L'adrenalina rendeva tutto più sbagliato e intenso. Mi morsi il labbro per non fare rumore: il campo era a pochi metri, il mare copriva i suoni ma l'intimità era assoluta. La sua saliva bagnava la pelle, i movimenti della sua bocca diventarono più rapidi, più affamati. Mi stringeva la base con la mano sinistra, mentre con la destra accarezzava e possedeva ogni frammento di quel piacere che stava costruendo. Il mio respiro divenne un rantolo. Ero al limite, prigioniero della sua bocca e del suo sguardo arrogante.
«Non guardarmi come se ti stessi facendo un favore,» sussurrò, staccandosi per un millesimo di secondo, le labbra lucide. «E allora come devo guardarti?» ansimai, i muscoli contratti. Rebecca alzò gli occhi, fieri, assoluti. «Come prima.» Quell'ordine fu il colpo di grazia. Il climax mi investì con una violenza inaudita, silenzioso e bruciante, macchiandole il viso e la pelle prima che lei si scostasse, riprendendo fiato, padrona assoluta del mio crollo.
Ero scosso, il respiro corto. Il desiderio e l'adrenalina mi avevano mandato il cervello in corto circuito. Istintivamente, volli ricambiare. Volevo cancellare la distanza, baciarla, stringere il suo corpo meraviglioso e farle sentire quello che aveva appena fatto a me. La afferrai per i fianchi. Con un movimento fluido e brutale la tirai contro di me, spingendola schiena a terra sulla sabbia. Mi misi sopra di lei, le mie gambe che intrappolavano le sue. Sbattei la mia eccitazione ancora pulsante contro la sua intimità bagnata e fredda, cercando il calore della sua pelle. Affondai il viso nel suo collo salato, baciandole la clavicola, inebriato dal suo sapore, pronto a farla mia.
Ma le sue mani scattarono contro il mio petto. Lo spinse via con una forza inaspettata, rigida come un pezzo di ferro. «No.» Mi bloccai all'istante, col fiato corto. «Rebecca…» «No.» «Pensavo—» «Hai pensato male.»
La freddezza nella sua voce fu una doccia gelata. Mi sollevai subito, rispettando il limite senza insistere, rotolando di lato sulla sabbia. Lei si mise a sedere con calma, recuperò il telo e se lo strinse addosso. Era di nuovo nuda sotto, ma l'imbarazzo era sparito. Ora era la regina di quel frammento di isola.
«Era un grazie,» disse, lisciandosi i capelli salati. «Un grazie abbastanza complicato,» risposi, cercando di rimettere insieme i pensieri. «Io sono complicata.» Poi, piantò i suoi occhi nei miei, letale: «Non era un invito.»
Restai in silenzio. Mi sentivo confuso, quasi ferito. Per me quell'esplosione di fisicità era stata un gesto di intimità estrema. Per Rebecca lo era stato altrettanto, ma proprio per quel motivo doveva controllarne le conseguenze. Non voleva che pensassi di poterla avere. Non voleva sembrare fragile, né voleva che io pensassi di aver vinto qualcosa.
«Non confonderti, Ale,» aggiunse, la voce vellutata ma minacciosa. «Mi sembra tardi.» «Allora recupera.» «Era solo un grazie?» chiesi, guardandola negli occhi. «Era il mio grazie.» C'era un abisso di differenza in quella specificazione. Non significava nulla, significava esattamente quello che decideva lei.
Si sistemò meglio la stoffa ruvida sulle spalle. «E se lo dici a qualcuno, ti rovino.» Sostenni il suo sguardo, annuendo. «Non lo dico.» «Nemmeno a Marta.» «Non lo dico a nessuno.» «Bravo.»
Sembrava stronza, intoccabile, perfetta. Ma mentre si voltava verso il buio per guardare il mare, vidi il lembo del telo vibrare impercettibilmente. Stava tremando ancora. E questa volta, non era soltanto per il freddo.
Non potevo saperlo con certezza in quel momento, ma a pochi metri di distanza, dietro la barriera invisibile del buio e del vento, Marta non stava dormendo. Dalla sua posizione vicino al telo dell'accampamento, aveva aperto gli occhi al momento sbagliato. Non aveva sentito le parole. Il rumore delle onde che si infrangevano sugli scogli aveva inghiottito ogni suono, ogni respiro spezzato. E non aveva visto con chiarezza l'atto in sé.
Ma aveva visto abbastanza. Aveva visto la sagoma di Rebecca, seminuda o coperta male da quel minuscolo asciugamano chiaro. Aveva visto me, in piedi, immobile davanti a lei. Aveva visto la dinamica dei corpi, la vicinanza asfissiante, e poi Rebecca che si rialzava lentamente, sistemandosi il telo con una gestualità che tradiva una confidenza improvvisa. E aveva visto me restare pietrificato per secondi interminabili dopo che lei si era scostata. Non servivano i dettagli per capire. Marta aveva compreso perfettamente che in quell'ombra era successo qualcosa di profondamente intimo, qualcosa che aveva spostato gli equilibri dell'isola. Non fece scenate. Non disse una parola. Si limitò a voltarsi su un fianco, dando le spalle alla roccia, stringendosi addosso la mia maglietta. Ma il nostro rapporto, pur non essendo mai davvero iniziato, era già irrimediabilmente cambiato.
