Capitolo 5 - Elena a Petto Nudo
Dopo tre giorni di lutto e desideri sporchi, la rabbia di Elena esplode contro Ale in una notte di fango, pelle e colpa. Un capitolo crudele, sensuale e oscuro, dove il paradiso smette definitivamente di sembrare un rifugio.
Il terzo giorno, Camilla smise di piangere. Fu allora che iniziammo ad avere davvero paura di lei.
Era seduta a pochi metri dalla riva, le ginocchia al petto. Aveva le mani fasciate alla bell'e meglio con brandelli di stoffa sporca, la pelle sotto ancora rovinata dalla ruggine e dai tagli disperati per tentare di liberare Chiara. Non guardava nessuno di noi. Fissava la linea dell'orizzonte come se volesse cancellarla. Non toccava cibo da quando l'avevamo portata via dalla botola e non apriva bocca quasi mai.
Mi avvicinai, i muscoli pesanti per la stanchezza e per quel senso di inutilità che ormai mi si era incollato addosso. Mi sedetti a debita distanza sulla sabbia. Non avevo la presunzione di salvarla. Ero solo impacciato, svuotato, senza una singola frase giusta da dirle.
«Hai mangiato qualcosa?» le chiesi, la voce bassa. «No.» Non mosse un muscolo del viso. «Dovresti.» «Dovrei essere con Chiara.»
Restai zitto. Incassai il colpo perché non c'era scudo contro quella verità. Camilla continuò, il tono piatto, svuotato di ogni emozione: «Voglio tornare da Luca.» «Lo so,» mormorai. «No. Tu vuoi sopravvivere. Io voglio tornare.»
Quella distinzione mi tagliò il respiro. Era una linea netta disegnata sulla sabbia: per me la priorità era restare vivo, per lei era il bisogno fisico di tornare a casa, schiacciata però da un dolore impossibile da consegnare al ragazzo che amava. Lei affondò il colpo. «Non voglio tornare senza di lei.» «Camilla…» «Non dire il mio nome. Sembra sempre che qualcuno stia cercando di convincermi a restare.»
Guardai le sue mani insanguinate. Non dovevo e non potevo risolverla. «Io non so convincerti,» ammisi. «Allora perché sei qui?» «Perché se resto abbastanza vicino, magari non sparisci anche tu.» Camilla non mi ringraziò. Non si sciolse in lacrime, non mi guardò nemmeno. Continuò a fissare il mare, un involucro vuoto abbandonato sulla spiaggia.
I tre giorni successivi non furono una lotta epica per la sopravvivenza. Furono una sequenza di umiliazioni, un lento sgretolarsi della nostra dignità, frammento dopo frammento.
Giorno uno Provammo a tornare alla cisterna. Non fu un atto di eroismo; fu la necessità di assecondare Camilla, che non accettava di lasciare la sorella là sotto. Elena voleva capire se c'era una minima possibilità di recuperare il corpo. Io la accompagnai, mentre Rebecca restò muta, rifiutandosi di muoversi. Marta e Giulia rimasero al campo. Quando arrivammo, la struttura era peggiorata. Troppo instabile. Ogni passo faceva scricchiolare sinistramente il cemento e il metallo. Il buco era crollato ulteriormente, più chiuso di prima. Sotto, si sentiva solo il rumore dell'acqua nera. Elena capì subito. Non potevamo scendere. Sarebbe stata una condanna a morte inutile. Camilla la odiò per questo. «Quindi resta lì.» «Non possiamo entrare, Camilla. Crollerebbe tutto.» «Quindi resta lì.» Elena strinse i denti, non trovando risposta. Fu la sua prima, vera crepa: voleva essere quella utile, la leader pragmatica. Invece dovette dire il "no" più atroce di tutti.
Giorno due Facemmo un funerale simbolico. Fu povero, brutto, fottutamente insufficiente. Scegliemmo un punto leggermente rialzato, lontano dalla risacca. Raccogliemmo delle pietre chiare. Io trovai un pezzo di legno spesso, e Marta, usando un frammento di metallo affilato, incise male il nome: CHIARA. Giulia, tremante, raccolse delle conchiglie per metterle intorno. Rebecca portò un lembo di stoffa pulita. Lo lasciò lì, senza dire nulla. Non cercava di sembrare buona, non era nel suo stile. Era solo il suo tributo. Camilla, all’inizio, si era rifiutata di avvicinarsi. «Non è un funerale se lei è ancora là sotto,» aveva sibilato. Marta, appoggiata a me, le aveva risposto piano: «No. Però è un posto dove tornare quando ti manca.» Camilla l'aveva guardata malissimo. Ma era rimasta. Alla fine, si era avvicinata alle pietre. Aveva appoggiato qualcosa della sorella: un piccolo elastico per capelli sfilacciato. Non aveva pianto. Ed era stato mille volte peggio.
Giorno tre Sopravvivere divenne brutto. Divenne litigare su chi dovesse bere un sorso in più di quell'acqua torbida filtrata male con la sabbia e i nostri vestiti. Divenne cercare cibo tra i rami e trovare solo fame. Divenne dormire male, sporchi, senza sentirsi mai al sicuro. La privacy, semplicemente, morì. Ci lavavamo a turni dietro a teli improvvisati che il vento spostava di continuo. L'erotismo non scomparve, ma divenne sporco, legato alla necessità. Rebecca si cambiava i vestiti laceri dietro un lenzuolo teso, ma i suoi movimenti lenti contro controluce dicevano chiaramente che sapeva che io stavo guardando, che percepivo ogni linea del suo corpo. Marta cercava di coprirsi il più possibile, protettiva verso le sue ferite, ma ogni tanto il suo sguardo incrociava il mio, carico di una tensione irrisolta e gelosa. Elena si spogliava e si lavava nel ruscello in modo pratico, quasi aggressivo, fregando via il fango senza alcun pudore romantico, riducendo il corpo a una macchina da mantenere in funzione. Giulia, al contrario, aveva una vergogna invalidante anche solo a togliersi il sale dalla pelle. Camilla non si lavò per niente, finché Elena non la costrinse, trascinandola quasi di peso. Non c'era il Paradise Cove. Solo corpi stanchi, sabbia, e un desiderio crudo che cercava di sopravvivere alla morte.
Il mare, con il suo tempismo malato, ci restituì una borsa di tela. La trovò Giulia, incastrata tra detriti e alghe marce. La portò al campo stringendola al petto. Camilla la riconobbe prima ancora che la aprissero. «No.» Capii subito dal suo sguardo sbarrato. «È sua?» le chiesi. Camilla arretrò. «Non aprirla.»
Ma dentro c'erano cose vitali. Vestiti asciutti, un pareo, una camicia. Un pacchetto di biscotti ormai molli ma mangiabili. Una piccola scatola di cerotti e una mezza confezione di medicine. Un accendino, una torcia quasi scarica, elastici, una spazzola. E una foto plastificata di Camilla e Chiara che sorridevano in aeroporto. Elena si fece avanti. Voleva aprirla, la necessità pratica superava il tatto. Fu Rebecca, con la sua consueta e brutale onestà, a pronunciare la frase cattiva: «Chiara è morta. Noi no.»
