Capitolo 2 - La Reginetta Bagnata
Dopo il naufragio, Ale segue Elena tra gli scogli e salva Giulia, mentre Marta e Rebecca restano a consumarsi di paura e gelosia. Ma quando Rebecca crolla in mare, il suo orgoglio ferito trasforma il salvataggio in una provocazione bagnata e pericolosa.
Scattai in piedi quasi con sollievo. Quella voce, per un istante, mi diede l'illusione che sull'isola ci fosse qualcuno in grado di aiutarci, una parvenza di normalità in mezzo a quel disastro. Anche Marta provò a fare lo stesso, puntando le mani sulla sabbia, ma appena caricò il peso sulla gamba la caviglia le cedette di schianto, facendola ricadere pesantemente a terra con un gemito soffocato.
Fu Rebecca a rispondere prima di tutti, spinta più dal panico cieco che da un reale controllo della situazione. «Siamo qui! Ehi! Siamo qui!»
Dalla curva della vegetazione, superando un ammasso di scogli neri, apparve Elena. Non aveva l'aria della "tipa tosta" dei film d'azione. Sembrava piuttosto una persona che stava tenendo insieme i propri pezzi unicamente con la forza della rabbia. Respirava a fatica, il petto che si alzava e si abbassava in modo irregolare.
Anche in quello stato disperato, la sua presenza fisica era un colpo d'occhio impossibile da ignorare. Il suo corpo, fradicio e sporco di sabbia, era asciutto, tonico e perfettamente proporzionato, con un'impronta decisamente atletica. La postura tesa, il busto allungato, le spalle aperte e il bacino leggermente inclinato all’indietro, la faceva apparire ancora più scolpita. Indossava quello che restava di un top sportivo e di un paio di shorts incollati alla pelle; il tessuto bagnato evidenziava una silhouette pulitissima, con una vita strettissima, fianchi contenuti e un addome piatto, compatto, privo di qualsiasi morbidezza. A contrastare in modo prepotente con quel torace snello c'era un seno medio-abbondante, pieno e sostenuto, che la scollatura lacerata del top metteva in risalto, rendendola involontariamente provocante. Aveva un graffio evidente sulla coscia e un taglio fresco sul braccio, ma la pelle dorata, gli occhi chiarissimi, quasi glaciali, e le labbra carnose incorniciate da una massa di capelli castano-biondi voluminosi e selvaggiamente spettinati, le conferivano una sensualità cruda e ferina.
Non si fermò a riprendere fiato. I suoi occhi chiari scansionarono noi tre con una durezza spietata. «Avete visto una ragazza?» chiese, la voce graffiata. Nessun "come state", nessun "grazie a Dio siete vivi". L'attrito fu immediato.
«Che ragazza?» chiesi, facendo un passo verso di lei. «Una ragazza,» ribatté Elena, aggressiva, piantandosi con i piedi nella sabbia. «Capelli scuri, vestito chiaro, tremava, urlava. L’ho sentita da quella parte e poi basta.» Rebecca si fece avanti, stringendosi le braccia al petto. «Aspetta, noi siamo appena—» «Lo siamo tutti,» la tagliò corto Elena. Era terrorizzata, ma la sua paura si stava trasformando in un comando feroce.
Marta, ancora seduta e stringendo i lembi della mia maglietta oversize, provò a intervenire, la voce tesa per il dolore. «Io non posso camminare.» Elena abbassò lo sguardo sulla caviglia gonfia e violacea di Marta, poi lo piantò dritto su di me. «E tu l’hai lasciata alzarsi?»
Mi irrigidii, sentendo una rabbia improvvisa montarmi nello stomaco. «Io non l’ho lasciata fare niente. È caduta.» «Con stile, tra l'altro,» mormorò Marta, cercando di sdrammatizzare. Ma nessuno rise. Le battute di Marta, che fino a un'ora prima sul traghetto erano state il nostro scudo, ora cadevano nel vuoto. Il panico era diventato un muro di gomma.
Rebecca scosse la testa, i capelli perfetti ormai ridotti a ciocche salate. «Dobbiamo aspettare. Se passano barche ci vedono dalla spiaggia.» Elena esplose, facendo un passo verso di lei. La tensione tra i loro corpi era palpabile: Rebecca, morbida ed elegante nella sua vulnerabilità, contro Elena, un fascio di muscoli e nervi tesi. «Non passa nessuno adesso! E se quella ragazza è ancora là in mezzo agli scogli, muore mentre voi aspettate il miracolo.» «E tu che ne sai?» ringhiò Rebecca, perdendo definitivamente la sua maschera di distacco. Elena si bloccò per una frazione di secondo. I suoi occhi chiarissimi tremarono impercettibilmente. «Non lo so. È questo il punto.»
