Capitolo 5 - Ingoiato dalla sorella: orgasmi e paletti
Rientrati dalla discoteca, la tensione tra Matty e Kekka esplode in camera da letto tra confessioni disperate, sottomissione e sesso orale. Ma quando la lussuria si scontra con i paletti della realtà, una promessa torbida segnerà l'inizio di un gioco senza ritorno.
Erano passate da poco le tre del mattino quando finalmente riuscii a trascinare Kekka fuori dal locale. L'aria fredda della notte ci investì, ma non fu abbastanza per abbassare la temperatura che mi sentivo addosso. Ero io a guidare la sua macchina: ero perfettamente sobrio, mentre mia sorella, dopo l'ennesimo giro di tequila, barcollava leggermente sui suoi stivali immensi, aggrappandosi al mio braccio.
L'abitacolo era immerso nel buio, illuminato solo a intermittenza dai lampioni della superstrada. Kekka era seduta sul sedile del passeggero, le ginocchia tirate su contro il cruscotto con una sfrontatezza che faceva salire pericolosamente la gonna di pelle lungo le sue cosce fasciate dalla rete. Diceva di essere lucidissima, ma il modo in cui strascicava le parole e il sorriso malizioso che non le lasciava le labbra raccontavano un'altra storia.
«Allora... mostriciattolo,» esordì all'improvviso, rompendo il silenzio teso che riempiva l'auto. Si girò verso di me, appoggiando la guancia al sedile. «Mi spieghi che ti è preso in quel bagno?»
Strinsi il volante fino a farmi sbiancare le nocche, tenendo gli occhi fissi sulla strada. «Niente. Te l'ho detto, non mi andava e basta.»
Kekka scoppiò in una risatina roca. «Sì, certo. Sonia è uscita da quel corridoio fumando dalle orecchie. L'hai lasciata a bocca asciutta e con un diavolo per capello.» Si umettò le labbra, i suoi occhi scuri che mi scrutavano nel buio come due fari. Era invadente, perversa, determinata a scavarmi dentro. «Eppure prima sembravi parecchio... interessato. Non dirmi che la nostra biondina aveva i denti troppo affilati. O forse...»
Fece una pausa teatrale, allungando una mano per sfiorarmi il braccio teso sul cambio. «Oh, ho capito,» sussurrò, con una finta vocina dispiaciuta che nascondeva un godimento assoluto. «Al mio fratellino piace già qualcuna, vero? E questa misteriosa ragazza fortunata ti ha bloccato proprio sul più bello. Dai, sputa il rospo. Chi è?»
«Kekka, piantala,» ringhiai a mezza voce, il cuore che mi rimbombava nelle orecchie. Ma lei non la piantò. Per tutto il resto del viaggio continuò a stuzzicarmi, a fare ipotesi assurde sulle mie compagne di classe, punzecchiandomi e sfregando di proposito il suo braccio contro la mia spalla ogni volta che prendevo una curva. Era una tortura lenta e inesorabile.
Quando arrivammo a casa, la casa era immersa nel silenzio. La accompagnai in camera sua per assicurarmi che non inciampasse e non svegliasse i nostri. Appena varcata la soglia, Kekka si lasciò cadere pesantemente sul bordo del letto. Il corsetto rosso si tese per lo sforzo, mettendo in mostra una scollatura devastante, mentre la gonna di pelle si arrampicò quasi fino all'inguine.
«Matty...» gemette, buttando la testa all'indietro e chiudendo gli occhi. «Ti prego, toglimi questi fottuti cosi. Mi stanno uccidendo i piedi.»
Rimasi in piedi davanti a lei, in silenzio. Mi sentivo umiliato. Dopo la figura misera che avevo fatto in bagno con la sua amica, ero tornato a essere il cagnolino ubbidiente della sorella maggiore. Eppure, la forza di gravità che esercitava su di me era assoluta. Senza dire una parola, mi inginocchiai sul tappeto davanti a lei. Afferrai il primo stivale. Era pesante, pieno di fibbie di metallo. Mentre lottavo per slacciarlo, le mie mani sfiorarono inevitabilmente la pelle bollente dei suoi polpacci nudi sotto le maglie larghe delle calze a rete. L'odore della pelle sintetica si mescolava a quello della sua pelle sudata e del profumo speziato. Sfilai il primo, poi il secondo, con una fatica che mi fece accaldare.
