Isola Deserta

Capitolo 1 - Bagnati, Feriti e Quasi Nudi

Dopo un incontro casuale sul traghetto, Ale naufraga con Marta e Rebecca su una spiaggia sconosciuta.
Tra panico, vestiti strappati e un’assistenza troppo intima, l’isola accende il primo desiderio.

A
Alessia

4 ore fa

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Il problema delle partenze intelligenti è che alle otto e mezza del mattino fanno già schifo. Il porto puzzava di benzina, mare caldo e crema solare economica. Io avevo uno zaino, un biglietto spiegazzato in tasca e quella dignità fragile di chi prova a convincersi che viaggiare da solo sia una scelta affascinante.

Intorno a me era un caos di coppie intrecciate, gruppi di amici già su di giri e turisti mezzi svestiti che trascinavano valigie rumorose sui sanpietrini. Avevo bisogno di una giornata in cui nessuno sapesse chi fossi. Faceva già un caldo infernale; sentivo la maglietta farsi umida e appiccicarsi fastidiosamente tra le scapole. Guardai il mare, bellissimo e indifferente, cercando di autoconvincermi che quella giornata solitaria mi avrebbe fatto bene. Ironico, considerando quello che sarebbe successo dopo.

Ero perso a fissare una boa quando lei mi piombò addosso. O meglio, piombò sulla sedia di plastica accanto alla mia, scontrandosi con il tavolino. Aveva una borsa di tela decisamente troppo grande, i capelli raccolti male in un mollettone e l'aria di chi aveva appena corso una maratona nel deserto.

«Scusa, è libero?» mi chiese, ansimando leggermente. «La sedia o il mio futuro?» Lei si bloccò, sventolandosi con un dépliant turistico, e mi guardò per mezzo secondo netto. «La sedia. Ma ora sono preoccupata anche per il resto.»

Si lasciò cadere di peso. Il problema di Marta era che faceva cose normali con una naturalezza pericolosa. Senza smettere di parlare, si tolse il mollettone, si legò di nuovo i capelli scoprendo la linea sudata del collo, infilò una mano sotto la maglietta per sistemarsi la spallina del costume e, con un sospiro, prese la mia bottiglietta d'acqua dal tavolo, bevendo un sorso senza chiedere. Tutto innocente. O almeno, abbastanza innocente da farmi sentire scemo per averlo notato.

«Io comunque queste escursioni le odio,» sbuffò, passandosi il dorso della mano sulla fronte. «Ci sei salita volontariamente,» feci notare. «Sì, ma nella mia testa ero una persona più sportiva.» Sorrise, e facendolo mi diede una leggera gomitata sul braccio. Un contatto caldo, rapido. Poi mi squadrò dalla testa ai piedi. «Hai l'aria di uno che è venuto qui per dimenticare qualcosa.» «E tu hai l'aria di una che parla troppo con gli sconosciuti.» «Solo con quelli che sembrano innocui.»

Stavo per ribattere, ma le parole mi morirono in gola. Poi salì lei. Non "una ragazza". Lei. Una di quelle persone che sembrano avere sempre la luce giusta addosso, anche su un traghetto pieno di turisti sudati e bambini urlanti. Indossava un vestito leggero che lasciava intravedere un costume elegante, occhiali da sole scuri e teneva in mano lo smartphone con una noia regale. La pelle era lucida di crema, il passo sicuro. Era un'anomalia in quel caos di sale e sudore.

La seguii con lo sguardo, imbambolato, finché non sentii la voce di Marta al mio fianco. «Ti è caduta la faccia.» Mi ricomposi in fretta. «Stavo guardando il mare.» Marta sbuffò una mezza risata. «Certo. Il mare biondo con gli occhiali da sole.»

Come attratta da una calamita invisibile, l'anomalia perfetta si avvicinò proprio al nostro tavolino. Tolse gli occhiali da sole, rivelando due occhi che non ammettevano repliche. «Scusate, potete farmene una?» chiese, porgendo il telefono. Marta allungò subito la mano. «Certo.» Rebecca, però, guardò me. «Forse meglio lui. Ha le braccia più lunghe.»