Il silenzio che seguì fu pesante come un macigno. La realtà della situazione era una scelta brutta in cui nessuno voleva trovarsi. Marta era bloccata a terra. Rebecca non sarebbe mai andata a infilarsi tra gli scogli con una sconosciuta, ma non voleva nemmeno restare da sola con una ragazza ferita, senza difese. Io ero l'unico, fisicamente, in grado di seguire Elena.
Marta mi guardò. Non c'era traccia di gelosia nei suoi occhi, solo un terrore puro e non filtrato. «Non andare.» Mi accovacciai accanto a lei. «Marta…» «No, non fare quella faccia,» mi bloccò, stringendo il tessuto della maglietta fino a far sbiancare le nocche. «Non siamo in un film. Non sai neanche dove cazzo siamo.»
Rebecca, in piedi a pochi passi da noi, parlò con una voce fredda come ghiaccio. «Qualcuno deve andarci.» Marta sollevò la testa di scatto e la fulminò. «Comodo dirlo quando non sei tu quella con la caviglia rotta.» Rebecca non abbassò lo sguardo. «Comodo anche essere quella che tutti devono proteggere.»
Fu una coltellata bassa. Non abbastanza cattiva da renderla un mostro, ma sufficiente a farmi capire quanto la paura la stesse facendo graffiare pur di difendersi. «Basta,» dissi, alzandomi in piedi e mettendomi tra loro due. Rebecca si zittì, serrando le labbra carnose e incrociando le braccia, visibilmente offesa. Marta mi guardò: sapeva che l'avevo difesa, ma sapeva anche che mi stavo preparando a lasciarla lì.
Elena, che aveva assistito alla scena con impazienza febbrile, tagliò corto. «Cinque minuti. Se non la troviamo, torniamo.» Sapevamo tutti che era una bugia. Era solo un modo per forzare la mano, ma la necessità imponeva di lasciare al lettore e a noi stessi una promessa per andare avanti. Nessuno aveva idea di cosa ci fosse dietro quegli scogli.
Mi voltai di nuovo verso Marta. I suoi capelli erano ancora bagnati, le gambe scoperte piene di sabbia. «Torno.» Lei non rispose subito. Il suo petto si alzò in un respiro tremante. «Non promettere cose da idiota.» Abbassò lo sguardo sulle proprie mani, poi lo rialzò, la voce ridotta a un sussurro roco. «Torna e basta.»
Mentre io ed Elena sparivano dietro la curva di rocce, il silenzio piombò addosso a Marta e Rebecca, interrotto solo dal rumore sordo della risacca.
Rebecca non riusciva a stare ferma. L'eleganza algida che l'aveva contraddistinta fino a poco prima si stava sgretolando sotto il peso del panico. Iniziò a rovistare tra i detriti restituiti dal mare a pochi metri da loro. Lo faceva male, in modo nevrotico. Sollevava borse bagnate, le scuoteva, buttava via pezzi di plastica e vestiti intrisi di sabbia. Cercava il suo telefono, una borsa, o forse solo una qualsiasi cosa che le restituisse l'illusione del controllo. Marta la guardava dalla sua postazione al riparo della roccia. Era seduta, la caviglia pulsante di dolore, e non sopportava la sensazione di essere un peso morto, del tutto inutile.
Il silenzio tra loro era brutto, denso di cose non dette. Poi Rebecca si fermò, tenendo in mano un sandalo spaiato. Senza voltarsi, disse: «Ti fidi molto di lui.» Marta si sistemò meglio la maglietta di Ale sulle spalle. «Lo conosco da stamattina.» «Non sembrava, prima.» «Prima mi stava aiutando.» Rebecca si voltò, lasciando cadere il sandalo. I suoi occhi nocciola erano duri. «Sì. Era chiarissimo.»
Marta scattò, l'adrenalina che le cancellava per un attimo il dolore. «Hai deciso tu cosa vedere.» Rebecca si immobilizzò. Per una frazione di secondo, la maschera cadde del tutto, lasciando intravedere una paura pura, infantile. «Io ho visto tutti sparire in acqua,» mormorò, la voce che le tremava appena.
