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Erotika
Isola Deserta · Cap. 4
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Capitolo 4 di 5 22 min di lettura

La Reginetta Bagnata e la Sorella Sepolta

All’alba, Ale cerca acqua con Elena e Rebecca, ma il gioco erotico al ruscello viene spezzato dall’arrivo di Camilla.
Sotto le rovine di Paradise Cove, l’isola reclama il suo primo nome: Chiara.

Alessia
1 mese fa · 514 letture · 1

Elena non ci pensò due volte. Si inginocchiò subito sulla riva, unendo le mani a coppa per bere. Scattai in avanti, afferrandola per il polso. «Aspetta.» Lei mi fulminò. «Che c’è?» «Non sappiamo se è sicura. Guarda quei tubi, guarda il fango.» Rebecca, in piedi alle mie spalle, incrociò le braccia con un sospiro teatrale. «Fantastico. Acqua dolce con possibilità di diarrea mortale. Finalmente una buona notizia.»

Elena si incazzò, i muscoli della mascella tesi, ma sapeva che avevamo ragione. Scosse via la mia mano, riluttante. Decidemmo di riempire comunque le due bottigliette vuote che avevamo portato con noi. Le avremmo riportate al campo e avremmo cercato un modo per filtrare o bollire quell'acqua torbida. Non eravamo esperti di sopravvivenza, ma non volevamo morire per un sorso d'acqua infetta.

Mentre Elena si allontanava di qualche metro, risalendo il corso del ruscello per cercare di capire da dove diavolo arrivasse la sorgente, io e Rebecca restammo soli. Lei aveva ancora addosso l'asciugamano rabberciato e i resti di stoffa che era riuscita a recuperare. Era sporca: incrostazioni di sale le macchiavano la pelle, aveva sabbia sui polpacci e una striscia di fango scuro le segnava il fianco.

Si inginocchiò con eleganza felina vicino all'acqua limpida per lavarsi le mani, il viso e il collo. Io riempivo la seconda bottiglia, tenendo deliberatamente lo sguardo fisso sul mulinello d'acqua tra le pietre, i muscoli tesi per lo sforzo di non guardarla.

Lei se ne accorse. «Ancora questa commedia?» mormorò, l'acqua che le gocciolava dalle dita affusolate. «Quale?» «Tu che fai finta di essere educato.» Strinsi la plastica della bottiglia. «Pensavo ti piacesse decidere quando posso guardare.» «Mi piace decidere tutto.»

Si sciacquò il collo, passando le mani bagnate sulla pelle. Inclinò la testa di lato e l'asciugamano, pesante per l'umidità, le scivolò giù dalla spalla. Non fu un gesto gratuito o plateale; era sporca, aveva freddo nonostante il caldo umido della giungla, e aveva un bisogno disperato di togliersi il sale di dosso. Ma il modo in cui la curva nuda del suo seno premette contro il bordo della spugna mi mozzò il fiato.

Le porsi la bottiglietta piena per aiutarla a sciacquarsi. Lei non la prese. Tenne le mani appoggiate alle cosce e alzò gli occhi su di me. «Aiutami.» La parola mi esplose nel petto, un richiamo diretto alla notte precedente. Ma stavolta non c'era traccia di panico o di resa. Era una sfida pura, un ordine mascherato da richiesta. Restai immobile, il braccio teso a mezz'aria. «A fare cosa?» Lei mi fissò, spietata e bellissima. «Ho ancora sale sulla schiena.»

Sapevamo entrambi che non si trattava di un'esigenza pratica. Era un gioco di potere. Elena era a una decina di metri di distanza, nascosta solo dalla boscaglia. Marta era lontana, bloccata al campo base, ma in quel momento la sua assenza pesava tra noi come un convitato di pietra.

Rebecca si voltò, dandomi le spalle. La linea della sua colonna vertebrale era perfetta, la pelle chiara costellata di granelli di sabbia e salsedine asciutta. Mi inginocchiai dietro di lei. Il silenzio della giungla divenne improvvisamente assordante. Inclinai la bottiglia e versai l'acqua con estrema lentezza. Il liquido fresco scivolò lungo le sue spalle, tracciando rivoli lucidi che si insinuavano tra le scapole, scomparendo sotto il bordo del telo sui fianchi. Rebecca restò di sasso, ma il suo respiro cambiò ritmo, facendosi più profondo, più pesante.