«Ahhh... paradiso,» sospirò Kekka, muovendo le dita dei piedi coperti solo dalle calze. Poi, riaprì gli occhi e mi guardò, approfittando della mia posizione vulnerabile ai suoi piedi. Il suo tono si fece languido e capriccioso. «Già che sei lì, in ginocchio... mi faresti un massaggio? Mi pulsano le piante dei piedi.»
«Scordatelo,» sbottai, cercando di alzarmi. «Sono le tre e mezza, sono stanco e tu puzzi di alcol.»
«Eddai, mostriciattolo...» mi bloccò, allungando una gamba per appoggiarmi un piede proprio al centro del petto, spingendomi delicatamente per farmi restare in ginocchio. «Fallo per la tua sorellona. Per la sposa stressata. Solo cinque minuti, te lo giuro.»
Sapeva di aver già vinto. Ingoiai a fatica il groppo di umiliazione ed eccitazione che mi bloccava la gola. Afferrai i suoi piedi e iniziai a massaggiarli. Le mie dita affondarono nell'arco plantare, premendo sui muscoli contratti dalla serata passata sui tacchi. La rete delle calze creava un attrito leggero e ruvido contro i miei polpastrelli.
«Mmh... cazzo, sì,» gemette Kekka, lasciandosi scivolare all'indietro per appoggiarsi sui gomiti. Inarcò la schiena, e il suo seno abbondante si offrì alla mia vista in tutta la sua sfacciata grandezza. «Sei fantastico, Matty. Proprio lì... premi un po' più forte.»
I suoi gemiti non avevano nulla di innocente. Erano profondi, vibranti, carichi di una malizia che rendeva quel semplice massaggio un atto oscenamente intimo. Le mie mani salirono verso le caviglie, stringendole, accarezzando la carne morbida. Stavo iniziando a perdere lucidità, il mio respiro si stava facendo pesante.
Poi, all'improvviso, l'atmosfera cambiò, Kekka smise di gemere. Ritirò le gambe per un istante e, con un movimento fluido e perverso, complice la sbronza e l'impudenza, mi piantò entrambi i piedi dritti in faccia. Le piante premevano leggere contro le mie guance, costringendomi a guardarla da in mezzo alle sue gambe dischiuse.
«Ehi...» sussurrò. Il tono da ubriaca svanì di colpo, sostituito da una fredda e lucida intensità. Mi fissò dall'alto verso il basso, i suoi occhi scuri che mi trapanavano l'anima. «Non cercare di cambiare discorso massaggiandomi come un ruffiano. Ancora non mi hai risposto, Matty. Mi spieghi che cazzo è successo davvero in quel bagno?»
Il mio limite, quella notte, era stato ampiamente superato. L'alcol, la frustrazione, l'immagine di Sonia nel bagno e il profumo di mia sorella stavano per farmi esplodere.
Mentre i suoi piedi indugiavano sul mio viso, sentii qualcosa spezzarsi dentro di me. La mia solita accondiscendenza svanì di colpo.
«No!» sbottai, la voce improvvisamente dura, priva di qualsiasi traccia di gioco. Afferrai le sue caviglie e spinsi via i suoi piedi con un gesto secco, facendola sussultare. Mi alzai di scatto, passandomi le mani tra i capelli, sentendomi il viso in fiamme. «Cazzo, Kekka, non ne voglio parlare! È imbarazzante, ok? Mi hai stancato. Basta, me ne vado a dormire.»
Feci per voltarmi verso l'uscita, ma lei fu più veloce. Con uno scatto felino, ignorando completamente il mio tono serio, si alzò dal letto. Ridacchiò, un suono impastato e sfrontato, e si parò davanti alla porta chiusa, appoggiandoci contro la schiena. Incrociò le braccia sotto il seno, schiacciando il corsetto rosso e offrendomi una visuale che mi fece stringere lo stomaco.
