Isola Deserta

Capitolo 4 - La Reginetta Bagnata e la Sorella Sepolta

All’alba, Ale cerca acqua con Elena e Rebecca, ma il gioco erotico al ruscello viene spezzato dall’arrivo di Camilla.
Sotto le rovine di Paradise Cove, l’isola reclama il suo primo nome: Chiara.

A
Alessia

1 ora fa

12 visualizzazioni4,970 parole

L'alba arrivò strisciando, grigia e malata. La luce fredda del mattino spogliò l'isola di tutte le ombre, rivelando la miseria del nostro punto base. La scritta HELP sulla sabbia era quasi del tutto cancellata, inghiottita da una marea che se n'era andata lasciando solo una macchia umida. Il telo colorato era mezzo crollato sotto il peso del vento notturno. Il mare di fronte a noi sembrava una tavola liscia e innocua, ma ormai sapevamo tutti che di innocente non aveva più nulla.

Mi svegliai male, con i muscoli indolenziti e un sapore amaro in bocca. Marta era sdraiata vicino a me. I suoi occhi erano aperti, fissi sul cielo coperto, ma non fece il minimo movimento per guardarmi. Il peso che sentivo nello stomaco non era la colpa banale di un tradimento, tra me e lei non c'era stato nulla, non avevamo firmato nessun contratto, ma qualcosa di più sottile e doloroso. Avevo capito che, nel momento in cui l'avevo stretta a me in acqua, si era aggrappata a me molto più di quanto avessi previsto. E io avevo lasciato che succedesse.

Mi misi a sedere, sfregandomi la faccia sporca di sale, e allungai una mano verso la sua gamba. «Fammi vedere.» Marta ritrasse impercettibilmente il piede. «Non serve.» «Ieri serviva.» Lei girò finalmente il viso verso di me. I suoi occhi erano lucidi, ma la voce uscì tagliente, precisissima. «Ieri non avevo capito ancora quanto fosse affollata quest’isola.»

Fu una stilettata perfetta. Non mi stava accusando direttamente di essere andato dietro la roccia con un'altra. Mi stava pungendo, mostrando una gelosia a cui sapeva di non avere diritto, ma che le bruciava addosso facendola stare ancora peggio. Restai interdetto. Non volevo fare la parte del colpevole romantico, ero solo confuso. «Marta, io sto solo cercando di aiutare.» «Lo so,» mormorò lei, tornando a fissare il cielo. «È quello il problema.» Mi rimproverava di essere diventato la sua ancora di salvezza senza rendermene conto.

Un fruscio leggero sulla sabbia interruppe il momento. Rebecca passò a pochi passi da noi. Camminava con una lentezza studiata, avvolta ancora in quel telo troppo piccolo che le lasciava scoperte le spalle e le gambe lunghe. La sua pelle chiara sembrava di porcellana sotto la luce grigia. Non c'era traccia di vergogna o di fragilità in lei. Era orgogliosa, quasi soddisfatta, come se la notte le avesse restituito il sangue nelle vene. Non sembrava innamorata; sembrava una donna che aveva appena ripreso possesso del proprio regno.

Si fermò, guardandomi dall'alto in basso. «Dormito bene?» «No,» risposi, la voce tesa. Le sue labbra si piegarono in un sorriso lentissimo, spietato. «Peccato. Io pensavo di averti rilassato.»

Mi irrigidii, sentendo una scossa fredda lungo la schiena. Con la coda dell'occhio vidi Marta chiudere gli occhi e stringere i pugni attorno alla mia maglietta, chiudendosi a riccio. A tagliare quella tensione asfissiante fu la voce di Elena. «Se avete finito di fare i dodicenni traumatizzati, ci serve acqua.»

Il problema pratico era spaventoso e non ammetteva repliche. Avevamo pochissima acqua nelle due bottigliette recuperate, niente cibo vero e nessun riparo che potesse resistere a un'altra notte. Elena, pragmatica e nervosa, voleva spingersi all'interno dell'isola per esplorare. Non aveva tempo né voglia di assecondare i nostri drammi sentimentali.

