Il terzo giorno, Camilla smise di piangere. Fu allora che iniziammo ad avere davvero paura di lei.
Era seduta a pochi metri dalla riva, le ginocchia al petto. Aveva le mani fasciate alla bell'e meglio con brandelli di stoffa sporca, la pelle sotto ancora rovinata dalla ruggine e dai tagli disperati per tentare di liberare Chiara. Non guardava nessuno di noi. Fissava la linea dell'orizzonte come se volesse cancellarla. Non toccava cibo da quando l'avevamo portata via dalla botola e non apriva bocca quasi mai.
Mi avvicinai, i muscoli pesanti per la stanchezza e per quel senso di inutilità che ormai mi si era incollato addosso. Mi sedetti a debita distanza sulla sabbia. Non avevo la presunzione di salvarla. Ero solo impacciato, svuotato, senza una singola frase giusta da dirle.
«Hai mangiato qualcosa?» le chiesi, la voce bassa. «No.» Non mosse un muscolo del viso. «Dovresti.» «Dovrei essere con Chiara.»
Restai zitto. Incassai il colpo perché non c'era scudo contro quella verità. Camilla continuò, il tono piatto, svuotato di ogni emozione: «Voglio tornare da Luca.» «Lo so,» mormorai. «No. Tu vuoi sopravvivere. Io voglio tornare.»
Quella distinzione mi tagliò il respiro. Era una linea netta disegnata sulla sabbia: per me la priorità era restare vivo, per lei era il bisogno fisico di tornare a casa, schiacciata però da un dolore impossibile da consegnare al ragazzo che amava. Lei affondò il colpo. «Non voglio tornare senza di lei.» «Camilla…» «Non dire il mio nome. Sembra sempre che qualcuno stia cercando di convincermi a restare.»
Guardai le sue mani insanguinate. Non dovevo e non potevo risolverla. «Io non so convincerti,» ammisi. «Allora perché sei qui?» «Perché se resto abbastanza vicino, magari non sparisci anche tu.» Camilla non mi ringraziò. Non si sciolse in lacrime, non mi guardò nemmeno. Continuò a fissare il mare, un involucro vuoto abbandonato sulla spiaggia.
I tre giorni successivi non furono una lotta epica per la sopravvivenza. Furono una sequenza di umiliazioni, un lento sgretolarsi della nostra dignità, frammento dopo frammento.
Giorno uno Provammo a tornare alla cisterna. Non fu un atto di eroismo; fu la necessità di assecondare Camilla, che non accettava di lasciare la sorella là sotto. Elena voleva capire se c'era una minima possibilità di recuperare il corpo. Io la accompagnai, mentre Rebecca restò muta, rifiutandosi di muoversi. Marta e Giulia rimasero al campo. Quando arrivammo, la struttura era peggiorata. Troppo instabile. Ogni passo faceva scricchiolare sinistramente il cemento e il metallo. Il buco era crollato ulteriormente, più chiuso di prima. Sotto, si sentiva solo il rumore dell'acqua nera. Elena capì subito. Non potevamo scendere. Sarebbe stata una condanna a morte inutile. Camilla la odiò per questo. «Quindi resta lì.» «Non possiamo entrare, Camilla. Crollerebbe tutto.» «Quindi resta lì.» Elena strinse i denti, non trovando risposta. Fu la sua prima, vera crepa: voleva essere quella utile, la leader pragmatica. Invece dovette dire il "no" più atroce di tutti.
Giorno due Facemmo un funerale simbolico. Fu povero, brutto, fottutamente insufficiente. Scegliemmo un punto leggermente rialzato, lontano dalla risacca. Raccogliemmo delle pietre chiare. Io trovai un pezzo di legno spesso, e Marta, usando un frammento di metallo affilato, incise male il nome: CHIARA. Giulia, tremante, raccolse delle conchiglie per metterle intorno. Rebecca portò un lembo di stoffa pulita. Lo lasciò lì, senza dire nulla. Non cercava di sembrare buona, non era nel suo stile. Era solo il suo tributo. Camilla, all’inizio, si era rifiutata di avvicinarsi. «Non è un funerale se lei è ancora là sotto,» aveva sibilato. Marta, appoggiata a me, le aveva risposto piano: «No. Però è un posto dove tornare quando ti manca.» Camilla l'aveva guardata malissimo. Ma era rimasta. Alla fine, si era avvicinata alle pietre. Aveva appoggiato qualcosa della sorella: un piccolo elastico per capelli sfilacciato. Non aveva pianto. Ed era stato mille volte peggio.