Marta chiuse la bocca, colpita. Rebecca fece un respiro profondo, passandosi una mano tremante tra i capelli incrostati di sale. Quando riprese a parlare, il veleno era sparito. «Poi ho visto voi due. Vivi. E mi è sembrato ingiusto essere sollevata e incazzata nello stesso momento.» Fu un'ammissione inaspettata, disarmante. Rebecca non era solo una vipera ferita al suo orgoglio; era traumatizzata. E in quel momento, Marta non seppe cosa rispondere. Restarono così, divise da metri di sabbia e da una crepa profondamente umana.
Camminare lungo la riva con Elena non aveva nulla dell'avventura. Era un orrore sospeso, un'attesa costante del peggio. Il mare aveva vomitato di tutto sulla sabbia chiara. Evitavamo valigie aperte a metà, vestiti sparsi e aggrovigliati come alghe, una scarpa singola da ginnastica, un salvagente anulare bucato e pezzi di legno scheggiati. Non c'erano corpi, ma la paura opprimente era che ogni sagoma mezza sepolta potesse esserlo.
A un certo punto mi bloccai di scatto, il cuore in gola, fissando un ammasso scuro incastrato tra due rocce. Era solo una grossa valigia di tela, ma ci avevo messo tre secondi di troppo per capirlo. Elena se ne accorse. Non si fermò, ma mi lanciò un'occhiata da sopra la spalla. «Non guardare troppo a lungo.» «Che consiglio sarebbe?» le chiesi, la voce tesa per lo spavento appena preso. «L’unico che ho.» Non voleva essere rassicurante. Era cruda, pragmatica fino a fare male.
Ripresi a camminare, irritato dal suo atteggiamento. «Sei sempre così?» «Così come?» «Come se tutti intorno a te fossero lenti e stupidi.» Lei non cambiò passo. «No. Solo quando lo sono.» Stavo per risponderle a tono, quando lo sentimmo. Non fu un urlo chiaro. Fu un suono strozzato, un gemito spezzato da un colpo di tosse. Era il verso di qualcuno che stava cercando di chiamare aiuto ma non aveva più fiato per farlo.
Elena si piantò sul posto, i muscoli della schiena tesi. «L’hai sentita?» Annuii, già in movimento verso gli scogli.
La trovammo incastrata in un'insenatura tra scogli bassi e taglienti, schiacciata contro un pezzo di paratia metallica del traghetto. Giulia era in una situazione orribile. Era impigliata in un intrico di corde e un lembo di un telo telato, con una gamba bloccata sotto il metallo e la metà inferiore del corpo sommersa dall'acqua, in balìa di ogni onda che si infrangeva.
In quel disastro, la sua esposizione fisica era violenta, cruda. Indossava un vestitino chiaro e leggerissimo che l'acqua e gli scogli avevano ridotto a brandelli. Il tessuto fradicio, ormai completamente trasparente, le si incollava addosso come una seconda pelle gelata, evidenziando ogni dettaglio del suo corpo rannicchiato. Il freddo e il terrore le avevano indurito i capezzoli, che sporgevano scuri e definiti contro la stoffa sottile, mentre il petto si alzava e si abbassava in respiri corti e disperati. La gonna era strappata fin sopra l'anca, lasciando completamente scoperte le cosce piene di lividi e la curva morbida dei glutei, che affioravano dall'acqua schiumosa in modo involontariamente osceno, vulnerabile. Aveva le mani spellate e sanguinanti per i tentativi disperati di liberarsi. Era una donna adulta, formosa, ma in quel momento, tremante e mezza nuda tra le rocce, sembrava piccolissima.
Quando ci vide, non ci fu sollievo nei suoi occhi dilatati dal terrore. Andò in panico. «No! Non tiratemi!» strillò, tirandosi indietro e facendosi ancora più male contro gli scogli. Elena si mosse rapidamente, la voce che tagliava l'aria. «Non ti tiriamo.» «Mi fa male!» «Lo so. Guardami.» Giulia scosse la testa, piangendo, l'acqua che le sbatteva sui fianchi scoperti. «Non voglio morire qui.»
Elena perse un attimo la sua maschera di pietra, ma non divenne dolce; divenne urgente, quasi feroce. «Allora smetti di muoverti.» Mi feci avanti, ignorando l'acqua gelida che mi entrava nelle scarpe, e mi inginocchiai accanto a lei. Giulia arretrò istintivamente con le spalle, ritraendosi come se le mie mani fossero un'altra minaccia. Capii subito. Mi bloccai a mezz'aria, a pochi centimetri dalla sua pelle nuda e bagnata. «Non ti tocco se non mi dici tu,» le dissi, abbassando il tono di voce. Elena mi guardò per mezzo secondo netto. Fu la prima volta da quando era apparsa sulla spiaggia che nei suoi occhi vidi l'ombra di un'approvazione. Giulia mi fissò, tremando incontrollabilmente, e annuì appena.