Marta ritirò la mano, fingendosi offesa ma con un guizzo divertito negli occhi. Presi il telefono, mi alzai e inquadrai la perfezione bionda con il mare sullo sfondo. Scattai. Lei controllò lo schermo, aggrottando le sopracciglia. «Un'altra. Da più lontano.» «Vuoi anche che sparisca io?» chiesi. «Sarebbe ideale, ma partiamo dalla foto.» Si mise in posa, inarcando leggermente la schiena. Scattai di nuovo. Lei guardò lo schermo e sospirò. «Questa mi allarga.» «È il mare,» dissi impassibile. «Ha un brutto carattere.» Rebecca abbassò gli occhiali, fissandomi per la prima volta davvero. «Spiritoso.» Marta tossì rumorosamente accanto a me. «Non incoraggiarlo.»

Rebecca spostò lo sguardo da me a Marta, studiandoci per un istante. «Vi conoscete?» Fu Marta a rispondere, battendomi sul tempo con una naturalezza disarmante: «Da abbastanza per sapere che non sa fare foto.»

Quando il traghetto si staccò dal molo, l'aria cambiò. Il puzzo di benzina venne spazzato via da un vento caldo e denso che sapeva di sale aperto. Il mare era di un blu sfacciato, quasi finto. Intorno a noi, la tensione collettiva della partenza si sciolse: le voci si abbassarono, qualcuno iniziò a spogliarsi restando in costume, i corpi sudati cercavano ristoro nella brezza.

Per un attimo, guardando l'orizzonte, mi sentii stranamente leggero. Forse quella giornata aveva un senso. Marta allungò di nuovo la mano e mi rubò l'acqua, stavolta finendola.

«Tu nuoti bene?» mi chiese, asciugandosi una goccia sfuggita all'angolo della bocca. «Abbastanza da non morire subito.» «Io se l'acqua supera le ginocchia inizio a fare testamento.» «Ottimo. Ti terrò lontana dalle onde assassine.» «Finalmente un uomo utile.»

Sbuffò per il caldo e, con un movimento fluido e distratto, incrociò le braccia e si sfilò la maglietta passandola sopra la testa. Rimase in un bikini nero, semplice. Non c'era malizia nel suo gesto, solo l'urgenza di respirare. Eppure, la pelle accaldata, la linea morbida del ventre e il modo in cui si passò le mani tra i capelli scompigliati avevano una sensualità ruvida e involontaria che mi costrinse a distogliere lo sguardo per non sembrare un idiota. Marta era sensuale senza cercarlo.

Dall'altra parte del ponte, nel mio campo visivo, Rebecca stava facendo la stessa cosa. Si sfilò il vestitino leggero con una lentezza studiata, inarcando la schiena per far risaltare il costume intero scollato. Lei era l'esatto opposto: era sensuale perché sapeva perfettamente di esserlo, e voleva che tutti lo notassero.

Evidentemente, fare foto da sola non era abbastanza stimolante. Rebecca scivolò di nuovo verso il nostro tavolino,fingendo di cercare campo sul telefono. Aveva percepito la nostra bolla di complicità e, come chi è abituato a essere sempre il centro di gravità, aveva deciso di bucarla.

«Ale, giusto?» esordì, appoggiando una mano perfettamente curata sullo schienale della mia sedia. Marta mi guardò,inarcando un sopracciglio. «Già al nome siamo?» Rebecca le rivolse un sorriso che non le arrivò agli occhi. «Mi ha fatto tre foto. È praticamente il mio staff.»

Rimasi in mezzo, incastrato tra il profumo al cocco di Rebecca e l'odore di crema solare e salsedine di Marta. «Occhio,» la punse Marta, incrociando le braccia sotto il seno, «se lo assumi poi non te lo restituiamo.» Rebecca inclinò la testa,divertita. «Ah, quindi è vostro?» Marta non batté ciglio. «No. Però era tranquillo prima.»

Non fu un cambiamento improvviso. Fu una somma di piccoli fastidi. Il vento, prima caldo e piacevole, girò di scatto, diventando umido e freddo. Il blu sfacciato del mare si incupì, trasformandosi in una lastra color piombo. Il traghetto fece un sobbalzo anomalo, un tonfo sordo contro un'onda che fece volare un paio di asciugamani stesi sulle ringhiere.

Le risate sul ponte si smorzarono. Rebecca sbuffò, irritata, cercando di tenere a bada i capelli biondi che ora le frustavano il viso rovinandole l'immagine perfetta. Marta smise di dondolare la gamba. Si raddrizzò sulla sedia, improvvisamente rigida. Sotto i nostri piedi, il motore cambiò ritmo, emettendo un rantolo metallico e irregolare.

