Capitolo 1 - Seghe nel buio e strusciate proibite
La convivenza prematrimoniale sgretola ogni tabù, culminando in un contatto carnale e accidentale che fa esplodere la tensione repressa tra i due. Sconvolta e inaspettatamente fradicia di lussuria, la futura sposa scopre che la sua più inconfessabile perversione ha il volto di suo fratello minore.
Da che ho memoria, Kekka è sempre stata una presenza tanto ingombrante quanto vitale nella mia vita. Quando ero più piccolo, capitava spesso che mi svegliassi nel cuore della notte sentendo un peso addosso: era lei, che si infilava nel mio letto e mi stringeva in un abbraccio soffocante. Io facevo la parte di quello schifato e infastidito, sbuffavo e cercavo di spingerla via, ma lei si divertiva da morire a prendermi in giro. «Dai, Matty, non fare l'orso!» sussurrava, stringendomi ancora di più. Alla fine vinceva sempre lei. E, se devo essere del tutto onesto con me stesso, a me andava bene così. Anche da bambino, per quanto facessi il duro, apprezzavo la sensazione di potermi appoggiare a quel petto che, crescendo, diventava sempre più morbido e accogliente.
Il nostro rapporto è solo migliorato con il tempo. Kekka è sempre stata un vulcano. A diciannove anni ha iniziato a cantare in una band del paese; se la cavavano bene, riempivano i localini della zona. È stato lì che ha conosciuto Andrea. Il chitarrista. Cinque anni più grande di lei. Si sono messi insieme quasi subito e, quando lei ne ha compiuti ventidue, si è trasferita da lui. Andrea aveva già un lavoro stabile, una casa sua, e vivere lì le semplificava la vita per le serate e le prove. Nel frattempo si è laureata, e ora, a ventisei anni, fa la maestra di musica a scuola.
Io, di anni, ne ho appena compiuti diciotto. E nonostante lei viva fuori casa, ci sentiamo e ci vediamo in continuazione. Per lei sono sempre il suo "Matty", il fratellino da spupazzare.
Per me, invece, lei è un'ossessione che mi divora vivo.
Ero sdraiato sul letto, le cuffie nelle orecchie, quando la porta della mia camera si è aperta senza che bussasse. Ovviamente era lei. Mi sono tolto una cuffia, mettendomi a sedere, e per un attimo, come ogni singola volta che la vedo, mi è mancato il fiato.
Kekka ha un fascino molto intenso, caldo, quasi magnetico. La prima cosa che ti colpisce è il contrasto: i lineamenti del suo viso sono dolci, morbidi, ma l’energia che trasmette in ogni posa o sguardo è pura prepotenza. I suoi occhi grandi e scuri mi hanno puntato con un’espressione sicura, giocosa. Ha sorriso, e quel piccolo piercing al naso ha brillato, un dettaglio ribelle che si sposa alla perfezione con i suoi capelli. Dio, i suoi capelli. Sono una cascata di ricci voluminosi, pieni, quasi selvaggi; le cadevano sul viso in modo disordinato, incorniciandole gli zigomi e il collo delicato in un modo che definire sensuale è riduttivo.
Indossava un top rosso aderentissimo, e lì la mia sanità mentale ha iniziato a vacillare. Fisicamente, Kekka ha un corpo prosperoso, sfacciatamente femminile. Il suo seno è così abbondante che sembra riempire a fatica la stoffa; la scollatura profonda del top metteva in evidenza un décolleté pieno e tondo. Quando si è appoggiata allo stipite della porta, inclinando il busto in avanti, la forza di gravità ha reso quelle curve ancora più marcate. La sua pelle, luminosa e leggermente dorata, faceva risaltare il rosso acceso del tessuto. Non ha la classica bellezza "perfetta e distante" da copertina; ha la presenza di una ragazza estremamente viva, formosa, sicura della sua femminilità, capace di essere la dolce maestrina e, un secondo dopo, una pin-up moderna tremendamente seducente.
«Ehi, mostriciattolo,» ha esordito, entrando in camera e chiudendosi la porta alle spalle.
«Ciao. Che ci fai qui a quest'ora?» ho chiesto, cercando di mantenere la voce ferma mentre i miei occhi indugiavano per un secondo di troppo sulla curva dei suoi fianchi.
