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Erotika
Isola Deserta · Cap. 1
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Capitolo 1 di 5 19 min di lettura

Bagnati, Feriti e Quasi Nudi

Dopo un incontro casuale sul traghetto, Ale naufraga con Marta e Rebecca su una spiaggia sconosciuta.
Tra panico, vestiti strappati e un’assistenza troppo intima, l’isola accende il primo desiderio.

Alessia
2 mesi fa · 899 letture · 2

Il problema delle partenze intelligenti è che alle otto e mezza del mattino fanno già schifo. Il porto puzzava di benzina, mare caldo e crema solare economica. Io avevo uno zaino, un biglietto spiegazzato in tasca e quella dignità fragile di chi prova a convincersi che viaggiare da solo sia una scelta affascinante.

Intorno a me era un caos di coppie intrecciate, gruppi di amici già su di giri e turisti mezzi svestiti che trascinavano valigie rumorose sui sanpietrini. Avevo bisogno di una giornata in cui nessuno sapesse chi fossi. Faceva già un caldo infernale; sentivo la maglietta farsi umida e appiccicarsi fastidiosamente tra le scapole. Guardai il mare, bellissimo e indifferente, cercando di autoconvincermi che quella giornata solitaria mi avrebbe fatto bene. Ironico, considerando quello che sarebbe successo dopo.

Ero perso a fissare una boa quando lei mi piombò addosso. O meglio, piombò sulla sedia di plastica accanto alla mia, scontrandosi con il tavolino. Aveva una borsa di tela decisamente troppo grande, i capelli raccolti male in un mollettone e l'aria di chi aveva appena corso una maratona nel deserto.

«Scusa, è libero?» mi chiese, ansimando leggermente. «La sedia o il mio futuro?» Lei si bloccò, sventolandosi con un dépliant turistico, e mi guardò per mezzo secondo netto. «La sedia. Ma ora sono preoccupata anche per il resto.»

Si lasciò cadere di peso. Il problema di Marta era che faceva cose normali con una naturalezza pericolosa. Senza smettere di parlare, si tolse il mollettone, si legò di nuovo i capelli scoprendo la linea sudata del collo, infilò una mano sotto la maglietta per sistemarsi la spallina del costume e, con un sospiro, prese la mia bottiglietta d'acqua dal tavolo, bevendo un sorso senza chiedere. Tutto innocente. O almeno, abbastanza innocente da farmi sentire scemo per averlo notato.

«Io comunque queste escursioni le odio,» sbuffò, passandosi il dorso della mano sulla fronte. «Ci sei salita volontariamente,» feci notare. «Sì, ma nella mia testa ero una persona più sportiva.» Sorrise, e facendolo mi diede una leggera gomitata sul braccio. Un contatto caldo, rapido. Poi mi squadrò dalla testa ai piedi. «Hai l'aria di uno che è venuto qui per dimenticare qualcosa.» «E tu hai l'aria di una che parla troppo con gli sconosciuti.» «Solo con quelli che sembrano innocui.»

Stavo per ribattere, ma le parole mi morirono in gola. Poi salì lei. Non "una ragazza". Lei. Una di quelle persone che sembrano avere sempre la luce giusta addosso, anche su un traghetto pieno di turisti sudati e bambini urlanti. Indossava un vestito leggero che lasciava intravedere un costume elegante, occhiali da sole scuri e teneva in mano lo smartphone con una noia regale. La pelle era lucida di crema, il passo sicuro. Era un'anomalia in quel caos di sale e sudore.

La seguii con lo sguardo, imbambolato, finché non sentii la voce di Marta al mio fianco. «Ti è caduta la faccia.» Mi ricomposi in fretta. «Stavo guardando il mare.» Marta sbuffò una mezza risata. «Certo. Il mare biondo con gli occhiali da sole.»

Come attratta da una calamita invisibile, l'anomalia perfetta si avvicinò proprio al nostro tavolino. Tolse gli occhiali da sole, rivelando due occhi che non ammettevano repliche. «Scusate, potete farmene una?» chiese, porgendo il telefono. Marta allungò subito la mano. «Certo.» Rebecca, però, guardò me. «Forse meglio lui. Ha le braccia più lunghe.»

Marta ritirò la mano, fingendosi offesa ma con un guizzo divertito negli occhi. Presi il telefono, mi alzai e inquadrai la perfezione bionda con il mare sullo sfondo. Scattai. Lei controllò lo schermo, aggrottando le sopracciglia. «Un'altra. Da più lontano.» «Vuoi anche che sparisca io?» chiesi. «Sarebbe ideale, ma partiamo dalla foto.» Si mise in posa, inarcando leggermente la schiena. Scattai di nuovo. Lei guardò lo schermo e sospirò. «Questa mi allarga.» «È il mare,» dissi impassibile. «Ha un brutto carattere.» Rebecca abbassò gli occhiali, fissandomi per la prima volta davvero. «Spiritoso.» Marta tossì rumorosamente accanto a me. «Non incoraggiarlo.»

Rebecca spostò lo sguardo da me a Marta, studiandoci per un istante. «Vi conoscete?» Fu Marta a rispondere, battendomi sul tempo con una naturalezza disarmante: «Da abbastanza per sapere che non sa fare foto.»

