Nessuno si mosse. Restammo lì, statue di fango e terrore, paralizzati dal vuoto che avevamo appena visto aprirsi. Camilla scosse la testa. I suoi occhi rifiutavano l'orrore. «No. È viva.» «Camilla…» mormorò Elena, la voce rotta. «È viva! L’avete sentita. L’avete sentita tutti.» Si voltò verso di noi, il viso maschera di pazzia. «Sì?» «Sì,» sussurrai. «Allora muovetevi!» urlò, sbattendo un pugno sul cemento.
Nessuno si mosse. La verità era pesante come la lastra che l'aveva trascinata giù. Camilla smise di colpire la pietra. Il suo sguardo, perso e disperato, scivolò da Elena a Rebecca, per poi inchiodarsi su di me. Mi riconobbe davvero solo in quel momento. Non ero più solo un ragazzo che cercava di aiutarla. Ero Ale. Il pezzo della sua vita di prima.
«Tu sei vivo,» disse. La sua voce era cambiata, diventata piatta, vuota. «Camilla… ti prego.» «Tu sei vivo e lei no.» Il senso di colpa mi schiacciò il petto. «Mi dispiace.» I suoi occhi si riempirono di lacrime nuove, velenose. «Non dirlo come Luca.»
Quella frase fu devastante. Mi tagliò le gambe, mi tolse il fiato, mi disintegrò. In un colpo solo aveva evocato il mio migliore amico, la loro vita perfetta, l'assurdità del fatto che fossi lì io e non lui. Non potevo fare nulla. Non potevo essere l'amico che la consolava, non ero il salvatore che aveva tirato fuori sua sorella, non ero l'uomo utile che aveva impedito il disastro. Per la prima volta da quando ero su quell'isola fottuta, ero arrivato tardi. E non c'era rimedio.
Prima che potessimo trascinarci via da quell'incubo di cemento, Elena si fermò. Vicino a ciò che restava del muretto, c'era quel cartello di metallo sbilenco che avevamo intravisto arrivando. Si inginocchiò nel fango e, con un pezzo di stoffa strappato, ripulì la superficie incrostata di polvere e ruggine verde.
Le lettere sbiadite riemersero, incise sotto uno strato di smalto scrostato.
PARADISE COVE — MAINTENANCE ACCESS STAFF ONLY
Paradise Cove — Accesso Manutenzione. Solo personale.
Era il primo, vero indizio di dove fossimo finiti. Ma non portò alcun sollievo. Non fu una scoperta felice; suonò come una presa in giro grottesca, uno sputo in faccia da parte dell'isola. Un resort. Il retrobottega di un fottuto paradiso per turisti.
Camilla fissò il cartello con gli occhi vuoti. Le sue labbra screpolate tremarono appena. «Chiara pensava che fosse un albergo,» mormorò, la voce così sottile da sembrare irreale. Mi voltai verso di lei. «Cosa?» Lei continuò a fissare le lettere arrugginite, prigioniera di un ricordo di poche ore prima che ora le sembrava vecchio di una vita intera. «Quando abbiamo visto il cartello, venendo dalla spiaggia... Ha detto che magari c’era qualcuno.» Fece una pausa. Il suo respiro si spezzò, lacerato da un singhiozzo senza lacrime. «Le ho detto di seguirmi.»
Quella frase la distrusse. Vidi l'esatto momento in cui il senso di colpa le si avvolse attorno al collo come un cappio, strangolando l'ultima goccia di vitalità che le era rimasta in corpo.
Il viaggio di ritorno fu un funerale muto. La giungla, che all'andata ci era sembrata solo ostile, ora era una tomba. Nessuno aprì bocca. Rebecca camminava davanti a me, stringendosi il telo addosso, ma la sua camminata fiera era sparita; non c'era nessuna battuta pungente a tagliare l'umidità. Io non avevo fiato per parlare, schiacciato dal peso di quel fallimento. Elena faceva strada con passi pesanti e nervosi, furiosa con l'isola, con il metallo marcio, e soprattutto con se stessa. E poi c'era Camilla. Camminava meccanicamente, inciampando sulle radici senza nemmeno provare a proteggersi, come se il suo corpo fosse ormai solo un guscio vuoto.
