La sensazione fu indescrivibile. A differenza del bagno freddo e della fretta famelica di Sonia, qui c'era un calore avvolgente, una cura assoluta. La bocca di Kekka era un paradiso umido ed esperto. La sua saliva mi bagnò completamente, mentre le sue labbra carnose creavano un vuoto perfetto attorno a me. Iniziò a muoversi su e giù. Non si limitava a succhiare: usava la lingua in modo circolare, avvolgendo la punta sensibile a ogni passaggio, spingendo poi la testa in giù fino a ingoiare l'intera lunghezza. Potevo sentire la pressione della sua gola, il suono osceno e bagnato che riempiva il silenzio della stanza, il ritmo costante e inesorabile che mi stava spingendo verso il baratro. Guardare giù, vedere il viso bellissimo della mia amata sorella concentrato su di me, i suoi ricci sparsi sulle mie cosce, era la componente psicologica che rendeva quel momento devastante.
Ogni movimento era una scossa elettrica. Ogni risucchio mi svuotava la mente. «Cazzo... non mi fermo... sto per...» balbettai, i muscoli dell'addome contratti in uno spasmo violento. Kekka accelerò il ritmo, stringendo la base della mia erezione con una mano, intensificando la pressione della bocca. Sentiva che stavo cedendo e ci mise tutta l'energia che aveva, risucchiando con forza, portandomi esattamente dove voleva lei.
L'apoteosi dei sensi mi travolse come un treno merci. Urlai il suo nome, un gemito lungo e roco che si perse nel buio della stanza, rovesciando la testa all'indietro. Il mio bacino scattò verso l'alto e il climax mi squassò il corpo, un orgasmo potentissimo, liberatorio, che Kekka accolse completamente nella sua bocca, fino all'ultima, estenuante goccia.
Il mio respiro era una sequenza di sussulti spezzati. L'orgasmo mi aveva svuotato, ma invece di lasciarmi senza forze, mi aveva caricato di un'adrenalina furiosa e primordiale.
Kekka si sollevò lentamente, passandosi il dorso della mano sulle labbra lucide, gli occhi scuri velati da una foschia di pura lussuria. Non le diedi nemmeno il tempo di parlare. Con uno slancio improvviso, la afferrai per i fianchi e ribaltai nuovamente le nostre posizioni. La schiacciai contro il materasso sfatto. La mia bocca si fiondò sulla sua, in un bacio rude, disperato, che sapeva di noi due. I nostri petti sudati si scontrarono. Il mio bacino, ancora sensibilissimo e di nuovo duro, si incastrò perfettamente tra le sue cosce spalancate. Iniziai a strusciarmi contro la sua intimità bagnata, cercando disperatamente quell'attrito, quella fusione totale che il mio corpo reclamava a gran voce.
«Kekka...» ansimai contro le sue labbra, scendendo a baciarle il collo, cieco di desiderio. «Sorellona... cazzo, stiamo per farlo. Lo voglio... ti voglio.»
Le mie parole, cariche di un'urgenza disperata, ebbero un effetto inaspettato. Invece di assecondare il movimento dei miei fianchi, Kekka si irrigidì. Non mi spinse via con forza, ma fece scivolare le braccia attorno alla mia schiena e mi strinse in un abbraccio ferreo, bloccando di fatto il mio bacino contro il suo ventre per impedirmi di andare oltre. Il suo respiro caldo mi solleticò l'orecchio.
«Matty... fermo. Shhh, fermo, guardami,» sussurrò, la voce improvvisamente tremante, priva di ogni malizia.
Alzai la testa, confuso e ansante. I suoi occhi non erano più quelli della predatrice sfrontata di qualche minuto prima. Erano immensi, lucidi di lacrime trattenute e di una dolcezza che mi spezzò il cuore all'istante. «Matty, io sono tua sorella e ti amo da morire,» iniziò, accarezzandomi la guancia sudata con una tenerezza disarmante. «Ci siamo fatti prendere dal momento... io mi sono fatta prendere dal momento, perché con te sto davvero bene. Ma pensaci. Guardaci. Siamo fratelli.»
«Non m'importa,» provai a obiettare, la voce incrinata, stringendola più forte, cercando di ritrovare quel calore letale. «Io voglio te...»
«Importa invece,» mi interruppe dolcemente, scuotendo la testa. Una lacrima solitaria le sfuggì, rigandole il trucco sbavato. «Io mi sto per sposare, Matty. Ho una vita incasinata fuori da questa stanza. E soprattutto... ho otto anni più di te. Per me sei importante, sei l'uomo più importante della mia vita, e proprio per questo... non posso.» Tirò su col naso, forzando un piccolo sorriso malinconico. «Voglio continuare a divertirmi con te, voglio questa complicità, ma non prenderò una cosa tanto importante come la tua verginità. Non posso farti questo. D'ora in poi... sarai il mio addio al nubilato privato, ok?»