Si è seduta sul bordo del mio letto, facendo affondare il materasso. Il suo profumo dolce e speziato mi ha invaso le narici. Ha incrociato le gambe e ha preso un respiro profondo, mordendosi il labbro inferiore. Sembrava stranamente nervosa, ma i suoi occhi brillavano.
«Matty, devo dirti una cosa,» ha sussurrato, allungando una mano per accarezzarmi un ginocchio sopra i jeans. Un tocco innocente per lei. Una scossa elettrica per me. «Sei il primo a saperlo, non l'ho ancora detto a mamma e papà.»
«Mi devo preoccupare?» ho abbozzato un sorriso.
«Io e Andrea... ci sposiamo.»
Il mondo mi è crollato addosso. Fisicamente. Ho sentito lo stomaco sprofondare e un ronzio fastidioso riempirmi le orecchie. Si sposa.
Kekka ha sorriso, un sorriso radioso, in attesa della mia reazione. E io sono rimasto paralizzato. Come potevo essere felice? Sotto sotto, sono sempre stato innamorato di lei. È sempre stata la persona più interessante, divertente ed energica del mio mondo. La mia mente ha iniziato a correre indietro nel tempo, proiettandomi immagini che avevo cercato di seppellire.
Ricordavo quando aveva diciannove anni e si chiudeva in camera con le sue amiche. Io, piccolo e già fottutamente geloso, mi accucciavo fuori dalla porta a origliare i loro discorsi zozzi, sentendola parlare di altri ragazzi, di baci, di mani che la toccavano. Mi imbarazzava, ma mi eccitava da morire. E poi il ricordo che ha cambiato tutto: quel pomeriggio in cui la porta del bagno non era chiusa a chiave. L'avevo sorpresa per sbaglio. Era seduta sul bordo della vasca, una mano persa tra le cosce, la testa all'indietro e le labbra socchiuse in un gemito soffocato. Non si era accorta di me. Ero scappato in camera mia col cuore in gola, e lì mi ero fatto la mia primissima sega, con l'immagine di mia sorella incisa a fuoco nel cervello.
Da quel giorno, Kekka non è stata solo mia sorella. È stata la mia fantasia più ricorrente. Il mio grande amore segreto.
«Allora?» ha insistito lei, stringendomi leggermente il ginocchio e riportandomi alla realtà. «Non dici niente? Sei sotto shock perché la tua sorellona mette la testa a posto?»
Ho ingoiato il groppo spinoso che avevo in gola e ho forzato la mascella per non urlare. «Io... wow,» ho balbettato, mentendo con tutto me stesso. «È una notizia fantastica, Kekka. Congratulazioni.»
Lei ha cacciato un gridolino entusiasta e si è lanciata in avanti, gettandomi le braccia al collo. Mi ha stretto forte, premendo tutto il suo abbondante calore contro il mio petto. Il contatto con i suoi seni morbidi e schiacciati contro di me è stato una tortura meravigliosa. Ho chiuso gli occhi, inspirando il suo profumo, e ho posato lentamente le mani sulla sua schiena, stringendola un po' più forte del dovuto.
Mentre lei rideva contro il mio collo, ignara del disastro che aveva appena scatenato dentro di me, ho fatto una promessa silenziosa a me stesso. Se queste erano le sue ultime settimane da donna libera, non sarei rimasto a guardare.
Da quel giorno, tutto assunse un sapore aspro. La vita stessa era diventata aspra, un conto alla rovescia insopportabile verso il giorno in cui la mia sorellona sarebbe appartenuta ufficialmente a un altro. Ho vissuto quei mesi malissimo, divorato da un mix tossico di gelosia e desiderio represso che mi stringeva lo stomaco in una morsa costante.
Fino a tre settimane prima del matrimonio. Era inizio giugno, e la città era già soffocata da un'afa opprimente. Tornai a casa a metà pomeriggio, i vestiti che mi si appiccicavano addosso per il sudore. I miei genitori erano a lavoro, come al solito. Credevo di essere solo, di potermi fare una doccia fredda e buttarmi sul letto a non fare nulla.
E invece, non appena varcai la soglia del salone, il cuore mi saltò letteralmente in gola.