Il salvataggio fu un disastro. Nessuna manovra perfetta, niente eroismo pulito. Solo caos, freddo e disperazione. Elena afferrò la corda che bloccava la gamba di Giulia, tirando con tutta la forza del suo corpo asciutto e muscoloso. Ma il nodo era intriso d'acqua e stretto a morte. Io cercavo di tenere Giulia sollevata per il busto, sentendo la grana della sua pelle fredda e scivolosa sotto le mie mani, cercando disperatamente di non aggrapparmi ai suoi seni o alla carne nuda per non farle male.
Poi arrivò un'onda anomala, più forte delle altre. Ci colpì in pieno. L'acqua ci travolse. Giulia cacciò un urlo straziante mentre la corrente le strattonava la gamba incastrata. Elena tirò una bestemmia a pieni polmoni, scivolando sulle rocce. Io persi la presa per un secondo, sentendomi il peggiore degli incapaci, mentre il corpo di Giulia mi scivolava tra le mani.
«Tienila alta!» mi urlò addosso Elena, sputando acqua salata. «Ci sto provando!» «Prova meglio, cazzo!» Sbottai, esasperato e col fiato corto. «Se mi urli addosso non divento più forte!» In mezzo a noi, Giulia scoppiò a piangere, un pianto rotto, animale. «Vi prego, basta…»
Quella frase ci gelò. Ci fermammo entrambi, l'acqua che ci turbinava intorno ai polpacci. Per un secondo lungo e terribile capimmo che stavamo riversando la nostra fottuta paura su di lei, schiacciandola ancora di più. Feci un respiro profondo, stringendo delicatamente i fianchi di Giulia per sostenerla. «Giulia, giusto? Come ti chiami?» chiesi, con la voce più ferma che potei. «Giulia…» singhiozzò lei. «Okay. Giulia. Io sono Ale. Lei è Elena. Siamo due disastri, ma ti tiriamo fuori da qui.» Elena si passò l'avambraccio sul viso, togliendosi i capelli bagnati dagli occhi. «Parla meno e tienila forte,» mi disse. Ma la sua voce era scesa, meno dura, meno accusatoria.
Elena mollò la presa a mani nude e afferrò un pezzo di metallo contorto incastrato lì vicino. Lo usò come leva per fare forza sotto la corda. Quando l'onda successiva si abbatté su di noi, feci da scudo con la schiena, prendendomi la botta in pieno per evitare che colpisse Giulia. Non fu eroismo, fu puro istinto animale. Il metallo fece cedere la corda. Giulia venne liberata di scatto e crollò in avanti. Atterrò sulla sabbia bagnata e si aggrappò disperatamente al mio braccio, affondando le unghie nella mia carne mentre tossiva e piangeva.
Eravamo fuori dall'acqua, ma eravamo lontani dall'essere una squadra. Giulia era rannicchiata su se stessa, scossa da tremiti violenti, aggrappata ai brandelli del suo vestito. Respirava male e non ne voleva sapere di alzarsi. Elena si passò le mani sui fianchi, scrutando la linea della costa oltre gli scogli. Voleva andare avanti. Io volevo solo riportare Giulia al campo base.
La lite scoppiò in un istante. «Potrebbero essercene altri,» decretò Elena, facendo per rimettersi in marcia. «Lei non sta in piedi,» ribattei, indicando Giulia raggomitolata sulla sabbia. «E se più avanti c’è qualcuno messo peggio?» Mi alzai, piazzandomi davanti a lei. Ero stanco, fradicio fino alle ossa e con un principio di rabbia che mi bruciava in gola. «E se lei sviene o le viene un collasso mentre noi andiamo a fare gli eroi?»
Elena mi guardò malissimo. I suoi occhi chiari sembravano pezzi di vetro. «Non sei tu a decidere.» La fissai in faccia, senza cedere di un millimetro. «Infatti nessuno sta decidendo, Elena. Stiamo solo andando a caso più forte degli altri.»
Fu come tirare un sasso contro una lastra di ghiaccio. Elena serrò la mascella. Restò zitta. Non perché avessi vinto o perché fossi diventato il maschio alfa della situazione. Restò zitta perché sapeva perfettamente che avevo ragione. Non avevamo un piano. Eravamo solo terrorizzati.