Camilla quasi la aggredì con lo sguardo, pronta a scattare. «Rebecca,» la ripresi, duramente. Lei non arretrò di un millimetro, sostenendo il mio sguardo e quello di Camilla. «No, Ale. Qualcuno deve dirlo.» Elena intervenne, dura. Non amava i modi di Rebecca, ma sapeva che aveva ragione. «Se ci sono medicine, le usiamo.» «Erano sue!» urlò Camilla. «Adesso sono il motivo per cui qualcuno potrebbe arrivare a domani,» rispose Elena, glaciale. Il gruppo non si stava unendo nel dolore. Si stava facendo più pratico, e di conseguenza, più crudele.
Alla fine, capimmo tutti che doveva essere Camilla. Non io, non Elena, non Rebecca. Camilla si avvicinò alla borsa. Le sue mani fasciate tremavano mentre sbloccava la cerniera rovinata dal sale. Ogni oggetto che tirava fuori era una pugnalata in pieno petto, un ricordo di una vita che non esisteva più. Tirò fuori il pacchetto di biscotti umidi. Lo porse a Giulia. Giulia lo prese, poi si bloccò, gli occhi pieni di lacrime. «Scusa.» Camilla la guardò. L'ombra della sorella sembrava gravare su di lei. «Mangiali.» «Non posso.» «Lei ti avrebbe detto di mangiarli.» Fu il suo primo, minuscolo, straziante passo verso la sopravvivenza.
Il vero problema arrivò con i vestiti asciutti. Ne avevamo tutti un disperato bisogno. Ma indossarli, mettersi addosso le cose di una ragazza morta il giorno prima, sembrava orribile, quasi sacrilego. «I vestiti servono,» decretò Elena, pragmatica. «Non voglio vederli addosso a nessuna,» sibilò Camilla, stringendo i denti.
Nessuno si mosse. Poi, Rebecca allungò la mano e prese una camicia leggera di Chiara. Tutti la guardammo. Non lo stava facendo per cattiveria gratuita; lo stava facendo perché nessuno di noi aveva il coraggio di rompere quel tabù, e lei del giudizio altrui se ne fregava. Se la appoggiò sulle spalle. «Lei non ha più freddo,» disse Rebecca. Camilla scattò in piedi, furiosa. «Toglila.» Rebecca, per la prima volta da quando era sull'isola, si fermò un istante. Strinse la stoffa tra le dita. «Noi sì.» La frase fece male. Era inattaccabile. Camilla la squadrò, il labbro che le tremava, poi sputò le parole con un disprezzo assoluto: «Ti sta bene.» Rebecca tacque. «È questo che mi fa schifo.»
Fu un colpo bassissimo. Rebecca incassò, sbattendo le palpebre. Abituata da sempre a usare il proprio corpo e la propria immagine come armi di potere, sentirsi dire che "le stava bene" la camicia di una morta fu una ferita strana, asfissiante. Una vulnerabilità nuova. Alla fine non se la tolse. La necessità vinse. Ma incrociò le braccia, chiudendo la camicia per coprirsi meglio, abbassando lo sguardo. E disse solo due parole: «Mi dispiace.» Dette da Rebecca, pesavano come macigni.
Nei tre giorni che seguirono il disastro della cisterna, Elena smise di essere una semplice naufraga e divenne l'ombra di Camilla. Si prese carico di lei con una dedizione che non aveva nulla di materno. Era una cura meccanica, brutale e necessaria. Le cambiava le bende sporche strappando lembi di vestiti asciutti, le puliva le ferite incrostate di sabbia ignorando i suoi lamenti. Di notte, al minimo movimento o incubo di Camilla, Elena era già sveglia, pronta a bloccarle i polsi per impedirle di farsi del male o di scappare verso le rovine della struttura.
Non c'era dolcezza nei suoi gesti. Le spingeva la bottiglia d'acqua contro le labbra spaccate. «Bevi.» Camilla girava il viso, gli occhi vuoti. «No.» Elena le afferrava il mento, costringendola a guardarla. «Non era una domanda.» A tratti, Camilla sembrava odiarla con tutta l'anima. Ma Elena era l'unico fottuto ingranaggio che riusciva a farla funzionare minimamente, tenendola ancorata alla vita.
Il problema era che questa dinamica stava divorando Elena dall'interno. Mentre lei si sporcava le mani con il lutto e la follia, il suo sguardo scivolava spesso su di me, e quello che vedeva le faceva salire una rabbia velenosa in gola. Ai suoi occhi, io ero al centro di un circo assurdo. Rebecca mi parlava sempre un po' troppo vicino, sfiorandomi con arroganza. Marta mi cercava costantemente con lo sguardo, tradendo un bisogno che cercava di nascondere. Giulia si fidava di me come di un fratello maggiore. E Camilla... Camilla era il pezzo del mio passato, la prova che io avevo un mondo fuori da lì. Io ripetevo che "stavo solo aiutando", ma per Elena il contrasto era insopportabile: lei si stava occupando della morte, io ero circondato dal desiderio.
Un pomeriggio, Elena si allontanò verso il ruscello per sciacquare le bende insanguinate, lasciando Camilla addormentata sotto un riparo di foglie e rami secchi. Mi avvicinai in silenzio. Mi sedetti sulla sabbia accanto a lei e la guardai dormire. Era distrutta, l'anima a terra, ma l'impatto visivo del suo corpo restava devastante. I vestiti logori, ormai ridotti a un intrico di stracci dal sapore tribale, le lasciavano scoperto l'addome asciutto e l'ombelico, sporchi di mare e di sole. Aveva un fisico scenico, potente: la vita strettissima esaltava la curva bassa e pronunciata del bacino e dei fianchi pieni. Il seno, fasciato a malapena da un lembo di stoffa logora, assecondava la linea morbida del busto sottile e del collo lungo. Non sembrava una vittima fragile. Con i capelli lunghi e incrostati di sale sparsi sulla sabbia, la pelle dorata e le cosce morbide ma toniche che emergevano dai brandelli di gonna, sembrava una sirena selvaggia sputata fuori dall'oceano. Una ragazza abituata a essere bellissima e glamour, trasformata in una creatura carnale, calda e prepotentemente fisica.
Mentre i miei occhi indugiavano su quella sensualità sporca e inconsapevole, la memoria mi colpì come un pugno. Ricordai i tempi in cui uscivamo in gruppo. Lei era la ragazza di Luca. Ricordai le sue risate arroganti, il modo in cui sapeva di essere guardata, la sua gelosia feroce e divertente, la sua forza. Vederla ora così — una dea terrena devastata dal dolore, esposta e vulnerabile sulla sabbia — mi fece stringere lo stomaco in un misto di desiderio inopportuno e infinita tristezza.