Marta mi guardò. Non stava più scherzando. «Dimmi che è normale.» «È normale,» mentii. «Lo sai?» «No.» «Allora non dirlo con quella faccia da dépliant turistico.»

Il traghetto beccheggiò di nuovo, più violentemente. Un bicchiere di plastica scivolò dal tavolo e rotolò via. Rebecca si guardò intorno, stringendosi le braccia nude. «Ma il personale dov'è?» Marta deglutì, la voce tesa. «A scegliere chi sacrificare al dio del mare, credo.»

  Poi il mondo si ribaltò. Un muro d'acqua grigia esplose contro la fiancata. Il tonfo fu assordante. Il ponte si inclinò di colpo. Qualcuno urlò.

L'acqua invase le assi di legno, gelida, spazzando via sedie, borse, persone. Persi l'equilibrio e sbattei con violenza la spalla contro il parapetto di ferro. Il dolore mi mozzò il fiato. Marta mi franò addosso. Le sue mani mi cercarono, aggrappandosi alla mia maglietta con una forza disperata, strappando il tessuto.

«Ale!» «Sto qui!» «Non lasciarmi!» «Non ti lascio! Ma tu smettila di strapparmi il braccio!»

La tirai verso di me, schiacciandola contro la paratia interna per ripararla dal vento e dall'acqua che continuava a spazzare il ponte. I nostri corpi erano fradici, incollati l'uno all'altro dal panico e dai vestiti bagnati. Sentivo il suo cuore martellarmi contro il petto. Afferrai un salvagente anulare incastrato in un gancio sopra di noi.

Nel caos di urla e sirene, vidi Rebecca. Era scivolata a terra, l'acqua le turbinava intorno alle caviglie trascinando via le valigie degli altri passeggeri. «La borsa!» strillò lei, guardando un punto indefinito nell'acqua. «Mi è caduta la borsa!» Marta si voltò, quasi urlando per sovrastare il rumore del mare. «Ma vaffanculo la borsa!» Tesi la mano libera verso la ragazza bionda. «Rebecca, vieni qui!» I suoi occhi terrorizzati incrociarono i miei per una frazione di secondo. Poi, un rumore atroce di lamiere squarciate cancellò tutto.

Acqua. Solo acqua in gola. Sale negli occhi, che bruciavano come fuoco. Un freddo paralizzante che mi rubava il respiro.

Il rumore del traghetto non sembrava più un traghetto, ma un lamento bestiale e ovattato. Sbattei le gambe, annaspando verso la superficie. Il cielo sopra di me non era più estivo, era un tetto nero e schiacciante. Tossii, sputando mare. Una mano mi trovò il polso sott'acqua. Strinse fino a farmi male, quasi volesse spezzarmi le ossa.

Tirai verso l'alto. La testa di Marta bucò la superficie a pochi centimetri dalla mia. Tossiva, sputava, il viso deformato dal terrore. I capelli le si incollavano alla faccia. La strinsi a me, avvolgendole un braccio attorno alla vita nuda, la pelle scivolosa per l'acqua e il freddo.

Più in là, tra le onde grigie, intravidi Rebecca. Lottava aggrappata a qualcosa di rosso. Una valigia galleggiava vicino a noi. Un asciugamano giallo mi sfiorò il viso prima di essere inghiottito dalla corrente.

«Non riesco.» La voce di Marta era un singhiozzo spezzato contro il mio orecchio. Tremava in modo incontrollabile contro il mio corpo. «Sì che riesci.» «Ale, non riesco, vado giù...» Le afferrai il viso con la mano libera, i polpastrelli che affondavano nelle sue guance gelate. «Guardami. Solo guardami.»

Avevo il cuore in gola. Stavo tremando quanto lei. Ma i nostri corpi erano stretti l'uno all'altro in quel vuoto gelido, l'unica cosa solida in un mondo che stava affondando.

Non pensai “sono vivo”. Pensai che avevo sabbia tra i denti, che il mare faceva troppo rumore, e che Marta non stava respirando bene. Eravamo stati sputati sulla battigia come relitti. Tossivo acqua e bile, i muscoli contratti in uno spasmo continuo. La spiaggia intorno a noi era di una bellezza assoluta e crudele, dorata sotto il cielo che andava schiarendosi, indifferente al disastro.

