Ero paralizzato. Il sangue mi pulsava nelle orecchie con una violenza inaudita. Il mio respiro si sintonizzò sul suo. Senza rendermene conto, la mia mano scivolò dentro i pantaloni del pigiama, stringendo il mio cazzo già durissimo. Iniziai a toccarmi, lentamente, guardando mia sorella che si dava piacere a pochi metri da me. Guardavo le sue forme morbide vibrare, il seno strizzato dalle sue dita, la pelle dorata del suo ventre contrarsi. L'aria era carica, satura dell'odore della sua eccitazione.
Rimasi a guardarla per minuti che sembrarono ore, accarezzandomi a ritmo con i suoi gemiti. Poi, l'incidente.
Nel cambiare posizione, Kekka aprì gli occhi. Il suo sguardo, velato di lussuria, vagò per la stanza fino a puntare dritto sulla porta. Dritto su di me.
Si bloccò di colpo. Il suo respiro si arrestò. Le sue mani si congelarono, una ancora sul seno, l'altra in mezzo alle gambe. Sbarrò gli occhi. Io sfilai la mano dai pantaloni come se mi fossi bruciato, il cuore che batteva così forte da farmi male alle costole. Il silenzio che calò nella stanza fu assordante.
«Matty?» sussurrò, la voce rotta.
«Io... scusa. Scusa, cazzo, non... stavo solo passando,» balbettai, indietreggiando, pregando che il pavimento si aprisse per inghiottirmi. Volevo letteralmente morire di vergogna. Feci per voltarmi e scappare.
«Fermo,» disse lei. Si tirò giù la canottiera con un gesto rapido per coprire il seno, ma non fece in tempo a prendere le coperte. Rimase seduta, afferrando alla cieca un cuscino per coprirsi il basso ventre, le guance in fiamme. Rimanemmo a fissarci. Era la situazione più imbarazzante della mia vita.
«Scusami, Kekka. Davvero, non volevo... ho sentito un rumore, la porta era aperta, io...» Mi grattai la nuca, sudando freddo.
Lei prese un respiro profondo. Il suo petto prosperoso si alzò e si abbassò vistosamente. Anche se era visibilmente in imbarazzo, il suo animo sfacciato ed eternamente provocatore non ci mise molto a prendere il sopravvento. «Va bene, respira. Non è morto nessuno,» disse, cercando di darsi un tono, anche se la sua voce tradiva ancora una certa vibrazione. «È... è naturale, Matty. Sono pur sempre una donna adulta. E il mio futuro marito è via. I bisogni fisiologici ce li abbiamo tutti.»
«Lo so, lo so. È solo che... cazzo, sei mia sorella. È strano.»
Kekka mi studiò in silenzio per qualche secondo. Un angolo della sua bocca si sollevò in quel sorrisetto storto, quello che mi faceva impazzire. Nonostante il rossore sulle guance, i suoi occhi brillarono di quella solita, insopportabile malizia molesta. «Strano, eh?» mormorò, stringendo il cuscino contro il ventre, ma lasciando scoperta gran parte delle sue cosce burrose. «Però sei rimasto lì a guardare per un bel po', mostriciattolo. Che c'è, ti ho incantato? Hai imparato qualcosa di nuovo di anatomia?»
Sgranai gli occhi, fulminato. «Kekka, porca puttana!»
Lei scoppiò in una risatina nervosa, ma profondamente divertita, allungando una mano verso di me. «Dai, vieni qui, dammi la buonanotte e dimentichiamoci di questa figura di merda. Giuro che la prossima volta chiudo a chiave.»
Ero paralizzato. Volevo scappare, ma il suo tono, in bilico tra la sfida e una strana dolcezza, mi fece muovere in automatico. Feci due passi esitanti verso di lei. Kekka era ancora seduta sul bordo del letto. Quando le fui vicino, aprì le braccia; il cuscino che teneva in grembo scivolò via, cadendo a terra con un tonfo sordo, ma lei non fece nulla per recuperarlo o per coprirsi.