Mi allontanai dal giaciglio di Camilla prima che si svegliasse, con la gola secca, e andai a sedermi su una roccia piatta vicino all'acqua. Fu lì che mi raggiunse Marta. Zoppicava ancora, ma si muoveva con più sicurezza. Si sedette accanto a me, abbracciandosi le ginocchia per coprirsi il più possibile. Sapevo che stava combattendo una guerra silenziosa: si vergognava di provare ancora gelosia mentre a pochi metri di distanza Camilla impazziva per la perdita della sorella, sentiva Rebecca come un predatore sempre in agguato e, da qualche ora, guardava Elena con una diffidenza nuova, incapace di capire quella sua durezza di ghiaccio.
Fissò la schiuma delle onde per un lungo minuto, poi parlò senza guardarmi. «Non ce l’ho con te.» Sospirai, passandomi le mani sul viso stanco. «Non sembra.» «Infatti ce l’ho con me,» ribatté, la voce un po' più tesa. Mi voltai verso di lei. Il suo profilo era duro, ma il labbro inferiore tremava appena. «Perché?» Lei incrociò finalmente il mio sguardo. C'era una vulnerabilità cruda nei suoi occhi, un'ammissione di colpa che le costava carissima. «Perché mi sono attaccata a te troppo in fretta.»
Restai di sasso. Non sapevo cosa rispondere, non avevo appigli. Non eravamo in un locale a bere un drink, eravamo intrappolati in un incubo, e io avevo lasciato che lei si appoggiasse a me senza pensare alle conseguenze. Marta colse il mio silenzio e distolse lo sguardo, tornando a fissare il mare con un mezzo sorriso amaro. «Tranquillo. Mi passerà.» Fece una pausa lunghissima, lasciando che il vento si portasse via il suono della risacca. «Forse.»
La sera del terzo giorno scese sull'accampamento portando con sé un'aria pesante, irrespirabile. Eravamo tutti sfiniti, svuotati. Avevamo appena deciso che all'alba del giorno dopo ci saremmo mossi verso l'interno, verso Paradise Cove. Restare sulla spiaggia significava morire di stenti.
Camilla era seduta sulla sabbia, lo sguardo perso nel vuoto, con la borsa di Chiara abbandonata accanto a lei come un cane da guardia. Elena era inginocchiata al suo fianco e le stava sistemando le bende logore sulle mani con gesti meccanici. Io ero poco distante, appoggiato a una valigia. Rebecca, seduta a un metro da me, si stava passando le dita tra i capelli incrostati di sale. Mi lanciò un'occhiata laterale, un sorriso obliquo che le piegava le labbra.
«Se continui a fare il santo, prima o poi qualcuno ci crede,» mormorò, una battuta velenosa, carica di un sottotesto sessuale che non faceva nulla per nascondere. «Non rischio,» risposi, secco.
Elena si fermò. Le sue mani rimasero a mezz'aria sopra quelle di Camilla. Non urlò subito. Non alzò nemmeno la voce. Si voltò verso di noi e disse, con una freddezza che tagliava l'aria: «Tu non ce la fai proprio, vero?» Mi accigliai, confuso. «A fare cosa?» «A non trasformare tutto in una scena da scopata.»
Il silenzio che calò fu totale, paralizzante. Marta si bloccò, smettendo di respirare. Giulia abbassò immediatamente gli occhi, rimpicciolendosi per la vergogna. Rebecca perse il sorriso, le labbra socchiuse in un'espressione di puro gelo. Camilla, nel suo mondo di fantasmi, non reagì.
Elena si alzò in piedi. Il suo sguardo era una lama puntata dritta alla mia gola, e continuò, sempre più cruda: «Io sto cercando di tenere viva una ragazza che non vuole più stare viva. E tu? Tu stai sempre in mezzo. Rebecca ti gira intorno, Marta ti guarda come se fossi ossigeno, Giulia ti segue con gli occhi, Camilla ti conosce da prima… e tu sempre lì, con quella faccia da “sto solo aiutando”.» «Sto aiutando,» sbottai, sentendo il sangue pulsarmi nelle tempie. «No,» ribatté lei, spietata. «Tu tocchi. È diverso.»
Mi irrigidii. Quella parola mi colpì allo stomaco. Elena andò oltre, sprofondando il coltello nella carne viva della nostra decenza: «Salvi, lavi, copri, stringi, consoli. Poi fai finta che non sia corpo perché intorno c’è sangue.» Fece un passo verso di me, gli occhi accesi di rabbia. «Chiara è morta e tu sei ancora qui a farti desiderare.»
Fu la frase di troppo. Quella che mi fece saltare i nervi. Scattai in piedi, i pugni serrati lungo i fianchi. «Tu non sai un cazzo di quello che mi porto addosso.» Elena mi sfidò, sollevando il mento: «Allora fammelo vedere.»
Non potevo restare un secondo di più, o avrei fatto un disastro davanti a tutti. Mi voltai e mi incamminai a grandi passi verso l'oscurità del ruscello, per non esplodere. Sentii i suoi passi pesanti seguirmi.
L'ambiente intorno al corso d'acqua era opprimente: buio, umido, sporco. La poca luce della luna filtrava a stento tra le foglie larghe, illuminando il fango e le pietre scivolose. L'acqua bassa scorreva emettendo un gorgoglio sordo, quasi derisorio. Mi fermai di scatto e mi girai.
«Che vuoi?» ringhiai. Elena emerse dall'ombra, il viso duro come pietra. «Volevo vedere se almeno lontano dalle altre riesci a sembrare vero.» «Tu vuoi solo farmi male.» «Finalmente ci arrivi.»
Si abbassò sulla riva e immerse le mani nell'acqua gelida. Iniziò a lavarsele, anche se erano già pulite. Se le strofinava in modo febbrile, graffiandosi la pelle con le unghie in un gesto nevrotico e disperato. Notai quel movimento. Vidi il tormento che cercava di nascondere. «Non viene via,» dissi piano. Lei si bloccò, l'acqua che le scorreva sui polsi. «Cosa?» «Quello che hai sulle mani.» Elena si irrigidì, chiudendo i pugni. «Non nominarla.» «Chiara,» sputai, arrabbiato.
Si alzò come una furia e mi spinse. Uno spintone vero, brutale, carico di odio puro. Niente di sexy o calcolato. I miei stivali scivolarono sul fango e caddi all'indietro, sbucciandomi un gomito sulle pietre umide. Mi rialzai subito, il fiato corto per l'adrenalina. «Allora smettila di usarla per odiarmi.»
Elena si avvicinò ancora, invadendo il mio spazio vitale, il petto che le si alzava e abbassava furiosamente. «Io odio te perché sei comodo.» «Comodo?» «Sì! Tutti ti vogliono vicino. Tu entri nei disastri degli altri e ne esci sempre con qualcuno che ti guarda come se le avessi salvato la vita.» «A volte l’ho fatto,» sbottai. «E ti piace?» mi provocò, il viso a pochi centimetri dal mio. «Vaffanculo.» Un sorriso distorto, privo di gioia, le attraversò il viso. «Eccolo. Finalmente qualcosa ti tocca.»