«Marta.» La mia voce era un raschio roco. Lei tossì, piegata su un fianco, ma non rispose. Vomitò un grumo di acqua salata, il corpo scosso da tremiti violenti. Mi trascinai verso di lei, ignorando una fitta lancinante al fianco dove avevo sbattuto. «Marta, guardami.» «Non… non riesco…» balbettò, con i denti che sbattevano. «Piano. Respira piano. Siamo a terra.»

Più lontana, ad alcune decine di metri lungo la linea dell'acqua, c'era Rebecca. Non era più la reginetta intoccabile del traghetto. Era stesa sulla sabbia, il respiro pesante che le sollevava il petto, distrutta. Da quella distanza, la sua figura si imponeva con un fascino diverso, quasi selvaggio. Aveva un fisico molto slanciato, asciutto e armonioso, con una sensualità elegante, per nulla artificiale. Il vestito leggero era irrimediabilmente strappato, incollato al busto affusolato e alla vita stretta, incorniciando un seno pieno ma proporzionato, senza appesantire la figura. La pelle leggermente abbronzata era lucida d'acqua, e la sabbia aderiva alle braccia sottili e alle gambe lunghe, dandole un aspetto estremamente fisico, reale. I capelli castano chiaro, con quei riflessi biondi perfetti, ora erano sparsi e disordinati sulla sabbia bagnata. Era l'immagine di una ragazza elegante precipitata in una situazione estrema.

Ma non avevo tempo per guardarla. Marta aveva ricominciato a tossire.

Passò qualche minuto. Il panico cieco lasciò il posto a una lucidità fredda. Marta puntò i palmi sulla sabbia, cercando di sollevarsi. «Aspetta,» le dissi, allungando una mano. «Devo… devo alzarmi. Dobbiamo allontanarci dall'acqua.» «Non devi fare niente adesso. Sei ancora sotto shock.» «Non stare lì a dirmi cosa devo fare,» sibilò, l'orgoglio che cercava di mascherare il terrore.

Fece leva sulle ginocchia e si raddrizzò. Fece due passi incerti. Poi, il cedimento. Il piede scivolò su una roccia viscida nascosta sotto la sabbia bagnata. «Cazzo!» La afferrai al volo per la vita, ma il suo peso mi trascinò giù. Non evitai la caduta, riuscii solo ad attutirla. Lei atterrò male, un grido strozzato che le morì in gola mentre si accasciava di lato. Il costume e la maglietta logora si spostarono pericolosamente, scoprendole un lembo di seno e il fianco nudo. Lei si raggomitolò d'istinto, tirandosi i lembi di stoffa addosso, gli occhi lucidi di dolore. «Che hai?» chiesi, allarmato. «La caviglia…» sussurrò, stringendo i denti. «Fammi vedere.» «No, aspetta, non guardare.» Si rannicchiò ancora di più. Era ferita, bagnata fradicia, scoperta e tremante. Il freddo la stava divorando.

Mentre cercavo di calmarla, mi guardai intorno. Il mare stava restituendo pezzi del nostro mondo. A pochi metri da noi, incagliati tra i detriti, c'erano un paio di valigie aperte e borse del traghetto.

Le dissi di restare ferma e corsi a ravanare in quel caos bagnato. Trovai una borsa da spiaggia di tela spessa, mezza intatta. Dentro c'erano due grandi asciugamani di spugna, appena umidi, una maglietta di cotone da uomo, enorme, e una bottiglietta d'acqua mezza schiacciata. Un tesoro. Lanciai uno sguardo verso Rebecca. Si era messa a sedere e stava trascinando a riva una valigia rigida, esausta. Era lontana. Per ora, io e Marta eravamo soli.

Tornai da Marta. La aiutai ad alzarsi sorreggendola per i fianchi. «Siediti,» le dissi, guidandola dietro un grosso scoglio che ci tagliava fuori dal vento sferzante. «Non parlarmi come un infermiere.» «Siediti lo stesso.» «Mi fa male,» si lamentò, appoggiandosi pesantemente a me. «Lo so. Piano.»