«Non possiamo andare tutti,» dissi, alzandomi in piedi. Indicai Marta e Giulia. «Marta non può camminare in queste condizioni. E Giulia è troppo scossa.» Rebecca, sistemandosi il nodo del telo sopra il seno, fece un passo avanti. «Io vengo.» La guardai. Era mezza nuda, scalza, con i vestiti ridotti a brandelli sotto l'asciugamano. Ma nei suoi occhi c'era una determinazione feroce. Voleva andare. Non per altruismo, ma per orgoglio: piuttosto che restare al campo e sembrare debole, si sarebbe spinta oltre i propri limiti. Elena annuì secca, ansiosa di muoversi. Io dovevo andare per forza, serviva qualcuno fisicamente in grado di aiutare e fare strada.

La squadra di ricerca era decisa: io, Elena e Rebecca. Al campo sarebbero rimaste Marta e Giulia. Mi avvicinai a Marta per lasciarle una delle bottiglie. Lei non mi guardò, le labbra strette in una linea dura. Non voleva restare lì, impotente, ma il suo corpo non le permetteva di fare altro. Quell'impotenza le gravava addosso come un macigno.

Mentre mi allontanavo per seguire Elena, Giulia si trascinò più vicina a Marta. La ragazza terrorizzata della notte prima stava cercando di farsi forza, diventando una presenza inaspettatamente dolce. «Ti fa male?» le chiese, a bassa voce. «La caviglia?» rispose Marta. «Sì.» Marta sospirò, una piccola crepa nella sua armatura di sarcasmo. «Anche.»

Giulia seguì con lo sguardo me e Rebecca che ci inoltravamo verso gli alberi. Si voltò verso Marta, cercando di rassicurarla. «Lui torna.» Marta tenne gli occhi incollati sulla schiena di Rebecca, sulla curva perfetta dei suoi fianchi coperti dalla spugna. «Sì,» mormorò, la voce velata di una rassegnazione amara. «Ma ogni volta torna un po’ meno da me.»

Appena superammo la linea degli scogli ed entrammo nella vegetazione, l'isola cambiò pelle. La sabbia chiara e il vento salmastro lasciarono il posto a un mondo ostile. L'aria divenne una cappa di umidità densa, soffocante. Il silenzio del mare fu sostituito dal ronzio costante degli insetti e da uno scricchiolio sinistro sotto i nostri piedi. C'erano foglie enormi, radici sporgenti che sembravano vene nere nel terreno, fango scivoloso e un odore penetrante di vegetazione marcia. Il freddo notturno evaporò rapidamente, soppiantato da un caldo opprimente che ci faceva già sudare.

Elena camminava davanti, facendosi strada tra i rami bassi con foga pratica ma tradendo un profondo nervosismo a ogni rumore sospetto. Rebecca restava dietro di me, o a volte si affiancava. La sentivo sbuffare, lamentarsi a mezza voce quando i rovi le graffiavano le caviglie o il fango le sporcava i piedi nudi, ma non mollava di un centimetro. Non era la principessa in pericolo. Era una forza ostinata.

Quando Elena prese un po' di distanza, Rebecca mi si avvicinò, abbassando il tono di voce per farsi sentire solo da me. «Hai la faccia di uno che si pente.» Non la guardai, concentrato a evitare una radice. «Tu no?» «Io mi pento solo delle cose che non rifarei.» La sfacciataggine di quella risposta mi zittì. C'era un'arroganza viscerale nel modo in cui rivendicava quello che era successo tra noi.

Vedendo che non rispondevo, Rebecca insistette, accorciando la distanza fino a sfiorarmi il braccio. «Marta ti ha guardato come se le avessi rubato qualcosa.» «Non le ho promesso niente,» sbottai, sulla difensiva. «No. Peggio. L’hai salvata.» Mi fermai un istante, voltandomi verso di lei, in mezzo a quel groviglio di foglie verdi e luce filtrata. «Che significa?» Rebecca inclinò la testa. Era lucidissima. Capiva perfettamente i meccanismi del possesso, perché erano la sua lingua madre. «Che adesso penserà che una parte di te le spetti.» Sostenni il suo sguardo, sentendo l'adrenalina della notte prima rimescolarsi con il caldo della giungla. «E tu?» le chiesi. Rebecca sorrise appena. Un sorriso pericoloso, carnale e assoluto. «Io non chiedo parti. Le prendo.»