Mi spinse ancora, colpendomi al petto. Questa volta non caddi. Allungai le mani e le afferrai i polsi, stringendoli per fermarla. L'impatto tra noi fu elettrico, carico di una tensione violenta che aveva superato ogni limite razionale. «Smettila,» le intimai. «Lasciami.» «Se vuoi che ti lasci, ti lascio.» I suoi occhi chiari fiammeggiarono nel buio. «Non ho detto che voglio quello.»
La sua risposta fu ambigua, vertiginosa. Era rabbiosa, eppure c'era una fame viscerale nel modo in cui mi guardava. Io ero furioso, ma il contatto con la sua pelle umida, il respiro affannoso che le dischiudeva le labbra, mi mandava il sangue alla testa. Poi, Elena fece la cosa più cattiva e inaspettata. Si liberò con uno strattone e mi mise le mani al collo.
All'inizio sembrò un gesto di pura sfida fisica, un modo per dominarmi. Ma poi divenne reale. Le sue dita si strinsero attorno alla mia trachea. Non abbastanza da uccidermi sul colpo, ma abbastanza da bloccarmi il respiro, facendomi mancare l'aria nei polmoni. Il mio corpo reagì con un'ondata di panico ed eccitazione confusa. Sgranai gli occhi, rendendomi conto che non era più una provocazione.
«Elena—» rantolai, afferrandole gli avambracci. Lei strinse di più, piegandosi verso di me. «Per una volta smetti tu di respirare più forte degli altri.»
La violenza di quella frase fu terrorizzante. L'istinto di sopravvivenza esplose, spazzando via ogni inibizione. Cercai di liberarmi, ma lei era completamente fuori di sé, mossa da una forza cieca. Perdemmo l'equilibrio entrambi, scivolando dalla sponda scoscesa. Crollammo pesantemente nell'acqua e nel fango del ruscello.
L'impatto fu brutale. L'acqua gelida mi invase la bocca e il naso, tossii, annaspando. Per un attimo di panico totale, lei continuò a tenermi il collo schiacciandomi sotto di sé. Sentii la paura vera scivolarmi nelle ossa. A quel punto reagii. E non lo feci da partner di un gioco erotico. Lo feci da animale messo all'angolo.
Feci leva sui fianchi, afferrai il suo corpo e, con una spinta violenta, la ribaltai nell'acqua bassa. Nel farlo, le mie dita si aggrapparono disperatamente al suo top di tessuto leggero. La stoffa, già logorata dai giorni sull'isola, non resse la forza del mio strattone. Si lacerò con un rumore secco, strappandosi di netto dal collo fino all'orlo. La schiacciai giù nel fango, bloccandole le braccia sopra la testa, premendo il mio peso contro di lei.
Il suo respiro si spezzò. Elena rimase intrappolata sotto di me, la schiena nell'acqua viscida, il torace nudo esposto all'aria fredda. I suoi seni perfetti e tondi, bagnati e lucidi di fango, si sollevavano e si abbassavano in un ritmo frenetico, schiacciati contro il mio torace ogni volta che provava a dimenarsi. La vista della sua nudità improvvisa, sfacciata, illuminata a sprazzi dalla luna, fu uno schiaffo erotico che mi stordì. La pelle d'oca le copriva i capezzoli induriti, sfregando contro i miei vestiti fradici. Era una scena di un'intensità brutale, dove l'eccitazione si mescolava al fango e al sangue che pulsava nelle vene.
«Basta!» le urlai in faccia. «Lasciami!» strillò lei, dimenandosi selvaggiamente sotto di me. L'attrito dei nostri corpi bagnati era osceno, infiammava i sensi. «Mi stavi soffocando!» «Magari almeno per un secondo stavi zitto!»
Persi totalmente il controllo. Strinsi la presa sui suoi polsi affondandoli nel fango, sovrastandola completamente. «Tu non vuoi punire me!» le ringhiai contro, il mio fiato che si infrangeva sul suo viso. «Vuoi punire te stessa e hai scelto il mio collo perché era più comodo!»
Lei continuò a divincolarsi, il corpo nudo che si inarcava e strisciava contro il mio in modo quasi primordiale, sputandomi addosso acqua, rabbia e insulti. L'istinto dominatore mi accecò. La tenni ferma più forte. Troppo forte. Sentii i suoi muscoli cedere sotto la mia presa, schiacciata dal mio peso, impotente.
Per un secondo, Elena non lottò più. Non perché si fosse calmata, e non perché fosse eccitata. Smise di muoversi perché aveva paura. I suoi occhi chiari si spalancarono, terrorizzati.
E in quel preciso istante, mi vidi da fuori. Vidi quello che le stavo facendo. Vidi il panico puro in una donna che avevo spogliato a forza e che stavo tenendo bloccata a terra con violenza. Capii che la stavo distruggendo, e che un solo, fottuto secondo in più avrebbe reso tutto irreparabile.
Ritrassi le mani come se mi fossi bruciato. La lasciai di colpo, scivolando via da lei, allontanandomi a gattoni nell'acqua sporca.
L'erotismo che aveva incendiato la scena venne decapitato, morto all'istante, affogato nel fango della nostra violenza.
Rimanemmo lì, a mezzo metro di distanza, inginocchiati nell'acqua bassa, fradici e ansimanti come due bestie ferite. Non c'era nulla di eccitante in noi. Mi toccai la gola pulsante; il mio collo era segnato di rosso vivo per la sua morsa. Elena era piegata su se stessa, le braccia strette al petto nudo per coprirsi, i polsi lividi e infangati per colpa della mia forza cieca. I suoi seni esposti, prima fonte di un desiderio brutale, ora erano solo il simbolo della mia prevaricazione, dell'orrore che avevamo sfiorato.
Il silenzio che ci avvolse fu orribile, spezzato solo dai nostri respiri rotti e dal rumore dell'acqua. Alzai le mani davanti a me, i palmi aperti, tremanti, terrorizzato dall'idea di sfiorarla ancora.
«Elena…» sussurrai, la voce incrinata. «Non toccarmi,» rispose lei, rannicchiandosi, senza alzare lo sguardo. «Io non volevo—» «Nemmeno io.»
Quella frase fu perfetta nella sua devastazione. Eravamo entrambi colpevoli, entrambi spaventati da ciò che la paura ci aveva trasformato. L'isola ci stava riducendo a mostri, facendoci usare i corpi come armi per non sentire il dolore.
Poi, Elena alzò lentamente il viso. La luce della luna le illuminò le lacrime mischiate all'acqua del fiume. Disse la frase più straziante, quella che chiuse per sempre ogni porta alla seduzione. «Volevo solo che per un secondo fossi tu quello che non respirava.»
Non risposi. Non potevo. Non c'era nessun desiderio liberatorio. Nessun piacere sospeso nell'aria. C'era solo l'orrore di ciò che eravamo diventati.
Tossii, sputando acqua sporca, portandomi una mano al collo dove la sua stretta bruciava ancora. Mi alzai a fatica, le ginocchia che tremavano nel fango. «Basta,» dissi, la voce ridotta a un raschio. «È finita.»
