La prima notte sull’isola non arrivò davvero. Ci cadde addosso. Il sole sparì inghiottito dall'orizzonte e il buio trasformò il mare in una distesa nera e rumorosa. Il vento si alzò, freddo, facendo sbattere il telo colorato che avevamo legato tra le valigie. La parola HELP tracciata sulla sabbia era già mezza cancellata dalla schiuma della risacca, un dettaglio patetico che preferivo non guardare.
Non riuscivo a dormire. Ero seduto con la schiena contro una roccia, i muscoli a pezzi. Il disagio fisico era una morsa costante: il sale si era seccato sulla pelle tirandola fino a farla bruciare, avevo sabbia ovunque nei vestiti umidi, una fame sorda allo stomaco e le labbra spaccate dalla sete. I nostri corpi erano esausti, ma i cervelli giravano a vuoto, troppo terrorizzati per spegnersi.
Osservai gli altri. Giulia tremava nel sonno, rannicchiata su se stessa come un animale ferito. Elena era seduta più lontano, le braccia incrociate e lo sguardo fisso verso la macchia nera degli scogli. Rebecca si era isolata dall'altra parte del nostro ridicolo accampamento, avvolta male in un telo palesemente troppo piccolo, rigida come se non volesse concedere nemmeno al freddo il diritto di piegarla. E poi c'era Marta, sdraiata a un metro da me, la caviglia gonfia sollevata su una borsa. Non dormiva.
«Se questo è il pacchetto base,» mormorò nel buio, la voce impastata, «non voglio sapere quanto costa la pensione completa.» Mi passai una mano sul viso sporco. «Almeno vista mare.» «La vista mare può andare a fanculo.» Non c'era la solita scintilla nella sua battuta. Era stanca, acida, svuotata. Ma andava bene così. Serviva a mantenerla viva, a tenerci ancorati a terra.
Elena non resisteva. L'immobilità la stava divorando. La vidi scattare in piedi, passarsi una mano sui capelli arruffati e fissare di nuovo l'oscurità della scogliera, come se potesse perforarla con lo sguardo. Fece un passo.
«Dove vai?» chiesi, a bassa voce per non svegliare Giulia. «A controllare.» «Al buio?» «Se c’è qualcuno là fuori—» «Al buio troviamo solo il modo di perderci anche noi, Elena.» Lei si voltò di scatto, serrando la mascella. Si incazzò, lo vidi dall'ombra che le indurì i lineamenti. Non perché avessi torto, ma esattamente perché avevo ragione, e lei non sopportava l'idea di essere inutile.
Dal lato opposto del campo, la voce di Rebecca tagliò l'aria salmastra, fredda e perfetta. «Finalmente qualcuno dice una cosa sensata.» Elena strinse i pugni e la guardò malissimo. «Tu sei sensata solo quando hai paura.» Rebecca non si scompose, stringendosi l'asciugamano sulle spalle strette. «Allora stasera sono un genio.» Era una risposta velenosa, intrisa di quell'arroganza che usava per mascherare il terrore.
Il battibecco fece gemere Giulia nel sonno. Si agitò, annaspando con le mani coperte di graffi. Marta, nonostante il dolore alla gamba, si allungò verso di lei, sussurrandole qualcosa per calmarla. Elena le guardò, e per un attimo il suo atteggiamento di marmo vacillò sotto il peso del senso di colpa; voleva agire, voleva essere utile, ma il gruppo stava già cadendo a pezzi senza nemmeno muoversi.
Sospirai, passandomi le mani sulle ginocchia. «All’alba cerchiamo,» tagliai corto, con un tono che non ammetteva repliche. «Ora restiamo vivi fino all’alba.» Nessuno mi nominò capo. Nessuno mi ringraziò per la saggezza. Però nessuno si mosse.
Passò forse un'ora. Il vento si fece più tagliente. Fu allora che mi accorsi che Rebecca stava tremando. Non i brividi passeggeri del calo di adrenalina. Tremava in modo incontrollabile, i denti che sbattevano piano. Sotto il telo minuscolo aveva ancora addosso i resti del suo vestito. Ormai era un cencio inutile: strappato all'altezza della coscia, freddo e incollato alla pelle come una guaina di ghiaccio. Non aveva cercato vestiti asciutti, non aveva frugato nelle valigie come avevamo fatto noi, e di certo non si sarebbe mai abbassata a chiedermi la maglietta che ora copriva Marta.
La fissai attraverso il buio. La sua pelle chiara sembrava quasi riflettere la poca luce della luna. La vulnerabilità del suo corpo seminudo ed esposto al vento creava una tensione strana, densa. Lei se ne accorse subito. Sollevò lo sguardo, incrociando il mio. «Smettila.» «Di fare cosa?» «Di controllare se sto tremando.» «Stai tremando, Rebecca.» «Non era un invito a dirlo.» Era pungente, letale anche mentre moriva di freddo.