«Aww, il cucciolo è ferito nell'orgoglio?» mi prese in giro, inclinando la testa, gli occhi scuri che brillavano di divertimento e sfida. «Dai, Matty, non fare il musone. Volevo solo sapere perché hai lasciato la povera Sonia a bocca asciut...»
«Spostati, Kekka,» le intimai sottovoce, avvicinandomi di un passo, i muscoli contratti.
«E se non volessi?» mi provocò ancora, con quel sorriso da diavolo che mi faceva impazzire. «Che fai, mi costringi? Dai, sentiamo cos'ha combinato la biondina per farti scappare a gambe levat...»
Fu la goccia che fece traboccare il vaso. La mia lucidità andò in frantumi. Con uno scatto fulmineo, annullai la distanza tra noi. Le afferrai le braccia e, spinto da una rabbia cieca e da un desiderio insopportabile, la sbattei contro il legno della porta. L'urto fu sordo e la fece sussultare con un piccolo gemito. In un decimo di secondo, la mia mano destra scivolò dal suo braccio per serrarsi attorno alla sua gola nuda. Non strinsi per farle male, ma la mia presa era ferma, dominante, possessiva.
Kekka sgranò gli occhi. Il sorriso le morì sulle labbra. La sua spavalderia si dissolse di colpo, sostituita da un brivido evidente che le attraversò il corpo. Il suo petto prosperoso, compresso dal corsetto, si alzò e si abbassò freneticamente, premendo contro il mio torace a ogni respiro affannoso. Potevo sentire il battito impazzito del suo cuore sotto il mio palmo, proprio lì, sulla sua giugulare. L'aria divenne elettrica, satura di un'erotismo brutale e disperato.
«Basta, Kekka, cazzo!» le sibilai in faccia, il respiro corto, gli occhi velati dalle lacrime di una frustrazione troppo a lungo repressa. «Vuoi sapere la verità? Se non voglio dirlo è perché... cazzo, perché sono innamorato di te!»
Il silenzio cadde come una mannaia nella stanza. Le parole erano uscite, ormai impossibili da rimettere dentro. «Io non voglio farmi succhiare il cazzo da una qualsiasi in un bagno di merda,» continuai, la voce rotta, tremante di disperazione e desiderio crudo. «Io voglio te, Kekka. Nessun'altra. Solo fottutamente te.»
Kekka rimase paralizzata. I suoi occhi scuri, solitamente così sicuri e sfacciati, ora erano due pozzi di stupore e dolcezza. Mi guardava come se mi vedesse per la prima volta. Le sue labbra si schiusero, ma non emise alcun suono. Vide il suo fratellino crollare, sgretolarsi sotto il peso di quel segreto enorme, e istintivamente mosse le mani per abbracciarmi, ma io la tenni inchiodata alla porta, incapace di gestire quel contatto.
L'adrenalina svanì di colpo, lasciandomi svuotato e terrorizzato. Allentai la presa sul suo collo, ritirando la mano come se mi fossi bruciato. Feci un passo indietro, coprendomi il viso con le mani. «Cazzo... cazzo, Kekka, hai visto?» singhiozzai, la voce soffocata. «Ora ho rovinato tutto. Ho rovinato ogni cosa. Ti prego, spostati. Fammi andare a dormire.»
Ma lei non si mosse dalla porta. Invece, si slanciò in avanti, accorciando nuovamente la distanza. Mi gettò le braccia al collo, stringendomi in un abbraccio forte, viscerale, schiacciando il suo corpo morbido contro il mio. «Shhh... mostriciattolo, guardami,» sussurrò, affondando il viso nell'incavo della mia spalla, la voce dolce e incrinata. «Non hai rovinato niente. Non potrai mai rovinare niente. Sei sempre il mio fratellino, non devi preoccuparti... sono qui.»
Mi aggrappai a lei, stringendole la schiena nuda sopra il corsetto. Nascosi il viso nei suoi ricci che profumavano di fumo, alcol e vaniglia, e mi lasciai andare. Piansi silenziosamente sulla sua spalla, sfogando settimane di tensione, gelosia e amore malato. «Scusa...» mormorai contro la sua pelle. «Scusa se ti ho fatto male al collo... io non volevo...»