Rebecca tornò al campo prima di me. La guardai allontanarsi: camminava piano, ancora scalza sulla sabbia umida, ancora coperta a malapena da quel lembo di spugna. Eppure, la postura era diversa. Non sembrava felice, e di certo non sembrava una ragazza innamorata o travolta dal romanticismo. Sembrava una regina che aveva appena recuperato un pezzo del proprio trono in mezzo ai detriti di un naufragio.
Passò a pochi centimetri da Marta. Marta teneva gli occhi rigorosamente chiusi, il respiro regolare di chi finge di essere sprofondato nel sonno. Ma Rebecca era troppo lucida, troppo sintonizzata sulle frequenze della tensione per non capirlo. Si fermò per una frazione di secondo. «Dormi?» mormorò, una vibrazione sottilissima, quasi impercettibile. Marta non rispose. Non mosse un muscolo. Rebecca capì. Le sue labbra si piegarono appena in un mezzo sorriso. Non era un sorriso di vittoria piena, totale; c'era anche un'ombra di paura, la consapevolezza che il gioco si stava facendo pericoloso. Ma le bastava. Si allontanò e andò a sedersi lontana, avvolta nel suo telo, isolata ma di nuovo intoccabile.
Io tornai qualche minuto dopo. Mi sdraiai al mio posto, a un metro da Marta. Lei continuò a fingere di dormire. Lo sapevo, sentivo la rigidità del suo corpo attraverso il buio, ma non ebbi il coraggio di dirle nulla. Il silenzio era l'unica difesa che ci restava.
Nessuno dormì davvero. Restai sdraiato sulla schiena, gli occhi sgranati a fissare il cielo nero, con i muscoli a pezzi e il cervello in fiamme. Marta era un blocco di ghiaccio accanto a me, fredda e immobile. Rebecca era lontana, ma sentivo il suo sguardo scivolare su di me a intervalli regolari, pesante come piombo. Giulia si agitava nel sonno, gemendo per i lividi e il trauma. Elena, seduta a gambe incrociate, fissava l'orizzonte, aspettando un'alba che sembrava non voler arrivare mai.
Avevo addosso tre pesi, uno più schiacciante dell'altro. Avevo aiutato Rebecca quando era crollata. L'avevo desiderata, perdendo il controllo in modo disastroso. E sentivo di aver tradito qualcosa con Marta. Anche se tra me e Marta non c'era stato nulla di definito, nessuna promessa e nessun bacio, la sensazione di colpa mi stringeva lo stomaco. Era questa la crudeltà del triangolo che si era innescato: nessuno aveva promesso niente, ma tutti si sentivano già irrimediabilmente traditi.
All’alba, la parola HELP era quasi sparita dalla sabbia. Il mare se l’era mangiata durante la notte, lettera dopo lettera, con un'indifferenza brutale, come se anche il solo diritto di chiedere aiuto fosse stato un lusso che non potevamo permetterci.
La luce grigia del mattino illuminò il nostro accampamento disperato. Il telo colorato era mezzo crollato, le valigie coperte di salsedine. Elena fu la prima ad alzarsi. Si passò una mano sul braccio fasciato, gli occhi chiari già puntati verso l'interno dell'isola. «Adesso cerchiamo gli altri.» La sua voce era roca, ma non ammetteva repliche.
Giulia tremò sotto il suo asciugamano, svegliandosi di soprassalto. Marta si tirò su a fatica, facendo leva sui gomiti, il viso pallido e segnato dalla notte insonne. Non mi guardò. Non rivolse lo sguardo dalla mia parte nemmeno per un secondo.
Rebecca, invece, si alzò e mi passò accanto. Camminava ancora scalza, avvolta in quell’asciugamano troppo piccolo e in un orgoglio ancora più sottile e tagliente. Quando fu a un passo da me, rallentò impercettibilmente. Mi sfiorò appena il braccio con le dita fredde.
«Buongiorno, eroe,» sussurrò, in modo che solo io potessi sentirla. Non sembrava un ringraziamento. Sembrava il promemoria di un segreto. Una catena invisibile che mi aveva appena messo al collo.
La guardai allontanarsi verso il bordo dell'acqua. E mentre il primo raggio di sole pallido illuminava la schiuma delle onde, capii che l’isola non aveva aspettato nemmeno l’alba per iniziare a rovinarci.
Com'è finora?
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Scrivo racconti da poco e spero davvero possano piacere!
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