Lo sentimmo prima ancora di vederlo. Un mormorio leggero, un gorgoglio che tagliava il ronzio asfissiante degli insetti. Scendemmo con cautela lungo un pendio scivoloso, aggrappandoci a radici sporgenti e rocce coperte di muschio, finché la vegetazione non si aprì su un piccolo corso d'acqua. Non aveva nulla dell'oasi paradisiaca da pubblicità. Era un luogo bello ma profondamente inquietante: in alcuni punti l'acqua scorreva limpida sulle pietre, ma ai bordi stagnavano pozze di fango scuro. Enormi radici nodose penetravano direttamente nel letto del ruscello come dita scheletriche. Più avanti, seminascosti dalla melma e dai rovi, si intravedevano i resti di vecchi tubi arrugginiti, simili a relitti inghiottiti dall'isola.

Elena non ci pensò due volte. Si inginocchiò subito sulla riva, unendo le mani a coppa per bere. Scattai in avanti, afferrandola per il polso. «Aspetta.» Lei mi fulminò. «Che c’è?» «Non sappiamo se è sicura. Guarda quei tubi, guarda il fango.» Rebecca, in piedi alle mie spalle, incrociò le braccia con un sospiro teatrale. «Fantastico. Acqua dolce con possibilità di diarrea mortale. Finalmente una buona notizia.»

Elena si incazzò, i muscoli della mascella tesi, ma sapeva che avevamo ragione. Scosse via la mia mano, riluttante. Decidemmo di riempire comunque le due bottigliette vuote che avevamo portato con noi. Le avremmo riportate al campo e avremmo cercato un modo per filtrare o bollire quell'acqua torbida. Non eravamo esperti di sopravvivenza, ma non volevamo morire per un sorso d'acqua infetta.

Mentre Elena si allontanava di qualche metro, risalendo il corso del ruscello per cercare di capire da dove diavolo arrivasse la sorgente, io e Rebecca restammo soli. Lei aveva ancora addosso l'asciugamano rabberciato e i resti di stoffa che era riuscita a recuperare. Era sporca: incrostazioni di sale le macchiavano la pelle, aveva sabbia sui polpacci e una striscia di fango scuro le segnava il fianco.

Si inginocchiò con eleganza felina vicino all'acqua limpida per lavarsi le mani, il viso e il collo. Io riempivo la seconda bottiglia, tenendo deliberatamente lo sguardo fisso sul mulinello d'acqua tra le pietre, i muscoli tesi per lo sforzo di non guardarla.

Lei se ne accorse. «Ancora questa commedia?» mormorò, l'acqua che le gocciolava dalle dita affusolate. «Quale?» «Tu che fai finta di essere educato.» Strinsi la plastica della bottiglia. «Pensavo ti piacesse decidere quando posso guardare.» «Mi piace decidere tutto.»

Si sciacquò il collo, passando le mani bagnate sulla pelle. Inclinò la testa di lato e l'asciugamano, pesante per l'umidità, le scivolò giù dalla spalla. Non fu un gesto gratuito o plateale; era sporca, aveva freddo nonostante il caldo umido della giungla, e aveva un bisogno disperato di togliersi il sale di dosso. Ma il modo in cui la curva nuda del suo seno premette contro il bordo della spugna mi mozzò il fiato.

Le porsi la bottiglietta piena per aiutarla a sciacquarsi. Lei non la prese. Tenne le mani appoggiate alle cosce e alzò gli occhi su di me. «Aiutami.» La parola mi esplose nel petto, un richiamo diretto alla notte precedente. Ma stavolta non c'era traccia di panico o di resa. Era una sfida pura, un ordine mascherato da richiesta. Restai immobile, il braccio teso a mezz'aria. «A fare cosa?» Lei mi fissò, spietata e bellissima. «Ho ancora sale sulla schiena.»

Sapevamo entrambi che non si trattava di un'esigenza pratica. Era un gioco di potere. Elena era a una decina di metri di distanza, nascosta solo dalla boscaglia. Marta era lontana, bloccata al campo base, ma in quel momento la sua assenza pesava tra noi come un convitato di pietra.

Rebecca si voltò, dandomi le spalle. La linea della sua colonna vertebrale era perfetta, la pelle chiara costellata di granelli di sabbia e salsedine asciutta. Mi inginocchiai dietro di lei. Il silenzio della giungla divenne improvvisamente assordante. Inclinai la bottiglia e versai l'acqua con estrema lentezza. Il liquido fresco scivolò lungo le sue spalle, tracciando rivoli lucidi che si insinuavano tra le scapole, scomparendo sotto il bordo del telo sui fianchi. Rebecca restò di sasso, ma il suo respiro cambiò ritmo, facendosi più profondo, più pesante.