La feci accomodare su un lembo di sabbia asciutta, al riparo. Mi inginocchiai, sollevandole delicatamente il polpaccio per esaminare la caviglia. Era già gonfia. Lei sussultò, ritraendo la gamba. «Scusa.» Provò a fare la dura, a sostenere il mio sguardo, ma la mascella le tremava in modo incontrollabile. Le labbra erano quasi viola. Non era solo la distorsione. Era fradicia fino alle ossa, e l'adrenalina stava svanendo, lasciando spazio a un principio di ipotermia.

Srotolai gli asciugamani e glieli porsi. «Devi asciugarti e toglierti quella roba.» «Sto bene.» «Stai tremando, Marta.» «È perché mi sono appena quasi ammazzata su un traghetto.» «Anche perché sei fradicia e hai addosso due chili di vestiti bagnati.»

Lei si guardò. Il tessuto del costume le si incollava alla pelle come una seconda pelle gelata. Capiva che avevo ragione, ma nei suoi occhi c'era una resistenza ostinata. Non voleva essere vista così. «Girati.» «Certo,» dissi, voltandomi verso il mare. Sentii il fruscio del tessuto bagnato, un verso di frustrazione, un gemito di dolore. «No, dico davvero, girati di più.» «Mi sono già girato.» «Non abbastanza.»

Restai a fissare le onde per quello che sembrò un secolo. Dietro di me, i rumori erano un misto di sforzi inutili, respiri spezzati e imprecazioni sussurrate. Tra il dolore alla caviglia che le impediva di muoversi e i vestiti che sembravano incollati con la resina, non ce la faceva. Poi, a malincuore, la sua voce, più piccola del solito. «Ale.» «Sì?» «Mi dai una mano?» Mi voltai lentamente. «Dimmi cosa devo fare.» Teneva l'asciugamano stretto al petto. I capelli le gocciolavano sul collo. «Non lo so. Solo… non fare lo scemo.»

Presi l'asciugamano più asciutto. Le mie mani erano rigide. Iniziai dalle zone sicure, cercando di essere il più meccanico e rispettoso possibile. Tamponai le spalle, sfregai le braccia gelate. Lei teneva il viso basso. Passai la spugna ruvida sui capelli, sul collo, sentendo il sale che le raschiava la pelle.

«Ti faccio male?» chiesi, a bassa voce. «No.» «Sicura?» «No. Ma continua.»

Le sfregai la schiena. Per agevolarmi, lei si piegò leggermente in avanti, stringendo al seno quel che restava della maglietta. I muscoli della sua schiena si rilassarono impercettibilmente sotto il tessuto asciutto, il respiro cambiò ritmo, perdendo quell'urgenza terrorizzata. «Non guardare,» mormorò verso le sue ginocchia. «Sto guardando l'asciugamano.» «Che frase da maniaco educato.» Sorrisi appena, sollevato di risentire il suo sarcasmo. «Sto facendo del mio meglio.»

Ma il peggio doveva ancora arrivare. Le braccia andavano bene, ma lei era ancora mezza fradicia, le gambe e i fianchi incrostati di sabbia bagnata. Con la caviglia in quello stato, non poteva piegarsi per asciugarsi da sola. Esitai, l'asciugamano fermo a mezz'aria. «Posso?» Marta annuì senza guardarmi. Il suo corpo si irrigidì. «Se fai una battuta ti tiro un calcio con quella buona.» «Ricevuto.»

Mi abbassai. Passai l'asciugamano sulla gamba ferita, tamponando con una cura quasi religiosa, poi passai all'altra. Evitai qualsiasi tocco che non fosse strettamente necessario, ma la tensione era asfissiante. Le mie nocche le sfiorarono la curva del fianco nudo; la sua pelle era fredda, ma reagì con un brivido che non aveva nulla a che fare con il vento. Sentivo il suo respiro corto sopra di me. Eravamo isolati, vicinissimi, e lei era esposta, vulnerabile di fronte a un ragazzo che conosceva a malapena.

Era una cosa pratica. Doveva esserlo. Un asciugamano, una caviglia gonfia, una ragazza che tremava di freddo. Eppure ogni gesto sembrava finire troppo vicino a qualcosa che nessuno dei due aveva il coraggio di nominare.

Cercai di passarle il secondo asciugamano asciutto sotto le gambe per isolarla dalla sabbia umida. «Alza un po' il peso,» le dissi. Lei fece leva sul braccio e provò a spostare i fianchi. Ma la caviglia martoriata sfiorò la roccia. Il dolore fu uno spillo. Marta sussultò, perse l'equilibrio e scivolò in avanti.

