Un rumore metallico ci fece gelare il sangue. Un colpo sordo, pesante. Come un sasso scagliato contro una lamiera. Poi, nel silenzio surreale della giungla, sentimmo un singhiozzo. E una voce femminile, roca, consumata dai graffi e dalla sete. «Chiara… rispondi…»
Ci muovemmo all'unisono, seguendo il suono. Superammo il muretto diroccato e una macchia di rovi, sbucando in uno spiazzo di cemento frantumato. E la trovammo. Fu devastante. Era accasciata a terra, aggrappata a una grata metallica mezza divelta che copriva quello che sembrava un pozzo di ventilazione o l'accesso a una cisterna sotterranea.
Le sue mani erano una maschera di sangue secco, terra e ruggine. Aveva le ginocchia scorticate, i vestiti che dovevano essere stati leggeri ed eleganti ora erano ridotti a stracci coperti di fango. I capelli scuri erano un groviglio opaco pieno di polvere e foglie. Ma la cosa peggiore erano gli occhi: dilatati, fuori fuoco, vuoti. Non stava piangendo, non ne aveva più la forza. Stava solo cercando di fare leva con un pezzo di legno per sollevare il pannello crollato.
Elena scattò in avanti, l'istinto di sopravvivenza che prendeva il sopravvento. «Ehi! Fermati!» La ragazza si voltò con uno scatto ferino, mostrando i denti. «No! Devo tirarla fuori!» Iniziò a strattonare la grata con una furia disperata, ignorando il sangue che le riapriva i tagli sui palmi.
Mi avvicinai di corsa, afferrandola per le spalle per impedirle di farsi ancora più male. Quando i miei occhi misero a fuoco i suoi lineamenti sporchi di terra, il respiro mi si bloccò. Il mondo ebbe un sussulto. «Camilla?» sussurrai, incredulo. Lei smise di lottare. Si girò lentamente, il collo rigido. Mi fissò per tre secondi interminabili, sbattendo le palpebre per mettere a fuoco. «Ale?»
Il silenzio che calò fu asfissiante. Rebecca mi guardò, sconvolta. Elena guardava entrambe, cercando di decifrare la situazione. Era una bomba sganciata nel mezzo del nulla. Camilla era la ragazza di Luca, uno dei miei migliori amici. Vederla lì, in quel disastro, era un corto circuito mentale che non riuscivo a processare. Ma Camilla non aveva spazio per la sorpresa, né per l'emozione di aver trovato un volto familiare. Non c'era posto per nient'altro nel suo inferno.
Mi afferrò la maglietta con le dita incrostate di ruggine, tirandomi verso il basso. «Mia sorella è lì sotto.»
Tutto divenne atrocemente chiaro in pochi secondi. Chiara. Erano in vacanza insieme, lontane da tutti. Erano sopravvissute al naufragio, si erano trascinate fino a riva e avevano seguito il corso d'acqua sperando di trovare aiuto, esattamente come noi. Ma avevano trovato quella trappola. Chiara era precipitata sotto, attraverso un pezzo di cemento instabile, finendo nel buio di un vano tecnico o di una cisterna profonda. Camilla aveva provato ad aiutarla per ore. Ore in cui, all'inizio, Chiara rispondeva, piangeva, chiedeva aiuto. Poi, la voce era diventata un sussurro. Poi, niente.
Mi lasciai cadere in ginocchio accanto a lei, il petto schiacciato dal panico. Sporgendomi oltre il bordo arrugginito della botola, provai a scrutare nel buio denso di quel buco. L'odore di acqua stantia e ferro vecchio mi investì. «Chiara?» chiamai, la voce che rimbombava debolmente nel condotto. Silenzio. Solo l'eco sorda del mio respiro.
Camilla esplose. Il suo corpo minuto fu attraversato da una scossa di pura isteria. «Rispondi!» urlò contro la grata, picchiando i pugni insanguinati contro il metallo. «Digli che sei viva! Diglielo!» Elena le mise le mani sulle spalle per trattenerla, ma eravamo tutti congelati in un'attesa mostruosa.
Poi, dal fondo di quell'abisso di cemento, emerse un suono. Non era un urlo. Era una vibrazione, un filo d'aria spezzato che risaliva a fatica verso la luce. «Cami…»
Ci bloccammo tutti. Era viva. Ma la voce era così debole che sembrava già un fantasma.
Il pozzo puzzava di muffa, ferro marcio e acqua stagnante. Mi affacciai oltre il bordo di cemento spaccato. L'oscurità lì sotto era densa, rotta solo dai deboli riflessi dell'acqua nera che sciabordava contro le pareti metalliche. Chiara era bloccata in fondo, intrappolata sotto il peso di una trave o forse un pezzo di passerella crollata. Non si vedeva sangue, non c'era nulla di macabro da film horror. C'era solo l'impossibilità fisica di spostare quella massa di metallo a mani nude.