Senza dire un'altra parola, Elena si voltò e fece un cenno verso la direzione da cui eravamo venuti. Era furiosa. Io ero furioso. Giulia era un fascio di nervi e terrore che dovevamo quasi trascinare di peso. Decidemmo di tornare da Marta e Rebecca in un silenzio tombale. Non c'era nessuna squadra. Solo un gruppo di sopravvissuti tenuti insieme dalla paura.
Quando riemersi dalla barriera di rocce con Giulia che si appoggiava pesantemente al mio braccio, lo sguardo di Marta fu la prima cosa che incontrai. La vidi registrare la scena in una frazione di secondo. Ci fu una contrazione impercettibile della sua mascella: una fitta visibile. Ero tornato, sì, ma ero tornato mezzo nudo, bagnato fradicio e con addosso il corpo tremante e seminudo di un'altra ragazza spaventata.
Rebecca, seduta a pochi metri di distanza, vide tutto e immagazzinò l'informazione con la freddezza di un calcolatore. Marta si raddrizzò, mascherando subito il disagio dietro la sua solita corazza. «Oh, bene. Hai raccolto un’altra naufraga.» Giulia, che a stento si reggeva in piedi, si rimpicciolì ancora di più. Mi strinse il braccio, confusa, e sussurrò quasi piangendo: «Scusa…» Marta si morse il labbro, pentendosi all'istante del suo tono. Il suo viso si ammorbidì. «No, no. Non dicevo a te. È che io quando rischio di morire divento simpatica come un’infezione.»
Giulia abbozzò un mezzo sorriso spezzato, ma poi un nuovo brivido violento le scosse il corpo. Marta, nonostante la caviglia gonfia e il dolore, si spostò di lato, facendole spazio sulla sabbia asciutta. Restava umana, anche se ferita, anche se gelosa. Rebecca osservò la scena in silenzio, poi afferrò uno degli asciugamani recuperati. Non lo porse gentilmente. Lo lanciò, facendolo atterrare sulle ginocchia di Giulia. «Tieni.» «Grazie,» mormorò Giulia. Rebecca non rispose. Distolse lo sguardo, ostile. Aveva aiutato, ma a modo suo, senza una goccia di dolcezza.
Adesso eravamo in cinque. Cinque sconosciuti sputati dal mare, infreddoliti, sporchi e senza la minima idea di cosa fare. Il panico iniziò a serpeggiare, silenzioso ma inesorabile. Nessuno voleva davvero prendere in mano la situazione, perché decidere significava assumersi la responsabilità se qualcuno di noi fosse morto.
«Dobbiamo restare visibili,» decretò Rebecca, incrociando le braccia sotto il seno. «Dobbiamo continuare a cercare,» ribatté subito Elena, gli occhi chiari che puntavano già verso l'interno dell'isola. «Dobbiamo non far morire di freddo le due invalide ufficiali,» intervenne Marta, indicando se stessa e Giulia. Giulia scosse la testa, rannicchiandosi nell'asciugamano. «Non voglio tornare vicino all’acqua.» Mi passai una mano tra i capelli incrostati di sale, sentendo l'esasperazione montarmi nel petto. «Non possiamo fare tutto insieme.» Rebecca mi fulminò. «Allora scegli.»
Il silenzio che calò fu pesante. Provai a buttare lì un'idea, non come un leader da film d'azione, ma come un ragazzo disperato che cercava solo di impedire il collasso generale. «Facciamo un segno qui. Teli, valigie, qualcosa che si veda. Chi è vivo può venire verso questo punto. Poi cerchiamo ancora.» «Perdiamo tempo,» sibilò Elena. «Meglio che perderci noi,» rispose Rebecca. Marta alzò gli occhi al cielo. «Incredibile, Rebecca ha detto una cosa sensata. Segniamolo, è un evento.» Rebecca si voltò verso di lei, glaciale. «Ti lancio in mare.» «Devi prendermi prima. Ah no, aspetta, sono ferma. Come non detto.» La battuta di Marta uscì acida, priva della solita leggerezza. Era pura sopravvivenza emotiva.
Provammo a montare il punto base. Fu un disastro miserabile. Nessuno di noi era un esperto di sopravvivenza, eravamo solo ventenni naufragati abituati a Google Maps e ai resort. Usammo un telo colorato legato malissimo tra un ramo basso e due valigie piene di sabbia. Stendemmo i vestiti bagnati sulle rocce, incastrammo il salvagente bucato su un bastone e usammo le bottiglie d'acqua schiacciate come pesi. Scrivemmo un enorme HELP sulla sabbia, che l'alta marea minacciava già di cancellare.