Le sue parole furono come una secchiata d'acqua gelida. Il fuoco della passione si spense, lasciando il posto a una tristezza profonda, un macigno che mi si piazzò sullo stomaco. I paletti imposti da lei, dalla biologia, dalla nostra stessa famiglia e dalla vita reale ci stavano schiacciando. Inizialmente provai a oppormi. Mi irrigidii, scuotendo la testa. «Ma è questo che voglio, Kekka. Sei tu...» «Lo so,» mormorò lei, stringendomi ancora più forte, cullandomi leggermente contro il suo petto nudo. «Lo so, mostriciattolo. Fa male anche a me. Cazzo, se fa male.»
In quel momento, sentendo il battito irregolare del suo cuore contro il mio, capii. Capii quanto le stesse costando fermarsi. Capii che per lei, rinunciare a farsi possedere da me per proteggermi era il più grande atto d'amore fraterno che potesse fare. Mi placai. Abbandonai la testa nell'incavo del suo collo, chiudendo gli occhi e lasciando che un paio di lacrime silenziose mi bagnassero le guance. Rimanemmo così, intrecciati e nudi, a metabolizzare l'impossibilità del nostro amore in un silenzio carico di malinconia.
Dopo qualche minuto, l'aria nella stanza iniziò a raffreddarsi. Kekka, fedele al suo istinto di sopravvivenza, decise che avevamo sofferto abbastanza. Il suo lato ironico e perverso tornò a galla per salvarci entrambi.
Mi diede un piccolo sculaccione giocoso, facendomi sobbalzare. «Ehi, non fare quella faccia da cane bastonato,» mi prese in giro, ridacchiando e spingendomi dolcemente di lato per potersi mettere a sedere. Si passò una mano tra i ricci disordinati, guardandomi con quel suo inconfondibile sorrisetto sbieco. «Non dispiacerti troppo. Dopotutto... sarò il tuo addio al nubilato, no? Ti insegnerò io tutto quello che c'è da sapere su come dare piacere a una donna. Sarai il mio capolavoro.»
Si allungò per prendere una maglietta extralarge dal pavimento e se la infilò, coprendo le sue forme ma lasciando le gambe scoperte. Poi mi lanciò un'occhiata da sotto in su, maliziosa da morire. «E poi... andiamo, Matty. Ammettilo,» tubò, facendomi l'occhiolino. «Sono o non sono la maga dei pompini?»
La tensione emotiva si spezzò di colpo. Non riuscii a trattenermi e scoppiai a ridere, una risata genuina che mi liberò il petto dalla morsa della tristezza. «Sei un disastro, Kekka. Completamente fuori di testa,» risposi, ridendo e tirandole un cuscino addosso.
«Ma sono la tua preferita,» ribatté lei, afferrando i miei boxer da terra e tirandomeli in faccia. «Su, rivestiti, mostriciattolo, che fa freddo e domani mamma ci fa il terzo grado se abbiamo le occhiaie.»
Infilai l'intimo e mi infilai sotto le coperte. Kekka si raggomitolò accanto a me, dandomi le spalle. Istintivamente, feci scivolare un braccio attorno alla sua vita, tirandola contro il mio petto. Lei intrecciò le sue dita alle mie, sospirando di contentezza. Ma proprio quando le mie palpebre si stavano chiudendo, Kekka si mosse impercettibilmente nel buio. Scivolò con il viso contro il mio collo, le labbra carnose che sfioravano il lobo del mio orecchio in una carezza umida, facendomi percorrere la spina dorsale da un brivido violento.
«Dormi, mostriciattolo...» sussurrò. La sua voce non era più quella dolce e rassicurante della sorella maggiore, ma un mormorio roco, carico di un'aspettativa oscura e sfrontata. «Riposati bene. Perché se credi che io sia perversa per quello che ti ho fatto stasera... preparati. Non hai ancora visto assolutamente niente.»
Sorrise nel buio, le labbra piegate in quel modo diabolico che potevo percepire anche senza vederlo, e premette un ultimo bacio leggero sulla mia pelle prima di accoccolarsi definitivamente contro il mio petto.
Trattenni il fiato, il cuore che riprendeva a martellare contro le costole, l'eccitazione che tornava a pulsare prepotente. Quella frase finale suonava come una promessa letale, un perfetto gancio per il futuro che non mi avrebbe fatto chiudere occhio. Strinsi la presa sui suoi fianchi nudi, rendendomi conto con un misto di terrore e pura venerazione che la maestrina di musica mi aveva appena mostrato solo la punta dell'iceberg.
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Scrivo racconti da poco e spero davvero possano piacere!
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