Dietro di me, Camilla lottava come un animale in trappola. Provò per l'ennesima volta a buttarsi verso la grata, ma Rebecca la bloccò, afferrandola per la vita e tirandola indietro con una forza che non pensavo avesse. «Lasciami!» strillò Camilla, graffiando le braccia di Rebecca. «Se scendi muori anche tu!» le urlò contro Rebecca, senza un briciolo di dolcezza. Era crudele, affilata, l'unico modo per fermare quella follia. «È mia sorella!» «E tu pensi che lei voglia vederti morire sopra di lei?!»
Il colpo andò a segno. Camilla singhiozzò, accasciandosi contro le ginocchia di Rebecca. Mi sfilai la cintura e annodai la mia maglietta sporca alla fibbia, passandola a Elena. «Tienimi forte,» le dissi, calandomi nel vano tecnico. I muscoli delle spalle mi bruciavano mentre cercavo appigli tra il ferro scivoloso. Scesi finché l'aria divenne irrespirabile. L'acqua mi sfiorava gli stivali. In mezzo a quel groviglio di metallo contorto, vidi il viso pallido di Chiara, illuminato a malapena da uno spiraglio di luce.
«Camilla dov’è?» sussurrò. La sua voce era un fruscio, raschiava contro il silenzio del pozzo. «È qui,» risposi, cercando disperatamente un punto per fare leva sulla lastra che le schiacciava il corpo. «È su con Elena e Rebecca.» Chiara chiuse gli occhi. «Non farla scendere.» Quella frase mi raggelò. Era la consapevolezza assoluta della fine. Dall'alto, la voce di Camilla scese nel pozzo, disperata e cruda. «Sto qui! Sono qui!» Chiara aprì le labbra. Un filo d'aria. «Scusa.» Camilla cacciò un urlo straziante. «No. No. Non dire scusa. Non devi dire scusa!»
Dovevamo tirarla fuori. Non poteva finire così. Sopra di me, Elena si era incastrata con le ginocchia contro il bordo di cemento e aveva incastrato un grosso tubo di ferro tra le cerniere piegate del blocco principale, usandolo come leva. «Spingo!» mi gridò, i muscoli delle braccia tesi allo spasimo. Sentii il metallo gemere. La lastra si mosse di due fottuti centimetri. Quanto bastava. Allungai il braccio verso il basso. I miei polpastrelli sfiorarono quelli di Chiara. Lei, con uno sforzo sovrumano, sollevò la mano e mi strinse le dita. La sua presa era gelida, ma forte. Viva.
«Ce l’abbiamo!» urlò Elena, sentendo il blocco cedere. «Non dirlo!» le ringhiai contro, il terrore che mi stringeva la gola. «Ce l’abbiamo, Ale, tira!» Camilla sentì la parola. Scoppiò a piangere, un pianto di sollievo assoluto, isterico, aggrappandosi alle gambe di Rebecca. Strinsi la mano di Chiara.
Poi, il vecchio metallo cedette.
Fu un rumore secco. Un crack sordo, sgradevole. Il tubo che Elena stava usando come leva si spezzò. Il cemento del bordo si sgretolò all'improvviso, sfaldandosi come sabbia bagnata. La lastra che teneva bloccata Chiara non crollò, scivolò. Scivolò verso il basso, trascinando con sé l'intera passerella marcia.
L'impatto ruppe l'acqua stagnante con un tonfo sordo, un rigurgito nero. La mano di Chiara mi fu strappata via dalle dita con una violenza inaudita. Persi l'equilibrio. Stavo cadendo nel vuoto, ma Elena mi tirò indietro con uno strattone brutale alla cintura, raschiandomi il petto contro il bordo arrugginito della botola. Mi ritrovai steso sul cemento esterno, il respiro azzerato. Rebecca stringeva Camilla in una morsa d'acciaio, coprendole la testa. Camilla urlava il nome della sorella fino a strapparsi le corde vocali. Poi, il silenzio.
Mi sporsi di nuovo, i polmoni in fiamme. Il buio aveva inghiottito tutto. «Chiara?» chiamai. Nessuna risposta. Camilla si liberò dalla presa di Rebecca, trascinandosi sul bordo. «Chiara!» Ancora niente. Da qualche parte, nelle profondità viscide della struttura, si sentiva solo il corso d’acqua che continuava a scorrere, indifferente, cancellando ogni cosa. Era irraggiungibile. L'avevamo persa.