Quando sbucammo sulla sabbia chiara della spiaggia, il vento ci colpì in faccia. Marta era seduta esattamente dove l'avevamo lasciata. Alzò lo sguardo su di noi. Vide quattro persone al posto di tre, ma le bastò incrociare i miei occhi e guardare la postura di Camilla per capire. Prima ancora di sapere, aveva già capito. La tensione nei suoi lineamenti si sciolse in una maschera di puro orrore.
Giulia, avvolta nel suo asciugamano, fece un passo incerto verso di noi. La speranza infantile le brillava ancora negli occhi gonfi. «Avete trovato qualcuno?» chiese, piano.
Camilla superò me e Rebecca con passi trascinati. Arrivò al centro del nostro misero accampamento e si lasciò cadere sulla sabbia, le ginocchia insanguinate piegate contro il petto. Nessuno di noi tre trovò il coraggio di rispondere. Fu Camilla a farlo, sollevando il viso incrostato di fango verso le onde. «Mia sorella.»
Marta si bloccò, smettendo di massaggiarsi la caviglia. «Dov’è?» Camilla continuò a guardare il vuoto, oltre la linea dell'orizzonte. «Non c’è più.»
Il silenzio che seguì fu assoluto, totale, più assordante del rumore del mare. Quella ragazza spezzata e sporca di ruggine era appena diventata il nuovo, tragico centro di gravità del nostro gruppo.
Dopo Camilla, smettemmo di essere quello che eravamo stati fino a quel momento. Prima eravamo solo cinque naufraghi spaventati, aggrappati ai nostri egoismi, ai nostri piccoli segreti erotici, alle gelosie e ai giochi di potere. Ora, eravamo un gruppo con una morte addosso.
L'effetto fu immediato e letale per le dinamiche che si erano create. Marta smise di guardarmi con quel rancore ferito. La morte di Chiara ridimensionò tutto in un istante. Non cancellò la ferita di avermi visto con Rebecca dietro la roccia, ma la fece sprofondare in fondo allo stomaco, coperta da un freddo molto più reale. Rebecca, in piedi vicino ai resti della scritta HELP, restò orgogliosa e dritta, ma per la prima volta il suo sarcasmo morì in gola. La sua intoccabilità le si sgretolò addosso. Elena iniziò a camminare in tondo, passandosi freneticamente le mani nei capelli, divorata dal senso di colpa per non aver spinto abbastanza forte su quel maledetto tubo di ferro. Giulia si rannicchiò vicino a Marta, rimpicciolendosi ancora di più. Se prima era traumatizzata per l'acqua e il naufragio, ora aveva capito la verità più brutale: l’isola poteva davvero prendersi chiunque, in qualsiasi momento.
E poi c'ero io. Fissavo le mie mani, ancora sporche della terra e del ferro di quella cisterna. Fino a quel momento avevo avuto la fortuna di arrivare sempre in tempo. Avevo afferrato Marta sul traghetto e in acqua. Avevo impedito a Rebecca di annegare nella sua stessa disperazione. Avevo tirato su Giulia dagli scogli. Mi ero illuso che, finché avessi tenuto duro, tutto sarebbe rimasto sotto controllo. Con Camilla no. Non c'era nessun potere, nessuna salvezza. Eravamo carne, e bastava un attimo perché scivolassimo via.
Nessuno disse più nulla. Il vento gonfiò il telo colorato sopra le nostre teste facendolo sbattere come una vela inutile.
Fino a quella mattina, l’isola era stata fame, paura, corpi bagnati e segreti. Da quel momento ebbe anche un nome. Paradise Cove. E il primo nome che si era preso in cambio era Chiara.
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Scrivo racconti da poco e spero davvero possano piacere!
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