Il vento dal mare non perdonava. Fece cadere il nostro patetico accampamento due volte nel giro di dieci minuti. Rebecca imprecava contro i suoi capelli e contro la sabbia. Elena, per la rabbia, tirò un lembo di plastica troppo forte e lo strappò. Giulia sussultava terrorizzata a ogni minimo tonfo. Marta non poteva muoversi per aiutare e si mangiava le unghie, sentendosi un peso. Io mi accanivo su nodi che si scioglievano appena mi voltavo. Eravamo patetici.
Il nostro primo accampamento non sembrava un accampamento. Sembrava il retro di un lido dopo una rissa. Marta sospirò, guardando quel disastro ondeggiare al vento. «Almeno è coerente con l’umore.»
L'isola ci aveva già tolto tutto, e ora stava per toglierci anche il pudore. Il problema era pratico e brutale: Marta e Giulia erano ancora fradice sotto gli asciugamani e tremavano. Dovevano togliersi di dosso i vestiti bagnati e cercare di scaldarsi con quel poco di asciutto che avevamo trovato. Anche Rebecca aveva il vestito bianco ormai lacerato e trasparente, ed Elena aveva bisogno di pulire il taglio sul braccio dai granelli di sabbia e sale incrostati. Non c'era nessuna grotta, nessuna zona cambio. Solo la spiaggia aperta e quel fottuto telo mezzo strappato che avevamo appena appeso.
«Tieni questo. E non ti girare,» mi ordinò Elena, piazzandomi in mano i due angoli superiori del telo per fare da muro umano. Mi voltai di schiena, tendendo le braccia. «Lo so.» «Lo dici come uno che ha già avuto problemi col concetto,» punzecchiò Rebecca, che si stava già spogliando. Da dietro il telo, la voce di Marta arrivò puntuale: «Li ha avuti.» «Vi prego…» la voce di Giulia tremò, carica di un imbarazzo quasi doloroso. Era in panico, esposta, e quelle battute la stavano solo ferendo di più. Me ne accorsi subito. «Basta,» dissi, indurendo la voce. «Fatela respirare.»
Cadde il silenzio. Sentivo i fruscii dei tessuti umidi contro la pelle, i respiri corti, il rumore di cerniere e strappi. Era una vicinanza asfissiante. Eravamo giovani, svestiti, costretti a fidarci l'uno dell'altro in una situazione disperata. Poi, una folata di vento più forte delle altre mi strappò uno degli angoli del telo dalle mani. Mi voltai d'istinto per riprenderlo. E per una frazione di secondo, vidi.
Non fu un'immagine da rivista patinata. Fu un frammento confuso e disordinato di pelle nuda, lividi, seni esposti per metà e vestiti aggrovigliati. Vidi la schiena nuda di Elena, la curva del fianco di Marta e la pelle pallida e coperta di pelle d'oca di Giulia. Fu un'intimità rubata, sporca di sale e necessità, che mi fece avvampare di vergogna. Mi girai di scatto, serrando i pugni sul telo.
Rebecca mi aveva visto. «Hai visto?» «Ho visto che questo telo non regge,» risposi a denti stretti. «Risposta prudente.» «Risposta da colpevole,» aggiunse Marta, ma senza cattiveria. Elena sbuffò: «Risposta da uno che se si gira di nuovo lo lascio qui.»
L'umorismo però si spense subito. Sentii un singhiozzo soffocato. Giulia. «Non… non ci riesco…» piagnucolò. Sempre con la faccia rivolta al mare, capii che le sue mani tremavano troppo per riuscire a infilarsi la maglietta asciutta. Era paralizzata dal freddo e dal trauma. «Vieni qui, faccio io,» mormorò Marta. Sentii il rumore della sabbia spostarsi mentre, pur con la caviglia distrutta, si allungava verso di lei. Poi, inaspettatamente, intervenne Rebecca. Senza dire una parola, sentii i suoi passi leggeri avvicinarsi, e il fruscio di lei che aiutava Giulia a coprirsi, sistemandole i vestiti. Non era coesione di gruppo. Era solo il grado zero dell'umanità. Ed era la cosa più potente successa da quando il traghetto era affondato.