La presi d'istinto. L'asciugamano cadde sulla sabbia. Lei mi finì addosso. Il suo petto, protetto solo dal costume sgualcito, sbatté contro il mio torace. Le mie braccia le scattarono intorno alla vita, tirandola praticamente a cavalcioni su una mia gamba per impedirle di finire sulla sabbia e farsi ancora più male. Lei annaspò, affondando le dita, fredde e tremanti, nella carne della mia spalla per aggrapparsi.

Rimanemmo pietrificati. Il contatto era totale, devastante. Sentivo la grana della sua pelle umida contro le mie mani. Sentivo il calore che finalmente iniziava a sprigionarsi dal suo bacino premuto contro la mia coscia, il battito accelerato del suo cuore esattamente contro il mio. Non la lasciai. Non potevo.

«Scusa,» sussurrò lei, il fiato che mi accarezzava il collo. «No, no, ferma.» La mia voce era scesa di un'ottava, tesa e innaturale. «Mi fa male se mi muovo.» «Allora non muoverti.»

Il silenzio piombò su di noi, coperto solo dal rumore della risacca. Le mie dita erano affondate nei fianchi di lei, immobili. Sentiva tutto. Sentiva il battito frenetico del mio polso contro la sua pelle, e la reazione involontaria e prepotente del mio corpo sotto di lei. Marta alzò lentamente il viso, a pochi centimetri dal mio. I suoi occhi erano scuri, dilatati. Si rese conto perfettamente di come stavamo.

«Ale.» «Sì?» «Questa è una posizione del cazzo.» «Abbastanza.» «Non intendevo…» «Lo so.» «Ecco. Bene.» Le parole erano nervose, secche. Eppure non accennava a spostarsi. Percepiva ogni singolo grammo della mia immobilità forzata. Sentiva che stavo trattenendo il fiato, che i miei muscoli erano tesi allo spasimo per non stringerla di più, per non far scivolare le mani dove non dovevano andare. E quell'attesa, quel controllo disperato, riempì l'aria di un'elettricità densa, vertiginosa.

«Non fare quella faccia,» mormorò lei, abbassando lo sguardo sulle mie labbra per una frazione di secondo. «Che faccia?» «Quella di uno che sta cercando di essere bravo.» Deglutii a fatica. L'odore della sua pelle bagnata mi stava annebbiando il cervello. «Sto cercando di essere bravo.» «Lo so,» sussurrò, le dita che si stringevano appena sulla mia spalla, bruciando contro la pelle. «È quello che mi mette ansia.»

Il respiro di Marta era ancora irregolare. Mi scostai di pochi centimetri, rompendo a fatica quella bolla di calore che si era creata tra noi. Mi sfilai la mia maglietta asciutta — l'avevo tenuta nello zaino che fortunatamente avevo recuperato poco prima — e gliela porsi, voltandomi di nuovo verso il mare per lasciarle quel minimo di privacy che la situazione le concedeva.

Sentii i fruscii del tessuto, un paio di imprecazioni sussurrate a mezza bocca per via della caviglia dolorante. «Fatto,» disse lei.

Mi voltai. Marta era seduta sulla sabbia, il telo avvolto goffamente intorno alla vita e la mia maglietta addosso. Era enorme su di lei, le copriva le spalle e le ricadeva sulle cosce. I capelli bagnati le si appiccicavano alle guance pallide, le labbra erano ancora livide e teneva la caviglia sollevata con cura. Non era "sexy da copertina". Era arruffata, ferita, vulnerabile. Eppure, vederla così, avvolta in qualcosa di mio, con gli occhi ancora accesi da quell'elettricità nervosa che avevamo appena condiviso, me la fece guardare in un modo completamente diverso. Era vera. Viva.

Lei notò il mio sguardo. Si strinse le ginocchia al petto. «Mi sta malissimo.» «Ti copre.» «Non era quello che ho detto.» «Ti sta bene,» ribattei, senza riuscire a trattenermi. Lei mi guardò, assottigliando gli occhi. Un rossore leggero le colorò le guance, tradendo il suo tentativo di fare la dura. «Non flirtare con una ferita.» «Non stavo flirtando.» «Peggio. Ti è uscito naturale.»

