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Erotika
Isola Deserta · Cap. 3
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Capitolo 3 di 5 19 min di lettura

Il Grazie in Ginocchio

Nella prima notte sull’isola, Rebecca crolla dietro una roccia, nuda, gelata e troppo orgogliosa per chiedere aiuto.
Ale la calma, ma il suo ringraziamento diventa un segreto erotico che spezza per sempre l’equilibrio con Marta.

Alessia
2 mesi fa · 850 letture · 1

«Cristo…» sibilò, un verso strozzato, quasi un pianto. «Tutto bene?» «No, Ale, non va tutto bene,» sputò, la voce rotta. «Non riesco nemmeno a togliermi un fottuto vestito.» Era pura, devastante impotenza. Nessuna seduzione, nessun gioco. Solo una ragazza terrorizzata che aveva perso tutto. Non mi voltai. E non usai un tono pietoso per consolarla. «Non sei rotta. Hai freddo.»

Quella frase cadde nel vuoto. Restò zitta per un istante infinito. Le arrivò addosso meglio di una carezza, perché le restituì la dignità che sentiva di aver perso. Poi, con uno sforzo enorme, come se le costasse ogni grammo del suo orgoglio, la sua voce mi raggiunse le spalle. «Aiutami.» Non fu dolce. Fu quasi sputata. Ma era una resa.

Mi voltai lentamente e mi avvicinai, tenendo lo sguardo basso, fisso sull'intrico di stoffa logora all'altezza della sua vita. Rebecca teneva il piccolo asciugamano stretto al petto con un braccio, mentre l'altro penzolava lungo il fianco, arreso. Il tessuto bianco del vestito era attorcigliato attorno alla schiena e intrappolato sotto un fianco. Allungai le mani. Le mie dita calde sfiorarono la sua pelle gelata. Al primo contatto, il respiro le si bloccò in gola.

Non c'era delicatezza possibile. Il tessuto era incollato. Afferrai i lembi strappati sul fianco e tirai. Il rumore della stoffa lacerata riempì l'aria. Le strappai letteralmente di dosso quel che restava della gonna, liberando le sue gambe lunghe, lisce e coperte da una miriade di brividi. Il sale marino la faceva brillare nella penombra, creando un contrasto abbacinante con la notte intorno a noi.

Risalii con le mani verso il torace. Dovetti passargli le braccia attorno alla vita per sbrogliare il nodo sulla schiena. Eravamo a millimetri di distanza. Potevo sentire il profumo della sua pelle mescolato all'odore aspro della salsedine. Quando sfilai l'ultima porzione di tessuto, le mie nocche le sfiorarono involontariamente il ventre piatto, teso dallo spasimo del freddo. Rebecca sussultò, inarcando appena la schiena. L'asciugamano le scivolò giù di qualche centimetro. I capelli bagnati le ricadevano sulle spalle nude. I suoi seni, pieni e pesanti, premevano contro l'orlo di spugna troppo stretto, i capezzoli turgidi e induriti dal gelo che facevano capolino oltre il tessuto, quasi sfiorando il mio braccio.

Il vestito cadde sulla sabbia con un tonfo bagnato. Rebecca era completamente nuda, a parte quel lembo di asciugamano che la copriva a malapena, lasciando esposta la curva perfetta dei fianchi, la pelle d'oca sulle cosce affusolate e la schiena interamente scoperta. Era una visione devastante. Erotica in modo viscerale, crudo, perché nata da una vulnerabilità assoluta.

Cercai di tenere gli occhi fissi sul mucchio di stoffa a terra. I miei muscoli erano tesi fino allo spasimo, il respiro pesante. Stavo combattendo fisicamente per non far scivolare lo sguardo sulle sue gambe, sulla spaccatura dei seni che il telo non riusciva a contenere.

Lei se ne accorse. Registrò il modo in cui mi irrigidivo pur di non guardarla, la fatica che stavo facendo per mantenere il controllo. Si strinse il telo addosso, coprendo quel che poteva, tremante ma improvvisamente lucida.

«Non guardare,» disse, la voce un soffio roco, carico di un'intimità improvvisa e pericolosa. Deglutii a fatica. «Non sto guardando.» Lei abbassò lo sguardo sulle mie mani, ancora vicinissime ai suoi fianchi nudi, poi alzò gli occhi nocciola sui miei. C'era una strana luce lì dentro, una scintilla di arroganza ferita e desiderio disperato. «Lo so,» mormorò, le labbra socchiuse che sfioravano quasi il mio viso. «È quasi peggio.»

Quando il vestito cadde finalmente sulla sabbia, mi aspettai di vederla tirare un sospiro di sollievo. Invece, Rebecca si spezzò. La nudità totale, l'aria gelida che le sferzava la pelle bagnata, il buio opprimente e il rumore del mare innescarono qualcosa di profondo. La memoria dell'acqua le piombò addosso. Il suo respiro si spezzò in un rantolo acuto. Il corpo iniziò a tremare così forte che sembrava sul punto di frantumarsi. Si portò le mani al petto e si rannicchiò, ma non c'era nulla di seduttivo in quel gesto: stava solo cercando disperatamente di tenersi insieme.