Alla fine, la manovra terminò. Marta e Giulia erano coperte. Rebecca si era avvolta in un asciugamano pulito ed Elena si era fasciata il braccio alla bell'e meglio con un lembo di stoffa strappato. Mi lasciai cadere sulla sabbia, le braccia che mi formicolavano per lo sforzo, completamente esausto. Il punto base era ridicolo, ma almeno esisteva.
Nessuno di noi era contento. Nessuno si sentiva salvo. Il sole stava iniziando il suo lento declino, e la spiaggia ci sembrava improvvisamente un posto ostile e desolato. Giulia, ancora raggomitolata su se stessa, ruppe il silenzio. La sua voce era un filo sottile. «Secondo voi ci cercano?»
Nessuno rispose subito. Il suono delle onde riempì quel vuoto insopportabile. Poi Rebecca sollevò il mento, la mascella contratta. «Certo.» Lo disse in fretta. Troppo in fretta. Guardai Elena, sperando in una conferma logica, ma lei mantenne lo sguardo fisso sul mare e non aprì bocca. Marta abbassò gli occhi, stringendosi i lembi della mia maglietta sul petto con le dita bianche per la tensione. Incrociai lo sguardo di Rebecca. I suoi occhi nocciola erano lucidi di terrore. Capii all'istante che aveva mentito. Lo avevamo capito tutti. Ma in quel momento, in quel disastro, qualcuno doveva pur farlo.
Il nostro accampamento disperato era stato allestito alla meno peggio. C'era un attimo di tregua, se così si poteva chiamare il silenzio spezzato solo dal vento. Fu in quel momento che Rebecca si alzò. Fissava un punto indefinito tra la schiuma delle onde basse, a pochi metri dalla riva. C'era qualcosa che galleggiava, un bagliore metallico agganciato ai resti di una borsa di cuoio. Forse la sua borsa, forse una collanina, o forse solo un frammento della vita perfetta che aveva perso e che voleva disperatamente riprendersi.
Senza dire una parola, fece un passo verso l'acqua. Poi un altro. «Rebecca, aspetta,» le dissi, alzandomi subito. «È lì.» «Lascia stare, è pericoloso.» «È lì, cazzo.»
Entrò in mare. L'acqua le arrivò subito alle ginocchia, poi alle cosce. Non c'era nulla di sensuale all'inizio: era solo l'ostinazione cieca di una ragazza abituata ad avere il controllo, che non accettava di essere stata spogliata di tutto. Ma il mare non fa sconti. Un'onda più alta e violenta delle altre si infranse contro la risacca, colpendola in pieno sui fianchi. Rebecca scivolò sui sassi viscidi. Cadde all'indietro. Non stava annegando davvero, l'acqua era troppo bassa, ma il suo corpo registrò il colpo e ricordò all'istante l'orrore del naufragio. Andò in panico totale. Iniziò ad annaspare, urlando, ingoiando schiuma.
Mi lanciai in acqua prima ancora di pensarci.
La raggiunsi in pochi falcate e la afferrai per la vita, tirandola su di peso. Rebecca esplose. Si aggrappò a me con una violenza disperata, le unghie che mi affondavano nelle spalle e mi graffiavano la pelle bagnata. Il suo respiro era un rantolo rotto, il corpo squassato da tremiti insopportabili. La tirai verso la riva, lottando contro la corrente di risacca.
Quando fummo fuori dall'acqua, non la lasciai. La reggevo stretta contro il mio petto. Il vestito bianco, ormai ridotto a stracci trasparenti, le si era incollato addosso come una vernice bagnata, lasciando il seno abbondante e morbido completamente esposto, schiacciato contro il mio torace. L'erotismo di quel momento nacque dal contrasto più brutale: la reginetta intoccabile e perfetta era sparita, sostituita da una donna vulnerabile, mezza nuda, terrorizzata e furente per essere stata vista in quello stato.
Sputò acqua, poi si irrigidì. L'umiliazione le incendiò gli occhi. Mi odiava per averla vista così debole. «Lasciami.» La sua voce era un sibilo graffiato. «Appena smetti di tremare.» «Ho detto lasciami.» «E io ho detto no.»
Le mie mani erano ancorate sui suoi fianchi nudi e freddi. Il mio cuore batteva all'impazzata contro il suo. Lei mi fulminò con lo sguardo, ma non riuscì a staccarsi subito. Le gambe non la reggevano ancora. La vicinanza era asfissiante. Eravamo bagnati, i nostri respiri si mescolavano, la carne premeva contro la carne. Io non riuscivo a godermi nulla di quel contatto perché ero in allerta, preoccupato per lei, ma il mio corpo reagì ugualmente alla pressione del suo bacino e della sua scollatura bagnata contro di me.