Sentii Kekka ridacchiare dolcemente contro il mio petto, le sue dita che mi accarezzavano la nuca per calmarmi. Il suo spirito provocatore era tornato, ma questa volta per proteggermi, per sdrammatizzare e farmi sentire accettato. «Tranquillo, Matty,» sussurrò con un filo di voce, maliziosa. «Dopo le confessioni di stasera, dovresti aver capito che la tua sorellona è abituata anche a farsi strangolare ogni tanto.»
Quella battuta fu la scintilla finale. In quell'abbraccio pieno di amore fraterno, la tensione si ribaltò di nuovo, trasformandosi in pura lussuria.
Alzai la testa. Lei fece lo stesso. I nostri visi erano a un millimetro di distanza. I suoi occhi lucidi mi fissavano, le sue labbra socchiuse mi invitavano. Non resistetti più. Senza pensare ad Andrea, al matrimonio, alle regole, azzerai la distanza e premetti la mia bocca sulla sua.
Non fu un bacio timido. Fu un'esplosione. Kekka emise un gemito sorpreso contro le mie labbra, ma non si ritrasse. Anzi. Schiuse la bocca, permettendomi di entrare. Le nostre lingue si scontrarono con una fame disperata, intrecciandosi in una danza umida e profonda. Sapeva di tequila, di sale e di passione cruda. Le mie mani scivolarono dai suoi fianchi fino a stringerle con prepotenza il fondoschiena fasciato dalla pelle, sollevandola appena contro di me, facendole sentire quanto il mio corpo la stesse fottutamente bramando. Lei mi strinse i capelli nei pugni, ansimando nella mia bocca, rispondendo a quel bacio con un calore e un'intensità che spazzarono via ogni mia insicurezza. Eravamo persi, bruciati nel nostro stesso incendio.
La passione ci stava letteralmente travolgendo. Eravamo un groviglio di braccia, respiri affannosi e labbra gonfie, schiacciati contro il legno freddo della porta. Ogni tanto, in un barlume di lucidità ormai compromessa, uno dei due cercava di spezzare quel contatto fatale. «Kekka... cazzo, è sbagliato...» ansimavo, scostandomi di un millimetro. «Lo so... non possiamo...» sussurrava lei, con gli occhi chiusi e il petto sollevato, per poi afferrarmi i capelli in due pugni e tirare di nuovo la mia bocca sulla sua con una fame ancora più feroce, azzerando ogni buona intenzione. Nessuno dei due voleva fermarsi. Nessuno dei due ne era più capace.
Mentre le mie mani impastavano i suoi fianchi nudi sotto la gonna di pelle, le dita di Kekka scesero decise verso la mia cintura. Sentii il rumore metallico della fibbia, poi il fruscio della cerniera che scendeva. Con un gesto rapido, mi spinse giù i jeans e i boxer, liberando la mia erezione dolorante. Le sue dita calde e laccate si avvolsero attorno alla mia virilità, soppesandola, facendomi mancare il respiro. Fece scorrere il pollice fino alla punta, ma improvvisamente si bloccò. Si staccò dalle mie labbra. Guardò la sua mano, poi me, e quel suo tipico sorriso perverso e sfrontato le illuminò il viso accaldato.
«Mamma mia, che schifo, Matty,» ridacchiò, arricciando il naso con un'espressione teatrale di disgusto, sfregandosi il pollice contro l'indice. «Sei ancora tutto appiccicoso dalla saliva di quella troia bionda. Non ci penso nemmeno a toccarti così.» Mi diede una leggera, provocatoria pacca sul petto. «Vattelo a lavare col sapone e torna subito da me. E muoviti, che non ho intenzione di aspettare tutta la notte.»
Ero in uno stato di trance totale. Annuii goffamente, mi tirai su i pantaloni alla meno peggio e corsi letteralmente fuori dalla stanza, fiondandomi nel bagno. Chiusi la porta a chiave, accesi l'acqua del bidet e mi sfreghiai l'inguine con due passate generose di sapone intimo, il cuore che mi martellava nel petto a un ritmo disumano, terrorizzato che potesse cambiare idea da un momento all'altro.