Giorno tre Sopravvivere divenne brutto. Divenne litigare su chi dovesse bere un sorso in più di quell'acqua torbida filtrata male con la sabbia e i nostri vestiti. Divenne cercare cibo tra i rami e trovare solo fame. Divenne dormire male, sporchi, senza sentirsi mai al sicuro. La privacy, semplicemente, morì. Ci lavavamo a turni dietro a teli improvvisati che il vento spostava di continuo. L'erotismo non scomparve, ma divenne sporco, legato alla necessità. Rebecca si cambiava i vestiti laceri dietro un lenzuolo teso, ma i suoi movimenti lenti contro controluce dicevano chiaramente che sapeva che io stavo guardando, che percepivo ogni linea del suo corpo. Marta cercava di coprirsi il più possibile, protettiva verso le sue ferite, ma ogni tanto il suo sguardo incrociava il mio, carico di una tensione irrisolta e gelosa. Elena si spogliava e si lavava nel ruscello in modo pratico, quasi aggressivo, fregando via il fango senza alcun pudore romantico, riducendo il corpo a una macchina da mantenere in funzione. Giulia, al contrario, aveva una vergogna invalidante anche solo a togliersi il sale dalla pelle. Camilla non si lavò per niente, finché Elena non la costrinse, trascinandola quasi di peso. Non c'era il Paradise Cove. Solo corpi stanchi, sabbia, e un desiderio crudo che cercava di sopravvivere alla morte.
Il mare, con il suo tempismo malato, ci restituì una borsa di tela. La trovò Giulia, incastrata tra detriti e alghe marce. La portò al campo stringendola al petto. Camilla la riconobbe prima ancora che la aprissero. «No.» Capii subito dal suo sguardo sbarrato. «È sua?» le chiesi. Camilla arretrò. «Non aprirla.»
Ma dentro c'erano cose vitali. Vestiti asciutti, un pareo, una camicia. Un pacchetto di biscotti ormai molli ma mangiabili. Una piccola scatola di cerotti e una mezza confezione di medicine. Un accendino, una torcia quasi scarica, elastici, una spazzola. E una foto plastificata di Camilla e Chiara che sorridevano in aeroporto. Elena si fece avanti. Voleva aprirla, la necessità pratica superava il tatto. Fu Rebecca, con la sua consueta e brutale onestà, a pronunciare la frase cattiva: «Chiara è morta. Noi no.»
Camilla quasi la aggredì con lo sguardo, pronta a scattare. «Rebecca,» la ripresi, duramente. Lei non arretrò di un millimetro, sostenendo il mio sguardo e quello di Camilla. «No, Ale. Qualcuno deve dirlo.» Elena intervenne, dura. Non amava i modi di Rebecca, ma sapeva che aveva ragione. «Se ci sono medicine, le usiamo.» «Erano sue!» urlò Camilla. «Adesso sono il motivo per cui qualcuno potrebbe arrivare a domani,» rispose Elena, glaciale. Il gruppo non si stava unendo nel dolore. Si stava facendo più pratico, e di conseguenza, più crudele.
Alla fine, capimmo tutti che doveva essere Camilla. Non io, non Elena, non Rebecca. Camilla si avvicinò alla borsa. Le sue mani fasciate tremavano mentre sbloccava la cerniera rovinata dal sale. Ogni oggetto che tirava fuori era una pugnalata in pieno petto, un ricordo di una vita che non esisteva più. Tirò fuori il pacchetto di biscotti umidi. Lo porse a Giulia. Giulia lo prese, poi si bloccò, gli occhi pieni di lacrime. «Scusa.» Camilla la guardò. L'ombra della sorella sembrava gravare su di lei. «Mangiali.» «Non posso.» «Lei ti avrebbe detto di mangiarli.» Fu il suo primo, minuscolo, straziante passo verso la sopravvivenza.
Il vero problema arrivò con i vestiti asciutti. Ne avevamo tutti un disperato bisogno. Ma indossarli, mettersi addosso le cose di una ragazza morta il giorno prima, sembrava orribile, quasi sacrilego. «I vestiti servono,» decretò Elena, pragmatica. «Non voglio vederli addosso a nessuna,» sibilò Camilla, stringendo i denti.
Nessuno si mosse. Poi, Rebecca allungò la mano e prese una camicia leggera di Chiara. Tutti la guardammo. Non lo stava facendo per cattiveria gratuita; lo stava facendo perché nessuno di noi aveva il coraggio di rompere quel tabù, e lei del giudizio altrui se ne fregava. Se la appoggiò sulle spalle. «Lei non ha più freddo,» disse Rebecca. Camilla scattò in piedi, furiosa. «Toglila.» Rebecca, per la prima volta da quando era sull'isola, si fermò un istante. Strinse la stoffa tra le dita. «Noi sì.» La frase fece male. Era inattaccabile. Camilla la squadrò, il labbro che le tremava, poi sputò le parole con un disprezzo assoluto: «Ti sta bene.» Rebecca tacque. «È questo che mi fa schifo.»
Fu un colpo bassissimo. Rebecca incassò, sbattendo le palpebre. Abituata da sempre a usare il proprio corpo e la propria immagine come armi di potere, sentirsi dire che "le stava bene" la camicia di una morta fu una ferita strana, asfissiante. Una vulnerabilità nuova. Alla fine non se la tolse. La necessità vinse. Ma incrociò le braccia, chiudendo la camicia per coprirsi meglio, abbassando lo sguardo. E disse solo due parole: «Mi dispiace.» Dette da Rebecca, pesavano come macigni.