Mi abbassai di fronte a lei. «Guardami.» «No,» singhiozzò, scuotendo la testa. «Rebecca.» «Non voglio che mi guardi così.» «Così come?» «Come se fossi… così.» Non riusciva nemmeno a dirlo. Debole. Nuda. Spaventata. L'ombra di se stessa.

La presi per le braccia e la feci sedere sulla sabbia, avvolgendole le spalle con quel telo minuscolo. Poi mi sedetti dietro di lei. La avvolsi da dietro con il mio corpo, chiudendola in una morsa sicura, per passarle tutto il calore che avevo, ma facendo attenzione a non invaderla. Sentivo la grana della sua pelle d'oca contro il mio petto.

«Respira con me,» le sussurrai all'orecchio. Lei si irrigidì, lottando contro il panico. «Non sono una bambina.» «No. Sei una stronza congelata.» Un respiro le si incastrò in gola. «Stronzo.» «Meglio. Se mi insulti, respiri.» Le presi le mani. Erano due blocchi di ghiaccio. Gliele chiusi tra le mie, stringendole forte contro il suo stomaco. Lei cercò di liberarsi per un istante, per puro orgoglio, poi smise, abbandonandosi contro il mio petto. «Inspira.» «Smettila di comandarmi,» sibilò, la voce che tremava meno. «Fallo per dispetto.» «Ti odio.» «Va benissimo. Inspira.» Lentamente, assecondando il ritmo del mio torace contro la sua schiena nuda, il tremore iniziò a placarsi.

Quando il panico si ritirò, lasciò il posto a una lucidità nuova, affilata. E improvvisamente, Rebecca si rese conto della nostra posizione. Era completamente nuda sotto quel telo. Io ero premuto dietro di lei. Le mie braccia la circondavano, le mie mani coprivano le sue, intrecciate appena sotto i suoi seni. Il mio respiro le solleticava la pelle salata del collo. Ero rigido, immobile, ma il mio corpo mi tradiva. L'attrito, il profumo della sua pelle fredda, la curva della sua schiena premuta contro il mio bacino... la mia reazione fisica era innegabile, tesa contro di lei.

Lei lo percepì. Sentii un brivido diverso, più caldo, attraversarle la spina dorsale. Quella consapevolezza cambiò tutto.

«Adesso non mi stai compatendo,» mormorò, la voce improvvisamente ferma. Restai immobile, il respiro pesante. «No.» «Lo sento.»

Non serviva aggiungere altro. La paura non l'aveva svuotata del suo potere. Era ancora la ragazza che piegava il mondo al suo volere, e avermi letteralmente in pugno con la sua sola presenza le restituì tutta l'arroganza che aveva perso.

Rebecca si girò appena nel telo, scivolando sulla sabbia umida in modo da potermi guardare in faccia. Non c'era più traccia di panico nei suoi occhi nocciola. Era lucida, ancora fragile, ma fottutamente consapevole. Istintivamente, per correttezza, provai ad allontanarmi, a rompere quel contatto diventato troppo elettrico. Lei scattò, bloccandomi il polso con le dita gelide.

«Non spostarti.» «Rebecca…» «Non fare quella voce.» «Quale voce?» «Quella da bravo ragazzo che cerca di salvarmi anche da me.» Silenzio. Solo il rumore del mare e del mio cuore che martellava. Lei si inumidì le labbra. «Non mi devi salvare ancora.» «Non sto cercando di salvarti.» «Allora tienimi e basta.»

Fu il segnale. Il telo scivolò via dalle sue spalle con una lentezza studiata. Si raddrizzò in ginocchio davanti a me, lasciando che la debole luce lunare illuminasse la perfezione del suo corpo nudo. Lo fece in modo vanitoso, sfacciato, come una modella su una passerella privata. Si offriva allo sguardo come una ricompensa inarrivabile, il seno pieno e turgido per il freddo, la vita sottile, la pelle lucida di sale e umidità.

Spostò le mie mani, impedendomi di guidarla. Voleva il controllo assoluto. «Mi hai salvata due volte,» sussurrò. «Non devi ringraziarmi.» «Infatti.» Fece una pausa, i suoi occhi incollati ai miei. «Voglio.»

Si abbassò su di me. Le sue mani fredde scivolarono lungo il mio addome. Trattenni il fiato quando le sue dita gelate si chiusero attorno a me, decise, possessive. Il contrasto tra la sua pelle ghiacciata e il calore febbrile del mio corpo fu una scossa che mi fece inarcare la schiena. «Rebecca, aspetta,» ansimai, spiazzato da quell'urgenza. «No.» «Sei sicura?» «Non farmelo ripetere.» «Non voglio che domani—» «Domani deciderò cosa pensare domani.»

La sua bocca si dischiuse. Le sue labbra piene e carnose, rese lucide dalla saliva, mi accolsero. Fu un gesto rapido ma di un'intensità stordente. Lo prese lentamente, in modo passionale, usando la lingua con una precisione che mi fece chiudere gli occhi. Sentivo il calore umido dell'interno della sua bocca in totale contrasto con la notte gelida. Le sue mani lavoravano con fermezza, stringendo, dettando il ritmo, la pressione. Non era un gesto tenero. Era rabbia, era sfida, era la necessità fisica di ristabilire la gerarchia. Ogni tanto sollevava gli occhi verso i miei per assicurarsi che io la stessi guardando, che io fossi completamente soggiogato da lei.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

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