Con la mano libera, scostai la massa dei suoi capelli bagnati per liberarle il collo. Le mie dita indugiarono, sfiorando la sua pelle nuda e fredda. Il contrasto tra il calore febbrile del mio palmo e il brivido gelido della sua spalla creò una scossa che ci attraversò entrambi. Iniziai a massaggiarle l'acqua sulla schiena per lavar via il sale. I polpastrelli scivolavano sulla carne liscia, premendo con una fermezza che di pratico non aveva più nulla. Ogni mio tocco era un'esplorazione, una pretesa silenziosa. Lei si inarcò impercettibilmente verso la mia mano, accettando il contatto, nutrendosene. L'erotismo di quel momento era denso, fatto di attese, di dita che accarezzavano centimetri di pelle proibita e della consapevolezza bruciante del nostro segreto.

«Stai tremando tu, stavolta,» mormorò lei, la voce un sussurro roco e vibrante. «Ho freddo,» mentii, la gola secca. «Bugiardo.» Si girò appena, ruotando il busto quanto bastava per incrociare il mio sguardo da sopra la spalla. Il telo cedette di un altro millimetro, rivelando l'ombra del capezzolo turgido. «Stanotte non mi hai guardata così poco.» Sentii il battito accelerarmi nel petto. «Stanotte eri tu a decidere.» Le sue labbra si aprirono in un sorriso lento, carico di una sensualità velenosa. «E adesso chi sta decidendo?»

Non risposi. Ero in trappola. Per un attimo fatale, persi la concentrazione. La mia mano scese lungo la sua spina dorsale, le dita che si fermarono proprio dove la curva della schiena si perdeva nell'asciugamano, restando lì molto, molto più del necessario. Una carezza troppo intima, troppo sfacciata. Rebecca se ne accorse. Con un movimento fulmineo mi afferrò il polso. Ma non mi allontanò. Strinse le dita gelate attorno al mio braccio, tenendo la mia mano incollata alla sua carne nuda, premendola contro di sé.

«Vedi?» sussurrò. «Cosa?» ansimai, intrappolato in quegli occhi nocciola. «Non hai bisogno di sentirti in colpa con Marta.» «Non sto parlando di Marta.» «Appunto. Neanch’io.»

Fu una frase pericolosissima. Un invito oscuro che cancellava ogni regola. Il desiderio si accese come benzina, pronto a divorarci in mezzo a quel fango.

Ma prima che io potessi chiudere la distanza tra noi, la voce di Elena rimbalzò fredda e tagliente tra i rami. «Venite qui.» La bolla di tensione esplose in mille frammenti. Rebecca si ricompone con una rapidità impressionante, tirandosi su il telo e stringendolo al petto, la maschera di superiorità di nuovo incollata sul viso.

Si alzò in piedi, lisciandosi la stoffa bagnata sui fianchi, e mi lanciò un'ultima occhiata dall'alto in basso. «Salvato dall’acqua dolce.» Mi alzai anch'io, passandomi una mano tremante tra i capelli. «Da Elena.» Il suo sorriso si spense, sostituito da una freddezza glaciale. «Peggio.»

E con quel senso di vuoto sospeso, ci voltammo per affrontare l'oscurità della giungla, lasciando che il panico schiacciasse di nuovo tutto il resto.

La tensione che bruciava ancora sulla pelle mia e di Rebecca venne inghiottita in fretta dalla fitta vegetazione. Raggiungemmo Elena pochi metri più a valle, dove il ruscello deviava bruscamente. Si era fermata. Stava fissando un punto tra le enormi felci umide, i pugni premuti sui fianchi.

Quando le fummo accanto, lo vidi anche io. L'isola non era del tutto naturale. Tra le radici e la terra bagnata emergevano i resti di qualcosa di artificiale, come una cicatrice mal curata. C'erano tubi arrugginiti di grosso calibro che spuntavano dal fango, un blocco di cemento spaccato in due, e un muretto basso quasi interamente soffocato dal muschio. Più in là, si intravedevano una grata metallica piegata e i gradini distrutti di una vecchia scala di servizio. A terra, mezzo sepolto dalle foglie marce, giaceva un cartello di metallo sporco, le cui lettere erano illeggibili. Non sembrava un pezzo di un resort di lusso. Sembrava lo scheletro di una struttura industriale o tecnica, abbandonata e masticata dal tempo.