Elena era ancora a terra, nel fango. Il suo respiro sollevava in modo irregolare il petto nudo, esposto al freddo dopo che il tessuto del top si era squarciato nella lotta. Provò a coprirsi incrociando le braccia, un gesto istintivo di pudore, ma in un secondo netto vidi la vergogna evaporare, inghiottita da una rabbia ancora più cieca e nera. «Finita?» sibilò. «Sì. Mettiti qualcosa addosso.» «Non decidi tu quando finisce.»
Capii troppo tardi che non era tornata lucida. «Elena, torna al campo.» «No.» «Mi hai quasi ammazzato, cazzo.» «E sei ancora qui.»
Quella frase fu raggelante. Non feci in tempo a fare un passo indietro che lei mi fu di nuovo addosso. Non era un attacco calcolato da combattente, era l'assalto disperato di un animale ferito. Mi urtò contro le rocce. Ero stordito, il collo mi pulsava dolorosamente e non mi aspettavo che avesse ancora quell'energia. Nella foga, aveva raccolto da terra un frammento affilato di lamiera arrugginita, un detrito portato dal fiume. Me lo puntò alla gola, spingendomi contro il tronco scivoloso di un albero. Con l'altra mano, usando i brandelli strappati della sua stessa maglietta, mi afferrò i polsi, strattonandoli per bloccarli. Non era una dominatrice perfetta da film. Era una ragazza nuda a metà, fuori controllo, che faceva un casino disumano, ma un casino sufficiente a essere letale. Il metallo freddo mi premeva contro la pelle, a un millimetro dalla giugulare.
«Cammina,» ordinò. La sua voce tremava, ma la mano con la lamiera era ferma. Mi costrinse a muovermi lungo la sponda del ruscello, verso l'interno denso della giungla. Dopo i primi passi, riconobbi la direzione. Il buio nascondeva i dettagli, ma il rumore dell'acqua e la pendenza del terreno non mentivano.
«Elena… no.» «Sì. Cammina.» «Mi stai portando alla cisterna.» «Ti sto portando dove finiscono quelli come te.» Il fango mi faceva scivolare, ma la punta di metallo mi ricordava di non fermarmi. «Quelli come me?» «Quelli che respirano troppo bene.»
Voleva punirmi. Non voleva solo ferirmi nel corpo; voleva trascinarmi nel luogo simbolico del suo fallimento più atroce, il buco nero dove aveva perso Chiara, per chiudere il cerchio della sua colpa scaricandola su di me. Provai a farla ragionare, tenendo le mani alzate per come mi permetteva il tessuto intrecciato. «Elena, ascoltami. Non sono io quello che ti ha fatto del male.»
Quella frase fu un sasso lanciato contro un vetro. Aprì una crepa istantanea. Elena si bloccò per un secondo. Il suo respiro si spezzò. «No,» ammise, in un sussurro sofferente. «Allora perché mi stai facendo questo?» I suoi occhi chiari brillarono nel buio, pieni di una follia disperata. «Perché quando le guardi, gli somigli.»
Riprendemmo a camminare, l'umidità che ci inzuppava la pelle. La verità non esplose tutta insieme. Uscì a pezzi, sanguinando attraverso il buio, mentre inciampavamo tra le radici.
«Io il mio corpo me lo sono costruito,» disse all'improvviso, la voce dura, meccanica. «Elena…» «No. Stai zitto,» mi tagliò corto, spingendomi in avanti. «Me lo sono costruito perché una volta non bastava. Perché una volta ho detto no e non è servito.»
Il gelo mi invase le vene, cancellando il dolore al collo. La sua rabbia, la sua aggressività, il suo bisogno di essere sempre al comando, il rifiuto di ogni debolezza... tutto aveva un'origine feroce. «Mi dispiace,» mormorai, sentendomi minuscolo. La lamiera mi graffiò la pelle, un avvertimento. «Non ti azzardare.» «Io non sono lui, Elena.» «Lo so.» Il suo respiro si fece pesante. Si fermò alle mie spalle. Sentivo il calore del suo petto nudo e infangato sfiorarmi la schiena. «È questo che mi fa impazzire.»
Razionalmente sapeva che io non ero il mostro del suo passato. Ma in quei giorni di terrore e promiscuità forzata, io ero diventato l'unico maschio in grado di toccare, di decidere, di guardare. Ero diventato il simbolo del suo incubo. «Le altre ti lasciano entrare,» continuò, la voce carica di disprezzo e terrore. «Ti lasciano toccare. Ti lasciano essere necessario.» «Perché siamo finiti in un naufragio. Abbiamo solo l'un l'altro.» «No,» ribatté. «Perché tu sembri sempre quello sicuro.» «E non lo sono?» La sua risposta fu una sentenza, figlia di un trauma che le aveva divorato l'anima. «Nessun uomo lo è quando ha abbastanza fame.»
Riprendemmo la marcia, ma il buio e la tensione ci fecero perdere l'orientamento. Invece di seguire il letto principale del torrente che portava alla botola di Chiara, deviammo lungo una tubazione secondaria inghiottita dalle felci. All'improvviso, la vegetazione si aprì.
Non fu come risvegliarsi in un sogno. Fu come inciampare in un cadavere. Davanti a noi, spettrale sotto la luce fredda della luna, apparve Paradise Cove. Era un ecomostro di lusso divorato dalla natura. La reception era un guscio vuoto, invaso da liane e radici. L'insegna di legno intagliato era mezza caduta, appesa a un solo cavo d'acciaio. Le ampie vetrate che un tempo guardavano sul mare erano in frantumi. La piscina era una vasca di melma verde, circondata da lettini ribaltati e marciti. Il bancone del bar era ancora lì, un altare di bottiglie vuote coperte di polvere e ragnatele, circondato da corridoi bui che puzzavano di muffa, salsedine e abbandono.
Mi fermai di colpo. Il pezzo di lamiera si scostò dal mio collo. «Elena,» dissi, senza fiato. «Cammina.» «Guarda.»
Lei si voltò. L'arma le si abbassò lentamente lungo il fianco. Per un secondo lunghissimo, la sua follia fu sospesa, sopraffatta dalla grandezza desolata di quella scoperta. «Esiste davvero,» sussurrò, i lineamenti rilassati in un'espressione di puro stupore infantile. Mi girai verso di lei, il cuore che batteva a mille, vedendo finalmente una via d'uscita. «Dobbiamo tornare al campo. Dobbiamo dirlo agli altri. Qui dentro potremmo trovare cibo, coperte, forse una radio…»
Elena mi guardò. La meraviglia si spense, sostituita di nuovo da quell'ossessione nera, insuperabile. Riavvicinò il pezzo di metallo arrugginito al mio petto, i suoi occhi vuoti come i corridoi del resort.
«Prima finiamo.»
Elena mi trascinò dentro, sorda a ogni mio tentativo di farla ragionare. Non le importava che fossimo soli, che io avessi i polsi legati o che quel posto avesse l'aria di una tomba. Voleva arrivare fino in fondo.
