L'alba arrivò strisciando, grigia e malata. La luce fredda del mattino spogliò l'isola di tutte le ombre, rivelando la miseria del nostro punto base. La scritta HELP sulla sabbia era quasi del tutto cancellata, inghiottita da una marea che se n'era andata lasciando solo una macchia umida. Il telo colorato era mezzo crollato sotto il peso del vento notturno. Il mare di fronte a noi sembrava una tavola liscia e innocua, ma ormai sapevamo tutti che di innocente non aveva più nulla.
Mi svegliai male, con i muscoli indolenziti e un sapore amaro in bocca. Marta era sdraiata vicino a me. I suoi occhi erano aperti, fissi sul cielo coperto, ma non fece il minimo movimento per guardarmi. Il peso che sentivo nello stomaco non era la colpa banale di un tradimento, tra me e lei non c'era stato nulla, non avevamo firmato nessun contratto, ma qualcosa di più sottile e doloroso. Avevo capito che, nel momento in cui l'avevo stretta a me in acqua, si era aggrappata a me molto più di quanto avessi previsto. E io avevo lasciato che succedesse.
Mi misi a sedere, sfregandomi la faccia sporca di sale, e allungai una mano verso la sua gamba. «Fammi vedere.» Marta ritrasse impercettibilmente il piede. «Non serve.» «Ieri serviva.» Lei girò finalmente il viso verso di me. I suoi occhi erano lucidi, ma la voce uscì tagliente, precisissima. «Ieri non avevo capito ancora quanto fosse affollata quest’isola.»
Fu una stilettata perfetta. Non mi stava accusando direttamente di essere andato dietro la roccia con un'altra. Mi stava pungendo, mostrando una gelosia a cui sapeva di non avere diritto, ma che le bruciava addosso facendola stare ancora peggio. Restai interdetto. Non volevo fare la parte del colpevole romantico, ero solo confuso. «Marta, io sto solo cercando di aiutare.» «Lo so,» mormorò lei, tornando a fissare il cielo. «È quello il problema.» Mi rimproverava di essere diventato la sua ancora di salvezza senza rendermene conto.
Un fruscio leggero sulla sabbia interruppe il momento. Rebecca passò a pochi passi da noi. Camminava con una lentezza studiata, avvolta ancora in quel telo troppo piccolo che le lasciava scoperte le spalle e le gambe lunghe. La sua pelle chiara sembrava di porcellana sotto la luce grigia. Non c'era traccia di vergogna o di fragilità in lei. Era orgogliosa, quasi soddisfatta, come se la notte le avesse restituito il sangue nelle vene. Non sembrava innamorata; sembrava una donna che aveva appena ripreso possesso del proprio regno.
Si fermò, guardandomi dall'alto in basso. «Dormito bene?» «No,» risposi, la voce tesa. Le sue labbra si piegarono in un sorriso lentissimo, spietato. «Peccato. Io pensavo di averti rilassato.»
Mi irrigidii, sentendo una scossa fredda lungo la schiena. Con la coda dell'occhio vidi Marta chiudere gli occhi e stringere i pugni attorno alla mia maglietta, chiudendosi a riccio. A tagliare quella tensione asfissiante fu la voce di Elena. «Se avete finito di fare i dodicenni traumatizzati, ci serve acqua.»
Il problema pratico era spaventoso e non ammetteva repliche. Avevamo pochissima acqua nelle due bottigliette recuperate, niente cibo vero e nessun riparo che potesse resistere a un'altra notte. Elena, pragmatica e nervosa, voleva spingersi all'interno dell'isola per esplorare. Non aveva tempo né voglia di assecondare i nostri drammi sentimentali.
«Non possiamo andare tutti,» dissi, alzandomi in piedi. Indicai Marta e Giulia. «Marta non può camminare in queste condizioni. E Giulia è troppo scossa.» Rebecca, sistemandosi il nodo del telo sopra il seno, fece un passo avanti. «Io vengo.» La guardai. Era mezza nuda, scalza, con i vestiti ridotti a brandelli sotto l'asciugamano. Ma nei suoi occhi c'era una determinazione feroce. Voleva andare. Non per altruismo, ma per orgoglio: piuttosto che restare al campo e sembrare debole, si sarebbe spinta oltre i propri limiti. Elena annuì secca, ansiosa di muoversi. Io dovevo andare per forza, serviva qualcuno fisicamente in grado di aiutare e fare strada.