Rebecca, che fino a un secondo prima stava giocando con il potere e con il mio desiderio, si irrigidì. L'espressione di sfida le morì sul viso. Si strinse il telo addosso, facendo un passo indietro. «Questa roba chi l’ha costruita?» chiese, la voce incrinata da una nota di reale inquietudine. Elena passò le dita sul bordo tagliente del cemento. «Qualcuno che non c’è più,» rispose, senza guardarla. Il tono era cambiato. Il gioco era finito.

Un rumore metallico ci fece gelare il sangue. Un colpo sordo, pesante. Come un sasso scagliato contro una lamiera. Poi, nel silenzio surreale della giungla, sentimmo un singhiozzo. E una voce femminile, roca, consumata dai graffi e dalla sete. «Chiara… rispondi…»

Ci muovemmo all'unisono, seguendo il suono. Superammo il muretto diroccato e una macchia di rovi, sbucando in uno spiazzo di cemento frantumato. E la trovammo. Fu devastante. Era accasciata a terra, aggrappata a una grata metallica mezza divelta che copriva quello che sembrava un pozzo di ventilazione o l'accesso a una cisterna sotterranea.

Le sue mani erano una maschera di sangue secco, terra e ruggine. Aveva le ginocchia scorticate, i vestiti che dovevano essere stati leggeri ed eleganti ora erano ridotti a stracci coperti di fango. I capelli scuri erano un groviglio opaco pieno di polvere e foglie. Ma la cosa peggiore erano gli occhi: dilatati, fuori fuoco, vuoti. Non stava piangendo, non ne aveva più la forza. Stava solo cercando di fare leva con un pezzo di legno per sollevare il pannello crollato.

Elena scattò in avanti, l'istinto di sopravvivenza che prendeva il sopravvento. «Ehi! Fermati!» La ragazza si voltò con uno scatto ferino, mostrando i denti. «No! Devo tirarla fuori!» Iniziò a strattonare la grata con una furia disperata, ignorando il sangue che le riapriva i tagli sui palmi.

Mi avvicinai di corsa, afferrandola per le spalle per impedirle di farsi ancora più male. Quando i miei occhi misero a fuoco i suoi lineamenti sporchi di terra, il respiro mi si bloccò. Il mondo ebbe un sussulto. «Camilla?» sussurrai, incredulo. Lei smise di lottare. Si girò lentamente, il collo rigido. Mi fissò per tre secondi interminabili, sbattendo le palpebre per mettere a fuoco. «Ale?»

Il silenzio che calò fu asfissiante. Rebecca mi guardò, sconvolta. Elena guardava entrambe, cercando di decifrare la situazione. Era una bomba sganciata nel mezzo del nulla. Camilla era la ragazza di Luca, uno dei miei migliori amici. Vederla lì, in quel disastro, era un corto circuito mentale che non riuscivo a processare. Ma Camilla non aveva spazio per la sorpresa, né per l'emozione di aver trovato un volto familiare. Non c'era posto per nient'altro nel suo inferno.

Mi afferrò la maglietta con le dita incrostate di ruggine, tirandomi verso il basso. «Mia sorella è lì sotto.»

Tutto divenne atrocemente chiaro in pochi secondi. Chiara. Erano in vacanza insieme, lontane da tutti. Erano sopravvissute al naufragio, si erano trascinate fino a riva e avevano seguito il corso d'acqua sperando di trovare aiuto, esattamente come noi. Ma avevano trovato quella trappola. Chiara era precipitata sotto, attraverso un pezzo di cemento instabile, finendo nel buio di un vano tecnico o di una cisterna profonda. Camilla aveva provato ad aiutarla per ore. Ore in cui, all'inizio, Chiara rispondeva, piangeva, chiedeva aiuto. Poi, la voce era diventata un sussurro. Poi, niente.

Mi lasciai cadere in ginocchio accanto a lei, il petto schiacciato dal panico. Sporgendomi oltre il bordo arrugginito della botola, provai a scrutare nel buio denso di quel buco. L'odore di acqua stantia e ferro vecchio mi investì. «Chiara?» chiamai, la voce che rimbombava debolmente nel condotto. Silenzio. Solo l'eco sorda del mio respiro.

Camilla esplose. Il suo corpo minuto fu attraversato da una scossa di pura isteria. «Rispondi!» urlò contro la grata, picchiando i pugni insanguinati contro il metallo. «Digli che sei viva! Diglielo!» Elena le mise le mani sulle spalle per trattenerla, ma eravamo tutti congelati in un'attesa mostruosa.