Mi chinai e feci un passo in avanti per abbracciarla, infilandomi in mezzo alle sue ginocchia divaricate. Fu un errore madornale.
Il contatto fu una scossa elettrica che ci attraversò entrambi. Attraverso la stoffa sottile del mio pigiama estivo, il mio cazzo, turgido, caldo e pulsante fino a fare male, andò a schiantarsi esattamente contro la sua intimità nuda. Sentii un calore assoluto e un'umidità densa e inequivocabile penetrare all'istante il cotone dei miei pantaloni. Lei era fradicia.
Kekka ebbe una reazione strana. Invece di ritrarsi, terrorizzata da quel contatto osceno, il suo respiro si spezzò in un rantolo acuto, quasi doloroso. Le sue mani, che un secondo prima erano piatte sulla mia schiena, si contrassero all'improvviso, affondando le unghie nella mia carne. Premette il viso contro il mio stomaco e sentii tutto il suo corpo vibrare in un tremito involontario, schiacciando il suo sesso bagnato ancora più a fondo contro la mia erezione dura come la pietra. Perdendo completamente la ragione per un decimo di secondo, chiusi gli occhi e premetti il bacino in avanti, godendo di quell'attrito umido e proibito.
Poi il panico assoluto prese il sopravvento.
Mi staccai di scatto, come se fossi stato marchiato a fuoco, inciampando quasi nei miei stessi piedi. Lei alzò il viso: aveva le labbra schiuse, gli occhi scuri spalancati e le guance in fiamme. Il respiro di entrambi era corto, pesante nel silenzio della stanza. «I-io... buonanotte, Kekka,» balbettai, la voce che non sembrava nemmeno la mia. Senza aspettare risposta, mi voltai e fuggii, chiudendo la porta.
Kekka (POV)
Il rumore della porta che si chiudeva rimbombò nella stanza, lasciandomi immersa in un silenzio soffocante. Rimasi immobile sul bordo del letto, le braccia ancora a mezz'aria, le gambe mollemente divaricate. Non riuscivo a regolarizzare il respiro. Fissavo il legno bianco della porta, mentre il mio cuore martellava così forte da farmi pulsare le tempie.
Sentivo ancora la pressione del suo corpo contro il mio. La sua erezione rigida, bollente, prepotente, premuta esattamente contro il mio sesso nudo. Lentamente, come se non controllassi più i miei stessi movimenti, abbassai lo sguardo sulle mie mani. Tremavano. Le feci scivolare di nuovo in mezzo alle mie cosce. Ero bagnata. Completamente inzuppata, molto più di quanto lo fossi prima che lui entrasse.
Un brivido violento e oscuro mi scosse la spina dorsale. L'idea che Matteo fosse rimasto lì... l'idea che si stesse masturbando nel buio, guardandomi toccare e godere... mi aveva appena fatto esplodere dentro una vampata di lussuria accecante, quasi perversa. Sapere che mi aveva vista, che lo avevo ridotto in quello stato, mi aveva eccitata da morire.
Mi morsi il labbro inferiore fino a sentire il sapore metallico del sangue, chiudendo gli occhi mentre infilavo due dita dentro di me, trovando un calore e una scivolosità che mi fecero gemere a denti stretti. È mio fratello, urlò la mia coscienza, cercando disperatamente di arginare quell'onda di desiderio inaccettabile. Cazzo, è il mio fratellino.
Eppure, mentre mi lasciavo cadere di nuovo sui cuscini, riprendendo a muovere le dita con una foga disperata, l'unica immagine che avevo in testa non era il volto del mio futuro marito. Era la rigidità contro il mio inguine e lo sguardo affamato, ossessionato e bellissimo di Matteo.
Com'è finora?
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Scrivo racconti da poco e spero davvero possano piacere!
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