Kekka era lì. Sdraiata a pancia in giù sul nostro divano in pelle, con le gambe incrociate per aria. Era vestita o meglio, svestita, come era solita fare a casa in estate, in un modo che non lasciava il minimo spazio all'immaginazione e che mandava a puttane ogni mia intenzione di rimanere lucido.
Indossava un paio di pantaloncini di tuta grigi, talmente corti e stretti che il tessuto le si infilava tra le natiche morbide, mettendo in mostra gran parte delle sue cosce piene e dorate. Sopra, aveva solo una canottiera bianca a costine. Niente reggiseno. La stoffa sottile era tesa sul suo seno abbondante, e i capezzoli turgidi, per il contrasto con l'aria condizionata a palla, premevano contro il cotone con una prepotenza sfacciata. I suoi ricci selvaggi erano raccolti in uno chignon disordinato, lasciando scoperto il collo e le spalle delicate.
«Matty!» squittì, alzando la testa dallo smartphone. Si voltò su un fianco, e la forza di gravità fece scivolare quel seno pesante e meraviglioso verso il centro del petto, creando una scollatura naturale che mi fece seccare la bocca all'istante.
«Kekka? Che... che ci fai qui?» balbettai, rimanendo piantato all'ingresso come uno stoccafisso.
Lei si alzò con la grazia sinuosa di una gatta, stiracchiando le braccia verso l'alto. La canottiera si sollevò di un paio di centimetri, rivelando l'ombelico e uno scorcio di pancia piatta. Mi venne incontro e mi buttò le braccia al collo, schiacciando quel suo petto morbido ed esplosivo contro il mio torace. Anche se ero sudato, a lei non fregava nulla. Era appiccicosa, inebriante, e profumava di crema al cocco.
«Sorpresa!» rise contro il mio orecchio, prima di staccarsi e tirarmi per un braccio verso il divano. «Andrea è dovuto partire per un lavoro grosso giù al sud. Starà via due settimane, fino a ridosso delle nozze. La scuola è finita, a casa nostra da sola impazzivo... così sono venuta a farmi viziare da mamma e papà. E dal mio fratellino preferito, ovviamente.»
Mi lasciò cadere sul divano e si sedette accanto a me. Troppo vicina a me. Piegò una gamba sotto di sé, e nel farlo il suo ginocchio nudo andò a premere contro la mia coscia coperta dai jeans. Ogni volta che si muoveva, mi sfiorava "per caso", e io dovevo fare appelli mentali alla calma per non saltarle addosso.
«Ah. Capisco,» dissi, cercando di guardare un punto imprecisato sul muro per evitare di fissarle i capezzoli. «Quindi... sarai qui fino al matrimonio.»
«Esatto!» batté le mani. Poi inclinò la testa di lato, studiandomi con quegli occhi scuri e magnetici. Quel sorriso ironico e pervy le spuntò sulle labbra. «A proposito... tu mi nascondi qualcosa.»
«Cosa?» Il panico mi gelò il sangue. Lo sa. Ha capito tutto.
«Non mi parli mai di te, Matty,» tubò, sporgendosi in avanti. Ora la scollatura della canottiera offriva una visuale panoramica e disarmante della curva superiore dei suoi seni. «Sei nel fiore degli anni, hai diciotto anni... gli ormoni ti staranno friggendo il cervello. Avanti, sputa il rospo con la tua sorellona. Chi è che ti porti in camera quando non c'è nessuno?»
Sentii il viso prendere fuoco. «Nessuno, Kekka. Smettila, non dire cazzate.»
«Mmh, non ci credo,» insistette lei, portando una mano sul mio ginocchio e stringendolo leggermente. Quel contatto mi mandò una scossa dritta all'inguine. Si morse il labbro inferiore in modo giocoso, ma con una sfumatura così carnale che mi fece mancare il fiato. «Che c'è, ti imbarazzo? Siamo tra noi! Come fai a sfogarti, eh? Dai, dimmelo, la guardi roba zozza su internet? Ti chiudi in bagno per farti le seghe come quando eri più piccolo?»
«Kekka!» sbottai, la voce incrinata, pregando che i pantaloni larghi nascondessero l'erezione che stava inesorabilmente prendendo vita.
