gli occhi o mostrare imbarazzo per la figura della sera prima, lasciò che un sorrisetto languido e furbo le piegasse le labbra. «Buongiorno, fuggitivo,» tubò, posando la tazza. Con la grazia sinuosa di un predatore, annullò la distanza tra noi. I suoi seni ondeggiavano liberi sotto la seta a ogni passo. Si fermò a un millimetro da me, invadendo il mio spazio vitale, e sollevò una mano per sistemarmi distrattamente il colletto della maglietta. Il suo tocco mi fece sussultare.

«Dormito bene, Matty?» sussurrò, inclinando la testa in quel suo modo giocoso. «O sei rimasto... sveglio a pensare a qualcosa? Io, dopo che te ne sei andato, ho fatto molta fatica a prendere sonno.» Il suo tono era dolce, provocatorio. Ci stava giocando. Eppure, osservandola da così vicino, notai il suo respiro leggermente tremante e il modo in cui si mordeva il labbro inferiore, tradendo un tormento interiore che non voleva ammettere. Stava usando la sfacciataggine come scudo per nascondere quanto fosse scossa, e quanto la sua stessa lussuria la stesse divorando.

«I-io... ho dormito benissimo,» sbottai, la voce incredibilmente roca. Indietreggiai di un passo, come se scottasse, cercando disperatamente di non guardarle la scollatura. «Senti, io devo uscire. Ho un sacco di cose da fare con i ragazzi.» La sua espressione si incupì per una frazione di secondo, ma mascherò subito la delusione con un'alzata di spalle. «Come vuoi. Cerca di non farti sciogliere dal caldo, mostriciattolo.»

Fuggii. E continuai a fuggire. L'imbarazzo e la tensione sessuale in quella casa erano diventati un campo minato insopportabile. Per due giorni interi feci in modo di stare fuori dalla mattina alla sera. Vagavo senza meta, andavo al centro commerciale, mi rintanavo a casa di amici pur di non dover affrontare i suoi sguardi carichi di sottintesi e il profumo della sua pelle. Tornavo a casa a notte fonda, quando le luci erano spente e presumevo che lei stesse già dormendo.

O meglio questo funzionò la prima notte, poi la seconda notte…

Ero crollato nel mio letto, sfinito, sprofondando in un sonno pesante. Nel cuore della notte, però, qualcosa mi strappò bruscamente all'incoscienza. Mi mancava l'aria. C'era un peso opprimente e caldo sul mio torace, qualcosa che mi schiacciava e mi avvolgeva completamente. Un profumo familiare e inebriante di vaniglia e sudore dolce mi invase le narici.

Aprii gli occhi di scatto nel buio della mia stanza. Una cascata di riccioli selvaggi mi solleticava il collo. Due braccia morbide ma possenti mi stringevano il torace come una morsa. E, cosa che mi fece schizzare il cuore in gola, due seni enormi, parzialmente scoperti e bollenti erano letteralmente schiacciati contro il mio petto nudo. Una gamba burrosa era finita a cavalcioni sulle mie cosce, ancorandomi al materasso.

Kekka. Aveva fatto esattamente come quando eravamo bambini, strisciando nel mio letto in piena notte. Solo che ora i nostri corpi non avevano più niente di infantile.

«Cristo santo!» ansimai, cercando di tirarmi su con un balzo, il cuore che batteva a un ritmo forsennato. Le afferrai i fianchi per spingerla via, ma la pelle nuda sotto le mie dita mi mandò in cortocircuito il cervello. «Kekka! Che cazzo fai?»

Lei non si spostò di un millimetro. Anzi, strinse la presa, strofinando il viso contro il mio collo con un mugugno assonnato ma disperatamente bisognoso. «Sshh, non urlare...» sussurrò, la voce impastata e roca per il sonno. Il suo respiro caldo mi solleticava la pelle, facendomi venire la pelle d'oca.