Quando tornai in camera sua, con il respiro ancora corto, la scena che mi si parò davanti mi paralizzò sulla soglia. Il corsetto rosso, la gonna di pelle e le calze a rete erano un mucchio informe abbandonato sul pavimento. Kekka era distesa al centro del letto matrimoniale, completamente nuda. La debole luce dell'abat-jour accarezzava la sua pelle dorata, illuminando la rotondità dei suoi seni pesanti e i fianchi larghi e accoglienti. Era la visione più peccaminosa e perfetta che avessi mai concepito. Mi guardava da sotto le ciglia, un invito silenzioso e letale che mi incendiò il sangue.
Mi sfilai la maglietta lanciandola alla cieca, calciai via i jeans e mi fiondai su di lei. L'impatto tra la mia pelle accaldata e la morbidezza burrosa del suo corpo nudo fu un'esplosione per i sensi. Tornai a baciarla, schiacciandola nel materasso, le mie gambe che si intrecciavano alle sue. I nostri corpi si avvinghiarono con disperazione: io cercavo di esplorare ogni centimetro della sua schiena e del suo fondoschiena, mentre lei si inarcava contro di me, strusciando il suo bacino bagnato contro la mia erezione dura come la roccia.
Ma Kekka era fatta a modo suo. Era perversa, dominante, e amava condurre il gioco. Con una spinta decisa dei fianchi e sfruttando la mia totale sottomissione, ribaltò le nostre posizioni. Finii con la schiena affondata nelle coperte, mentre lei si mise a cavalcioni su di me, i ricci selvaggi che le ricadevano sulle spalle nude.
Mi bloccò i polsi ai lati della testa con le mani, sorridendo come una predatrice che ha appena messo all'angolo la sua preda. «Ora mettiti comodo, mostriciattolo,» sussurrò, la voce roca e carica di promesse. «Ti faccio vedere io come si usa davvero la bocca.»
Iniziò una lenta, letale discesa. Le sue labbra morbide si posarono sul mio collo, succhiando la pelle con la giusta pressione, facendomi sfuggire un lamento strozzato. La scia di baci umidi scese inesorabile. Sfiorò le mie clavicole, indugiò sul mio petto leccandomi i capezzoli fino a farmi inarcare la schiena, per poi scendere lungo la linea dell'addome. Il suo respiro caldo, che sapeva ancora di tequila, si infrangeva sulla mia pelle tesa, facendomi impazzire.
Quando arrivò al mio inguine, si fermò. I suoi occhi scuri saettarono verso il mio viso, godendosi lo spettacolo del mio petto che si alzava e si abbassava freneticamente. Poi, si chinò.
La sua lingua, calda e morbidissima, tracciò una linea bagnata lungo tutta l'asta, dal basso verso l'alto. Trattenni il fiato. Scese di nuovo, questa volta prendendo tra le labbra la pelle sensibile delle mie palle. Le leccò, le succhiò con delicatezza estrema, solleticandole con la punta della lingua in un gioco snervante e meraviglioso che mi fece stringere le mani a pugno nelle lenzuola.
«Kekka...» ansimai, cieco di piacere. Lei non rispose. Sollevò la testa, aprì la bocca e, con una lentezza calcolata e spietata, mi prese dentro di sé.
La sensazione fu indescrivibile. A differenza del bagno freddo e della fretta famelica di Sonia, qui c'era un calore avvolgente, una cura assoluta. La bocca di Kekka era un paradiso umido ed esperto. La sua saliva mi bagnò completamente, mentre le sue labbra carnose creavano un vuoto perfetto attorno a me. Iniziò a muoversi su e giù. Non si limitava a succhiare: usava la lingua in modo circolare, avvolgendo la punta sensibile a ogni passaggio, spingendo poi la testa in giù fino a ingoiare l'intera lunghezza. Potevo sentire la pressione della sua gola, il suono osceno e bagnato che riempiva il silenzio della stanza, il ritmo costante e inesorabile che mi stava spingendo verso il baratro. Guardare giù, vedere il viso bellissimo della mia amata sorella concentrato su di me, i suoi ricci sparsi sulle mie cosce, era la componente psicologica che rendeva quel momento devastante.