Poi, da sopra la mia spalla, Rebecca incrociò lo sguardo di Marta, seduta al punto base. Marta aveva visto tutto. Vidi gli occhi nocciola di Rebecca cambiare impercettibilmente luce. La vergogna si trasformò, distorcendosi in una provocazione deliberata. Invece di ringraziarmi, invece di allontanarsi non appena riprese un minimo di equilibrio, scivolò ancora più vicina. Si strinse contro di me per un mezzo secondo infinito. Il suo petto sfrego contro il mio. Non abbastanza da baciarmi. Ma abbastanza da farmi sentire tutto il calore, il peso e l'urgenza del suo corpo bagnato.
«Contento?» sussurrò a un millimetro dalle mie labbra. «Di cosa?» respirai, spiazzato da quel cambio di registro. «Adesso hai salvato anche me.»
Ero confuso. Le mie mani scivolarono involontariamente lungo la curva della sua schiena per sostenerla. «Non era una gara.» Lei piegò le labbra in un mezzo sorriso letale. «Per lei forse sì.»
La aiutai a camminare sulla sabbia, tenendola per un braccio. L'adrenalina ci stava abbandonando, lasciando solo freddo e tensione. Non mi ringraziò per averla tirata fuori. Lo fece nel modo peggiore possibile. Si fermò a pochi passi dagli altri, costringendomi a guardarla in faccia.
«Non dirlo.» «Cosa?» «Che ho avuto paura.» Il suo tono era perentorio, ma il labbro inferiore le tremava ancora. «Non lo dico.» «Nemmeno a lei.» «A Marta?» «A nessuno.» Sostenni il suo sguardo febbrile. «Va bene. Nessuno lo saprà.»
Feci per fare un altro passo, ma lei si puntò. Le gocce d'acqua le scivolavano lungo il collo, insinuandosi nella scollatura profonda. «E non guardarmi come se ti facessi pena.» «Non mi fai pena, Rebecca.» Lei sollevò il mento. L'arroganza disperata nei suoi occhi era magnetica. «Allora guardami come prima.»
La frase mi colpì in pieno petto come uno schiaffo. Era una richiesta cruda, sfacciata: esigeva di essere desiderata, di riavere il suo potere, rifiutando ogni compassione. Voleva lo sguardo affamato che non ero riuscito a nascondere sul traghetto. Non seppi cosa rispondere. Marta, da lontano, ci fissava. Elena stava pulendo il braccio in silenzio. Giulia era rannicchiata. In una manciata di minuti, Rebecca era crollata, si era rotta ed era risorta brandendo il proprio corpo e la gelosia come armi di sopravvivenza.
Il sole calò in fretta, inghiottito dall'orizzonte. Il buio trasformò l'isola in un buco nero. Il nostro punto base era fatto male, le ombre allungavano le forme sghembe delle valigie e del ramo. Nessuno aveva mangiato. Avevamo solo due bottigliette d'acqua. Marta si massaggiava la caviglia con espressione sofferente. Giulia continuava a tremare sotto il telo, persa in un mondo tutto suo. Elena scrutava ancora l'interno della costa, mordendosi le labbra, furiosa di non poter esplorare nel buio. Rebecca era seduta in disparte, lontana da tutti noi, stretta in un asciugamano, muta e apparentemente offesa dal proprio crollo.
Io restai in piedi a guardare la spiaggia. Per un po’ restammo tutti ad ascoltare. Il mare. Il vento. Il telo colorato che sbatteva tra due valigie come una bandiera ridicola.
Nessuna voce. Nessun motore. Nessuna luce oltre la linea nera dell’acqua.
Elena voleva ancora andare. Lo vedevo da come guardava gli scogli, i pugni stretti. Marta teneva la caviglia sollevata e fingeva di non fissare Rebecca. Rebecca, dall’altra parte del nostro accampamento storto, si strinse l'asciugamano addosso e alzò gli occhi su di me. Non sembrava grata. Sembrava arrabbiata perché per un minuto avevo visto la paura sotto la bellezza. E forse perché, dopo averla vista, non avevo smesso di guardarla.
Quella notte non trovammo nessun altro. Non trovammo acqua dolce. Non trovammo un riparo vero. Solo cinque respiri intorno a un pezzo di spiaggia, e la certezza muta che l’isola non aveva ancora finito con noi.
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