«Ma sei impazzita? Scendi subito!» sibilai, cercando di divincolarmi, anche se il mio corpo stava reagendo in modo completamente opposto: un'erezione furiosa si stava già facendo strada nei miei boxer, premendo pericolosamente contro l'interno della sua coscia.

Lei alzò finalmente la testa. Nel buio, i suoi occhi scuri brillavano, puntati nei miei. Non c'era più la provocatrice sfacciata della mattina. C'era solo una ragazza terribilmente sola, vulnerabile e divorata da una dipendenza che non sapeva gestire. «Non volevo svegliarti,» sussurrò, sfiorandomi la mascella con le dita tremanti. «Ma non ti sei fatto vedere per due giorni interi. Sei scappato da me. E io... mi sei mancato, Matty. Mi sentivo soffocare di là da sola.»

Vedere Kekka in quello stato mi spezzò letteralmente a metà. La mia sorellona era sempre stata un uragano di energia, una forza della natura allegra e inarrestabile. Sentire la sua voce così fragile nel buio, percepire il suo bisogno disperato di aggrapparsi a me, spazzò via in un istante tutta la mia rigidità.

Smisi di spingerla via. Le mie mani, che fino a un secondo prima cercavano di allontanare i suoi fianchi nudi, scivolarono sulla sua schiena morbida, avvolgendola. Me la tirai stretta al petto, affondando il viso in quella cascata di riccioli disordinati che profumavano di vaniglia. «Scusa, Kekka... scusami tu,» mormorai, accarezzandole le scapole con un affetto sincero che per un momento riuscì a sovrastare la tempesta ormonale che mi infuriava nei pantaloni. «Non volevo farti stare male. È solo che... cazzo, mi sentivo un verme per quello che è successo. Non sapevo come guardarti in faccia.»

Lei fece un respiro profondo contro il mio collo, rannicchiandosi meglio contro di me. Sentivo i suoi seni abbondanti appiattirsi contro i miei pettorali, un contatto che era pura tortura, ma non feci nulla per evitarlo. «Sei un cretino, Matty,» sospirò, la voce che si addolciva. Si staccò appena, scivolando di lato per sdraiarsi accanto a me sul cuscino, ma senza rompere del tutto il contatto fisico. Una sua gamba rimase intrecciata alla mia. «È stato un incidente strano, imbarazzante da morire, lo ammetto. Ma non voglio perdere il mio fratellino per una cazzata del genere.»

«Non mi perderai mai,» risposi d'istinto.

Kekka sorrise nel buio. Poi, il suo inconfondibile istinto provocatore riprese il sopravvento, il suo modo perfetto per sdrammatizzare la tensione. Si appoggiò su un gomito, guardandomi dall'alto in basso, gli occhi che tornavano a brillare di quella malizia sfacciata. «E poi, suvvia... non fare il puritano. In fondo è già la seconda volta che mi becchi mentre mi masturbo.»

Il mio cuore perse un battito. Il sangue mi si gelò nelle vene, per poi defluire tutto e subito verso il basso. «C-cosa?» balbettai, sentendo il respiro mozzarsi in gola. «Di cosa diavolo parli?»

Kekka scoppiò in una risatina bassa e roca, dandomi un colpetto sul naso con l'indice. «Dai, Matty! Quella volta in bagno, anni fa. La porta non era chiusa a chiave. Credevi davvero che non me ne fossi accorta? Ti ho sentito ansimare, e poi i tuoi passi da elefante che scappavano in corridoio.»

Volevo che il materasso si aprisse per inghiottirmi fino al centro della Terra. Mi coprii la faccia con le mani. «Porca puttana, Kekka... Io... avevo quattordici anni. Ero terrorizzato.»