Ogni movimento era una scossa elettrica. Ogni risucchio mi svuotava la mente. «Cazzo... non mi fermo... sto per...» balbettai, i muscoli dell'addome contratti in uno spasmo violento. Kekka accelerò il ritmo, stringendo la base della mia erezione con una mano, intensificando la pressione della bocca. Sentiva che stavo cedendo e ci mise tutta l'energia che aveva, risucchiando con forza, portandomi esattamente dove voleva lei.
L'apoteosi dei sensi mi travolse come un treno merci. Urlai il suo nome, un gemito lungo e roco che si perse nel buio della stanza, rovesciando la testa all'indietro. Il mio bacino scattò verso l'alto e il climax mi squassò il corpo, un orgasmo potentissimo, liberatorio, che Kekka accolse completamente nella sua bocca, fino all'ultima, estenuante goccia.
Il mio respiro era una sequenza di sussulti spezzati. L'orgasmo mi aveva svuotato, ma invece di lasciarmi senza forze, mi aveva caricato di un'adrenalina furiosa e primordiale.
Kekka si sollevò lentamente, passandosi il dorso della mano sulle labbra lucide, gli occhi scuri velati da una foschia di pura lussuria. Non le diedi nemmeno il tempo di parlare. Con uno slancio improvviso, la afferrai per i fianchi e ribaltai nuovamente le nostre posizioni. La schiacciai contro il materasso sfatto. La mia bocca si fiondò sulla sua, in un bacio rude, disperato, che sapeva di noi due. I nostri petti sudati si scontrarono. Il mio bacino, ancora sensibilissimo e di nuovo duro, si incastrò perfettamente tra le sue cosce spalancate. Iniziai a strusciarmi contro la sua intimità bagnata, cercando disperatamente quell'attrito, quella fusione totale che il mio corpo reclamava a gran voce.
«Kekka...» ansimai contro le sue labbra, scendendo a baciarle il collo, cieco di desiderio. «Sorellona... cazzo, stiamo per farlo. Lo voglio... ti voglio.»
Le mie parole, cariche di un'urgenza disperata, ebbero un effetto inaspettato. Invece di assecondare il movimento dei miei fianchi, Kekka si irrigidì. Non mi spinse via con forza, ma fece scivolare le braccia attorno alla mia schiena e mi strinse in un abbraccio ferreo, bloccando di fatto il mio bacino contro il suo ventre per impedirmi di andare oltre. Il suo respiro caldo mi solleticò l'orecchio.
«Matty... fermo. Shhh, fermo, guardami,» sussurrò, la voce improvvisamente tremante, priva di ogni malizia.
Alzai la testa, confuso e ansante. I suoi occhi non erano più quelli della predatrice sfrontata di qualche minuto prima. Erano immensi, lucidi di lacrime trattenute e di una dolcezza che mi spezzò il cuore all'istante. «Matty, io sono tua sorella e ti amo da morire,» iniziò, accarezzandomi la guancia sudata con una tenerezza disarmante. «Ci siamo fatti prendere dal momento... io mi sono fatta prendere dal momento, perché con te sto davvero bene. Ma pensaci. Guardaci. Siamo fratelli.»
«Non m'importa,» provai a obiettare, la voce incrinata, stringendola più forte, cercando di ritrovare quel calore letale. «Io voglio te...»
«Importa invece,» mi interruppe dolcemente, scuotendo la testa. Una lacrima solitaria le sfuggì, rigandole il trucco sbavato. «Io mi sto per sposare, Matty. Ho una vita incasinata fuori da questa stanza. E soprattutto... ho otto anni più di te. Per me sei importante, sei l'uomo più importante della mia vita, e proprio per questo... non posso.» Tirò su col naso, forzando un piccolo sorriso malinconico. «Voglio continuare a divertirmi con te, voglio questa complicità, ma non prenderò una cosa tanto importante come la tua verginità. Non posso farti questo. D'ora in poi... sarai il mio addio al nubilato privato, ok?»
Le sue parole furono come una secchiata d'acqua gelida. Il fuoco della passione si spense, lasciando il posto a una tristezza profonda, un macigno che mi si piazzò sullo stomaco. I paletti imposti da lei, dalla biologia, dalla nostra stessa famiglia e dalla vita reale ci stavano schiacciando. Inizialmente provai a oppormi. Mi irrigidii, scuotendo la testa. «Ma è questo che voglio, Kekka. Sei tu...» «Lo so,» mormorò lei, stringendomi ancora più forte, cullandomi leggermente contro il suo petto nudo. «Lo so, mostriciattolo. Fa male anche a me. Cazzo, se fa male.»