Quando il traghetto si staccò dal molo, l'aria cambiò. Il puzzo di benzina venne spazzato via da un vento caldo e denso che sapeva di sale aperto. Il mare era di un blu sfacciato, quasi finto. Intorno a noi, la tensione collettiva della partenza si sciolse: le voci si abbassarono, qualcuno iniziò a spogliarsi restando in costume, i corpi sudati cercavano ristoro nella brezza.

Per un attimo, guardando l'orizzonte, mi sentii stranamente leggero. Forse quella giornata aveva un senso. Marta allungò di nuovo la mano e mi rubò l'acqua, stavolta finendola.

«Tu nuoti bene?» mi chiese, asciugandosi una goccia sfuggita all'angolo della bocca. «Abbastanza da non morire subito.» «Io se l'acqua supera le ginocchia inizio a fare testamento.» «Ottimo. Ti terrò lontana dalle onde assassine.» «Finalmente un uomo utile.»

Sbuffò per il caldo e, con un movimento fluido e distratto, incrociò le braccia e si sfilò la maglietta passandola sopra la testa. Rimase in un bikini nero, semplice. Non c'era malizia nel suo gesto, solo l'urgenza di respirare. Eppure, la pelle accaldata, la linea morbida del ventre e il modo in cui si passò le mani tra i capelli scompigliati avevano una sensualità ruvida e involontaria che mi costrinse a distogliere lo sguardo per non sembrare un idiota. Marta era sensuale senza cercarlo.

Dall'altra parte del ponte, nel mio campo visivo, Rebecca stava facendo la stessa cosa. Si sfilò il vestitino leggero con una lentezza studiata, inarcando la schiena per far risaltare il costume intero scollato. Lei era l'esatto opposto: era sensuale perché sapeva perfettamente di esserlo, e voleva che tutti lo notassero.

Evidentemente, fare foto da sola non era abbastanza stimolante. Rebecca scivolò di nuovo verso il nostro tavolino,fingendo di cercare campo sul telefono. Aveva percepito la nostra bolla di complicità e, come chi è abituato a essere sempre il centro di gravità, aveva deciso di bucarla.

«Ale, giusto?» esordì, appoggiando una mano perfettamente curata sullo schienale della mia sedia. Marta mi guardò,inarcando un sopracciglio. «Già al nome siamo?» Rebecca le rivolse un sorriso che non le arrivò agli occhi. «Mi ha fatto tre foto. È praticamente il mio staff.»

Rimasi in mezzo, incastrato tra il profumo al cocco di Rebecca e l'odore di crema solare e salsedine di Marta. «Occhio,» la punse Marta, incrociando le braccia sotto il seno, «se lo assumi poi non te lo restituiamo.» Rebecca inclinò la testa,divertita. «Ah, quindi è vostro?» Marta non batté ciglio. «No. Però era tranquillo prima.»

Non fu un cambiamento improvviso. Fu una somma di piccoli fastidi. Il vento, prima caldo e piacevole, girò di scatto, diventando umido e freddo. Il blu sfacciato del mare si incupì, trasformandosi in una lastra color piombo. Il traghetto fece un sobbalzo anomalo, un tonfo sordo contro un'onda che fece volare un paio di asciugamani stesi sulle ringhiere.

Le risate sul ponte si smorzarono. Rebecca sbuffò, irritata, cercando di tenere a bada i capelli biondi che ora le frustavano il viso rovinandole l'immagine perfetta. Marta smise di dondolare la gamba. Si raddrizzò sulla sedia, improvvisamente rigida. Sotto i nostri piedi, il motore cambiò ritmo, emettendo un rantolo metallico e irregolare.

Marta mi guardò. Non stava più scherzando. «Dimmi che è normale.» «È normale,» mentii. «Lo sai?» «No.» «Allora non dirlo con quella faccia da dépliant turistico.»

Il traghetto beccheggiò di nuovo, più violentemente. Un bicchiere di plastica scivolò dal tavolo e rotolò via. Rebecca si guardò intorno, stringendosi le braccia nude. «Ma il personale dov'è?» Marta deglutì, la voce tesa. «A scegliere chi sacrificare al dio del mare, credo.»

  Poi il mondo si ribaltò. Un muro d'acqua grigia esplose contro la fiancata. Il tonfo fu assordante. Il ponte si inclinò di colpo. Qualcuno urlò.

L'acqua invase le assi di legno, gelida, spazzando via sedie, borse, persone. Persi l'equilibrio e sbattei con violenza la spalla contro il parapetto di ferro. Il dolore mi mozzò il fiato. Marta mi franò addosso. Le sue mani mi cercarono, aggrappandosi alla mia maglietta con una forza disperata, strappando il tessuto.

«Ale!» «Sto qui!» «Non lasciarmi!» «Non ti lascio! Ma tu smettila di strapparmi il braccio!»

La tirai verso di me, schiacciandola contro la paratia interna per ripararla dal vento e dall'acqua che continuava a spazzare il ponte. I nostri corpi erano fradici, incollati l'uno all'altro dal panico e dai vestiti bagnati. Sentivo il suo cuore martellarmi contro il petto. Afferrai un salvagente anulare incastrato in un gancio sopra di noi.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

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