Ma lei non aveva nessuna intenzione di fermarsi. Era sfacciata, invadente, inconsapevolmente eccitante. «E dai! Che male c'è? Anzi, se fossi in te me ne farei di continuo. Le tue amiche sono delle gran fiche, l'ho vista quella morettina con cui uscivi l'estate scorsa. Secondo me ci pensi a lei. Oppure preferisci quelle più... formose?»
Nel dire l'ultima parola, abbassò lo sguardo su se stessa, passando le mani lungo i propri fianchi morbidi, spingendo il petto ancora più in fuori, come se stesse involontariamente offrendo la mercanzia. Rise di gusto, gettando la testa all'indietro.
La fissai in silenzio. Il mio respiro era diventato pesante. L'aria nel salotto era carica, satura di tensione erotica. Lei, notando il mio mutismo e il mio petto che si alzava e abbassava troppo in fretta, si fermò. Il sorriso le morì lentamente sulle labbra, sostituito da un'espressione indecifrabile.
Si sporse ancora più vicino, annullando definitivamente le distanze. Potevo sentire il suo respiro caldo sul mio collo. Allungò le dita, sfiorandomi la guancia sudata con una lentezza disarmante. «Hai caldo, Matty?» sussurrò, con una voce improvvisamente più bassa, roca.
«Hai caldo, Matty?» sussurrò, con una voce improvvisamente più bassa, quasi roca.
Deglutii a vuoto, il pomo d'Adamo che andava su e giù. Il suo respiro sapeva di menta e caffè. Sentivo il calore del suo corpo irradiare contro il mio, la morbidezza del suo ginocchio premuto contro la mia coscia. Se fossi rimasto un secondo di più su quel divano, avrei perso il controllo. «S-sì,» balbettai, scattando in piedi con la grazia di un ubriaco. «Si muore. Vado... vado a farmi una doccia ghiacciata.» Mentre battevo in ritirata lungo il corridoio, sentii la sua risata cristallina e sfacciata risuonare alle mie spalle.
I primi due giorni di quella nuova convivenza furono un inferno dolcissimo. Erano anni che non vivevamo sotto lo stesso tetto 24 ore su 24. Da un lato, riavere la mia sorellona era bellissimo: passavamo ore a chiacchierare in cucina, a ricordare quando eravamo piccoli, a prenderci in giro. C'era un affetto profondo e sincero tra noi. Dall'altro lato, lei era una tortura vivente. Kekka era sempre stata una persona estremamente fisica, ma ora sembrava aver perso ogni inibizione. Era appiccicosa, molesta, alla costante ricerca di un contatto. Mentre preparavamo la cena, mi si piazzava dietro, abbracciandomi la vita e appoggiando il mento sulla mia spalla; e ogni fottuta volta, i suoi due seni enormi e morbidi si schiacciavano contro la mia schiena, mandandomi il cervello in cortocircuito. Girava per casa con quegli shorts inguinali, si piegava in avanti per prendere le cose dal frigo offrendomi visuali da infarto della sua scollatura, e si sedeva sul bracciolo della mia poltrona accarezzandomi i capelli mentre guardavamo la tv. Credeva di essere solo la sorella affettuosa che coccolava il suo fratellino prezioso. Non aveva idea che, sotto la tuta, io fossi perennemente eccitato.
Poi arrivò la sera del secondo giorno.
Dopo cena, i nostri genitori erano già andati a dormire. La casa era immersa in quel silenzio denso e caldo tipico delle notti di giugno. Stavo andando verso la mia stanza, in pigiama, quando passai davanti alla porta socchiusa di Kekka. Mi fermai. Un suono debole, quasi impercettibile, filtrò dalla fessura. Un respiro spezzato. Un gemito umido e soffocato.
Il cuore mi schizzò in gola. Come ipnotizzato, spinsi la porta di un paio di millimetri. La luce della sua abat-jour gettava ombre calde e dorate sui muri. E la vidi. Una perfetta, eccitante replica di ciò che era successo anni prima, ma mille volte più intensa.