«Lo so!» rise lei, tirandomi via le mani dal viso con dolcezza. «Per questo non ti ho detto niente. Eri così piccolo, eri nel pieno dello sviluppo... non volevo umiliarti. Sapevo che saresti morto di vergogna. Mi ha fatto tenerezza.» Mi accarezzò i capelli. Rimanemmo così, sdraiati fianco a fianco, a scherzare e a prenderci in giro sulle nostre figure di merda, come due fratelli che si vogliono un bene dell'anima. Era un momento di un'intimità domestica e affettuosa devastante. Ma, al tempo stesso, la tensione sessuale tra noi stava costruendo un muro che prima o poi sarebbe crollato.

«Comunque,» riprese lei, sdraiandosi a pancia in su e fissando il soffitto della mia camera. La sua camicia da notte era scivolata, lasciando intravedere gran parte del seno laterale. «Tornando all'altra sera... devi smetterla di farti paranoie. Hai diciotto anni, Matty. Gli ormoni ti friggono il cervello ventiquattr'ore su ventiquattro. Ti sei ritrovato davanti una ragazza mezza nuda, per giunta fradicia e ansimante... sfido chiunque a non mettersi le mani nei pantaloni. Ammettiamolo, è biologia.»

«Sei mia sorella,» mormorai, come se dovessi ricordarlo più a me stesso che a lei.

«Esatto,» concordò lei, girando il viso verso di me. «E là fuori ci sono mille ragazze incredibili, decisamente migliori della tua noiosa e vecchia sorellona con cui sfogare quegli ormoni.» Si morse il labbro, esitando per un secondo. Poi la sua curiosità invadente colpì di nuovo. «A proposito... ma tu... sei ancora vergine, vero?»

L'imbarazzo tornò a colpirmi come uno schiaffo. «Kekka!»

«Oh, andiamo! Sono tua sorella, a chi devi dirlo se non a me?» insistette, girandosi sul fianco verso di me. Il suo seno sfiorò il mio braccio. «La mia prima volta è stata a diciott'anni. Proprio la tua età. Ero terrorizzata, ma avevo una voglia matta. È successo sul sedile posteriore della macchina di un ragazzo più grande... è stato goffo, un po' doloroso all'inizio, ma... cazzo, faceva così caldo. Mi ricordo ancora il sudore, le mani dappertutto...»

La sua voce si era fatta più bassa, descrittiva, carica di una sensualità che non aveva alcun diritto di usare in quel letto, con me. Mi stavo eccitando in modo furioso, immaginandola nuda, ansimante, presa da un altro.

«Ok, ok, ho capito il concetto,» la interruppi, chiudendo gli occhi e stringendo i pugni. «Sì, va bene? Sei contenta? Sono ancora vergine.»

Kekka fece un gridolino di intenerimento e mi strinse le guance. «Aww, il mio cucciolo! Ma è dolcissimo. Però devi darti una mossa, eh. E soprattutto, quando troverai quella giusta, ricorda i consigli della tua sorellona: niente fretta. Alle donne piacciono i preliminari. Usa bene le mani, gioca con lei, falle capire che la desideri prima ancora di spogliarla. E per l'amor del cielo, trova il clitoride. Non è una leggenda metropolitana, sta proprio lì sopra.»

«Kekka, ti prego, sto per vomitare!» mentii spudoratamente, il viso in fiamme, mentre le sue parole mi dipingevano immagini estremamente esplicite nella mente. Le stavo letteralmente immaginando applicate al suo corpo.

Mentre parlava, gesticolando animatamente nel suo ruolo improvvisato di sessuologa, Kekka spostò la gamba che teneva intrecciata alla mia per mettersi più comoda. Nel farlo, il suo ginocchio nudo scivolò involontariamente contro il cavallo dei miei boxer.

Si bloccò all'istante. Aveva colpito in pieno il mio cazzo, che in quel momento era turgido, durissimo e pulsante come una barra di ferro incandescente. L'urto fu inequivocabile. La differenza di reazione rispetto a quattordici anni prima era palese.

Il silenzio calò nella stanza per tre secondi lunghissimi. Trattenni il respiro, aspettando un suo rimprovero o che scappasse via inorridita. Invece, Kekka abbassò lo sguardo verso il mio bacino, poi mi guardò in faccia. Un sorriso sbieco e tremendo le spuntò sulle labbra. Non tolse il ginocchio.