Poi, dal fondo di quell'abisso di cemento, emerse un suono. Non era un urlo. Era una vibrazione, un filo d'aria spezzato che risaliva a fatica verso la luce. «Cami…»

Ci bloccammo tutti. Era viva. Ma la voce era così debole che sembrava già un fantasma.

Il pozzo puzzava di muffa, ferro marcio e acqua stagnante. Mi affacciai oltre il bordo di cemento spaccato. L'oscurità lì sotto era densa, rotta solo dai deboli riflessi dell'acqua nera che sciabordava contro le pareti metalliche. Chiara era bloccata in fondo, intrappolata sotto il peso di una trave o forse un pezzo di passerella crollata. Non si vedeva sangue, non c'era nulla di macabro da film horror. C'era solo l'impossibilità fisica di spostare quella massa di metallo a mani nude.

Dietro di me, Camilla lottava come un animale in trappola. Provò per l'ennesima volta a buttarsi verso la grata, ma Rebecca la bloccò, afferrandola per la vita e tirandola indietro con una forza che non pensavo avesse. «Lasciami!» strillò Camilla, graffiando le braccia di Rebecca. «Se scendi muori anche tu!» le urlò contro Rebecca, senza un briciolo di dolcezza. Era crudele, affilata, l'unico modo per fermare quella follia. «È mia sorella!» «E tu pensi che lei voglia vederti morire sopra di lei?!»

Il colpo andò a segno. Camilla singhiozzò, accasciandosi contro le ginocchia di Rebecca. Mi sfilai la cintura e annodai la mia maglietta sporca alla fibbia, passandola a Elena. «Tienimi forte,» le dissi, calandomi nel vano tecnico. I muscoli delle spalle mi bruciavano mentre cercavo appigli tra il ferro scivoloso. Scesi finché l'aria divenne irrespirabile. L'acqua mi sfiorava gli stivali. In mezzo a quel groviglio di metallo contorto, vidi il viso pallido di Chiara, illuminato a malapena da uno spiraglio di luce.

«Camilla dov’è?» sussurrò. La sua voce era un fruscio, raschiava contro il silenzio del pozzo. «È qui,» risposi, cercando disperatamente un punto per fare leva sulla lastra che le schiacciava il corpo. «È su con Elena e Rebecca.» Chiara chiuse gli occhi. «Non farla scendere.» Quella frase mi raggelò. Era la consapevolezza assoluta della fine. Dall'alto, la voce di Camilla scese nel pozzo, disperata e cruda. «Sto qui! Sono qui!» Chiara aprì le labbra. Un filo d'aria. «Scusa.» Camilla cacciò un urlo straziante. «No. No. Non dire scusa. Non devi dire scusa!»

Dovevamo tirarla fuori. Non poteva finire così. Sopra di me, Elena si era incastrata con le ginocchia contro il bordo di cemento e aveva incastrato un grosso tubo di ferro tra le cerniere piegate del blocco principale, usandolo come leva. «Spingo!» mi gridò, i muscoli delle braccia tesi allo spasimo. Sentii il metallo gemere. La lastra si mosse di due fottuti centimetri. Quanto bastava. Allungai il braccio verso il basso. I miei polpastrelli sfiorarono quelli di Chiara. Lei, con uno sforzo sovrumano, sollevò la mano e mi strinse le dita. La sua presa era gelida, ma forte. Viva.

«Ce l’abbiamo!» urlò Elena, sentendo il blocco cedere. «Non dirlo!» le ringhiai contro, il terrore che mi stringeva la gola. «Ce l’abbiamo, Ale, tira!» Camilla sentì la parola. Scoppiò a piangere, un pianto di sollievo assoluto, isterico, aggrappandosi alle gambe di Rebecca. Strinsi la mano di Chiara.

Poi, il vecchio metallo cedette.

Fu un rumore secco. Un crack sordo, sgradevole. Il tubo che Elena stava usando come leva si spezzò. Il cemento del bordo si sgretolò all'improvviso, sfaldandosi come sabbia bagnata. La lastra che teneva bloccata Chiara non crollò, scivolò. Scivolò verso il basso, trascinando con sé l'intera passerella marcia.