Kekka era sdraiata di traverso sul letto, le gambe piegate e spalancate. Indossava solo una canottierina nera, spinta su fin quasi al collo. Niente slip. La sua pelle era lucida di sudore, i ricci selvaggi sparsi sul cuscino come un'aureola scura. Aveva gli occhi chiusi, le labbra dischiuse in un'espressione di puro godimento, la testa gettata all'indietro. La mano sinistra era sul suo seno destro: lo stringeva con forza, impastando la carne abbondante, mentre l'indice e il pollice tiravano e stuzzicavano il capezzolo turgido e scuro, facendola inarcare sulla schiena. La mano destra, invece, era persa in mezzo alle sue cosce morbide. Le sue dita si muovevano con un ritmo frenetico, bagnate, scivolando contro il suo sesso con una foga che mi fece mancare il respiro. «Mmh... cazzo...» ansimò piano, stringendo le ginocchia per un istante prima di riaprirle del tutto, offrendosi inavvertitamente al mio sguardo.
Ero paralizzato. Il sangue mi pulsava nelle orecchie con una violenza inaudita. Il mio respiro si sintonizzò sul suo. Senza rendermene conto, la mia mano scivolò dentro i pantaloni del pigiama, stringendo il mio cazzo già durissimo. Iniziai a toccarmi, lentamente, guardando mia sorella che si dava piacere a pochi metri da me. Guardavo le sue forme morbide vibrare, il seno strizzato dalle sue dita, la pelle dorata del suo ventre contrarsi. L'aria era carica, satura dell'odore della sua eccitazione.
Rimasi a guardarla per minuti che sembrarono ore, accarezzandomi a ritmo con i suoi gemiti. Poi, l'incidente.
Nel cambiare posizione, Kekka aprì gli occhi. Il suo sguardo, velato di lussuria, vagò per la stanza fino a puntare dritto sulla porta. Dritto su di me.
Si bloccò di colpo. Il suo respiro si arrestò. Le sue mani si congelarono, una ancora sul seno, l'altra in mezzo alle gambe. Sbarrò gli occhi. Io sfilai la mano dai pantaloni come se mi fossi bruciato, il cuore che batteva così forte da farmi male alle costole. Il silenzio che calò nella stanza fu assordante.
«Matty?» sussurrò, la voce rotta.
«Io... scusa. Scusa, cazzo, non... stavo solo passando,» balbettai, indietreggiando, pregando che il pavimento si aprisse per inghiottirmi. Volevo letteralmente morire di vergogna. Feci per voltarmi e scappare.
«Fermo,» disse lei. Si tirò giù la canottiera con un gesto rapido per coprire il seno, ma non fece in tempo a prendere le coperte. Rimase seduta, afferrando alla cieca un cuscino per coprirsi il basso ventre, le guance in fiamme. Rimanemmo a fissarci. Era la situazione più imbarazzante della mia vita.
«Scusami, Kekka. Davvero, non volevo... ho sentito un rumore, la porta era aperta, io...» Mi grattai la nuca, sudando freddo.
Lei prese un respiro profondo. Il suo petto prosperoso si alzò e si abbassò vistosamente. Anche se era visibilmente in imbarazzo, il suo animo sfacciato ed eternamente provocatore non ci mise molto a prendere il sopravvento. «Va bene, respira. Non è morto nessuno,» disse, cercando di darsi un tono, anche se la sua voce tradiva ancora una certa vibrazione. «È... è naturale, Matty. Sono pur sempre una donna adulta. E il mio futuro marito è via. I bisogni fisiologici ce li abbiamo tutti.»
«Lo so, lo so. È solo che... cazzo, sei mia sorella. È strano.»
Kekka mi studiò in silenzio per qualche secondo. Un angolo della sua bocca si sollevò in quel sorrisetto storto, quello che mi faceva impazzire. Nonostante il rossore sulle guance, i suoi occhi brillarono di quella solita, insopportabile malizia molesta. «Strano, eh?» mormorò, stringendo il cuscino contro il ventre, ma lasciando scoperta gran parte delle sue cosce burrose. «Però sei rimasto lì a guardare per un bel po', mostriciattolo. Che c'è, ti ho incantato? Hai imparato qualcosa di nuovo di anatomia?»
Sgranai gli occhi, fulminato. «Kekka, porca puttana!»
Lei scoppiò in una risatina nervosa, ma profondamente divertita, allungando una mano verso di me. «Dai, vieni qui, dammi la buonanotte e dimentichiamoci di questa figura di merda. Giuro che la prossima volta chiudo a chiave.»
