Scattai in piedi quasi con sollievo. Quella voce, per un istante, mi diede l'illusione che sull'isola ci fosse qualcuno in grado di aiutarci, una parvenza di normalità in mezzo a quel disastro. Anche Marta provò a fare lo stesso, puntando le mani sulla sabbia, ma appena caricò il peso sulla gamba la caviglia le cedette di schianto, facendola ricadere pesantemente a terra con un gemito soffocato.
Fu Rebecca a rispondere prima di tutti, spinta più dal panico cieco che da un reale controllo della situazione. «Siamo qui! Ehi! Siamo qui!»
Dalla curva della vegetazione, superando un ammasso di scogli neri, apparve Elena. Non aveva l'aria della "tipa tosta" dei film d'azione. Sembrava piuttosto una persona che stava tenendo insieme i propri pezzi unicamente con la forza della rabbia. Respirava a fatica, il petto che si alzava e si abbassava in modo irregolare.
Anche in quello stato disperato, la sua presenza fisica era un colpo d'occhio impossibile da ignorare. Il suo corpo, fradicio e sporco di sabbia, era asciutto, tonico e perfettamente proporzionato, con un'impronta decisamente atletica. La postura tesa, il busto allungato, le spalle aperte e il bacino leggermente inclinato all’indietro, la faceva apparire ancora più scolpita. Indossava quello che restava di un top sportivo e di un paio di shorts incollati alla pelle; il tessuto bagnato evidenziava una silhouette pulitissima, con una vita strettissima, fianchi contenuti e un addome piatto, compatto, privo di qualsiasi morbidezza. A contrastare in modo prepotente con quel torace snello c'era un seno medio-abbondante, pieno e sostenuto, che la scollatura lacerata del top metteva in risalto, rendendola involontariamente provocante. Aveva un graffio evidente sulla coscia e un taglio fresco sul braccio, ma la pelle dorata, gli occhi chiarissimi, quasi glaciali, e le labbra carnose incorniciate da una massa di capelli castano-biondi voluminosi e selvaggiamente spettinati, le conferivano una sensualità cruda e ferina.
Non si fermò a riprendere fiato. I suoi occhi chiari scansionarono noi tre con una durezza spietata. «Avete visto una ragazza?» chiese, la voce graffiata. Nessun "come state", nessun "grazie a Dio siete vivi". L'attrito fu immediato.
«Che ragazza?» chiesi, facendo un passo verso di lei. «Una ragazza,» ribatté Elena, aggressiva, piantandosi con i piedi nella sabbia. «Capelli scuri, vestito chiaro, tremava, urlava. L’ho sentita da quella parte e poi basta.» Rebecca si fece avanti, stringendosi le braccia al petto. «Aspetta, noi siamo appena—» «Lo siamo tutti,» la tagliò corto Elena. Era terrorizzata, ma la sua paura si stava trasformando in un comando feroce.
Marta, ancora seduta e stringendo i lembi della mia maglietta oversize, provò a intervenire, la voce tesa per il dolore. «Io non posso camminare.» Elena abbassò lo sguardo sulla caviglia gonfia e violacea di Marta, poi lo piantò dritto su di me. «E tu l’hai lasciata alzarsi?»
Mi irrigidii, sentendo una rabbia improvvisa montarmi nello stomaco. «Io non l’ho lasciata fare niente. È caduta.» «Con stile, tra l'altro,» mormorò Marta, cercando di sdrammatizzare. Ma nessuno rise. Le battute di Marta, che fino a un'ora prima sul traghetto erano state il nostro scudo, ora cadevano nel vuoto. Il panico era diventato un muro di gomma.
Rebecca scosse la testa, i capelli perfetti ormai ridotti a ciocche salate. «Dobbiamo aspettare. Se passano barche ci vedono dalla spiaggia.» Elena esplose, facendo un passo verso di lei. La tensione tra i loro corpi era palpabile: Rebecca, morbida ed elegante nella sua vulnerabilità, contro Elena, un fascio di muscoli e nervi tesi. «Non passa nessuno adesso! E se quella ragazza è ancora là in mezzo agli scogli, muore mentre voi aspettate il miracolo.» «E tu che ne sai?» ringhiò Rebecca, perdendo definitivamente la sua maschera di distacco. Elena si bloccò per una frazione di secondo. I suoi occhi chiarissimi tremarono impercettibilmente. «Non lo so. È questo il punto.»