Il rumore di passi leggeri sulla sabbia bagnata spezzò il momento. Rebecca emerse da dietro gli scogli. Era visibilmente scossa, ma il modo in cui il disastro le era rimasto addosso aveva qualcosa di surreale. Aveva un fisico molto slanciato e femminile, con una struttura piuttosto leggera: spalle strette, braccia sottili, collo lungo e busto affusolato. Non dava l’impressione di avere un corpo atletico, quanto piuttosto un fisico morbido e naturale. La caratteristica che risaltava maggiormente era il seno decisamente abbondante rispetto alla corporatura: pieno, rotondo e naturale, creava un forte contrasto con il torso minuto. Il vestito bianco, irrimediabilmente strappato dall'acqua, si era aperto in una scollatura profondissima che accentuava quel décolleté morbido e prominente. Con i suoi grandi occhi castano-nocciola, il viso dai lineamenti fini e i lunghi capelli mossi e spettinati incollati alla pelle dorata, aveva un aspetto selvaggio e involontariamente erotico.

Si fermò a pochi passi da noi. Scivolò con lo sguardo su Marta, seduta per terra, arrossata in viso e avvolta nella mia maglietta. Poi guardò me, in piedi a pochi centimetri, il petto nudo ancora umido, e gli asciugamani sgualciti sulla sabbia. La scena parlava da sola. E diceva la cosa sbagliata.

«Vi ho cercati,» esordì lei, la voce stranamente calma. Nessuno di noi due rispose subito. Rebecca spostò di nuovo gli occhi da Marta a me, registrando il silenzio troppo intimo che avevamo appena interrotto. «Mi sono persa qualcosa?» Marta si raddrizzò di scatto, rispondendo in modo quasi difensivo, troppo velocemente: «Mi sono fatta male.»

Rebecca abbassò lo sguardo sulla caviglia sollevata, poi lo fece risalire fino alla maglietta che Marta stringeva al petto. «Sì. Vedo che l’assistenza è stata completa.» Il tono era perfetto. Nessuna accusa, solo una constatazione tagliente. Feci un passo avanti, cercando stupidamente di giustificarmi. «Era bagnata e tremava.» Marta chiuse gli occhi e sospirò, passandosi una mano sul viso. «Ale.» Rebecca alzò appena un sopracciglio, le labbra carnose piegate in un mezzo sorriso che non aveva nulla di allegro. «Interessante scelta di parole.»

L'imbarazzo non ebbe il tempo di sedimentare. La realtà del nostro naufragio tornò a schiacciarci con tutto il suo peso. Mi voltai verso l'oceano. Il mare era tornato liscio, di un azzurro calmo e quasi offensivo, come se il disastro di un'ora prima fosse stato solo un brutto scherzo. Sulla riva, le valigie sparse sembravano i resti grotteschi di una vita normale che non ci apparteneva più. Nessun segnale all'orizzonte. Nessuna scia nell'acqua. Nessun rumore di motore.

Rebecca tirò fuori il cellulare dalla tasca del vestito strappato, premendo il pulsante con frustrazione. «Il telefono non si accende.» «Il mio è andato,» confermai, toccandomi la tasca vuota del costume. Marta si appoggiò alla roccia dietro di lei, massaggiandosi la gamba sana. «Perfetto. Quindi siamo vivi ma senza Google Maps.» Rebecca smise di armeggiare con il telefono e la fissò, gli occhi nocciola duri e velati di panico. «Ti sembra il momento?» Marta sostenne lo sguardo per un secondo, poi abbassò gli occhi sulla sabbia. La sua corazza sarcastica vacillò. «No.»

Eravamo bloccati. Marta ferita e incapace di camminare da sola. Rebecca terrorizzata dietro la maschera di eleganza. Io, l'unico in grado di muoversi, senza la minima idea di cosa fare.

Stavo per dire qualcosa. Non so cosa. Forse che dovevamo cercare riparo, forse che dovevamo capire dove fossimo, forse solo che mi dispiaceva.

Poi una voce arrivò da dietro la curva della spiaggia. Femminile. Rauca. Spaventata. «C’è qualcuno?»

Rebecca smise di guardare Marta. Marta smise di stringersi nella mia maglietta. Io guardai l’isola. E capii due cose. La prima: non eravamo soli. La seconda: qualunque cosa fosse successa dietro quella roccia, era solo l’inizio.

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