Ero paralizzato. Volevo scappare, ma il suo tono, in bilico tra la sfida e una strana dolcezza, mi fece muovere in automatico. Feci due passi esitanti verso di lei. Kekka era ancora seduta sul bordo del letto. Quando le fui vicino, aprì le braccia; il cuscino che teneva in grembo scivolò via, cadendo a terra con un tonfo sordo, ma lei non fece nulla per recuperarlo o per coprirsi.
Mi chinai e feci un passo in avanti per abbracciarla, infilandomi in mezzo alle sue ginocchia divaricate. Fu un errore madornale.
Il contatto fu una scossa elettrica che ci attraversò entrambi. Attraverso la stoffa sottile del mio pigiama estivo, il mio cazzo, turgido, caldo e pulsante fino a fare male, andò a schiantarsi esattamente contro la sua intimità nuda. Sentii un calore assoluto e un'umidità densa e inequivocabile penetrare all'istante il cotone dei miei pantaloni. Lei era fradicia.
Kekka ebbe una reazione strana. Invece di ritrarsi, terrorizzata da quel contatto osceno, il suo respiro si spezzò in un rantolo acuto, quasi doloroso. Le sue mani, che un secondo prima erano piatte sulla mia schiena, si contrassero all'improvviso, affondando le unghie nella mia carne. Premette il viso contro il mio stomaco e sentii tutto il suo corpo vibrare in un tremito involontario, schiacciando il suo sesso bagnato ancora più a fondo contro la mia erezione dura come la pietra. Perdendo completamente la ragione per un decimo di secondo, chiusi gli occhi e premetti il bacino in avanti, godendo di quell'attrito umido e proibito.
Poi il panico assoluto prese il sopravvento.
Mi staccai di scatto, come se fossi stato marchiato a fuoco, inciampando quasi nei miei stessi piedi. Lei alzò il viso: aveva le labbra schiuse, gli occhi scuri spalancati e le guance in fiamme. Il respiro di entrambi era corto, pesante nel silenzio della stanza. «I-io... buonanotte, Kekka,» balbettai, la voce che non sembrava nemmeno la mia. Senza aspettare risposta, mi voltai e fuggii, chiudendo la porta.
Kekka (POV)
Il rumore della porta che si chiudeva rimbombò nella stanza, lasciandomi immersa in un silenzio soffocante. Rimasi immobile sul bordo del letto, le braccia ancora a mezz'aria, le gambe mollemente divaricate. Non riuscivo a regolarizzare il respiro. Fissavo il legno bianco della porta, mentre il mio cuore martellava così forte da farmi pulsare le tempie.
Sentivo ancora la pressione del suo corpo contro il mio. La sua erezione rigida, bollente, prepotente, premuta esattamente contro il mio sesso nudo. Lentamente, come se non controllassi più i miei stessi movimenti, abbassai lo sguardo sulle mie mani. Tremavano. Le feci scivolare di nuovo in mezzo alle mie cosce. Ero bagnata. Completamente inzuppata, molto più di quanto lo fossi prima che lui entrasse.
Un brivido violento e oscuro mi scosse la spina dorsale. L'idea che Matteo fosse rimasto lì... l'idea che si stesse masturbando nel buio, guardandomi toccare e godere... mi aveva appena fatto esplodere dentro una vampata di lussuria accecante, quasi perversa. Sapere che mi aveva vista, che lo avevo ridotto in quello stato, mi aveva eccitata da morire.
Mi morsi il labbro inferiore fino a sentire il sapore metallico del sangue, chiudendo gli occhi mentre infilavo due dita dentro di me, trovando un calore e una scivolosità che mi fecero gemere a denti stretti. È mio fratello, urlò la mia coscienza, cercando disperatamente di arginare quell'onda di desiderio inaccettabile. Cazzo, è il mio fratellino.
Eppure, mentre mi lasciavo cadere di nuovo sui cuscini, riprendendo a muovere le dita con una foga disperata, l'unica immagine che avevo in testa non era il volto del mio futuro marito. Era la rigidità contro il mio inguine e lo sguardo affamato, ossessionato e bellissimo di Matteo.
Commenti (0)
Per favore accedi per lasciare un commento.
Ancora nessun commento su questo capitolo, sii il primo a commentare!