«Wow,» sussurrò, con una nota di sincero stupore mista a puro divertimento. Poi mi diede un piccolo, leggerissimo colpo di bacino, ridacchiando mentre io sgranavo gli occhi. «Dai, contieniti idiota! Metti via quell'arma di distruzione di massa, sono tua sorella!»

Rise, nascondendo il viso contro la mia spalla. Ma il suo corpo era caldo, bollente. E, mentre il suo respiro si faceva appena più affannoso contro la mia pelle, capii che la sua sfacciataggine era ormai l'ultima, sottilissima barriera prima del collasso definitivo.

Ero paralizzato, il viso letteralmente in fiamme. Sentire il suo ginocchio premuto proprio lì, contro l'evidenza innegabile del mio desiderio, mi faceva morire di imbarazzo e, allo stesso tempo, mi eccitava fino a farmi girare la testa.

Kekka ritirò la gamba con una lentezza calcolata. Il suo sorriso sfrontato vacillò per un secondo, sostituito da un'espressione quasi insicura, un'ombra passeggera che non le avevo mai visto in viso. Si rannicchiò un po' su se stessa, stringendosi le braccia attorno al petto. «Ma sul serio, Matty?» sussurrò, abbassando lo sguardo. «Cioè... come fai a eccitarti con me? Sono tua sorella... e poi, guardami. L'hai detto anche tu prima, là fuori è pieno di ragazze stupende. Le tue amiche sono bellissime, magre, perfette. Io sono solo... un disastro incasinato.»

Sentire quelle parole mi fece scattare qualcosa dentro. Il fratello premuroso e il ragazzo follemente innamorato si fusero in un unico istinto di protezione. Mi tirai su a sedere, ignorando la tenda che si era formata nei miei boxer, e la guardai dritto negli occhi, severo. «Non dire stronzate, Kekka,» la sgridai, la voce ferma. «Non azzardarti mai più a buttarti giù in questo modo. Prima ti ho dato corda solo perché ero in panico, ma sono tutte cazzate.» Presi un respiro profondo, il cuore che mi batteva a mille. Non potevo dirle "ti amo", non potevo confessarle i miei veri sentimenti senza farle prendere un infarto, ma potevo essere fottutamente onesto. «Ascoltami. Da quando ho scoperto certe cose... da quando gli ormoni hanno iniziato a girare e ho capito cos'è l'erotismo... per me non c'è paragone con nessuna. Sei la ragazza più formosa, bella ed eccitante del fottuto pianeta.»

Kekka sgranò gli occhi. Le sue guance si tinsero di un rosso porpora che non aveva nulla a che fare con il caldo. Era stupita, spiazzata e visibilmente addolcita da quella confessione. Anche se il mio complimento era intrinsecamente perverso, per lei aveva il sapore di una devozione dolcissima. Si morse il labbro per nascondere un sorriso emozionato, ma la sua maschera da provocatrice tornò subito al suo posto. Era il suo meccanismo di difesa. «Mmh... addirittura del pianeta?» ridacchiò, tornando a sdraiarsi sul fianco, appoggiando la testa sulla mano. «Wow. Questa è grossa.»

«Ti prego, non giudicarmi,» mormorai, passandomi le mani tra i capelli, sentendo il peso di quella mezza confessione. «So che è sbagliato, so che sei mia sorella...»

«Ehi,» mi interruppe dolcemente, sfiorandomi il polso. «Non ti giudicherei mai, mostriciattolo. Mai. La fantasia aiuta a evadere, me l'hai insegnato proprio tu spiandomi.» Poi il suo sguardo si fece scuro, malizioso. «Però adesso sono curiosa. Visto che stiamo facendo il gioco della verità... sentiamo, qual è la parte di me che ti fa impazzire di più? Preferisci il mio culo o le mie tette?»