Entrammo da quella che un tempo doveva essere la hall principale, superando i resti di una porta a vetri andata in frantumi. L'ambiente era un cimitero di lusso. Sotto i miei stivali, i cocci di vetro scricchiolavano mescolandosi al fango secco. Il grande banco della reception in legno scuro era gonfio e spaccato dall'umidità; ovunque c'erano brochure marce, bottiglie rotte e sedie rovesciate. Sulla parete di fondo, una vecchia mappa del resort si scrostava lentamente, divorata dalla muffa. L'odore era chiuso, pesante: un misto di salsedine, legno fradicio e acqua stagnante.
Feci un passo e mi bloccai. Il sangue mi si gelò nelle vene. Sulla polvere umida del pavimento, tra i detriti, c'erano delle impronte. Segni di scarpe pesanti, irregolari. E una striscia nel fango, come se qualcosa di pesante fosse stato trascinato di recente. Elena non se ne accorse. Continuava a tirarmi, accecata dalla sua missione punitiva.
«Elena,» sussurrai, la gola secca. «Zitto.» «No. Guardati intorno. Qui c’è qualcuno.» Lei si voltò appena, gli occhi accesi di disprezzo. «Comodo, vero? Inventarsi fantasmi per scappare.» «Guarda il pavimento, cazzo!» sibilai, cercando di fermarmi.
Ma lei non fece in tempo ad abbassare lo sguardo.
Il colpo arrivò dal nulla, rapido e devastante. Una figura emerse dall'ombra di una colonna portante. Un lampo di vetro verde fese l'aria. La bottiglia si schiantò contro il lato della testa di Elena con un rumore secco, orribile, brutale nella sua totale mancanza di epicità. Non ci fu sangue che schizzava, solo il tonfo sordo del vetro spesso contro l'osso.
Elena barcollò, gli occhi le si rovesciarono all'indietro e crollò a peso morto sul pavimento coperto di detriti. La caduta scomposta le fece scivolare del tutto i brandelli del top già strappato, lasciandola con il petto nudo, esposto al buio e al freddo di quella stanza morta. Quella nudità, che fino a pochi minuti prima era stata il centro di una tensione viscerale e furiosa tra noi, ora la rendeva solo atrocemente vulnerabile, tragica.
«Elena!» urlai, scattando verso di lei. Non feci un metro. L'ombra mi si avventò addosso. Due mani ruvide e sporche mi afferrarono per la maglietta, scaraventandomi con una forza disperata contro lo spigolo del banco della reception. Caddi pesantemente sui vetri, battendo la spalla e la testa. Con i polsi ancora bloccati dalla stoffa stretta di Elena, rotolai su me stesso, incapace di attutire il colpo.
Misi a fuoco l'aggressore, il cuore che mi martellava nel cranio. Era un uomo. Una figura sporca, i vestiti logori e pesanti. Il suo respiro era un rantolo rauco, malato. L'odore che portava addosso mi invase le narici: sudore stantio, alcol vecchio, muffa e sporcizia stratificata. Le sue mani tremavano, ma erano cariche di una violenza nervosa, imprevedibile. Forse era un naufrago impazzito, forse qualcuno che abitava quelle rovine da settimane, non aveva importanza. Era una minaccia pura e spietata.
L'uomo non guardò più me. Si voltò lentamente verso Elena, stesa a terra, incosciente, il respiro debole che le sollevava il petto nudo. Fece un passo verso di lei, poi si chinò.
Fu una scena di una brutalità silenziosa e disturbante. L'uomo allungò una mano sudicia, le dita nere di terra che sfiorarono la pelle chiara e perfetta della spalla di Elena. C'era una sensualità malata e perversa nel modo in cui la guardava, nel modo in cui il suo corpo pesante incombeva su di lei, assaporando il potere totale che aveva in quel momento su una donna così bella e indifesa. Le afferrò il fianco, stringendo la carne con prepotenza, e provò a strattonare via il resto della stoffa impigliata alla sua vita per scoprirla del tutto. Elena gemette, un suono debole, la testa che rotolava di lato, troppo stordita per capire, troppo debole per difendersi.
Capii all'istante cosa stava per succedere. Il mondo mi si chiuse intorno. Vidi Elena, la stessa ragazza di marmo che mi aveva appena confessato, in lacrime e rabbia, di essersi costruita un'armatura per sopravvivere a un mostro del suo passato, in balìa di un nuovo carnefice. Stava per rivivere l'inferno. E io ero lì, legato come un idiota. Il panico fu spazzato via da un'ondata di rabbia incandescente, acida, che mi bruciò lo stomaco. La mia impotenza si trasformò in una furia cieca, animalesca. Non c'era pensiero logico, non c'era eroismo calcolato. C'era solo una parola che mi rimbombava nel cranio.No.
Mi trascinai contro la base del bancone, cercando freneticamente qualcosa, qualsiasi cosa. Trovai un pezzo di vetro rotto conficcato nel legno marcio, spesso e affilato come un rasoio. Non avevo il tempo di disfare il nodo.
Portai i polsi dietro la schiena, premendo la corda improvvisata contro il bordo tagliente del vetro. Iniziai a sfregare con una violenza disperata. Il vetro tagliò la stoffa, ma scivolò. La lama frastagliata mi affondò nella carne del polso. Il dolore fu una scossa elettrica, ma non mi fermai. Sfregai ancora, sentendo la pelle aprirsi, il sangue caldo che mi colava sulle mani, rendendo tutto scivoloso. Tirai le braccia in direzioni opposte, quasi slogandomi il pollice per far passare la mano attraverso la morsa che si stava allentando. Mi ruppi le unghie contro il nodo, lacerando i tessuti.
Non mi liberai perché ero forte. Mi liberai perché smisi di preoccuparmi di cosa mi sarei aperto per farlo.
Con un ultimo, tremendo strattone, la stoffa inzuppata di sangue cedette. Le mie mani erano libere. Ero stordito, senza fiato, il braccio sinistro che pulsava di un dolore atroce, coperto del mio stesso sangue. Afferrai la cosa più pesante che avevo a portata di mano: il collo di una bottiglia rotta e mezza piena di sabbia. Mi lanciai in avanti con un urlo roco.
Non fu una lotta da cinema. Fu caotica, breve e spietata. Mi scagliai sull'uomo, cercando di colpirlo alla testa con la bottiglia. Lui, con i riflessi affilati dalla pazzia, si voltò all'ultimo secondo, alzando un braccio. Il mio colpo mancò il bersaglio, schiantandosi contro la sua spalla. Lui grugnì, mi afferrò per la maglietta e mi scagliò all'indietro. Sbattei di nuovo la schiena contro il banco, il fiato che mi uscì dai polmoni in un sibilo. L'uomo raccolse un grosso frammento di specchio dal pavimento e sferrò un fendente. Il vetro mi tagliò l'avambraccio, un bruciore netto e profondo.
