Kekka era lì. Sdraiata a pancia in giù sul nostro divano in pelle, con le gambe incrociate per aria. Era vestita o meglio, svestita, come era solita fare a casa in estate, in un modo che non lasciava il minimo spazio all'immaginazione e che mandava a puttane ogni mia intenzione di rimanere lucido.
Indossava un paio di pantaloncini di tuta grigi, talmente corti e stretti che il tessuto le si infilava tra le natiche morbide, mettendo in mostra gran parte delle sue cosce piene e dorate. Sopra, aveva solo una canottiera bianca a costine. Niente reggiseno. La stoffa sottile era tesa sul suo seno abbondante, e i capezzoli turgidi, per il contrasto con l'aria condizionata a palla, premevano contro il cotone con una prepotenza sfacciata. I suoi ricci selvaggi erano raccolti in uno chignon disordinato, lasciando scoperto il collo e le spalle delicate.
«Matty!» squittì, alzando la testa dallo smartphone. Si voltò su un fianco, e la forza di gravità fece scivolare quel seno pesante e meraviglioso verso il centro del petto, creando una scollatura naturale che mi fece seccare la bocca all'istante.
«Kekka? Che... che ci fai qui?» balbettai, rimanendo piantato all'ingresso come uno stoccafisso.
Lei si alzò con la grazia sinuosa di una gatta, stiracchiando le braccia verso l'alto. La canottiera si sollevò di un paio di centimetri, rivelando l'ombelico e uno scorcio di pancia piatta. Mi venne incontro e mi buttò le braccia al collo, schiacciando quel suo petto morbido ed esplosivo contro il mio torace. Anche se ero sudato, a lei non fregava nulla. Era appiccicosa, inebriante, e profumava di crema al cocco.
«Sorpresa!» rise contro il mio orecchio, prima di staccarsi e tirarmi per un braccio verso il divano. «Andrea è dovuto partire per un lavoro grosso giù al sud. Starà via due settimane, fino a ridosso delle nozze. La scuola è finita, a casa nostra da sola impazzivo... così sono venuta a farmi viziare da mamma e papà. E dal mio fratellino preferito, ovviamente.»
Mi lasciò cadere sul divano e si sedette accanto a me. Troppo vicina a me. Piegò una gamba sotto di sé, e nel farlo il suo ginocchio nudo andò a premere contro la mia coscia coperta dai jeans. Ogni volta che si muoveva, mi sfiorava "per caso", e io dovevo fare appelli mentali alla calma per non saltarle addosso.
«Ah. Capisco,» dissi, cercando di guardare un punto imprecisato sul muro per evitare di fissarle i capezzoli. «Quindi... sarai qui fino al matrimonio.»
«Esatto!» batté le mani. Poi inclinò la testa di lato, studiandomi con quegli occhi scuri e magnetici. Quel sorriso ironico e pervy le spuntò sulle labbra. «A proposito... tu mi nascondi qualcosa.»
«Cosa?» Il panico mi gelò il sangue. Lo sa. Ha capito tutto.
«Non mi parli mai di te, Matty,» tubò, sporgendosi in avanti. Ora la scollatura della canottiera offriva una visuale panoramica e disarmante della curva superiore dei suoi seni. «Sei nel fiore degli anni, hai diciotto anni... gli ormoni ti staranno friggendo il cervello. Avanti, sputa il rospo con la tua sorellona. Chi è che ti porti in camera quando non c'è nessuno?»
Sentii il viso prendere fuoco. «Nessuno, Kekka. Smettila, non dire cazzate.»
«Mmh, non ci credo,» insistette lei, portando una mano sul mio ginocchio e stringendolo leggermente. Quel contatto mi mandò una scossa dritta all'inguine. Si morse il labbro inferiore in modo giocoso, ma con una sfumatura così carnale che mi fece mancare il fiato. «Che c'è, ti imbarazzo? Siamo tra noi! Come fai a sfogarti, eh? Dai, dimmelo, la guardi roba zozza su internet? Ti chiudi in bagno per farti le seghe come quando eri più piccolo?»
«Kekka!» sbottai, la voce incrinata, pregando che i pantaloni larghi nascondessero l'erezione che stava inesorabilmente prendendo vita.
Ma lei non aveva nessuna intenzione di fermarsi. Era sfacciata, invadente, inconsapevolmente eccitante. «E dai! Che male c'è? Anzi, se fossi in te me ne farei di continuo. Le tue amiche sono delle gran fiche, l'ho vista quella morettina con cui uscivi l'estate scorsa. Secondo me ci pensi a lei. Oppure preferisci quelle più... formose?»