In quel momento, sentendo il battito irregolare del suo cuore contro il mio, capii. Capii quanto le stesse costando fermarsi. Capii che per lei, rinunciare a farsi possedere da me per proteggermi era il più grande atto d'amore fraterno che potesse fare. Mi placai. Abbandonai la testa nell'incavo del suo collo, chiudendo gli occhi e lasciando che un paio di lacrime silenziose mi bagnassero le guance. Rimanemmo così, intrecciati e nudi, a metabolizzare l'impossibilità del nostro amore in un silenzio carico di malinconia.
Dopo qualche minuto, l'aria nella stanza iniziò a raffreddarsi. Kekka, fedele al suo istinto di sopravvivenza, decise che avevamo sofferto abbastanza. Il suo lato ironico e perverso tornò a galla per salvarci entrambi.
Mi diede un piccolo sculaccione giocoso, facendomi sobbalzare. «Ehi, non fare quella faccia da cane bastonato,» mi prese in giro, ridacchiando e spingendomi dolcemente di lato per potersi mettere a sedere. Si passò una mano tra i ricci disordinati, guardandomi con quel suo inconfondibile sorrisetto sbieco. «Non dispiacerti troppo. Dopotutto... sarò il tuo addio al nubilato, no? Ti insegnerò io tutto quello che c'è da sapere su come dare piacere a una donna. Sarai il mio capolavoro.»
Si allungò per prendere una maglietta extralarge dal pavimento e se la infilò, coprendo le sue forme ma lasciando le gambe scoperte. Poi mi lanciò un'occhiata da sotto in su, maliziosa da morire. «E poi... andiamo, Matty. Ammettilo,» tubò, facendomi l'occhiolino. «Sono o non sono la maga dei pompini?»
La tensione emotiva si spezzò di colpo. Non riuscii a trattenermi e scoppiai a ridere, una risata genuina che mi liberò il petto dalla morsa della tristezza. «Sei un disastro, Kekka. Completamente fuori di testa,» risposi, ridendo e tirandole un cuscino addosso.
«Ma sono la tua preferita,» ribatté lei, afferrando i miei boxer da terra e tirandomeli in faccia. «Su, rivestiti, mostriciattolo, che fa freddo e domani mamma ci fa il terzo grado se abbiamo le occhiaie.»
Infilai l'intimo e mi infilai sotto le coperte. Kekka si raggomitolò accanto a me, dandomi le spalle. Istintivamente, feci scivolare un braccio attorno alla sua vita, tirandola contro il mio petto. Lei intrecciò le sue dita alle mie, sospirando di contentezza. Ma proprio quando le mie palpebre si stavano chiudendo, Kekka si mosse impercettibilmente nel buio. Scivolò con il viso contro il mio collo, le labbra carnose che sfioravano il lobo del mio orecchio in una carezza umida, facendomi percorrere la spina dorsale da un brivido violento.
«Dormi, mostriciattolo...» sussurrò. La sua voce non era più quella dolce e rassicurante della sorella maggiore, ma un mormorio roco, carico di un'aspettativa oscura e sfrontata. «Riposati bene. Perché se credi che io sia perversa per quello che ti ho fatto stasera... preparati. Non hai ancora visto assolutamente niente.»
Sorrise nel buio, le labbra piegate in quel modo diabolico che potevo percepire anche senza vederlo, e premette un ultimo bacio leggero sulla mia pelle prima di accoccolarsi definitivamente contro il mio petto.
Trattenni il fiato, il cuore che riprendeva a martellare contro le costole, l'eccitazione che tornava a pulsare prepotente. Quella frase finale suonava come una promessa letale, un perfetto gancio per il futuro che non mi avrebbe fatto chiudere occhio. Strinsi la presa sui suoi fianchi nudi, rendendomi conto con un misto di terrore e pura venerazione che la maestrina di musica mi aveva appena mostrato solo la punta dell'iceberg.
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