Il silenzio che seguì fu pesante come un macigno. La realtà della situazione era una scelta brutta in cui nessuno voleva trovarsi. Marta era bloccata a terra. Rebecca non sarebbe mai andata a infilarsi tra gli scogli con una sconosciuta, ma non voleva nemmeno restare da sola con una ragazza ferita, senza difese. Io ero l'unico, fisicamente, in grado di seguire Elena.
Marta mi guardò. Non c'era traccia di gelosia nei suoi occhi, solo un terrore puro e non filtrato. «Non andare.» Mi accovacciai accanto a lei. «Marta…» «No, non fare quella faccia,» mi bloccò, stringendo il tessuto della maglietta fino a far sbiancare le nocche. «Non siamo in un film. Non sai neanche dove cazzo siamo.»
Rebecca, in piedi a pochi passi da noi, parlò con una voce fredda come ghiaccio. «Qualcuno deve andarci.» Marta sollevò la testa di scatto e la fulminò. «Comodo dirlo quando non sei tu quella con la caviglia rotta.» Rebecca non abbassò lo sguardo. «Comodo anche essere quella che tutti devono proteggere.»
Fu una coltellata bassa. Non abbastanza cattiva da renderla un mostro, ma sufficiente a farmi capire quanto la paura la stesse facendo graffiare pur di difendersi. «Basta,» dissi, alzandomi in piedi e mettendomi tra loro due. Rebecca si zittì, serrando le labbra carnose e incrociando le braccia, visibilmente offesa. Marta mi guardò: sapeva che l'avevo difesa, ma sapeva anche che mi stavo preparando a lasciarla lì.
Elena, che aveva assistito alla scena con impazienza febbrile, tagliò corto. «Cinque minuti. Se non la troviamo, torniamo.» Sapevamo tutti che era una bugia. Era solo un modo per forzare la mano, ma la necessità imponeva di lasciare al lettore e a noi stessi una promessa per andare avanti. Nessuno aveva idea di cosa ci fosse dietro quegli scogli.
Mi voltai di nuovo verso Marta. I suoi capelli erano ancora bagnati, le gambe scoperte piene di sabbia. «Torno.» Lei non rispose subito. Il suo petto si alzò in un respiro tremante. «Non promettere cose da idiota.» Abbassò lo sguardo sulle proprie mani, poi lo rialzò, la voce ridotta a un sussurro roco. «Torna e basta.»
Mentre io ed Elena sparivano dietro la curva di rocce, il silenzio piombò addosso a Marta e Rebecca, interrotto solo dal rumore sordo della risacca.
Rebecca non riusciva a stare ferma. L'eleganza algida che l'aveva contraddistinta fino a poco prima si stava sgretolando sotto il peso del panico. Iniziò a rovistare tra i detriti restituiti dal mare a pochi metri da loro. Lo faceva male, in modo nevrotico. Sollevava borse bagnate, le scuoteva, buttava via pezzi di plastica e vestiti intrisi di sabbia. Cercava il suo telefono, una borsa, o forse solo una qualsiasi cosa che le restituisse l'illusione del controllo. Marta la guardava dalla sua postazione al riparo della roccia. Era seduta, la caviglia pulsante di dolore, e non sopportava la sensazione di essere un peso morto, del tutto inutile.
Il silenzio tra loro era brutto, denso di cose non dette. Poi Rebecca si fermò, tenendo in mano un sandalo spaiato. Senza voltarsi, disse: «Ti fidi molto di lui.» Marta si sistemò meglio la maglietta di Ale sulle spalle. «Lo conosco da stamattina.» «Non sembrava, prima.» «Prima mi stava aiutando.» Rebecca si voltò, lasciando cadere il sandalo. I suoi occhi nocciola erano duri. «Sì. Era chiarissimo.»
Marta scattò, l'adrenalina che le cancellava per un attimo il dolore. «Hai deciso tu cosa vedere.» Rebecca si immobilizzò. Per una frazione di secondo, la maschera cadde del tutto, lasciando intravedere una paura pura, infantile. «Io ho visto tutti sparire in acqua,» mormorò, la voce che le tremava appena.
Marta chiuse la bocca, colpita. Rebecca fece un respiro profondo, passandosi una mano tremante tra i capelli incrostati di sale. Quando riprese a parlare, il veleno era sparito. «Poi ho visto voi due. Vivi. E mi è sembrato ingiusto essere sollevata e incazzata nello stesso momento.» Fu un'ammissione inaspettata, disarmante. Rebecca non era solo una vipera ferita al suo orgoglio; era traumatizzata. E in quel momento, Marta non seppe cosa rispondere. Restarono così, divise da metri di sabbia e da una crepa profondamente umana.