Nel dire l'ultima parola, abbassò lo sguardo su se stessa, passando le mani lungo i propri fianchi morbidi, spingendo il petto ancora più in fuori, come se stesse involontariamente offrendo la mercanzia. Rise di gusto, gettando la testa all'indietro.
La fissai in silenzio. Il mio respiro era diventato pesante. L'aria nel salotto era carica, satura di tensione erotica. Lei, notando il mio mutismo e il mio petto che si alzava e abbassava troppo in fretta, si fermò. Il sorriso le morì lentamente sulle labbra, sostituito da un'espressione indecifrabile.
Si sporse ancora più vicino, annullando definitivamente le distanze. Potevo sentire il suo respiro caldo sul mio collo. Allungò le dita, sfiorandomi la guancia sudata con una lentezza disarmante. «Hai caldo, Matty?» sussurrò, con una voce improvvisamente più bassa, roca.
«Hai caldo, Matty?» sussurrò, con una voce improvvisamente più bassa, quasi roca.
Deglutii a vuoto, il pomo d'Adamo che andava su e giù. Il suo respiro sapeva di menta e caffè. Sentivo il calore del suo corpo irradiare contro il mio, la morbidezza del suo ginocchio premuto contro la mia coscia. Se fossi rimasto un secondo di più su quel divano, avrei perso il controllo. «S-sì,» balbettai, scattando in piedi con la grazia di un ubriaco. «Si muore. Vado... vado a farmi una doccia ghiacciata.» Mentre battevo in ritirata lungo il corridoio, sentii la sua risata cristallina e sfacciata risuonare alle mie spalle.
I primi due giorni di quella nuova convivenza furono un inferno dolcissimo. Erano anni che non vivevamo sotto lo stesso tetto 24 ore su 24. Da un lato, riavere la mia sorellona era bellissimo: passavamo ore a chiacchierare in cucina, a ricordare quando eravamo piccoli, a prenderci in giro. C'era un affetto profondo e sincero tra noi. Dall'altro lato, lei era una tortura vivente. Kekka era sempre stata una persona estremamente fisica, ma ora sembrava aver perso ogni inibizione. Era appiccicosa, molesta, alla costante ricerca di un contatto. Mentre preparavamo la cena, mi si piazzava dietro, abbracciandomi la vita e appoggiando il mento sulla mia spalla; e ogni fottuta volta, i suoi due seni enormi e morbidi si schiacciavano contro la mia schiena, mandandomi il cervello in cortocircuito. Girava per casa con quegli shorts inguinali, si piegava in avanti per prendere le cose dal frigo offrendomi visuali da infarto della sua scollatura, e si sedeva sul bracciolo della mia poltrona accarezzandomi i capelli mentre guardavamo la tv. Credeva di essere solo la sorella affettuosa che coccolava il suo fratellino prezioso. Non aveva idea che, sotto la tuta, io fossi perennemente eccitato.
Poi arrivò la sera del secondo giorno.
Dopo cena, i nostri genitori erano già andati a dormire. La casa era immersa in quel silenzio denso e caldo tipico delle notti di giugno. Stavo andando verso la mia stanza, in pigiama, quando passai davanti alla porta socchiusa di Kekka. Mi fermai. Un suono debole, quasi impercettibile, filtrò dalla fessura. Un respiro spezzato. Un gemito umido e soffocato.
Il cuore mi schizzò in gola. Come ipnotizzato, spinsi la porta di un paio di millimetri. La luce della sua abat-jour gettava ombre calde e dorate sui muri. E la vidi. Una perfetta, eccitante replica di ciò che era successo anni prima, ma mille volte più intensa.
Kekka era sdraiata di traverso sul letto, le gambe piegate e spalancate. Indossava solo una canottierina nera, spinta su fin quasi al collo. Niente slip. La sua pelle era lucida di sudore, i ricci selvaggi sparsi sul cuscino come un'aureola scura. Aveva gli occhi chiusi, le labbra dischiuse in un'espressione di puro godimento, la testa gettata all'indietro. La mano sinistra era sul suo seno destro: lo stringeva con forza, impastando la carne abbondante, mentre l'indice e il pollice tiravano e stuzzicavano il capezzolo turgido e scuro, facendola inarcare sulla schiena. La mano destra, invece, era persa in mezzo alle sue cosce morbide. Le sue dita si muovevano con un ritmo frenetico, bagnate, scivolando contro il suo sesso con una foga che mi fece mancare il respiro. «Mmh... cazzo...» ansimò piano, stringendo le ginocchia per un istante prima di riaprirle del tutto, offrendosi inavvertitamente al mio sguardo.
