Erano passate da poco le tre del mattino quando finalmente riuscii a trascinare Kekka fuori dal locale. L'aria fredda della notte ci investì, ma non fu abbastanza per abbassare la temperatura che mi sentivo addosso. Ero io a guidare la sua macchina: ero perfettamente sobrio, mentre mia sorella, dopo l'ennesimo giro di tequila, barcollava leggermente sui suoi stivali immensi, aggrappandosi al mio braccio.
L'abitacolo era immerso nel buio, illuminato solo a intermittenza dai lampioni della superstrada. Kekka era seduta sul sedile del passeggero, le ginocchia tirate su contro il cruscotto con una sfrontatezza che faceva salire pericolosamente la gonna di pelle lungo le sue cosce fasciate dalla rete. Diceva di essere lucidissima, ma il modo in cui strascicava le parole e il sorriso malizioso che non le lasciava le labbra raccontavano un'altra storia.
«Allora... mostriciattolo,» esordì all'improvviso, rompendo il silenzio teso che riempiva l'auto. Si girò verso di me, appoggiando la guancia al sedile. «Mi spieghi che ti è preso in quel bagno?»
Strinsi il volante fino a farmi sbiancare le nocche, tenendo gli occhi fissi sulla strada. «Niente. Te l'ho detto, non mi andava e basta.»
Kekka scoppiò in una risatina roca. «Sì, certo. Sonia è uscita da quel corridoio fumando dalle orecchie. L'hai lasciata a bocca asciutta e con un diavolo per capello.» Si umettò le labbra, i suoi occhi scuri che mi scrutavano nel buio come due fari. Era invadente, perversa, determinata a scavarmi dentro. «Eppure prima sembravi parecchio... interessato. Non dirmi che la nostra biondina aveva i denti troppo affilati. O forse...»
Fece una pausa teatrale, allungando una mano per sfiorarmi il braccio teso sul cambio. «Oh, ho capito,» sussurrò, con una finta vocina dispiaciuta che nascondeva un godimento assoluto. «Al mio fratellino piace già qualcuna, vero? E questa misteriosa ragazza fortunata ti ha bloccato proprio sul più bello. Dai, sputa il rospo. Chi è?»
«Kekka, piantala,» ringhiai a mezza voce, il cuore che mi rimbombava nelle orecchie. Ma lei non la piantò. Per tutto il resto del viaggio continuò a stuzzicarmi, a fare ipotesi assurde sulle mie compagne di classe, punzecchiandomi e sfregando di proposito il suo braccio contro la mia spalla ogni volta che prendevo una curva. Era una tortura lenta e inesorabile.
Quando arrivammo a casa, la casa era immersa nel silenzio. La accompagnai in camera sua per assicurarmi che non inciampasse e non svegliasse i nostri. Appena varcata la soglia, Kekka si lasciò cadere pesantemente sul bordo del letto. Il corsetto rosso si tese per lo sforzo, mettendo in mostra una scollatura devastante, mentre la gonna di pelle si arrampicò quasi fino all'inguine.
«Matty...» gemette, buttando la testa all'indietro e chiudendo gli occhi. «Ti prego, toglimi questi fottuti cosi. Mi stanno uccidendo i piedi.»
Rimasi in piedi davanti a lei, in silenzio. Mi sentivo umiliato. Dopo la figura misera che avevo fatto in bagno con la sua amica, ero tornato a essere il cagnolino ubbidiente della sorella maggiore. Eppure, la forza di gravità che esercitava su di me era assoluta. Senza dire una parola, mi inginocchiai sul tappeto davanti a lei. Afferrai il primo stivale. Era pesante, pieno di fibbie di metallo. Mentre lottavo per slacciarlo, le mie mani sfiorarono inevitabilmente la pelle bollente dei suoi polpacci nudi sotto le maglie larghe delle calze a rete. L'odore della pelle sintetica si mescolava a quello della sua pelle sudata e del profumo speziato. Sfilai il primo, poi il secondo, con una fatica che mi fece accaldare.
«Ahhh... paradiso,» sospirò Kekka, muovendo le dita dei piedi coperti solo dalle calze. Poi, riaprì gli occhi e mi guardò, approfittando della mia posizione vulnerabile ai suoi piedi. Il suo tono si fece languido e capriccioso. «Già che sei lì, in ginocchio... mi faresti un massaggio? Mi pulsano le piante dei piedi.»
«Scordatelo,» sbottai, cercando di alzarmi. «Sono le tre e mezza, sono stanco e tu puzzi di alcol.»
«Eddai, mostriciattolo...» mi bloccò, allungando una gamba per appoggiarmi un piede proprio al centro del petto, spingendomi delicatamente per farmi restare in ginocchio. «Fallo per la tua sorellona. Per la sposa stressata. Solo cinque minuti, te lo giuro.»