Mi sporsi in avanti e recuperai una maglia di flanella spessa da una delle borse aperte, roba che il mare ci aveva lasciato a metà tra l'asciutto e l'umido. Gliela porsi. Lei rifiutò con un cenno secco della testa. «Non mi serve.» «Rebecca.» «Ho detto che non mi serve.» «Hai le labbra viola.»
Lei smise di respirare per un secondo. I suoi occhi nocciola brillarono nell'ombra, sfidandomi apertamente. «Allora non guardarmi la bocca.» Fu una rasoiata. Una frase a doppio senso, affilata, carica di un'elettricità che non aveva nulla a che fare con la sopravvivenza.
A pochi passi da me, sentii il rumore della sabbia. Marta si era mossa impercettibilmente. Non disse nulla, ma il suo silenzio fu eloquente. Aveva sentito. Aveva registrato tutto.
Rebecca non sopportava di essere guardata mentre si rompeva. L'idea che io la fissassi mentre il freddo la dominava era troppo per il suo orgoglio. Si alzò di scatto, stringendo il telo attorno al busto con dita rigide. Fece qualche passo veloce, zoppicando appena, e sparì dietro una grossa roccia calcarea, appena fuori dal nostro perimetro.
Restai fermo per qualche secondo, combattuto. L'istinto mi diceva di lasciarla sbollire, ma il freddo di quella notte era pericoloso sul serio. Mi alzai. Feci per seguirla.
Marta, distesa dietro di me, mi bloccò. Non con un "dove vai?". Sarebbe stato troppo banale per lei. «Occhio a non salvare qualcuno per la terza volta,» sussurrò, la voce carica di un'acidità fredda e controllata. «Poi diventa un’abitudine.»
Mi fermai. Mi voltai a guardarla. Nel buio, i suoi occhi erano due fessure lucide. Sapevo che non stava parlando di salvataggi in mare. Stava parlando della tensione asfissiante che si era creata tra me e l'anomalia bionda, una minaccia silenziosa che Marta stava percependo a fior di pelle. «Torno subito,» le dissi, cercando di mantenere il tono neutro.
Marta chiuse gli occhi e si voltò su un fianco, dandole le spalle. «Sì. Questa l’ho già sentita.»
La trovai seduta nella sabbia umida, con la schiena premuta contro la parete ruvida della roccia, a pochi metri fuori dal nostro accampamento. Era avvolta in quel telo ridicolo, le ginocchia tirate al petto. Respirava male, a scatti. Stava cercando disperatamente di riprendere il controllo del proprio corpo, di rimettere insieme la maschera di perfezione che il mare le aveva strappato, ma non ci riusciva. Il vestito fradicio sotto la spugna la stava congelando viva.
Mi fermai a due passi da lei. «Rebecca.» Non alzò lo sguardo. «Vattene.» «No.» «Non ho bisogno di te.» «Lo so.» «Allora perché sei qui?» «Perché stai mentendo male.»
La verità la colpì come uno schiaffo. Si arrabbiò, perché odiava essere letta in quel modo. Puntò una mano sulla sabbia e fece per alzarsi, con uno slancio d'orgoglio disperato, ma i muscoli intorpiditi la tradirono. Barcollò in avanti. Scattai, afferrandola per le braccia prima che finisse faccia a terra. Al mio tocco, il suo corpo si irrigidì come marmo.
«Non toccarmi,» sibilò, a denti stretti. «Allora respira.» Il suo petto ebbe un sussulto irregolare. Gli occhi nocciola, di solito così fieri, si dilatarono, lucidi e sconfitti. «Non ci riesco.» Fu la prima, vera crepa. Il suono di una lastra di cristallo che si spezza nel buio.
Sentivo il gelo della sua pelle perfino attraverso la stoffa bagnata. «Devi toglierti quella roba,» le dissi, la voce bassa. Lei fece una risata amara, spezzata da un brivido. «Geniale.» «Rebecca.» «Non ho altro.» «Hai il telo.» «È troppo piccolo.» «Meglio del vestito fradicio. Ti stai beccando un'ipotermia.»
Lei mi guardò, gli occhi che sfavillavano di una rabbia umiliata. «E tu che fai, resti qui a goderti la scena?» Mollai la presa sulle sue braccia e feci mezzo passo indietro. «Mi giro.» E lo feci davvero. Le diedi le spalle, fissando l'oscurità del mare agitato.
Cadde il silenzio, riempito solo dal fragore delle onde contro gli scogli e dal fruscio viscido del tessuto bagnato che le si incollava addosso. Sentii il suo respiro affannoso. Il rumore della stoffa che veniva tirata, ma che non cedeva. Il vestito era strappato, annodato male, i lembi ritorti attorno ai fianchi e al busto. Le sue mani tremavano troppo per trovare la presa giusta. La sentii lottare contro se stessa per un minuto interminabile. Poi, la frustrazione prese il sopravvento.