La squadra di ricerca era decisa: io, Elena e Rebecca. Al campo sarebbero rimaste Marta e Giulia. Mi avvicinai a Marta per lasciarle una delle bottiglie. Lei non mi guardò, le labbra strette in una linea dura. Non voleva restare lì, impotente, ma il suo corpo non le permetteva di fare altro. Quell'impotenza le gravava addosso come un macigno.
Mentre mi allontanavo per seguire Elena, Giulia si trascinò più vicina a Marta. La ragazza terrorizzata della notte prima stava cercando di farsi forza, diventando una presenza inaspettatamente dolce. «Ti fa male?» le chiese, a bassa voce. «La caviglia?» rispose Marta. «Sì.» Marta sospirò, una piccola crepa nella sua armatura di sarcasmo. «Anche.»
Giulia seguì con lo sguardo me e Rebecca che ci inoltravamo verso gli alberi. Si voltò verso Marta, cercando di rassicurarla. «Lui torna.» Marta tenne gli occhi incollati sulla schiena di Rebecca, sulla curva perfetta dei suoi fianchi coperti dalla spugna. «Sì,» mormorò, la voce velata di una rassegnazione amara. «Ma ogni volta torna un po’ meno da me.»
Appena superammo la linea degli scogli ed entrammo nella vegetazione, l'isola cambiò pelle. La sabbia chiara e il vento salmastro lasciarono il posto a un mondo ostile. L'aria divenne una cappa di umidità densa, soffocante. Il silenzio del mare fu sostituito dal ronzio costante degli insetti e da uno scricchiolio sinistro sotto i nostri piedi. C'erano foglie enormi, radici sporgenti che sembravano vene nere nel terreno, fango scivoloso e un odore penetrante di vegetazione marcia. Il freddo notturno evaporò rapidamente, soppiantato da un caldo opprimente che ci faceva già sudare.
Elena camminava davanti, facendosi strada tra i rami bassi con foga pratica ma tradendo un profondo nervosismo a ogni rumore sospetto. Rebecca restava dietro di me, o a volte si affiancava. La sentivo sbuffare, lamentarsi a mezza voce quando i rovi le graffiavano le caviglie o il fango le sporcava i piedi nudi, ma non mollava di un centimetro. Non era la principessa in pericolo. Era una forza ostinata.
Quando Elena prese un po' di distanza, Rebecca mi si avvicinò, abbassando il tono di voce per farsi sentire solo da me. «Hai la faccia di uno che si pente.» Non la guardai, concentrato a evitare una radice. «Tu no?» «Io mi pento solo delle cose che non rifarei.» La sfacciataggine di quella risposta mi zittì. C'era un'arroganza viscerale nel modo in cui rivendicava quello che era successo tra noi.
Vedendo che non rispondevo, Rebecca insistette, accorciando la distanza fino a sfiorarmi il braccio. «Marta ti ha guardato come se le avessi rubato qualcosa.» «Non le ho promesso niente,» sbottai, sulla difensiva. «No. Peggio. L’hai salvata.» Mi fermai un istante, voltandomi verso di lei, in mezzo a quel groviglio di foglie verdi e luce filtrata. «Che significa?» Rebecca inclinò la testa. Era lucidissima. Capiva perfettamente i meccanismi del possesso, perché erano la sua lingua madre. «Che adesso penserà che una parte di te le spetti.» Sostenni il suo sguardo, sentendo l'adrenalina della notte prima rimescolarsi con il caldo della giungla. «E tu?» le chiesi. Rebecca sorrise appena. Un sorriso pericoloso, carnale e assoluto. «Io non chiedo parti. Le prendo.»
Lo sentimmo prima ancora di vederlo. Un mormorio leggero, un gorgoglio che tagliava il ronzio asfissiante degli insetti. Scendemmo con cautela lungo un pendio scivoloso, aggrappandoci a radici sporgenti e rocce coperte di muschio, finché la vegetazione non si aprì su un piccolo corso d'acqua. Non aveva nulla dell'oasi paradisiaca da pubblicità. Era un luogo bello ma profondamente inquietante: in alcuni punti l'acqua scorreva limpida sulle pietre, ma ai bordi stagnavano pozze di fango scuro. Enormi radici nodose penetravano direttamente nel letto del ruscello come dita scheletriche. Più avanti, seminascosti dalla melma e dai rovi, si intravedevano i resti di vecchi tubi arrugginiti, simili a relitti inghiottiti dall'isola.