L'impatto ruppe l'acqua stagnante con un tonfo sordo, un rigurgito nero. La mano di Chiara mi fu strappata via dalle dita con una violenza inaudita. Persi l'equilibrio. Stavo cadendo nel vuoto, ma Elena mi tirò indietro con uno strattone brutale alla cintura, raschiandomi il petto contro il bordo arrugginito della botola. Mi ritrovai steso sul cemento esterno, il respiro azzerato. Rebecca stringeva Camilla in una morsa d'acciaio, coprendole la testa. Camilla urlava il nome della sorella fino a strapparsi le corde vocali. Poi, il silenzio.

Mi sporsi di nuovo, i polmoni in fiamme. Il buio aveva inghiottito tutto. «Chiara?» chiamai. Nessuna risposta. Camilla si liberò dalla presa di Rebecca, trascinandosi sul bordo. «Chiara!» Ancora niente. Da qualche parte, nelle profondità viscide della struttura, si sentiva solo il corso d’acqua che continuava a scorrere, indifferente, cancellando ogni cosa. Era irraggiungibile. L'avevamo persa.

Nessuno si mosse. Restammo lì, statue di fango e terrore, paralizzati dal vuoto che avevamo appena visto aprirsi. Camilla scosse la testa. I suoi occhi rifiutavano l'orrore. «No. È viva.» «Camilla…» mormorò Elena, la voce rotta. «È viva! L’avete sentita. L’avete sentita tutti.» Si voltò verso di noi, il viso maschera di pazzia. «Sì?» «Sì,» sussurrai. «Allora muovetevi!» urlò, sbattendo un pugno sul cemento.

Nessuno si mosse. La verità era pesante come la lastra che l'aveva trascinata giù. Camilla smise di colpire la pietra. Il suo sguardo, perso e disperato, scivolò da Elena a Rebecca, per poi inchiodarsi su di me. Mi riconobbe davvero solo in quel momento. Non ero più solo un ragazzo che cercava di aiutarla. Ero Ale. Il pezzo della sua vita di prima.

«Tu sei vivo,» disse. La sua voce era cambiata, diventata piatta, vuota. «Camilla… ti prego.» «Tu sei vivo e lei no.» Il senso di colpa mi schiacciò il petto. «Mi dispiace.» I suoi occhi si riempirono di lacrime nuove, velenose. «Non dirlo come Luca.»

Quella frase fu devastante. Mi tagliò le gambe, mi tolse il fiato, mi disintegrò. In un colpo solo aveva evocato il mio migliore amico, la loro vita perfetta, l'assurdità del fatto che fossi lì io e non lui. Non potevo fare nulla. Non potevo essere l'amico che la consolava, non ero il salvatore che aveva tirato fuori sua sorella, non ero l'uomo utile che aveva impedito il disastro. Per la prima volta da quando ero su quell'isola fottuta, ero arrivato tardi. E non c'era rimedio.

Prima che potessimo trascinarci via da quell'incubo di cemento, Elena si fermò. Vicino a ciò che restava del muretto, c'era quel cartello di metallo sbilenco che avevamo intravisto arrivando. Si inginocchiò nel fango e, con un pezzo di stoffa strappato, ripulì la superficie incrostata di polvere e ruggine verde.

Le lettere sbiadite riemersero, incise sotto uno strato di smalto scrostato.

PARADISE COVE — MAINTENANCE ACCESS STAFF ONLY

Paradise Cove — Accesso Manutenzione. Solo personale.

Era il primo, vero indizio di dove fossimo finiti. Ma non portò alcun sollievo. Non fu una scoperta felice; suonò come una presa in giro grottesca, uno sputo in faccia da parte dell'isola. Un resort. Il retrobottega di un fottuto paradiso per turisti.

Camilla fissò il cartello con gli occhi vuoti. Le sue labbra screpolate tremarono appena. «Chiara pensava che fosse un albergo,» mormorò, la voce così sottile da sembrare irreale. Mi voltai verso di lei. «Cosa?» Lei continuò a fissare le lettere arrugginite, prigioniera di un ricordo di poche ore prima che ora le sembrava vecchio di una vita intera. «Quando abbiamo visto il cartello, venendo dalla spiaggia... Ha detto che magari c’era qualcuno.» Fece una pausa. Il suo respiro si spezzò, lacerato da un singhiozzo senza lacrime. «Le ho detto di seguirmi.»

Quella frase la distrusse. Vidi l'esatto momento in cui il senso di colpa le si avvolse attorno al collo come un cappio, strangolando l'ultima goccia di vitalità che le era rimasta in corpo.