Spalancai la bocca. «Kekka!» «Rispondi!» rise lei, sfacciata. «E dimmi... quando mi guardi in pantaloncini, cosa pensi? E l'altra sera... preferivi guardarmi le dita o ti immaginavi di essere tu a toccarmi?»

Il mio respiro si fece di nuovo pesante. L'aria era elettrica, la spontaneità stava vincendo sulla complessità della nostra situazione, seguendo un crescendo inarrestabile. «Io... cazzo, non lo so,» ammisi, arrendendomi del tutto. «Amo entrambi. Hai un culone pazzesco che guardo sempre quando cammini per casa... e le tue tette sono un'ossessione. L'altra sera volevo solo avere le mani su di te. Ho sempre sognato di poterti toccare le tette, almeno una volta nella vita.»

Kekka si zittì. Il respiro le si incagliò in gola, e i suoi occhi scuri brillarono nel buio. Rimase a fissarmi per qualche istante, il petto che si alzava e si abbassava ritmicamente. Era imbarazzata, lo vedevo da come si mordeva l'interno guancia, ma la mia totale sottomissione l'aveva eccitata. «Sei stato tanto dolce, nella tua totale perversione, fratellino,» mormorò alla fine, la voce rotta da un fremito. Si mise seduta davanti a me, incrociando le gambe. «Facciamo un patto. Ti do un premio per la tua onestà. Esaudirò il tuo desiderio... ma solo se mi permetti di dormire qui con te stanotte. Sono troppo agitata per tornare di là.» Esitò un secondo, le guance in fiamme. «Però... promettimi che domattina ce ne dimenticheremo. Torneremo a essere solo Kekka e Matty.»

«Lo prometto,» sussurrai, il cuore che minacciava di sfondarmi la cassa toracica. Ero eccitato come un ragazzino alla sua prima vera esperienza.

Kekka prese un respiro profondo. Le sue mani afferrarono il bordo inferiore della camicia da notte di seta nera. In un movimento fluido, se la sfilò dalla testa, gettandola in fondo al letto. La vista mi mozzò il fiato. I suoi seni erano liberi, pesanti, perfetti. Le aureole scure incorniciavano capezzoli già turgidi e ritti per la tensione. «Hai due minuti, tigre,» sussurrò, con un sorriso tremante, offrendosi a me.

Non me lo feci ripetere due volte. Allungai le mani, tremando, e posai i palmi su di lei. La pelle era caldissima, morbida come velluto. Il peso dei suoi seni riempì le mie mani, superando ogni mia fantasia. Iniziai a palparla con passione, impastando la carne abbondante con un desiderio cieco, come se fosse l'unica ragazza esistente sulla faccia della terra. Kekka chiuse gli occhi di scatto, la mascella contratta. Cercava di non darlo a vedere, di fare la dura, ma quando i miei pollici trovarono i suoi capezzoli induriti e iniziarono a stuzzicarli e stringerli esattamente come avevo visto fare in decine di porno, un gemito strozzato le sfuggì dalle labbra.

Stava impazzendo. I suoi fianchi si mossero in uno spasmo involontario. Ero ubriaco del suo profumo, della consistenza del suo corpo. Mi sporsi in avanti, il viso a pochi centimetri dal suo décolleté. «Posso... posso anche succhiarle?» le chiesi, la voce ridotta a un soffio roco.

Lei aprì gli occhi, lucidi di desiderio. Era troppo eccitata per pensare, troppo persa nel piacere per ricordare che fossi suo fratello. Annuì freneticamente, stringendo le mani tra i miei capelli e spingendomi verso di sé. «Sì... sì, ti prego.»