Con la mano libera, scostai la massa dei suoi capelli bagnati per liberarle il collo. Le mie dita indugiarono, sfiorando la sua pelle nuda e fredda. Il contrasto tra il calore febbrile del mio palmo e il brivido gelido della sua spalla creò una scossa che ci attraversò entrambi. Iniziai a massaggiarle l'acqua sulla schiena per lavar via il sale. I polpastrelli scivolavano sulla carne liscia, premendo con una fermezza che di pratico non aveva più nulla. Ogni mio tocco era un'esplorazione, una pretesa silenziosa. Lei si inarcò impercettibilmente verso la mia mano, accettando il contatto, nutrendosene. L'erotismo di quel momento era denso, fatto di attese, di dita che accarezzavano centimetri di pelle proibita e della consapevolezza bruciante del nostro segreto.

«Stai tremando tu, stavolta,» mormorò lei, la voce un sussurro roco e vibrante. «Ho freddo,» mentii, la gola secca. «Bugiardo.» Si girò appena, ruotando il busto quanto bastava per incrociare il mio sguardo da sopra la spalla. Il telo cedette di un altro millimetro, rivelando l'ombra del capezzolo turgido. «Stanotte non mi hai guardata così poco.» Sentii il battito accelerarmi nel petto. «Stanotte eri tu a decidere.» Le sue labbra si aprirono in un sorriso lento, carico di una sensualità velenosa. «E adesso chi sta decidendo?»

Non risposi. Ero in trappola. Per un attimo fatale, persi la concentrazione. La mia mano scese lungo la sua spina dorsale, le dita che si fermarono proprio dove la curva della schiena si perdeva nell'asciugamano, restando lì molto, molto più del necessario. Una carezza troppo intima, troppo sfacciata. Rebecca se ne accorse. Con un movimento fulmineo mi afferrò il polso. Ma non mi allontanò. Strinse le dita gelate attorno al mio braccio, tenendo la mia mano incollata alla sua carne nuda, premendola contro di sé.

«Vedi?» sussurrò. «Cosa?» ansimai, intrappolato in quegli occhi nocciola. «Non hai bisogno di sentirti in colpa con Marta.» «Non sto parlando di Marta.» «Appunto. Neanch’io.»

Fu una frase pericolosissima. Un invito oscuro che cancellava ogni regola. Il desiderio si accese come benzina, pronto a divorarci in mezzo a quel fango.

Ma prima che io potessi chiudere la distanza tra noi, la voce di Elena rimbalzò fredda e tagliente tra i rami. «Venite qui.» La bolla di tensione esplose in mille frammenti. Rebecca si ricompone con una rapidità impressionante, tirandosi su il telo e stringendolo al petto, la maschera di superiorità di nuovo incollata sul viso.

Si alzò in piedi, lisciandosi la stoffa bagnata sui fianchi, e mi lanciò un'ultima occhiata dall'alto in basso. «Salvato dall’acqua dolce.» Mi alzai anch'io, passandomi una mano tremante tra i capelli. «Da Elena.» Il suo sorriso si spense, sostituito da una freddezza glaciale. «Peggio.»

E con quel senso di vuoto sospeso, ci voltammo per affrontare l'oscurità della giungla, lasciando che il panico schiacciasse di nuovo tutto il resto.

La tensione che bruciava ancora sulla pelle mia e di Rebecca venne inghiottita in fretta dalla fitta vegetazione. Raggiungemmo Elena pochi metri più a valle, dove il ruscello deviava bruscamente. Si era fermata. Stava fissando un punto tra le enormi felci umide, i pugni premuti sui fianchi.

Quando le fummo accanto, lo vidi anche io. L'isola non era del tutto naturale. Tra le radici e la terra bagnata emergevano i resti di qualcosa di artificiale, come una cicatrice mal curata. C'erano tubi arrugginiti di grosso calibro che spuntavano dal fango, un blocco di cemento spaccato in due, e un muretto basso quasi interamente soffocato dal muschio. Più in là, si intravedevano una grata metallica piegata e i gradini distrutti di una vecchia scala di servizio. A terra, mezzo sepolto dalle foglie marce, giaceva un cartello di metallo sporco, le cui lettere erano illeggibili. Non sembrava un pezzo di un resort di lusso. Sembrava lo scheletro di una struttura industriale o tecnica, abbandonata e masticata dal tempo.

Rebecca, che fino a un secondo prima stava giocando con il potere e con il mio desiderio, si irrigidì. L'espressione di sfida le morì sul viso. Si strinse il telo addosso, facendo un passo indietro. «Questa roba chi l’ha costruita?» chiese, la voce incrinata da una nota di reale inquietudine. Elena passò le dita sul bordo tagliente del cemento. «Qualcuno che non c’è più,» rispose, senza guardarla. Il tono era cambiato. Il gioco era finito.

Prima di andare avanti…

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