Il viaggio di ritorno fu un funerale muto. La giungla, che all'andata ci era sembrata solo ostile, ora era una tomba. Nessuno aprì bocca. Rebecca camminava davanti a me, stringendosi il telo addosso, ma la sua camminata fiera era sparita; non c'era nessuna battuta pungente a tagliare l'umidità. Io non avevo fiato per parlare, schiacciato dal peso di quel fallimento. Elena faceva strada con passi pesanti e nervosi, furiosa con l'isola, con il metallo marcio, e soprattutto con se stessa. E poi c'era Camilla. Camminava meccanicamente, inciampando sulle radici senza nemmeno provare a proteggersi, come se il suo corpo fosse ormai solo un guscio vuoto.

Quando sbucammo sulla sabbia chiara della spiaggia, il vento ci colpì in faccia. Marta era seduta esattamente dove l'avevamo lasciata. Alzò lo sguardo su di noi. Vide quattro persone al posto di tre, ma le bastò incrociare i miei occhi e guardare la postura di Camilla per capire. Prima ancora di sapere, aveva già capito. La tensione nei suoi lineamenti si sciolse in una maschera di puro orrore.

Giulia, avvolta nel suo asciugamano, fece un passo incerto verso di noi. La speranza infantile le brillava ancora negli occhi gonfi. «Avete trovato qualcuno?» chiese, piano.

Camilla superò me e Rebecca con passi trascinati. Arrivò al centro del nostro misero accampamento e si lasciò cadere sulla sabbia, le ginocchia insanguinate piegate contro il petto. Nessuno di noi tre trovò il coraggio di rispondere. Fu Camilla a farlo, sollevando il viso incrostato di fango verso le onde. «Mia sorella.»

Marta si bloccò, smettendo di massaggiarsi la caviglia. «Dov’è?» Camilla continuò a guardare il vuoto, oltre la linea dell'orizzonte. «Non c’è più.»

Il silenzio che seguì fu assoluto, totale, più assordante del rumore del mare. Quella ragazza spezzata e sporca di ruggine era appena diventata il nuovo, tragico centro di gravità del nostro gruppo.

Dopo Camilla, smettemmo di essere quello che eravamo stati fino a quel momento. Prima eravamo solo cinque naufraghi spaventati, aggrappati ai nostri egoismi, ai nostri piccoli segreti erotici, alle gelosie e ai giochi di potere. Ora, eravamo un gruppo con una morte addosso.

L'effetto fu immediato e letale per le dinamiche che si erano create. Marta smise di guardarmi con quel rancore ferito. La morte di Chiara ridimensionò tutto in un istante. Non cancellò la ferita di avermi visto con Rebecca dietro la roccia, ma la fece sprofondare in fondo allo stomaco, coperta da un freddo molto più reale. Rebecca, in piedi vicino ai resti della scritta HELP, restò orgogliosa e dritta, ma per la prima volta il suo sarcasmo morì in gola. La sua intoccabilità le si sgretolò addosso. Elena iniziò a camminare in tondo, passandosi freneticamente le mani nei capelli, divorata dal senso di colpa per non aver spinto abbastanza forte su quel maledetto tubo di ferro. Giulia si rannicchiò vicino a Marta, rimpicciolendosi ancora di più. Se prima era traumatizzata per l'acqua e il naufragio, ora aveva capito la verità più brutale: l’isola poteva davvero prendersi chiunque, in qualsiasi momento.

E poi c'ero io. Fissavo le mie mani, ancora sporche della terra e del ferro di quella cisterna. Fino a quel momento avevo avuto la fortuna di arrivare sempre in tempo. Avevo afferrato Marta sul traghetto e in acqua. Avevo impedito a Rebecca di annegare nella sua stessa disperazione. Avevo tirato su Giulia dagli scogli. Mi ero illuso che, finché avessi tenuto duro, tutto sarebbe rimasto sotto controllo. Con Camilla no. Non c'era nessun potere, nessuna salvezza. Eravamo carne, e bastava un attimo perché scivolassimo via.

Nessuno disse più nulla. Il vento gonfiò il telo colorato sopra le nostre teste facendolo sbattere come una vela inutile.

Fino a quella mattina, l’isola era stata fame, paura, corpi bagnati e segreti. Da quel momento ebbe anche un nome. Paradise Cove. E il primo nome che si era preso in cambio era Chiara.

Commenti (0)

Per favore accedi per lasciare un commento.

Ancora nessun commento su questo capitolo, sii il primo a commentare!