Aprii la bocca e presi un capezzolo, succhiandolo con forza. Kekka inarcò la schiena con un verso acuto, spingendo il petto contro il mio viso. Leccai l'aureola, ciucciai la punta indurita, alternando la lingua ai denti, bagnando tutta la pelle morbida con la mia saliva. Passai all'altro seno, massaggiandolo con le mani e succhiandolo con una fame disperata. Sentivo il suo cuore battere all'impazzata contro le mie labbra; le sue dita mi graffiavano la nuca, mentre ansimava senza controllo, completamente abbandonata alla soddisfazione dei sensi.

Il tempo perse di significato, ma la sua lucidità tornò come uno schiaffo prima che la situazione degenerasse del tutto. «Tempo scaduto,» ansimò Kekka, tirandosi indietro di scatto, il seno lucido di saliva che si alzava e abbassava freneticamente. Aveva gli occhi sbarrati, il respiro cortissimo, ed era palesemente al limite. Si affrettò a recuperare la camicia da notte, infilandosela con mani tremanti. «È... è ora di dormire, mostriciattolo.»

Si sdraiò dandemi le spalle, tirandosi il lenzuolo fin sopra il naso. Io mi accasciai sul cuscino accanto a lei. I miei boxer erano bagnati di liquido pre-seminale, il mio cazzo doleva per l'erezione violenta e la stanza era satura del nostro odore. Scoppiavo di eccitazione, ma ero anche devastato. Mentre il respiro di Kekka si regolarizzava e la sentivo cedere al sonno a pochi centimetri da me, chiusi gli occhi. Ero fottutamente felice per quello che era appena successo, per essermi sentito finalmente compreso dalla mia sorellona. Ma, in fondo al cuore, una lacrima silenziosa mi rigò il viso nel buio. Perché, nonostante la magia di quei due minuti, non ero riuscito a dirle l'unica cosa che contava davvero: che l'amavo, e che perderla tra poche settimane mi avrebbe ucciso.

Il respiro di Matteo divenne profondo e regolare nel giro di pochi minuti. Era crollato, sfinito dall'adrenalina, dall'imbarazzo e dalla tensione insopportabile di quegli ultimi giorni. Io, invece, avevo gli occhi sbarrati nel buio.

Fissavo la schiena ampia e nuda di mio fratello, ascoltando il battito impazzito del mio cuore che mi rimbombava nelle orecchie come un tamburo. Il mio corpo era un groviglio di nervi scoperti, la pelle mi formicolava ancora nei punti esatti in cui le sue mani inesperte, ma affamate, mi avevano stretta. I miei capezzoli, duri e doloranti contro la seta della camicia da notte, erano ancora umidi della sua saliva.

Cosa cazzo mi sta succedendo? pensai, mordendomi il labbro fino a sentire sapore di sangue. Eravamo cresciuti insieme. Era il mio cucciolo, il mio "mostriciattolo". E ora... avevo appena lasciato che mi palpasse e mi succhiasse il seno nel suo letto. E la cosa più devastante, quella che mi faceva venire da piangere per la vergogna e l'eccitazione, era che lo avevo desiderato disperatamente.

E Andrea? Il pensiero del mio futuro marito, l'uomo che avrei dovuto sposare tra meno di tre settimane, affiorò per un istante, ma era freddo, quasi sbiadito. Andrea era maturo, sicuro, stabile... ma era così dannatamente distratto. Da quanto tempo non mi guardava in quel modo? Da quanto tempo non mi faceva sentire il centro dell'universo? Le sue mani su di me erano diventate un'abitudine. Matteo, invece, mi aveva letteralmente divorata. Nelle sue parole sfacciate, nella sua perversione acerba, c'era stata una devozione assoluta. Quando mi aveva toccata, non c'era stata solo lussuria; c'era una reverenza disperata che mi aveva fatta sentire bellissima, desiderata, amata. Era da un'eternità che non mi sentivo così.

Un brivido infuocato mi attraversò il ventre. Ero confusa, spaventata da me stessa e dalle conseguenze di quel gioco pericoloso, ma il bisogno fisico era diventato un'urgenza insopportabile. Il mio sesso pulsava, pesante e fradicio.