Sapeva di aver già vinto. Ingoiai a fatica il groppo di umiliazione ed eccitazione che mi bloccava la gola. Afferrai i suoi piedi e iniziai a massaggiarli. Le mie dita affondarono nell'arco plantare, premendo sui muscoli contratti dalla serata passata sui tacchi. La rete delle calze creava un attrito leggero e ruvido contro i miei polpastrelli.
«Mmh... cazzo, sì,» gemette Kekka, lasciandosi scivolare all'indietro per appoggiarsi sui gomiti. Inarcò la schiena, e il suo seno abbondante si offrì alla mia vista in tutta la sua sfacciata grandezza. «Sei fantastico, Matty. Proprio lì... premi un po' più forte.»
I suoi gemiti non avevano nulla di innocente. Erano profondi, vibranti, carichi di una malizia che rendeva quel semplice massaggio un atto oscenamente intimo. Le mie mani salirono verso le caviglie, stringendole, accarezzando la carne morbida. Stavo iniziando a perdere lucidità, il mio respiro si stava facendo pesante.
Poi, all'improvviso, l'atmosfera cambiò, Kekka smise di gemere. Ritirò le gambe per un istante e, con un movimento fluido e perverso, complice la sbronza e l'impudenza, mi piantò entrambi i piedi dritti in faccia. Le piante premevano leggere contro le mie guance, costringendomi a guardarla da in mezzo alle sue gambe dischiuse.
«Ehi...» sussurrò. Il tono da ubriaca svanì di colpo, sostituito da una fredda e lucida intensità. Mi fissò dall'alto verso il basso, i suoi occhi scuri che mi trapanavano l'anima. «Non cercare di cambiare discorso massaggiandomi come un ruffiano. Ancora non mi hai risposto, Matty. Mi spieghi che cazzo è successo davvero in quel bagno?»
Il mio limite, quella notte, era stato ampiamente superato. L'alcol, la frustrazione, l'immagine di Sonia nel bagno e il profumo di mia sorella stavano per farmi esplodere.
Mentre i suoi piedi indugiavano sul mio viso, sentii qualcosa spezzarsi dentro di me. La mia solita accondiscendenza svanì di colpo.
«No!» sbottai, la voce improvvisamente dura, priva di qualsiasi traccia di gioco. Afferrai le sue caviglie e spinsi via i suoi piedi con un gesto secco, facendola sussultare. Mi alzai di scatto, passandomi le mani tra i capelli, sentendomi il viso in fiamme. «Cazzo, Kekka, non ne voglio parlare! È imbarazzante, ok? Mi hai stancato. Basta, me ne vado a dormire.»
Feci per voltarmi verso l'uscita, ma lei fu più veloce. Con uno scatto felino, ignorando completamente il mio tono serio, si alzò dal letto. Ridacchiò, un suono impastato e sfrontato, e si parò davanti alla porta chiusa, appoggiandoci contro la schiena. Incrociò le braccia sotto il seno, schiacciando il corsetto rosso e offrendomi una visuale che mi fece stringere lo stomaco.
«Aww, il cucciolo è ferito nell'orgoglio?» mi prese in giro, inclinando la testa, gli occhi scuri che brillavano di divertimento e sfida. «Dai, Matty, non fare il musone. Volevo solo sapere perché hai lasciato la povera Sonia a bocca asciut...»
«Spostati, Kekka,» le intimai sottovoce, avvicinandomi di un passo, i muscoli contratti.
«E se non volessi?» mi provocò ancora, con quel sorriso da diavolo che mi faceva impazzire. «Che fai, mi costringi? Dai, sentiamo cos'ha combinato la biondina per farti scappare a gambe levat...»
Fu la goccia che fece traboccare il vaso. La mia lucidità andò in frantumi. Con uno scatto fulmineo, annullai la distanza tra noi. Le afferrai le braccia e, spinto da una rabbia cieca e da un desiderio insopportabile, la sbattei contro il legno della porta. L'urto fu sordo e la fece sussultare con un piccolo gemito. In un decimo di secondo, la mia mano destra scivolò dal suo braccio per serrarsi attorno alla sua gola nuda. Non strinsi per farle male, ma la mia presa era ferma, dominante, possessiva.
Kekka sgranò gli occhi. Il sorriso le morì sulle labbra. La sua spavalderia si dissolse di colpo, sostituita da un brivido evidente che le attraversò il corpo. Il suo petto prosperoso, compresso dal corsetto, si alzò e si abbassò freneticamente, premendo contro il mio torace a ogni respiro affannoso. Potevo sentire il battito impazzito del suo cuore sotto il mio palmo, proprio lì, sulla sua giugulare. L'aria divenne elettrica, satura di un'erotismo brutale e disperato.
«Basta, Kekka, cazzo!» le sibilai in faccia, il respiro corto, gli occhi velati dalle lacrime di una frustrazione troppo a lungo repressa. «Vuoi sapere la verità? Se non voglio dirlo è perché... cazzo, perché sono innamorato di te!»