Ignorai il sangue. Feci perno sulla gamba sana e gli piantai una ginocchiata devastante nello stomaco. L'uomo si piegò in due, sputando saliva. Non gli diedi il tempo di respirare: afferrai una sedia di legno marcio e gliela spaccai direttamente sulla schiena. Il legno si frantumò. Perdemmo l'equilibrio entrambi, rovinando a terra in un groviglio di braccia, imprecazioni e vetri frantumati che ci tagliavano i vestiti e la carne.
Vinsi solo per la rabbia pura e per il fatto che lui fosse indebolito dagli stenti, non per abilità. Riuscii a spingerlo via con un calcio al petto, facendolo rotolare lontano da Elena. L'uomo si rialzò a fatica, ansimando, il volto coperto dalle mani tremanti. Si rese conto che non ero una preda facile.
Arretrò nel buio del corridoio adiacente, strisciando quasi, tenendosi il volto ferito. Si fermò un secondo sulla soglia dell'oscurità. E, prima di sparire, rise. Una risata roca, catarrosa, agghiacciante. Non rideva come uno sconfitto scacciato dal suo territorio. Rideva come uno che sapeva di avere ancora tutto il resort, tutti i suoi corridoi bui e le sue stanze marce, per nascondersi e aspettarci.
Non provai nemmeno a seguirlo. Mi gettai in ginocchio accanto a Elena. Il mio primo istinto non fu quello di scuoterla o parlarle. Guardai il suo corpo, nudo ed esposto, illuminato dalla debole luce della luna che filtrava dai vetri rotti. Mi sfilai la giacca leggera e sporca che indossavo e gliela posai delicatamente addosso, coprendole il petto e le spalle. Dopo tutto quello che mi aveva urlato addosso, dopo la violenza e i traumi che mi aveva sputato in faccia, non la guardai con desiderio, non la giudicai, non cercai una rivincita. La coprii e basta. Rispettando quel limite che lei stessa aveva difeso con le unghie per tutta la vita.
Le sfiorai il viso. «Elena,» chiamai, piano. Le sue palpebre tremarono. «Non…» «Non ti tocco se non serve,» mi affrettai a dire, ritraendo le mani insanguinate. «Lui…» sussurrò, la voce impastata dalla botta. «È andato via. Siamo soli.»
Mise a fuoco lentamente l'ambiente intorno a noi. Poi i suoi occhi si fermarono su di me. Mi guardò il viso sudato, il braccio tagliato. E poi vide i miei polsi: la pelle lacerata fino al vivo, il sangue scuro che macchiava le mie mani e la sua giacca. Capì all'istante che, pur di aiutarla, mi ero liberato facendomi male da solo. Vidi la sua corazza frantumarsi, riga dopo riga. Quella realizzazione la distrusse più di qualsiasi aggressione.
«Perché?» chiese, la voce che era solo un soffio. «Cosa?» «Perché mi hai tirata fuori?» Restai inginocchiato, il fiato ancora corto. «Perché eri tu.» Gli occhi di Elena si riempirono di lacrime trattenute. «Io ti volevo morto, Ale.» «Lo so.» Il silenzio tra noi fu denso, pesante, carico di un dolore che non aveva bisogno di spiegazioni. Non cercò di diventare dolce, perché non era nella sua natura. «Questo non ti rende buono,» sussurrò lei, guardandomi dritta negli occhi. «Non l’ho fatto per quello.» «Non cancella niente di quello che è successo.» Strinsi i pugni indolenziti, sentendo il sangue seccarsi sulla pelle. «Non volevo cancellare niente.»
Il ritorno verso il campo fu un calvario disumano. La giungla di notte era un muro nero, ostile, denso di rumori e ombre. Non c'era nulla di eroico in noi, nessuna marcia trionfale con la fanciulla in braccio. Eravamo due sopravvissuti a pezzi, sporchi di fango, sudore e del nostro stesso sangue.
Elena aveva un taglio profondo al lato della testa; la nausea la faceva barcollare a ogni radice sporgente e i tremiti le scuotevano il corpo, coperto a malapena dalla mia giacca buttata sulle spalle. Io non stavo meglio. I miei polsi scuoiati continuavano a sanguinare, il collo mi pulsava atrocemente per i segni delle sue dita, e ogni respiro era una fitta di bruciore alle costole. La sostenevo per brevi tratti, passandole un braccio attorno alla vita. Lei si irrigidiva, rifiutando l'aiuto con un grugnito, per poi cedere due passi dopo, rischiando di crollare nel buio. Inciampammo entrambi in una radice viscida, finendo quasi faccia a terra.
A un certo punto, un rumore metallico, lontano ma distinto, provenne dalla direzione del resort. Mi lanciai dietro il tronco di un albero enorme, trascinandola con me. Rimanemmo schiacciati l'uno contro l'altra nel buio, i respiri pesanti, il calore dei nostri corpi feriti che si mescolava all'odore di terra marcia. Sentivo il sangue colarmi lungo il palmo della mano, gocciolando sulle foglie umide.
«Fermati un attimo,» sussurrò lei, guardandomi le mani. «Stai perdendo troppo sangue.» «Se mi fermo adesso, non so se riparto,» risposi, la voce raschiata, quasi inesistente.
Riprendemmo a camminare, lenti come spettri. «Non appoggiarti a me se non vuoi,» le dissi, sentendola rigida contro il mio fianco. «Non ho detto che non voglio.» «Hai detto cose peggiori.» «Le penso ancora.» Sospirai, un sibilo doloroso nella gola. «Lo so.» Elena tenne lo sguardo fisso nel buio davanti a noi. «Non tutte.» «Va bene anche questo.»
Non stava chiedendo scusa. L'odio non era sparito per magia, ma la sua forma era cambiata. Si era trasformato in una rassegnazione cruda, stanca. A metà strada, si fermò di colpo, costringendomi a fare lo stesso. «Non dire al gruppo quello che ti ho detto,» mi ordinò, la voce tesa. «Non lo farò.» «Non per me.» «Per chi, allora?» Si strinse la mia giacca sul petto nudo. «Perché se lo dici, diventa vero anche fuori dalla mia bocca.»
Quell'ammissione fu un pugno allo stomaco. Era la sintesi perfetta del suo trauma, l'illusione che il silenzio potesse arginare il passato. «Resta tuo,» le dissi piano. «Non è mai stato mio.» «Allora almeno decidi tu quando farlo uscire.» Elena non rispose, ma riprese a camminare, appoggiandosi al mio braccio un po' più di prima.
Sbucammo sulla spiaggia che sembravamo due cadaveri rigettati dal mare. Il gruppo ci vide emergere dall'ombra degli alberi. Marta si alzò di scatto, ignorando la fitta alla caviglia, il viso sbiancato. Rebecca, seduta vicino al fuoco spento, registrò ogni singolo dettaglio in una frazione di secondo: la mia andatura spezzata, la giacca di Elena, il sangue. Capì subito che era successo qualcosa di enorme. Giulia portò le mani alla bocca, spaventata. Persino Camilla, persa nel suo vuoto, vide la ferita sanguinante sulla testa di Elena e sembrò risvegliarsi, sgranando gli occhi.