Mi avvicinai impercettibilmente, poggiando la fronte contro la schiena calda di Matty. Chiusi gli occhi, arrendendomi. La mia mano destra scivolò lentamente lungo il mio fianco, sollevando il bordo della seta. Raggiunsi i miei slip e infilai le dita sotto l'elastico. Ero così bagnata che il tessuto era scivoloso. Quando i miei polpastrelli sfiorarono le mie stesse labbra gonfie, un sospiro spezzato mi morì in gola.

Iniziai a massaggiarmi, prima dolcemente, affondando il viso nel cuscino per soffocare i miei stessi gemiti. Il silenzio della stanza era rotto solo dal respiro pacifico di mio fratello e dal suono umido e ritmico delle mie dita che scivolavano sulla mia intimità. Trovai il clitoride turgido e cominciai a stuzzicarlo, premendo e disegnando cerchi lenti, alimentando un crescendo inarrestabile che obbediva solo all’istinto.

Pensa ad Andrea. Pensa all'altare, al vestito bianco, mi imposi, serrando le palpebre, lottando per scacciare la nebbia del desiderio e non sentirmi sporca. Ma era del tutto inutile. Più il limite si avvicinava, più la mente si ribellava. Ogni volta che premevo le dita contro me stessa, la mia immaginazione sostituiva la mia mano con quella di Matteo. Sentivo ancora il fantasma dei suoi denti sul mio petto, il suo respiro affannoso. Stavo impazzendo.

Il calore si diffuse dal basso ventre, irradiandosi in ogni muscolo. Stavo per cedere. La mia mano sinistra salì istintivamente a stringere la mia stessa tetta, strizzando la carne piena proprio come aveva fatto lui, massaggiando il capezzolo teso.

In quel preciso istante, Matteo si mosse. Trattenni il fiato, pietrificata, ritirando a metà la mano. Si rigirò nel sonno con un sospiro pesante, voltandosi a pancia in su per poi lasciare cadere il viso di lato, esattamente verso di me.

Ora eravamo faccia a faccia. Stava dormendo profondamente. I suoi lineamenti erano rilassati, le labbra socchiuse, le ciglia lunghe scure contro gli zigomi. Il suo respiro caldo mi sfiorava il naso. E io ero lì, con le gambe dischiuse nel suo letto, una mano a impastarmi il seno scoperto e l'altra sprofondata in mezzo alle mie cosce.

Guardare il suo volto addormentato, innocente, mentre io mi toccavo e mi riempivo le narici del suo odore, fu la scintilla definitiva che fece saltare in aria ogni mia resistenza. L'apoteosi dei sensi e la soddisfazione profonda mi travolsero con una violenza che mi strappò un gemito muto.

Affondai i denti nel labbro inferiore per non urlare, mentre l'orgasmo mi squassava il corpo. Spasmi fortissimi mi contrassero il ventre, e le mie pareti strinsero convulsamente le dita in un'ondata di piacere puro e accecante. Mi sentii sporca, sbagliata, fottutamente strana... ma incredibilmente felice. Un calore bruciante mi sciolse ogni singolo muscolo, lasciandomi ansimante, scossa dai brividi, a pochi centimetri dal suo respiro.

Rimasi immobile per minuti che sembrarono ore, aspettando che il petto smettesse di sollevarsi in modo così frenetico. Mi sfilai la mano dagli slip, pulendo le dita contro il mio stesso fianco, e mi rannicchiai verso di lui. La dolcezza del suo viso contrastava in modo assurdo con la lussuria che avevo appena sfogato. Allungai il collo nel buio, sfidando ogni divieto, e posai dolcemente le mie labbra sulle sue. Fu un bacio a stampo, tenero, silenzioso.

«Notte, Matty,» sussurrai contro la sua bocca, la voce che tremava in quel segreto che mi portavo dentro, chiudendo quella notte con un mistero che aveva ormai sbaragliato ogni certezza. «Grazie per trovarmi bella... almeno tu.»

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