Appena toccò la sabbia, Elena non riuscì più a stare in piedi. Le gambe le cedettero e crollò seduta, le ginocchia al petto, tenendosi la testa. Marta zoppicò verso di noi. «Che è successo?» chiese, la voce tremante.
Provai a parlare, ma dalla mia gola uscì solo un rantolo roco, spezzato dai segni che le mani di Elena mi avevano lasciato. Tossii, sputando saliva mista a fango. Rebecca si avvicinò lentamente. Guardò i miei polsi scuoiati e sanguinanti, poi la ferita di Elena, poi i lembi dei vestiti strappati che spuntavano da sotto la giacca. «Non è stata una rissa,» sentenziò, algida e perspicace.
Deglutii a fatica, costringendo le corde vocali a funzionare. «C’è qualcuno al resort.» Il silenzio che calò fu assoluto. Quella singola frase cambiò la gravità dell'isola, schiacciandoci tutti a terra. Elena sollevò la testa, chiudendo gli occhi. «Un uomo,» aggiunse, con immensa fatica.
Camilla impallidì vistosamente, la pelle che diventava traslucida. Giulia si strinse le braccia intorno al corpo. «Un altro sopravvissuto?» «Non lo so,» risposi, massaggiandomi il collo dolorante. Rebecca incrociò le braccia, lo sguardo che passava da me a Elena come uno scanner. «Perché siete andati al resort da soli?»
Nessuno rispose subito. La tensione su Elena divenne asfissiante. Lei non poteva raccontare di avermi preso in ostaggio in preda al delirio del suo trauma, e io non avevo intenzione di esporla. Decisi per una mezza verità. «L’abbiamo trovato seguendo i tubi.» Rebecca assottigliò gli occhi. «E basta?» «No.» Marta mi guardò fisso. Conosceva quel tono. Capì immediatamente che c'era un abisso di non detti tra me e la ragazza seduta a terra.
Elena fece un respiro profondo e parlò piano, la voce impastata dalla debolezza. «È colpa mia.» Tutti si girarono verso di lei. Non confessò il delirio, non confessò la rissa nel fango né il mio quasi strangolamento. Ma disse abbastanza da caricarsi il peso sulle spalle. «L’ho portato io lì.» Bastava questo. La scena, e le colpe, si spostarono definitivamente.
Il dado era tratto. Ora il gruppo doveva fare i conti con tre verità assolute: Paradise Cove esisteva, qualcuno era già lì, e quel qualcuno era estremamente pericoloso. La scelta divenne atroce: restare a morire di stenti sulla spiaggia sicura, o marciare verso una struttura che ospitava un predatore. Elena, ferita e moralmente compromessa, non poteva più dettare legge come aveva fatto nei giorni precedenti.
Rebecca prese il controllo logico della situazione, con il suo solito pragmatismo tagliente. «Allora non ci andiamo.» Elena alzò il viso, scura. «Se restiamo qui, moriamo.» «Se andiamo lì, forse prima,» ribatté Rebecca, glaciale. Mi intromisi, la voce che raschiava. «C’è acqua. Ci sono strutture. Forse troviamo medicine per Marta. Forse una radio per chiamare aiuto.» Marta mi guardò, incredula e spaventata. «E un uomo che spacca bottiglie in testa alla gente.» «Sì.»
Non c'era nessuna soluzione pulita. Era un bivio tra una morte lenta e una morte violenta. Poi, accadde l'impensabile. Camilla, che fino a quel momento aveva rifiutato il mondo, parlò. La sua voce era vuota, ma incredibilmente ferma. «Chiara pensava che fosse un albergo.» Il silenzio si impadronì di nuovo della spiaggia. L'evocazione del nome della sorella fu un brivido gelido per tutti. Camilla abbassò lo sguardo sulla borsa che teneva in grembo. «Forse aveva ragione. Forse c’è qualcosa che serve.» Era il suo primo, vero contributo da quando avevamo perso Chiara. Era il momento in cui il lutto decideva di trasformarsi in sopravvivenza.
Più tardi, nel cuore della notte, mentre gli altri dormivano un sonno agitato, io ed Elena fummo costretti a medicare le nostre ferite. Lei aveva la testa stretta in una benda improvvisata ricavata da una maglietta strappata. Io avevo i polsi avvolti stretti per fermare il sanguinamento. Ci ritrovammo a un metro di distanza, isolati dal resto del gruppo che riposava sotto il telo.
Elena fissò le mie mani fasciate. «Non dovevi farlo.» «Cosa?» «Salvarmi.» «Sì,» risposi, ostinato. «No.» «Sì.»
Lei non rispose. Distolse lo sguardo, fissando le braci spente del nostro inutile fuoco. L'aria tra noi era carica di scorie, di violenza non sbollita, di un'intimità distruttiva che avevamo condiviso nel fango. Poi, senza guardarmi, disse: «Io non ti perdono.» Non mi scomposi. Il dolore al collo mi ricordava costantemente chi fosse. «Non te l’ho chiesto.» Lei si voltò appena, gli occhi chiari che perforavano il buio. «E tu?» La guardai. Guardai la ragazza che aveva cercato di soffocarmi per punire i fantasmi del suo passato. «Non lo so.» Non c'era perdono. Non c'era riconciliazione. C'era solo l'onestà brutale di due persone che si erano distrutte a vicenda.
La mattina dopo, la decisione fu inevitabile. Non potevamo più rimandare. Dovevamo andare a Paradise Cove. Ma questa volta, l'isola ci aveva insegnato le sue regole, e noi ne avevamo stabilite di nuove, durissime. Nessuno si sarebbe mosso da solo. Ognuno aveva in mano un'arma improvvisata. Elena, stordita e ferita, non guidava più il gruppo. Rebecca prese il compito di tenere d'occhio l'ambiente circostante, con i suoi occhi attenti e spietati. Marta e Giulia furono messe al centro, protette. Camilla si caricò in spalla la borsa di Chiara, aggrappandosi a essa come a un'ancora. Io chiudevo la fila o stavo avanti a seconda del terreno, portando le bottiglie d'acqua e una sbarra di ferro acuminata che avevo recuperato tra i detriti.
Lasciammo la spiaggia il quarto giorno. Non perché Paradise Cove fosse un rifugio. Perché era l’unico posto abbastanza grande da contenere tutte le nostre paure. Elena camminava senza guardarmi, con la benda sporca sulla fronte, una guerriera abbattuta. Io portavo l’acqua, i polsi fasciati e il collo segnato dalle sue mani, marchiato dalla sua rabbia. Marta zoppicava in silenzio, concentrata sul dolore per non pensare ad altro. Giulia stava vicino a lei, un'ombra tremante. Rebecca chiudeva il gruppo con una bottiglia rotta stretta saldamente in mano, pronta a usarla. Camilla portava la borsa di Chiara come se dentro ci fosse ancora il peso di sua sorella.
Oltre gli alberi, Paradise Cove ci aspettava. E adesso sapevamo una cosa in più. Non era vuoto.
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